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Giacomo Andreucci
Storia della comunicazione "dal
basso"
Le tv di strada, tra domini della
trasmissione e poteri della creatività
(Questo articolo fa parte del Dossier Il potere: forme, rappresentazioni, contestazioni)
In questo breve
saggio vorremmo suscitare alcune suggestioni
per la ricerca nell'ambito della storia
della “comunicazione dal basso”
in Italia concentrandoci su alcuni emblematici
casi di radio libere e di tv di strada,
dagli anni ’70 ad oggi. Si tratta
di esperienze che hanno intrapreso coscienti
e consapevoli percorsi di scoperta del senso
profondo del comunicare contrapponendosi
alle dinamiche del dominio e della “trasmissione”.
Ci riferiremo in particolare al pensiero
e all'impostazione critica di Danilo Dolci
per precisare l'entità e le possibilità
messe in campo da queste proposte.
Vorremmo partire dalla definizione di «comunicazione
dal basso» per proporre subito alcune
precisazioni e puntualizzazioni fondamentali,
in quanto l'espressione può risultare
ambigua e non pienamente comprensibile.
È importante chiedersi se possa esistere
una «comunicazione dal basso»
contrapposta quindi ad una «comunicazione
dall’alto» o se piuttosto essa
non sia un'espressione mistificatoria e
poco chiara dal punto di vista epistemologico.
Trasmettere e comunicare nel pensiero
e nell'azione di Danilo Dolci
Non si tratta di una riflessione velleitaria
e neppure formale ma di un nodo concettuale
di centrale importanza per una piena comprensione
storica del fenomeno e che vorremmo sviluppare
riprendendo alcuni elementi che emergono
dal pensiero e dall'azione di Danilo Dolci,
uno dei principali fondatori della cultura
non-violenta in Italia. Fu una personalità
che, pur non ricevendo grandi attenzioni
in Italia all'epoca del suo operare nella
dimenticata Sicilia (dagli anni ’50
alla fine del secolo appena trascorso) riuscì
a costruire una rete di collaboratori, intellettuali
e non, che si interrogarono in profondità
sul senso del comunicare e sulle sue implicazioni
sociali, politiche e quindi umane. Nella
sua ultima opera, Comunicare, legge
della vita, la bozza di manifesto che
egli propose sul tema del comunicare venne
sottoscritta da decine di intellettuali
di ogni parte del mondo, da Noam Chomsky
a Rita Levi Montalcini, contribuendo a rinforzare
il dibattito critico mondiale su queste
tematiche. Egli fu poi educatore instancabile
che in Sicilia fondò centri di studio
e scuole per concretizzare il suo metodo
educativo e critico. Egli attivò inoltre nel 1970, in
Sicilia, Radio Libera Partinico per denunciare
i ritardi dello Stato nel portare soccorso
alle popolazioni terremotate del Belice.
Fu una delle prime significative esperienze
di radio libere in Italia, se si escludono
i limitati e temporanei tentativi provenienti
dal mondo dei radio-amatori negli anni ’50.
Così ne parla Carlo Gubitosa, giornalista
freelance, attivista e studioso della comunicazione
dal basso in Italia:
Il 25 marzo 1970 è una data che
segna un punto di non ritorno nella storia
della comunicazione italiana: in quel
giorno intorno alle 19.00 circa, per la
prima volta, il segnale di “Radio
Libera Partinico” rompe il monopolio
di stato sulle trasmissioni via etere
con un forte messaggio di denuncia del
potere mafioso e clientelare che aveva
attinto a piene mani dai soldi destinati
alla ricostruzione della Valle del Belice
dopo il terremoto del 1968 [1].
Tale emittente restò attiva per
27 ore prima di venire oscurata dalla polizia
postale, ma da questo breve periodo di azione
come illustrò nel settembre 1970
a sei mesi di distanza Franco Alasia, un
collaboratore all'iniziativa, scaturirono
dei primi importanti risultati per la rinascita
di quelle zone devastate: «La pressione
esercitata nei giorni 25 e 26 marzo [...]
ha avuto nel complesso notevole ripercussione.
