Matteo Pasetti
Santo Peli, La
Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, Einaudi,
2004, pp. VI-278 |
L’aspirazione a sottrarre la riflessione
storica sulla Resistenza italiana alla sterile
distorsione polemica che l’ha connotata,
e che l’ha così spesso trasformata «in
oggetto contundente da agitare nell’agone
politico» (p. 13), è il movente
di questa rapida ma equilibrata sintesi,
delineata da uno storico impegnato anche
in precedenti lavori nell’indagine
e nel racconto di una «Resistenza difficile».
Senza pretese di esaustività, si tratta
di un tentativo di restituire complessità alla
storia della Resistenza, cercando innanzitutto
di evitare interpretazioni del fenomeno resistenziale
come categoria dello spirito, per inscriverlo
invece in un contesto ben preciso e riconnetterlo
quindi alla storia nazionale: secondo una
lucida premessa, infatti, «comprendere
grandezza e limiti della Resistenza, intravederne
i contorni utopici quanto il realismo politico è possibile
solamente pensando a una società che
vent’anni di fascismo hanno in gran
parte spoliticizzato e appiattito, occupando
tutti i gangli vitali della vita collettiva» (p.
6). Fu questa condizione di «analfabetismo
politico di massa», aggravata dalle
ripercussioni sulla società italiana
generate da una guerra totale, a costituire
l’ambiente socio-culturale in cui la
Resistenza prese vita e poi sopravvisse,
assumendo varie forme e alternando momenti
di forza e di debolezza. Sopravvivenza, sottolinea
l’autore, per nulla scontata né lineare,
se si abbandona una prospettiva “a
posteriori” e si assume il punto di
vista dei protagonisti, che non potevano
sapere come sarebbe andata a finire e che
dovevano costruire, nei tempi dettati dalla
cronologia della guerra mondiale, una difficoltosa
identità autonoma in uno scenario
saturo per le numerosi forze già presenti
sul campo (fascisti, tedeschi, alleati, monarchia,
governi del Sud...). Accanto a una resistenza
dotata di un consapevole progetto politico-militare,
va allora considerata anche una resistenza
più diffusa e mutevole, motivata essenzialmente
dal rifiuto della guerra; una resistenza
che solo in minima parte partecipò direttamente
alla lotta partigiana, costituendone tuttavia
un presupposto indispensabile. In quest’ottica,
un merito certo non secondario dell’esperienza
resistenziale è rappresentato dall’aver
favorito un nuovo desiderio di partecipazione
alla vita collettiva, «una ripresa
della parola dal basso» (p. 8), che
si manifestò in modo compiuto nell’immediato
dopoguerra.
Basato su tale paradigma interpretativo,
e corredato da un ampio apparato di indicazioni
bibliografiche, il libro è organizzato
in due parti, dedicate rispettivamente alla
ricostruzione delle vicende resistenziali
e all’approfondimento di alcuni dei
principali nodi storiografici. Nella prima
parte, l’autore propone una periodizzazione
complessiva, scandendo in cinque fasi l’intreccio
di progetti politici e di vincoli esterni,
di scelte etiche e di casualità, di
localismi e di problemi nazionali o internazionali
che animò la guerra partigiana: gli
stentati esordi tra l’8 settembre e
la fine del 1943; il consolidamento e lo
sviluppo delle bande durante il primo semestre
del 1944; l’espansione nel corso dell’estate
e il successivo ripiegamento autunnale; la
crisi dell’inverno 1944-45; l’insurrezione
finale. Al centro del discorso è dunque
posta la resistenza politica e armata, egemonizzata
dai partiti antifascisti, che rappresentò il
momento di massima discontinuità nella
storia nazionale.
Nella seconda parte, rivisitando criticamente
interpretazioni stratificatesi nell’ultimo
cinquantennio, l’attenzione si sposta
sull’esistenza di differenti forme
resistenziali e sul rapporto tra la guerra
partigiana e la società nel suo complesso.
Al fine di chiarire almeno alcuni aspetti
delle tormentate memorie del bienno 1943-1945,
vengono messe in luce la vicenda a lungo
ignorata degli internati militari italiani
in Germania, il tema della Resistenza disarmata,
la questione dell’atteggiamento della
popolazione civile verso il movimento partigiano,
il problema dell’uso e degli effetti
della violenza.
Sulla scia dei migliori studi degli ultimi
decenni, stimolando nuove domande oltreché articolando
risposte, la sintesi di Peli fornisce un
quadro in cui si alternano luci e ombre,
grandezza e limiti, unicità e contraddizioni
della Resistenza italiana. La sua storia
risulta così affrancata da una visione “monumentale” e
mitizzata, ma anche dagli attacchi del più deteriore
revisionismo antiresistenziale, che si ostina
a ignorare i risultati di percorsi di ricerca
ormai consolidati.
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