Vincenzo Pinto
Rashid
Khalidi, Identità palestinese.
La costruzione di una moderna coscienza
nazionale, Torino, Bollati Boringhieri,
2003, pp. 355 |
Scrivere una storia del nazionalismo è sempre
una sfida ermeneutica delicata e irta di
insidie. Nel suo classico studio sulla costruzione
della nazione, Eric J. Hobsbawm ha osservato
che «nessuno storico serio delle nazioni
e del nazionalismo può in alcun modo
essere un nazionalista impegnato sul piano
politico», giacché «il
nazionalismo esige un’eccessiva credenza
in ciò che patentemente non è tale».
Il caso del nazionalismo palestinese è ulteriormente
problematico proprio perché coinvolge
soggetti impegnati in una lotta politica
tutt’altro che risolta. Il lavoro di
Rashid Khalidi, docente di storia presso
l’Università di Chicago, percorre
la pista costruttivista inaugurata dal marxismo
anglosassone cercando di evitare la trappola
sostanzialistica dei nazionalisti o quella
scettica degli avversari. Questo saggio sulla “invenzione
della tradizione” si pone un obiettivo
ambizioso e affatto compiaciuto dalle derive
soggettivistiche post-moderne: se è vero
che alla base di ogni processo di formazione
dell’identità nazionale vi è una
costruzione storica “artificiosa”,
lo è altrettanto che la pluralità di
soggetti che lo informano (le élites
e le classi subalterne innanzitutto) rendono
tale identità un costrutto dinamico
e – fatto di non poco conto – reale.
Che l’autore abbia applicato con successo
il metodo integrativo ci pare discutibile.
Lo studio non è omogeneo. Khalidi,
infatti, conduce la propria storia intellettuale
e sociale del nazionalismo palestinese utilizzando
tanto fonti qualitative (vedi le testimonianze
degli intellettuali Yusuf e Ruhi al-Khalidi),
quanto fonti quantitative (la risposta contadina
alla compravendita di terreni sionista negli
anni precedenti la Prima Guerra mondiale).
In questo passaggio, che divide il saggio
in due parti, è possibile ravvisare
tutta la problematicità che, su un
piano epistemologico, comporta l’applicazione
di una metodologia unica a fonti così disparate.
Benché resti apprezzabile la petizione
di principio esposta nell’introduzione
(che – non a caso – è espressa
nelle vesti di un augurio per una nuova generazione
di studiosi), la discriminante coscienziale
utilizzata dall’autore nell’esame
del materiale custodito presso la Biblioteca
Khalidi di Gerusalemme solleva più dubbi
che risposte soddisfacenti: come valutare
la percezione della colonizzazione sionista
basandosi sulle contraddittorie reazioni
dei contadini e dei braccianti arabi? Può un’analisi
sociologica sulla diffusione della stampa
consentire una valutazione storica sostenibile
della sedimentazione di una identità palestinese “palestino-centrata”?
I limiti di questo saggio finiscono laddove
sono chiaramente ravvisabili i suoi pregi:
l’utilizzo di un apparato documentario
inedito; il tentativo di costruire uno spaccato
trasversale dell’opinione pubblica
palestinese negli anni pre-mandatari; una
visione pluralistica dell’identità palestinese,
letta non più come la risposta alla
sola colonizzazione sionista, ma come un
lungo e contraddittorio processo storico-culturale.
Dietro a una diatriba storiografica che ha
finito per trasformarsi inevitabilmente in
uno scontro politico e ideologico, riduttivo
per principio, è da apprezzare la
lettura integrata proposta da Khalidi che,
pur concordando con la tesi di fondo di Edward
Said («lo sviluppo e la conservazione
di ogni cultura esige l’esistenza di
un alter ego diverso e in competizione con
essa»), sottolinea come l’identità palestinese
sia il frutto serotino di identità transnazionali
(religiose o nazionali), del patriottismo
locale e delle affiliazioni familiari e tribali
in competizione tra di loro.
Abbiamo rimarcato la linea divisoria idealmente
sottesa a questo studio tra una storia intellettuale
delle élites e una storia socio-economica
della Palestina ottomana. Khalidi suddivide
gli otto capitoli del suo libro in cinque
parti: dopo una premessa metodologica, che
fornisce un quadro d’insieme sulle
contrastanti narrazioni storiche dell’identità palestinese,
egli rilegge il ruolo della Gerusalemme ottomana
attraverso la nuova intellighenzia prodotta
dal riassetto giuridico-istituzionale elaborato
dalla riforma dei Tanzimat. Seguono due densi
capitoli intitolati emblematicamente Elementi
di identità, che scandagliano la resistenza
contadina alla colonizzazione sionista e
il dibattito sul sionismo nella stampa araba
nel periodo “giovane-turco” (1908-1914).
Il capitolo successivo è dedicato
al fondamentale spartiacque costituito dalla
nascita del moderno Medio Oriente (1917-1923),
che presenta la diffusione di un più ampio
concetto di patriottismo in concomitanza
con l’estensione dell’istruzione.
L’ultimo capitolo è uno sguardo
a volo d’uccello sull’identità palestinese
post-1948, dapprima sommersa dalla sconfitta
bellica e poi “riemersa” attraverso
le travagliate vicende del panarabismo nasseriano
e del nazionalismo palestinese dell’OLP.
Khalidi conclude la sua disamina con un pacato
ottimismo: «la storia dell’identità palestinese è stata
un successo nel senso che si è affermata
ed è riuscita a sopravvivere contro
tutte le avversità e nonostante i
molti esiti negativi». Resta aperto
l’interrogativo se tale successo consentirà ai
palestinesi di ottenere l’autodeterminazione
nazionale sotto forma statuale, che – osserva
l’autore con tono icastico – è la «condizione
naturale» dei popoli moderni.
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