Giornali e televisioni in Italia e all'estero,
si sono largamente interessati sui problemi
della zona terremotata (...)» [2].
In uno dei testi che vennero letti alla
radio nel breve periodo di attività
dell'emittente è detto significativamente:
Questa è la radio della nuova resistenza:
abbiamo il diritto di parlare e di farci
sentire, abbiamo il dovere di farci sentire,
dobbiamo essere ascoltati. La voce di chi
è più sofferente, la voce
di chi è in pericolo, di chi sta
per naufragare, deve essere intesa e raccolta
attivamente, subito, da tutti. (...) Vogliamo
che la cultura locale si sviluppi, si apra,
si costruisca giorno per giorno sulla base
della propria esperienza [3].
Ecco quindi emergere concretamente quanto
Danilo Dolci e i suo collaboratori intendono
per comunicazione: la bi-direzionalità,
la possibilità aperta a tutti (anche
ai contadini delle zone più povere
d'Italia e a coloro che solitamente non
hanno possibilità di esprimersi)
di parlare, di farsi ascoltare e ottenere
risposta: «La voce di chi è
più sofferente (...) deve essere
intesa e raccolta attivamente»
[4]. Questo pensiero appare chiaro ed evidente nelle sue opere, in particolare
nel testo Dal trasmettere al comunicare,
pubblicato nel 1988 [5] e in Comunicare, legge della vita, edito nel 1997 [6]. Egli sostiene che la comunicazione debba
essere sempre un processo bidirezionale
in cui non vi sia una emittente attiva e
un ricevente passivo, in cui non vi sia
dunque un "alto" e un "basso".
Spiega infatti:
Ma una delle falsità più
diffuse e sconvolgenti nelle più
diverse lingue (...) è chiamare
comunicazioni le trasmissioni. Il trasmettere
è uno spedire che sovente ignora
chi riceverà. Il comunicare presuppone
partecipazione personalizzata, attiva
nell'esprimere e al contempo nell'ascoltare,
nel ricevere [7].
E ancora ribadisce «Prima di "criticare
la cultura di massa da destra o da sinistra"
è fondamentale, prioritario, riconoscere
quanto sia falso indicare i media unidirezionali
come strumenti di un "processo di comunicazione"»[8].
Condividendo pienamente le affermazioni
di Danilo Dolci riconosciamo quindi
una certa difficoltà nell'utilizzo
dell'espressione «comunicazione dal
basso» intendendo appunto la comunicazione
come un processo sempre bidirezionale, di
«reciproco adattamento creativo»
e che quindi non prevede gerarchie di "bassi"
e "alti". Riteniamo però che tale espressione
abbia un'utilità provvisoria, “di
lavoro”, nel permettere di focalizzare
e spiegare l'oggetto della nostra ricerca,
funzione che ne giustifica in qualche modo
l'utilizzo in questo contributo. La ricerca
che stiamo sviluppando è infatti
intenzionata a focalizzare l'attenzione,
per quanto possibile, sulle possibilità
di un uso veramente “comunicativo”
e “comunicante”, cioè
bidirezionale, di alcuni media comunemente
invece utilizzati in maniera uni-direzionale
e massificante per poter quindi tracciare
possibili percorsi per una storiografia
di tale utilizzo. Ci interessa dunque un
modo di praticare media che possiamo definire,
per comodità, “dal basso”
in quanto tali strumenti vengono in questi
casi adoperati per comunicare, per interagire
in maniera bi-direzionale, multi-direzionale
e non secondo canali unici e prestabiliti.
Queste tensioni ad una comunicazione bidirezionale
in Italia sono state in parte praticate
nelle esperienze di alcune radio libere
negli anni ’70, nelle prime esperienze
di tv via cavo e comunitarie, nel fenomeno
della comunicazione su Internet sviluppatosi
a partire da metà degli anni ’90
e, per quanto riguarda la nostra ricerca,
nel caso delle tv di strada.
