Matteo Pasetti
Walter Barberis, Il
bisogno di patria,
Torino, Einaudi, 2004, pp.137 |
Proposto nella nuova
collana einaudiana “Vele”,
il libro traccia un profilo storico della
fragile identità patriottica che contraddistingue
la società italiana, in base all’ipotesi
che la difficoltà del concetto di
patria a diventare una categoria del senso
comune vada considerata come uno svantaggio
per la società stessa, poiché implica
l’inclinazione all’individualismo
e all’intolleranza. In altri termini,
secondo l’autore sarebbero proprio
i popoli privi del senso di appartenenza
a una comunità, che non si riconoscono
cioè in un’idea di patria, quelli
più propensi a fare scelte estranee
a un interesse generale. (Ne è una
prova, fra le tante riportate, l’indifferenza
degli italiani alla difesa del proprio patrimonio
artistico e territoriale.) Per affrontare
tale questione, prendendo le distanze da
quelle interpretazioni storiografiche che
la fanno risalire all’8 settembre 1943,
Barberis adotta una prospettiva di lunga
durata: è sua convinzione, infatti,
non solo che l’Italia contemporanea
soffra della mancanza di una condivisa cultura
patriottica, ma che le radici di questa scarsa
sensibilità comunitaria siano da ricercare
fin dall’infanzia della storia nazionale,
ovvero negli ultimi cinque secoli almeno.
Divisa in tre capitoli, la riflessione sul «bisogno
di patria» degli italiani muove dall’individuazione
di altri due bisogni correlati, e a lungo
o tuttora inappagati: quello di uno Stato
unitario e quello di una storia in grado
di assumere una funzione morale, ricomponendo
le fratture prodotte dalle innumerevoli memorie
particolari. Il primo capitolo è quindi
dedicato al tortuoso processo di unificazione
istituzionale, reso impervio innanzitutto
dalla tendenza degli italiani a difendere
le proprie ragioni individuali, o al più gli
interessi del proprio nucleo famigliare.
Una mentalità individualistica e opportunistica
- spesso legittimata anche dagli intellettuali,
a partire da Francesco Guicciardini e Giovanni
Della Casa - che non ha giovato neppure alle
sorti dell’economia italiana: forme
di «capitalismo personale» si
sono infatti sovrapposte all’assenza
di una dimensione statuale unitaria nel determinare
un ritardo sul piano della competitività economica.
D’altra parte, né l’unità concepita
e raggiunta dallo Stato piemontese, dotato
di un «bagaglio eccentrico» costituito
da senso del dovere e tecnica amministrativa
e militare, né l’esperienza
della Prima guerra mondiale, fonte di riflessione
sul significato della morte per la patria,
sono riuscite a realizzare davvero un’alleanza
tra il privato e il pubblico.
A questo «bisogno di Stato» si
affianca un «bisogno di storia»,
di «qualcosa che rimetta in ordine,
oltre lo spirito di parte, la dinamica degli
avvenimenti e le loro molteplici ragioni» (p.
51), al fine di comprendere il passato millenario
di una «Italia dei municipi»,
il cui unico tessuto unitario è stato
offerto - almeno finché non si è affermata
la moderna società dei consumi - dalla
morale e dai rituali della Chiesa cattolica.
E non ha minor «bisogno di storia» questa «Italia
dei campanili», in cui la Chiesa ha
sì svolto una funzione di supplenza
di compiti altrove affidati allo Stato, ma
ostacolando a sua volta la creazione di una
comunità nazionale. È allora
necessario, suggerisce l’autore, mettere
in luce come siano stati i «particolarismi» a
rappresentare la cifra di tutta la storia
italiana; compresa quella più recente,
in cui una nuova idea di patria è nata
dall’antifascismo e dalla Resistenza, è stata
codificata dalla Costituzione, ma è rimasta
confinata a élites politiche e intellettuali
ristrette: a prevalere, ancora una volta,
sono state «sensibilità separate
dalla molteplicità delle situazioni
vissute» (p. 82).
Attraverso una conoscenza storica con una
lunga profondità di campo, in grado
di allargare la prospettiva oltre la parzialità delle
memorie e le urgenze dell’attualità,
Barberis giunge - nel capitolo conclusivo
- a delineare la propria tesi: è la
diversità, sono l’incontro e
lo scambio fra culture diverse, a costituire
l’identità degli italiani. Di
conseguenza, se l’unità può essere
un valore e una risorsa anche per gli italiani,
la loro idea di patria non può tuttavia
fondarsi su un’identità chiusa
ed esclusiva, bensì sulla consapevolezza
della propria pluralità. Ed è questa «identità della
diversità», il suo essere un «ponte
fra civiltà», il contributo
storico che l’Italia può fornire
all’Europa.
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