| Federica
Davolio
La
cucina e il suo pubblico.
Per una storia dell'editoria e della
cultura gastronomica in Italia
|
Sempre più spesso sociologi e storici
sottolineano la portata culturale della
pratica culinaria e invitano a leggere il
complesso mondo dell'alimentazione senza
lasciarsi fuorviare dall'aura di banalità
che lo circonda. In realtà proprio
quelle caratteristiche di quotidianità
e di ordinarietà che per tanto tempo
hanno rappresentato una pregiudiziale allo
studio costituiscono il cuore e la ragione
d'essere di questo aspetto così importante
della vita sociale. Nella loro materialità,
infatti, le pratiche alimentari rappresentano
da sempre un'importante risorsa culturale
a disposizione di individui e collettività
per la costruzione di identità, memoria
e appartenenze sociali. Attraverso il processo
di preparazione e consumazione del cibo
si radica il proprio vissuto alimentare
in un preciso contesto storico-geografico,
riattualizzando ogni volta (o viceversa
modificando) proprio nella prassi regole
e credenze sociali che parlano certo degli
alimenti, ma anche di chi può o deve
cucinarli, venderli, donarli, mangiarli
e quali sono le modalità appropriate
per farlo.
Come in ogni altro campo del sapere, la
comunicazione gioca un ruolo fondamentale
in questo processo e contribuisce in modo
decisivo alla trasformazione di un insieme
di gesti in un insieme di pratiche sociali.
La parola si inserisce, opera prima di tutto
nel momento della trasmissione e dell'apprendimento
delle conoscenze culinarie, momento cruciale
per la formazione di un'effettiva condivisione.
Infatti, se si esclude l'osservazione diretta,
le conoscenze relative ai metodi di composizione
e preparazione degli ingredienti possono
essere tramandate – e quindi “socializzate”
– solo grazie al passaggio orale o
scritto di informazioni. Certamente l'adozione
di uno o dell'altro dei due criteri di trasmissione
ha un'influenza profonda sulla cultura culinaria
di ogni raggruppamento sociale. Come sostiene
Montanari, «con la costruzione di
una memoria scritta della cucina, che rende
possibile l’accrescimento cumulativo
delle conoscenze, si realizza un vero e
proprio sapere costituito, cosa che non
si riscontra, almeno in forma materiale
e tangibile, nelle società con tradizione
orale»[1]. L’abitudine a riportare in forma scritta
le consuetudini e le innovazioni in cucina
influenza anche la riflessione sul culinario,
che viene ampliata e potenziata. Si rendono
disponibili confronti e simmetrie tra modi
di intendere il commestibile (o ciò
che è sano, appropriato alle varie
circostanze, ecc.) in diversi momenti storici,
e di conseguenza si rafforza la possibilità
di comprendere la relazione tra la cucina
e i tanti aspetti sociali che la influenzano.
La comunicazione della cucina:
i ricettari
La forma di comunicazione scritta della
cucina più antica e tuttora più
diffusa è rappresentata dai ricettari
[2]. La loro identità nei secoli si è
evoluta e differenziata da essenziale raccolta
di ricette a prodotto librario o periodico,
ma indipendentemente dalla veste adottata
questi prodotti editoriali costituiscono
un oggetto d'analisi molto interessante,
come manifestazioni di una società
in un'epoca. I ricettari, infatti, nel parlare
di cucina (ingredienti, tempi, procedimenti)
parlano anche della società che li
produce e della sua evoluzione; parlano
del gusto dominante e delle alternative
ad esso, delle tradizioni, dell'interpretazione
dell'atto del consumo, del modo di intendere
la convivialità, per fare alcuni
esempi. La loro potenzialità esplicativa
a proposito delle regole e delle variabili
sociali che sottendono il culinario è
quindi forte, sia a livello micro (l’individuo,
il nucleo familiare) che macro (la regione,
la nazione, le dinamiche globali che investono
la sfera dell’alimentazione). Come
riassume Appadurai, «i ricettari riflettono
i mutamenti nei confini del commestibile,
le proprietà del processo culinario,
la logica dei pasti, le esigenze del bilancio
familiare, le fluttuazioni del mercato e
la struttura dell’ideologia familiare»[3].