Potere e dominio
A questa prima importante precisazione sui
significati e gli usi di "trasmettere"
e "comunicare" si può accostare
utilmente un altro chiarimento che ci proviene
sempre dalla riflessione di Dolci: il differente
senso delle parole “potere”
e “dominio”. In particolare
nella sua opera Comunicare, legge della
vita egli propone un capitolo introduttivo
intitolato Anatomia lessicale-concettuale
dove invita a scendere nei significati di
alcune espressioni quali "comunicare",
"dominio", "potere",
"interesse", "autonomia",
ecc. per poterne chiarire le possibilità
di utilizzo e i tentativi invece di mistificazione
e di falsificazione che con un loro uso
improprio possono affermarsi. Distingue
dunque tra “potere” e 'dominio'
evidenziando che
Come sostantivo, potere indica
«potenzialità», «forza»,
«virtù», «facoltà
di operare», «attitudine ad
influenzare situazioni», «quanto
è consentito dalla volontà
e dalla disponibilità del soggetto».
Imparare ad esprimere il potere personale
è per ognuno un bisogno, pratico
ed intimo, a diversi livelli, connesso
all'esigenza di essere creativo [9].
E ancora «Il potere personale
o di gruppo, come la libertà,
valorizza la propria forza vitale fin dove
inizia la profonda necessità dell'altro,
degli altri, e in collaborazione con l'altro.
Quando pretende sottomettere l'altro, diviene
dominio» [10]. Il dominio
dunque si configura come la «malattia
del potere» [11], come un uso improprio
delle potenzialità dell'essere umano.
Si tratta di una prospettiva che, al di
là dei vocaboli, vuole ribaltare
un’immagine e un quadro affermato
della realtà che riserva a pochi
la possibilità di trasmettere unidirezionalmente
per dominare e a tanti non riconosce il
diritto di realizzare il proprio desiderio
di comunicare. Come vedremo ad esempio nell'esperienza
della tv di strada Disco Volante, emittente
realizzata in parte da disabili, la richiesta
esplicita di potere («Vogliamo il
potere» è uno dei loro slogan)
è stata alla radice del loro fare
televisione di strada.
La tv del Pratello-Bologna, primi
anni '90
Con l'espressione “tv di strada”
ci si riferisce ad un complesso di esperienze,
sviluppatesi in Italia (ma vi sono analogie
con casi esteri, specialmente europei) talvolta
accompagnate da intense riflessioni teoriche
e ideologiche che, riprendendo alcune delle
idee e delle tensioni alla base dello sviluppo
del fenomeno delle radio libere, hanno intrapreso
la sperimentazione di nuove forme di “comunicazione
reale” attivando micro-televisioni
in svariate località del territorio
italiano, sfruttando vuoti legislativi e
differenti interpretazioni della materia
giuridica relativa. Si tratta certamente
di esperienze di "nicchia" ma
che sul piano simbolico e concettuale diventano
strumento utile per leggere le più
ampie dinamiche della storia e della società
contemporanea.
Le micro-tv italiane si propongono sovente
come provocazioni a quella che è
la struttura dominante del monopolio radio-televisivo,
struttura che in gran parte ha assorbito
e irrimediabilmente stravolto gli slanci
di democrazia provenienti dall'esplosione
delle radio libere negli anni ’70
e che ha reso, nel breve volgere di pochi
anni, la liberalizzazione dell'etere uno
strumento al servizio quasi esclusivo di
interessi commerciali e monopolistici. Una
prima interessante esperienza, che ha inteso,
pur nella sua estrema limitatezza, suscitare
un certo dibattito, è stata l'esperienza
della tv del Pratello, sviluppatasi a Bologna
nel 1992 i cui promotori, in un articolo
uscito sulla rivista underground «Decoder» [12]
tre anni dopo, sintetizzarono ed espressero
in maniera quasi programmatica un progetto
di lotta «per la ridiscussione della
completa privatizzazione dell'etere pubblico».
