Xenia Von Tippelskirch
M. Jakubowski-Tiessen,
H. Lehmann (eds.), Um Himmels Willen.
Religion in Katastrophenzeiten,
Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht,
2003, pp. 358 |
Nell’epoca moderna i religiosi non
dovevano soltanto seppellire le vittime delle
catastrofi naturali e consolare adeguatamente
i sopravvissuti: erano chiamati anche a fornire
spiegazioni sulle cause dei disastri - rispondere
quindi a domande che oggi vengono poste a
scienziati e tecnici.
Il volume in parola (atti di un convegno
tenuto nel 2000 al Max-Planck-Institut di
Göttingen) tratta le variazioni storiche
degli schemi d'interpretazione delle catastrofi
naturali, considerando l’interessante
intreccio tra le pratiche devote consolatorie
o apotropaiche e i comportamenti pragmatici
di tipo preventivo. Poiché la catastrofe
naturale veniva spiegata, fino a tutto il
Settecento, come una punizione divina, gli
ecclesiastici erano accreditati a indicare
il comportamento da tenere per evitare il
pericolo in futuro, e ad interpretare gli
eventi prodigiosi e i segnali d'allarme che
erano ritenuti precedere l'irosa influenza
divina sul corso degli eventi. Se oggi appare
scontato il ripetuto invito alla penitenza
e ai buoni costumi, non è da sottovalutare
l’importanza attribuita dai contemporanei
a tali ammonimenti degli ecclesiastici.
I contributi prendono in esame le reazioni
di protestanti e cattolici, sia laici che
religiosi, di fronte a catastrofi che sconvolgevano
la quotidianità. Prevalgono studi
che riguardano fonti di lingua tedesca e
solo nel primo contributo, H. Dormeier, esaminando
le reazioni davanti alla peste, paragona
i comportamenti riscontrabili in Italia con
quelli di area tedesca, interrogandosi sul
ruolo del culto dei santi e in particolare
sull'influenza della Riforma sulle pratiche
devozionali. Constatata una persistenza,
in area protestante, di pratiche cosiddette «superstiziose»,
Dormeier ipotizza che la mancanza del culto
dei santi abbia spinto i protestanti verso
altre pratiche magiche (uso di amuleti e
di fogli scaramantici), apparentemente ignorando
la storiografia italiana che ha dimostrato
una forte presenza di queste pratiche anche
in Italia. Il prolisso contributo di W. Behringer
(120 pp.) promette un panorama sulla storiografia
che si è occupata dei periodi di carestia
in Europa, proponendo una (fin troppo generica)
lista di «dieci comandamenti» ai
quali la ricerca sulle crisi dovrebbe attenersi.
Gli esempi concreti, che cita invece nella
terza parte del suo studio limitati soprattutto
al Sud della Germania, sono degni di attenzione
e mostrano che una concentrazione sullo studio
locale sarebbe stata più proficua.
M. Sallmann studia in dettaglio l’introduzione
di un giorno di penitenza e preghiera a Basilea
nel 1620 di fronte alla minaccia della guerra.
Jakubowski-Tiessen tratta l’interpretazione
coeva di una terribile mareggiata che nel
1634 rese inabitabile parte della Frisia
del Nord provocando un gran numero di morti.
Pur disponendo di spiegazioni che ricorrevano
a principi naturali, i contemporanei rimandavano
comunque all'ira di Dio per l’interpretazione
del fenomeno e solo nel 1795 si arriverà ad
una spiegazione di tipo secolare. M.L. Allemeyer
esamina il fenomeno degli incendi nelle città del
nord della Germania nel '600, studiandone
resoconti, prediche, memoriali, trattati,
fogli volanti, regole cittadine (Brandordnungen)
nonché le prime polizze assicurative
contro gli incendi. Considera acutamente
la pluralità degli schemi interpretativi,
insieme alle interpretazioni morali e teologiche,
ma anche la professionalizzazione e istituzionalizzazione
del soccorso. R. Vermij studia genericamente
i tentativi di superare il panico creato
dall'esperienza del terremoto mostrando la
scarsa influenza esercitata dalle teorie
classiche (teoricamente disponibili) rispetto
ai passi biblici. Più preciso e molto
ben fondato è invece il contributo
di U. Löffler che considera non solo
i celebri commenti di Voltaire, Kant e Goethe
al terremoto di Lisbona, ma sopratutto quelli
di alcuni autori protestanti minori. Il volume
si conclude con un saggio di A. Gestrich
sulle reazioni di fronte alla carestia del
1816. All'inizio dell’Ottocento le
spiegazioni erano ormai cambiate, non si
parlava più del Dio vendicatore, ma
del buon padre che vuol conservare la sua
creazione. Mentre la Chiesa abbandonava ormai
la prassi dei giorni di penitenza, limitandosi
ad organizzare messe di ringraziamento una
volta cessata la crisi, i movimenti pietisti,
che organizzavano la religiosità popolare
- o meglio, rurale - della Germania del Sud,
continuavano ad applicare gli schemi devozionali
e di penitenza del Sei-Settecento, riprendendone
i modelli tradizionali.
Il volume, che attribuisce agli eventi calamitosi
un ruolo importante per la religiosità dell'epoca
moderna, offre complessivamente un approccio
molto interessante nel campo della Krisengeschichte.
La ricerca potrebbe fruttuosamente proseguire
con un’analisi più approfondita
del ruolo dei canali di trasmissione delle
notizie delle catastrofi in epoca moderna,
nella loro relazione con le leggi del mercato
editoriale da un lato, con le attese del
pubblico dall'altro.
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