Da alcuni autori è stata anche sottolineata
l'utilità di una lettura in chiave
di genere dei ricettari, veri e propri «barometri
delle trasformazioni nei ruoli» [4].
Infatti, l’evoluzione della manualistica
di cucina, del suo linguaggio e dei suoi
destinatari è strettamente connessa
non solo alla «ideologia familiare»
di cui parla Appadurai, ma anche alla visione,
più in generale, del ruolo e delle
mansioni della donna nella società
e del tipo di rapporto che la donna può/deve
avere con l’atto del nutrire se stessa
e gli altri. I ricettari, infatti, come
organizzazione testuale del culinario, non
sono solo paradigmi del gusto in un certo
momento storico, ma anche indicatori delle
convenzioni sociali associate ai fornelli:
chi deve cucinare, per chi, con quali obiettivi.
Dal momento che, come sostiene Muzzarelli,
«dare cibo, procurare cibo, servire
cibo, godere del cibo sono alcune funzioni
in cui la donna è infinitamente presente
sulla scena sociale in qualsiasi fase della
storia, in forme diverse a seconda dei tempi
storici e delle necessità» [5],
la manualistica di cucina fornisce inevitabilmente
anche informazioni sui ruoli ricoperti dalle
donne fuori e dentro la casa e sulla considerazione
riservata ad essi. Nell'evoluzione dei ricettari,
della loro presentazione editoriale e del
loro pubblico, è allora possibile
leggere una storia delle trasformazioni
alimentari conosciute dal nostro paese e
individuare i riflessi sociali di queste
trasformazioni sulla nostra cultura culinaria,
ma allo stesso tempo è possibile
anche individuare tracce significative per
un'analisi di genere.
Nel corso di questo articolo ci occuperemo
di entrambi gli approcci editoriali al culinario
– libri e periodici –, legati
anche storicamente da un rapporto di stretta
familiarità [6]: come illustreremo più in dettaglio tra breve, i periodici
hanno infatti conosciuto, con uno scarto
di alcuni anni, le stesse trasformazioni
a livello testuale e di ricezione conosciute
dai libri di cucina. Per quanto riguarda
il secondo dopoguerra, tuttavia, abbandoneremo
il panorama librario per occuparci più
da vicino dei periodici, veri moltiplicatori
della comunicazione scritta sul culinario.
Le riviste di cucina, infatti, proprio per
la loro concezione editoriale e per i canali
di vendita adottati, raggiungono in Italia
livelli di diffusione molto alti, di gran
lunga superiori a quelli dei libri sul medesimo
argomento, e diventano prodotti capaci di
influire non solo sulla cultura di chi cucina,
ma sul mercato stesso e sull'andamento dei
consumi [7].
Gli uomini, le ricette, le donne
La tradizione gastronomica del nostro paese
si è evoluta storicamente su un doppio
registro. Da una parte si possono seguire
i percorsi di una cucina raffinata, ricercata,
nobile (sia per i suoi destinatari che per
le occasioni di presentazione che per gli
ingredienti impiegati), dall'altra quelli
di una cucina quotidiana, economica e semplice,
plasmata sull'arte dell'arrangiarsi. La
gerarchia sociale si è infatti sempre
riflessa su quella alimentare, sia dei consumi
che della qualità dei prodotti, influenzando
direttamente anche le tecniche di cucina
e la preparazione dei cibi. Si sono così
delineati due universi culturali e culinari
diametralmente opposti, che hanno però
entrambi segnato l'immaginario alimentare
e i “riti” culinari dell'Italia
contemporanea [8]. Questa distinzione è legata, d'altra
parte, all'esistenza di un secondo doppio
registro, stavolta di genere. La cucina
popolare, nella sua quotidianità,
è infatti storicamente “affidata”
alle donne, siano esse a servizio, e quindi
impegnate direttamente ai fornelli, o padrone
di casa, e in questo caso esentate dalla
necessità di cucinare ma non dai
compiti di supervisore e direttore domestico.