Così raccontarono nell'articolo:
Si è trattato in sostanza dell'attivazione
di una micro-televisione (Prate-Tv) di
quartiere allestita e gestita per circa
una settimana in occasione della festa
del quartiere. Si è potuta allora,
pur con tutti i limiti, verificare se
non altro la possibilità concreta
di un'iniziativa di questo genere. [...]
La fascinazione subita in quell'occasione
ha fatto sì che nel territorio
bolognese si continuasse in seguito a
ragionare sulla possibilità di
tentare l'apertura di una emittente stabile
[13].
Le conclusioni furono così espresse:
Su questa base riteniamo che le reti
(di collaboratori alle esperienze
di micro-tv; nota del curatore dell'articolo)
possano scambiare abbondante materiale:
da produzioni, a idee di produzione, a
semplici elementi di riflessione: le reti
si potranno mettere in rete. Speriamo
inoltre che il fiorire di molte esperienze
porti alla ribalta la necessità
di una ridefinizione del quadro legislativo,
che da una singola vertenza si possa passare
ad un coordinamento di lotta per la riforma
che permetta una ridiscussione dello stato
di completa privatizzazione dell'etere
pubblico. Nessuno di noi ha risposte e
modelli pronti all'uso. La circolazione
delle idee è ora necessaria [14].
In questo testo sono espresse alcune delle
dinamiche che porteranno poi negli anni
successivi ad un fermento più ampio
che troverà espressione nel fenomeno
Telestreet e in altre esperienze: la necessità
di reagire alla situazione drammatica data
dalla privatizzazione e dal monopolio dell'etere,
anche intervenendo sul piano legislativo;
l'importanza del fare rete e della circolazione
di idee, circolazione del “saper fare”
e dei materiali.
Diffusione di Internet in Italia
e logiche della “comunicazione di
rete” La possibilità di far rete ha ricevuto
un'amplificazione notevolissima con la diffusione
di Internet avvenuta in Italia a partire
dalla seconda metà degli anni ’90. La rete Internet, nella sua accezione profonda
di luogo di comunicazione e di scambio reciproco,
attecchì inizialmente, oltre che
nell'ambito della ricerca universitaria
e nel mondo delle imprese, proprio nel contesto
delle cyberculture italiane, già
avvezze all'uso di BBS [15] e, pur in maniera
assai limitata, di sistemi videotel [16].
A riguardo nacque presto una riflessione
sull’uso interattivo dei nuovi media
che avrebbe potuto coinvolgere e trasformare
in qualche modo anche strumenti tradizionali
come la televisione. Esemplare a riguardo
è stata l’esperienza di Virtual
Town Television [17], una BBS-televisione
interattiva in rete telematica, fondata
nel 1994 da Tommaso Tozzi e altri hacker-artisti
nell'ambito dell'iniziativa «Strano
Network». Da alcuni dei fondatori
e collaboratori di questa esperienza è
poi nata nel 2005 Virtual Town TeleVision,
telestreet realizzata insieme agli studenti
dell’Accademia
delle arti di Carrara.
Specie nell'ambito della pratica sperimentale
e avanguardistica non si possono trascurare
le svariate esperienze raccontate in maniera
esaustiva da Tatiana Bazzichelli in Networking
Art, un’efficace storia, forse
la prima, del networking artistico in Italia,
dove vengono presentate svariate esperienze
che negli anni ’90 elaborano proprie
riflessioni e sperimentazioni sull'uso alternativo
e 'comunicativo' dello strumento video,
nell'ottica del «Do your own television».
Dalle cyberculture e dal mondo hacker
e artistico le profonde potenzialità
comunicative esprimibili attraverso la rete
Internet e la sua integrazione con altri
media si espandono poi, negli anni successivi,
quando la rete diventa uno strumento diffuso
sempre più in tutta Italia, pur continuando
a mantenere profonde disuguaglianze e disparità
nella sua distribuzione quantitativa e qualitativa.
