Silvia Sebastiani
Istvan Hont, Jealousy of Trade.
International Competition and the Nation-State
in Historical Perspective, Cambridge Mass.-London,
Harvard University Press, 2005, pp. 541
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«Not only as a man, but as
a British subject, I pray for the flourishing
commerce of Germany, Spain, Italy, and even
France itself. I am at least certain, that
Great Britain, and all those nations, would
flourish more, did their sovereign and ministers
adopt such enlarged and benevolent sentiments
towards each other».
Con questo augurio David Hume
chiudeva il suo saggio sulla Jealousy
of Trade, dato alle stampe nel 1758 in
piena Guerra dei Sette Anni, il primo conflitto
commerciale su scala mondiale, che vide quali
rivali principali Francia e Gran Bretagna.
A Hume si ispira il titolo del libro di Istvan
Hont, una raccolta di sette saggi, vicini
per materia trattata e metodologia, apparsi
in volumi collettanei tra il 1983 e il 1994.
Jealousy of Trade si
apre con una lunga introduzione inedita (156
pagine), che ha il compito di connettere
in un unico tessuto narrativo i temi affrontati
nei diversi contributi. Essa fornisce, così,
una genealogia storica all'idea della "gelosia
del commercio", espressione che si può rendere
in italiano con "rivalità" economica, sebbene
i riferimenti iconografici presentati da
Hont mostrino differenze di significato per
il vocabolario settecentesco. Secondo la
sua ricostruzione, Hume conia questa espressione
modificando e indirizzando al mercato la «Jealousy
of Kings and Persons of Sovereign Authority»,
o «Jealousy of State» a cui Thomas
Hobbes aveva dato un senso tutto politico.
In questa metamorfosi tra Hobbes e Hume,
per Hont, si definisce la politica moderna,
nella quale ha peso determinante l'aspetto
economico, estraneo alla concezione classica
e rinascimentale, fino al Leviatano.
Il primo
saggio è centrato
su questo passaggio alla modernità. Inserendo
la nozione di commercio nello Stato di natura
hobbesiano, il giusnaturalista tedesco Samuel
Pufendorf elabora un'idea "utilitarista" della
sociabilità, che fornisce le basi concettuali
alla teoria dei quattro stadi e alla definizione
smithiana di società commerciale. Il volume
si chiude alla fine del dibattito settecentesco,
con un contributo che analizza i concetti
di "Stato-nazione" e "nazionalismo" nel linguaggio
politico della Rivoluzione francese - da
Seyès ai giacobini. Al centro c'è il discorso
politico dell'Illuminismo scozzese, dominato
dai teorici e apologeti della società commerciale,
Hume e Smith.
L'espressione Jealousy of
Trade rimanda a una particolare congiunzione
tra politica ed economia, che emerge quando
il successo nel mercato internazionale
diventa un problema di sopravvivenza militare
e politica delle nazioni. Storicamente è alla
fine del XVII secolo che la Monarchia britannica
assorbe pienamente gli "affari del commercio" nella "ragione
di Stato"; la Guerra dei Sette Anni cristallizza
la nuova immagine della Gran Bretagna vittoriosa
sul piano economico e militare, provocando
per Hume la sua totale capitolazione alla
logica della "rivalità nel commercio":
l'economia diviene politica, la competizione
del mercato globale si trasforma in una
delle attività principali dello Stato.
Lo scenario
che si presenta allo sguardo di Hume e
Smith è quello, assai
familiare al lettore odierno, del conflitto
perpetuo per mercati e risorse. Ma la guerra
non è conseguenza del commercio. Gli scozzesi
non si stancano di affermarlo e Hont qui
lo ribadisce con forza. Guerra e commercio
sono mossi da logiche diversissime, opposte:
se la prima è un «one-way affair» e
necessita di un vincitore e un vinto, il
secondo è inerentemente basato sulla reciprocità e
sullo scambio. La società commerciale rappresenta
il punto di arrivo di un processo iniziato
tra "selvaggi" isolati e poco socievoli,
che ha visto gli uomini progredire attraverso
gli stadi di pastorizia e agricoltura e sviluppare
- insieme al modo di procacciarsi la sussistenza,
alle leggi e alle maniere - la propria attitudine
sociale, il sentimento di simpatia. È un'idea
di sociabilità che non si fonda sul senso
innato di benevolenza di Francis Hutcheson,
bensì sugli attributi amorali dell'animale
umano, sul suo istinto di autoconservazione
e sull'utilità reciproca: «It is not from
the benevolence of the butcher, the brewer,
or the baker that we expect our dinner, but
from their regard to their own interest»,
scrive Smith in un noto passo della Wealth
of Nations, «We addressed ourselves,
not to their humanity but to their self-love,
and never talk to them of our own necessities
but of their advantages». La sociabilità non è una
propensione naturale, immediata e istintiva,
ma piuttosto un meccanismo di transazione
reciproco che permette di sopperire agli
aspetti più deboli della costituzione dell'uomo
naturale. È il bisogno che, per gli illuministi
scozzesi, porta società e cultura a progredire.
La Jealousy of Trade descrive,
quindi, un processo di corruzione, che implica
un innesto "patologico", nella politica moderna,
tra la natura socievole del commercio e la
natura asociale della guerra. Studiando le
cause dell'interazione tra queste due logiche
opposte, gli illuministi scozzesi avvertono
il pericolo dello smembramento delle società e
della perdita dell'umanità raggiunta. E cercano
di scongiurarlo. Con l'affermazione che a
creare la libertà moderna fu il commercio
- e non eroi, re, statisti o il partito whig -,
Hume e Smith avanzano un argomento forte
per il liberalismo di Hont. Suggeriscono
che la libertà non possa essere compresa
in termini semplicemente politici e morali,
ma debba venire considerata un prodotto della
tensione peculiarmente moderna tra politica
ed economia. Rispetto a ciò, la Rivoluzione
francese rappresenta un «momento hobbesiano
di fine Settecento», che lascia in eredità l'idea
ambigua dello Stato-nazione.
Dopo il
mito della fine della storia e la breve,
quanto illusoria, euforia
seguita al 1989, a rimanere è l'incongruenza
tra i confini degli Stati nazionali e le
frontiere in continua espansione del mercato
globale, che ha sconvolto l'ordine del mondo
moderno a partire dal XVIII secolo. All'inizio
del XXI secolo, la Jealousy of Trade,
la competizione internazionale, si ripresenta
come problema e tensione inerente al liberalismo. |