La cucina, in questa dimensione ordinaria,
è essenzialmente un mestiere, una
pratica ingegnosa e misurata, che ha l'obiettivo
di nutrire in modo vario senza dispendio.
Ben distinto da questo modo di fare cucina
è invece quello, storicamente in
mani maschili, che la valorizza in ogni
suo aspetto come un'arte, un'attitudine
alla creazione. Il cuoco, avendo a disposizione
una ricca tavolozza di ingredienti, mette
a punto un'opera culinaria che intende essere
un'esperienza sensoriale piena, sia dal
punto di vista del gusto che da quello della
presentazione scenografica del piatto. Come
riassume Tarozzi, quindi, «le donne
sono sempre state 'cuciniere' più
o meno esperte, ma mai cuoche di prim'ordine.
Alle mani femminili si deve la risposta
alla necessità quotidiana dell'alimentazione,
il di più, la raffinatezza dei cibi,
lo studio di piatti originali viene da mani
maschili» [9]. Questa distinzione tra uomini e donne per
responsabilità, rango e competenze
riconosciute risulta evidente anche nella
storia della comunicazione scritta della
cucina. Non solo perché «la
cucina popolare, lentissimo e sapientissimo
prodotto di mani femminili nelle case, non
ha avuto storici che la raccontassero”
mentre “la gastronomia dotta, di impronta
maschile, è stata raccontata attraverso
le figure dei suoi principali interpreti» [10],
ma anche perché la scrittura stessa
della didattica culinaria si è evoluta
in funzione della diversa considerazione
che di volta in volta è stata attribuita
alla cucina delle donne. Oggi si tende infatti
ad associare questo genere editoriale a
un pubblico femminile e in alcune nazioni,
come gli Stati Uniti, le donne sono state
fin dall’inizio destinatarie pressoché
esclusive di questi testi, orientati prima
di tutto ad una dimensione domestica del
fare cucina [11]. Tuttavia, nel nostro paese
l’evoluzione della manualistica culinaria
in relazione ai generi è più
complessa. Fin dalla loro comparsa, infatti,
i ricettari originano da competenze professionali
e si rivolgono a chi per mestiere (i cuochi,
appunto) necessita di informazioni tecniche
e spunti creativi. La tradizione culinaria
femminile rimarrà per lungo tempo
orale, tramandata di madre in figlia e solo
più raramente affidata a manoscritti,
siano essi quaderni di casa o semplici appunti.
L'editoria culinaria fino al secondo
dopoguerra
La nascita della manualistica
per le famiglie
Questa situazione è destinata a
modificarsi solo nella seconda metà
dell’Ottocento, con le nuove regole
che la rivoluzione borghese detta per la
tavola e per tutti i processi che ruotano
attorno ad essa, dalla preparazione dei
piatti all’organizzazione domestica.
Infatti, parallelamente all'affermazione
sociale di questo ceto si consolida un nuovo
sistema culinario, che articola ogni aspetto
della preparazione e della consumazione
degli alimenti secondo valori propri, lontani
dall'opulenza francesizzante dell'aristocrazia [12].
Il momento dei pasti si deve accordare con
un sistema di vita e un’ideologia
familiare esplicitamente improntati alla
sobrietà, al risparmio, all’industriosità,
alla temperanza. Di conseguenza la tavola
borghese, come sintetizza perfettamente
Camporesi,
si raccomanda per il temperato buon gusto,
con il fondamentale principio di non mangiare
oltre il bisogno, e non conosce sprechi,
splendori insoliti e stravaganze. Una filosofia
gastronomica che in nome dell’igiene,
della fisiologia e della buona salute combatte
gli eccessi e il principio del piacere su
cui si fondava la cucina dei secoli precedenti [13].