Sono in questo caso le politiche commerciali
dei grandi providers, i processi
di liberalizzazione delle telecomunicazioni
e il boom della Net Economy a fare da molle
potenti, anche se spesso labili ed effimere.
Nel nuovo millennio si diffonde quindi
l'imperativo della banda larga quale strumento
sempre più utile per comunicare contenuti
multimediali attraverso la rete. Seppur promossa, tale tecnologia, in particolare
dai grandi produttori di contenuti multimediali
e dalle varie imprese di telecomunicazioni,
con l'intenzione di trasmettere contenuti
a pagamento e sovente con l'intento di trasformare
la rete in una sorta di grande televisione
mondiale, la banda larga è stata
usata fin da subito con particolare intensità
da tutte quelle persone connesse in rete
e intenzionate a scambiare orizzontalmente
contenuti e materiali, spesso autoprodotti.
Così i blog sono diventati
serbatoi di materiali anche multimediali,
quali video immagini e suoni e i programmi
peer to peer [18]
hanno conosciuto una diffusione sempre più
ampia. Al giorno d’oggi esistono enormi
raccoglitori di materiale video autoprodotto,
come ad esempio YouTube,
con milioni di utenti che mostrano come
si stia davvero affermando una nuova realtà
di elaborazione e trasmissione dei contenuti
la quale, anche se non necessariamente è
comunicazione [19], rivela comunque un profondo
cambiamento in quelli che sono i rapporti
di produzione e consumo di informazioni:
è significativo a riguardo che si
sia gradualmente affermato, a livello culturale,
il concetto di Pro-Sumer [20].
Nascita e sviluppo del circuito
Telestreet
Queste possibilità tecnologiche costituiscono
alcuni degli ingredienti di base per progetti,
come quello delle tv di strada italiane,
intenzionati a generare e sperimentare forme
di reale comunicazione attraverso i media.
In particolare in Italia molte di queste
esperienze si sono sviluppate attraverso
il progetto Telestreet [21],
nato nel corso del 2002 con l'intenzione
di costituire una rete, un network (non
nel senso dei network commerciali) di micro-emittenti
locali (i territori di riferimento sono
la strada, al massimo il quartiere) accomunate
dal rifiuto di logiche commerciali e dall'intenzione
di costruire spazi aperti di discussione
e confronto, nuove piazze dove sperimentare
democrazia. Caratteristica essenziale di
questo network è appunto la possibilità
di condividere attraverso Internet e la
banda larga i contenuti video prodotti dalle
varie emittenti permettendone la redistribuzione
e la libera ritrasmissione da parte di qualunque
altra telestreet. Il progetto nasce sulla
spinta di Orfeo
tv e del gruppo di mediattivisti che
vi ruota attorno, tra cui si distinguono
personalità quali quelle di Franco
Berardi e di Giancarlo Vitali, che avevano
in passato sviluppato e sostenuto esperienze
di radio libere, in particolare Radio Alice
a Bologna nel ’77. Nel 2002 i manifesti
e i documenti programmatici che spiegarono
e lanciarono pubblicamente l'idea del circuito
avevano come esplicita intenzione la volontà
di contrastare il “regime mediatico”
costituito dalla tv di Stato e dalle tv
private, in particolare quelle dipendenti
dal presidente del Consiglio [22].
Così si legge in uno dei primi «fogli
di agitazione»:
Tutti sanno che in Italia si è
instaurata una dittatura televisiva. Grazie
al dominio del mediascape un mascalzone
si è impadronito del potere politico.
E grazie al potere politico alimenta il
suo sistema di potere comunicativo. Non
c'è via d'uscita. Molti temono
che sia destinato a dominare in eterno.
Invece non è così. Perché
la televisione è morta. L'energia
della comunicazione sociale si sta trasferendo
in un'altra direzione. La direzione è
quella della rete. Ma la maggioranza della
popolazione italiana riceve dallo schermo
televisivo una parte dominante dei segnali
che influenzano il cervello sociale. Dentro
quello schermo noi dobbiamo portare il
messaggio, e interconnetterlo con la rete.
Il nostro compito nell'immediato futuro
è quello di connettere il circuito
delle produzioni audiovisive con un reticolo
territorializzato (quartiere per quartiere)
di microtrasmettitori a corto raggio.
E dunque, per prima cosa, occorre costruire
questo reticolo. Lo chiameremo TELESTREET
[23].
Le tv di strada, seguendo l'iniziativa
di Orfeo Tv, cominciarono a trasmettere
utilizzando, per quanto riguarda l'aspetto
tecnologico, i “coni d'ombra”,
ristretti spazi dell'etere non sfruttati
da altre emittenti a causa di barriere naturali
o artificiali, ma che per le limitate emissioni
delle telestreet che interessavano l'area
di un quartiere o di una strada erano più
che sufficienti. Parallelamente, sul piano
giuridico e legislativo tali iniziative
si appoggiarono a buchi nelle leggi sulle
telecomunicazioni, in quanto da esse non
erano mai state previste attività
di trasmissione per ambiti così ristretti.
Come spiega Fabrizio Manizza, uno dei fondatori
della tv di strada di disabili, Disco Volante,
di Senigallia:
Si trattava di sfruttare i “buchi”
negli apparati di controllo del potere mediatico
e televisivo, per avviare delle pratiche
alternative e assolutamente libere da controllo.
Questa strategia trova del resto oggi attuazione,
in forme ogni volta originali, in diversi
campi del sapere e della produzione/riproduzione
della vita materiale. Nel caso delle telestreet
i “buchi” che si potevano sfruttare
erano almeno di duplice natura: “buchi”
di natura tecnica e “buchi”
di natura legislativa [24].
In questo caso la “pirateria”,
il ricorrere a buchi e “coni d'ombra”,
diventa stratagemma fondamentale di sopravvivenza
nelle nuove dinamiche della comunicazione
di rete nel mondo contemporaneo [25].
È proprio il caso della tv di strada
Disco Volante forse quello che in maniera
più significativa ci permette di
evidenziare alcuni interessanti scorci sul
tema del rapporto tra comunicazione-potere-dominio.
Particolarmente utili risultano a riguardo
alcune considerazioni che la ricercatrice
Alessandra Renzi propone nel suo saggio
Disco Volante Tv: volontà di
espressione tra cultura e politica
[26].
Riconoscendo l'unidirezionalità dell'utilizzo
del mezzo televisivo in Italia afferma:
Al contrario, i coni d'ombra delle onde
radio italiane rappresentano lo spazio
fisico ed il campo sociale metaforico
in cui alcuni soggetti che non possono
accedere agli spazi televisivi convenzionali
si ritagliano a fatica un proprio spazio
nell'ambito della comunicazione. Tutto
ciò non avviene soltanto per opporsi
alla televisione convenzionale, ma piuttosto
per creare una nuova dimensione in cui
sia possibile affrontare problematiche
che altrimenti verrebbero ignorate dal
modello dominante [27].
La vicenda di Disco Volante è emblematica
al riguardo. Essa è nata all'interno
di una associazione di Senigallia, Studio
Zelig, che promuove l'accesso agli strumenti
di espressione e comunicazione da parte
delle persone disabili. E quindi vari servizi
nascono da queste persone che in tal modo
esprimono le loro esigenze e desideri e,
ancor più, se stessi tramite uno
strumento ordinariamente a loro precluso.
E questo nel caso della città di
Senigallia è stato recepito in vario
modo, talvolta con indifferenza, talvolta
con una certa attenzione, come dimostra
il caso in cui l'amministrazione comunale
cittadina è giunta a rimuovere barriere
architettoniche segnalate da un video ideato
e recitato da Franco
Civelli, una di queste persone disabili
[28].