A questo codice alimentare, che esige sobrietà
sia dal punto di vista nutritivo che da
quello economico, si associa una nuova centralità
della dimensione domestica: il valore sociale
conferito al cibo rimane alto, ma quello
che prima era essenzialmente un fatto ostentativo
(ricevere gli ospiti e offrire loro qualcosa
in grado di stupirli) diventa sempre più
spesso una condivisione tra pochi intimi
dei piaceri della tavola, che esigono giudizio
e sensibilità e si trasformano in
un'arte. Ne consegue un'attenzione assolutamente
nuova per chi nelle case si occupa quotidianamente
della cucina, cioè le donne. Si prepara così quella rivoluzione
della comunicazione culinaria che segnerà
tutto il Novecento, cioè la nascita
e la rapida diffusione della didattica di
cucina familiare [14] e – dal momento
che i due fatti sono profondamente legati
– femminile. Nell’Italia della
seconda metà dell’Ottocento,
infatti, si assiste a una vera e propria
esplosione dell’editoria gastronomica,
per la prima volta indirizzata non più
ai cuochi professionisti ma alle donne di
casa e alla servitù, sempre più
spesso urbana e alfabetizzata, delle classi
medie. Non a caso proprio in questi anni
si diffonde l’uso di richiamare una
“idea di femminilità”
a partire dal frontespizio stesso del manuale,
nel titolo o nell’indicazione dell’autore.
In genere, infatti, quest’ultimo è
ancora tradizionalmente maschile, ma, a
testimonianza del nascente interesse per
un’autorialità femminile in
cucina, non disdegna l’impiego di
espedienti accattivanti, come l’adozione
di pseudonimi femminili dietro cui celare
la propria identità [15]. La prassi
di codificare in parole scritte i saperi
relativi alla preparazione del cibo subisce
quindi una profonda trasformazione: un'editoria
che era appannaggio maschile in modo pressoché
assoluto si “femminilizza” (inizialmente
solo per quanto riguarda i suoi destinatari
e poi anche nella possibilità per
le donne di accedere al rango di autrici)
e sotto queste nuove vesti allarga notevolmente
il suo mercato. Cambiando i destinatari cambiano anche
i contenuti (gastronomici e non) e lo stile
dei nuovi ricettari. Il criterio che guida
la scelta delle ricette da introdurre nei
volumi è esplicitamente quello della
cucina borghese – sobria, parsimoniosa,
igienica –, e anche la scrittura vera
e propria della ricetta si conforma al nuovo
destinatario: a padrone e serve interessa
un computo rigoroso del costo e dei tempi,
da cui la specificazione di dosi e modalità
di cottura. Un altro aspetto della comunicazione
culinaria che viene influenzato dalla trasformazione
del destinatario è il linguaggio
dell'autore (e, di conseguenza, lo stile
complessivo di presentazione). Nei nuovi
manuali esso tende ad essere più
esplicitamente scolastico nei contenuti
– abbiamo appena sottolineato come
le ricette siano più dettagliate
– ma allo stesso tempo più
discorsivo e meno pedante; si intensifica
il rapporto di familiarità e la comunicazione
si fa diretta, intima. Come ricorda Capatti,
lo chef e la cuoca non preparano le stesse
vivande né designano la loro opera
nel medesimo modo. [...] La lingua femminile
e domestica, prevalentemente orale, intrattiene
un rapporto di osmosi segreta, difficile
da valutare, con l’altra usata dai
professionisti [16].