Il caso Disco Volante si rivela inoltre
molto interessante perchè questa
micro-tv è stata oscurata per un
certo tempo (dalla fine del 2003 ai primi
mesi del 2005) dai funzionari del Ministero
delle Comunicazioni che ne hanno posto sotto
sequestro le apparecchiature di trasmissione
televisiva ritenendola colpevole di infrangere
le norme dell'attuale legislazione radio-televisiva.
L'emittente però, dopo un lungo processo
è stata riabilitata in quanto «non
crea interferenze alle trasmissioni degli
impianti soggetti a concessione, andando
quindi a collocarsi nei cosiddetti coni
d'ombra per il ridottissimo raggio d'azione
delle emissioni» (dagli atti processuali).
In questo modo, anche a livello politico
e non solo culturale Disco Volante ha svolto
un ruolo, seppure nei limiti della propria
esperienza o forse proprio grazie ad essi,
di significativo rilievo. Come dunque riconosce
Alessandra Renzi:
Nel complesso, mettendo in rilievo la necessità
di nuove pratiche culturali e sociali le
televisioni di strada portano alla luce
la complessità delle strutture di
potere presenti nella nostra società.
Da un lato, progetti come Disco Volante
evidenziano il problema dell'esclusione
di alcune voci dal dibattito sulle norme
artistiche, l'azione politica e la rappresentazione
nei media; dall'altro, mettendo i media
in mano a nuovi gruppi, il loro lavoro intacca
le identità cristallizzate, come
nel caso delle persone disabili [29].
Appoggiandosi al progetto Telestreet sono
nate (o hanno ritrovato impulso) nel giro
di pochi mesi svariate esperienze di tv
di strada in tutt' Italia, dalle zone periferiche
di Milano, Roma e Bologna fino ai piccoli
paesi, anche fra le Alpi [30]. Queste esperienze
che, nel momento di massima espansione hanno
superato il numero del centinaio di “emittenti”,
sono poi andate in parte spegnendosi, per
vari motivi, primo fra tutti quello della
sostenibilità economica; alcune di
esse però persistono e continuano
nel loro intento di generare spazi e luoghi
di comunicazione reale, adattandosi ai cambiamenti
tecnologici, sociali, politici e legislativi
e cercando di influenzare a loro volta,
nel loro "piccolo" tali trasformazioni.
Si tratta di esperienze che hanno il merito
di scoprire nel locale e nei micro-territori
della vita quotidiana trame di relazioni
e significati, portando alla luce nello
stesso tempo modalità di adattamento
creativo a quelle che sono le dimensioni
della globalità e dell’interconnessione
delle reti in tutto il mondo. Esperienze,
se vogliamo, “profetiche” che
fanno parte di un lungo percorso che la
storia della comunicazione umana ha compiuto,
un percorso che, nel caso italiano, ha specifiche
caratteristiche e che mostra peculiarità
costituite anche, non dimentichiamolo, dalla
complessa e articolata geografia dei territori:
dai caffè e dalla particolare conformazione
urbanistica di Venezia, costituita dai suoi
vicoli e ritrovi nascosti arrivando all'utilizzo
dei coni d'ombra causati dall'articolata
modulazione del territorio, si scopre come
si sia generato un "percorso"
che la storia ha intrecciato in maniera
molto complessa e che in Italia ha assunto
forme ed espressioni uniche, che spaziano
dalla micidiale situazione di monopolio
che perdura nel campo della legislazione
radio-televisiva, ancora così “ingessata”
e pachidermica, alla capacità di
creatività dal basso che si sviluppa
nelle periferie e nei luoghi spesso meno
ascoltati.
Questo articolo
si cita: G. Andreucci, Storia
della comunicazione "dal basso".
Le tv di strada, tra domini della trasmissione
e poteri della creatività,
«Storicamente», 3 (2007),
http://www.storicamente.org/03andreucci.htm
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