Con l’emergere di una didattica marcatamente
femminile (sia per impronta autoriale che
per destinatario), questa lingua femminile
trova finalmente posto nei manuali: la terminologia
impiegata si fa più semplice, familiare,
allusiva a un mondo cognitivamente già
disponibile alla lettrice. Allo stesso tempo
il tono, sul modello profondamente innovatore
di Artusi, diventa colloquiale, garbato,
si arricchisce di divagazioni personali
e spunti autobiografici. Ne consegue uno
stile di scrittura narrativo – in
contrapposizione a quello normativo tradizionale
– che favorisce l'instaurarsi col
lettore di un dialogo confidenziale e ravvicinato. La nuova editoria si caratterizza fin da
subito non soltanto per queste fondamentali
innovazioni stilistiche, ma anche per un
“allargamento tematico” che
rimarrà un dato costante per buona
parte della manualistica femminile fino
agli anni Ottanta. Infatti la didattica
culinaria è spesso abbinata, in questi
volumi, a una didattica familiare e domestica
in senso più generale, si inserisce
in quel progetto di “educazione alla
domesticità” che in quegli
anni vede coinvolti tutti i livelli dell'istruzione
al femminile: dagli istitutori privati alle
scuole pubbliche, dall'educazione familiare
alla pubblicistica, non solo femminile.
Sulla base della morale borghese che indicava
nella donna il fulcro della casa e che valorizza
come funzioni primarie per la donna quelle
di madre e sposa, si orienta e si sviluppa
l'editoria didattica femminile: è
l'epoca in cui la figura della massaia,
della “brava padrona di casa”
riceve una continua e forte attenzione sociale,
e proprio su questo terreno la giovane editoria
di massa testa timidamente la propria capacità
di creare modelli di comportamento. Sulla scia di questa tendenza editoriale,
la manualistica culinaria femminile non
può pertanto limitarsi a insegnare
l'arte della preparazione dei pasti, bensì
deve inserire questo aspetto all'interno
di una più generale istruzione alla
gestione domestica e alla “buona condotta”
delle donne. A causa di questo allargamento
– quasi sconfinamento – tematico
i ricettari finiscono per essere costruiti
sul modello dei testi di “buone maniere”
e affrontano, accanto all’arte del
cucinare, temi molto diversi tra loro, come
la puericultura, l’arredamento, la
salute, il galateo. Nella manualistica culinaria
femminile, quindi, contraddistinta da una
morale domestica e da un forte senso dell’economia,
le prescrizioni relative ad alimenti
e piatti non sono testimonianze fruibili
nel solo ambito della didattica, rispecchiano
una educazione, uno stile ‘perbene’
dalle forti connotazioni sociali e ideologiche
e permettono di violare l’intimità
delle cure e degli affetti [17].
La casa come scienza
La produzione editoriale dedicata
al culinario conosce quindi un primo cambiamento
di direzione con la graduale affermazione
della manualistica femminile, più
colloquiale e domestica di quella tradizionale
maschile. Col tempo questo tono si fa via
via più complice, femminile in un
senso quasi esclusivo del termine: «un
messaggio che aveva come destinatario un
cosmo di spose e fidanzate, affidato a un
codice linguistico fruibile esclusivamente
da donne» [18]. In realtà, all'inizio del Novecento
il radicamento sociale dell'economia domestica
imporrà un secondo cambiamento, altrettanto
cruciale, alla comunicazione della cucina.
Proprio in quegli anni si vanno diffondendo
in Italia, anche su ispirazione del modello
americano [19], le scuole per insegnare alle
donne “la scienza e l'arte”
domestiche. A partire già da fine
Ottocento, infatti, il numero dei domestici
nelle case borghesi si riduce, rilanciando
la collaborazione di serva e padrona e costringendo
progressivamente la donna di casa [20] ad
assumere su di sé le incombenze precedentemente
svolte dalla servitù, tra cui quella
della preparazione quotidiana del pasto.
L’influenza di questa disciplina,
che inquadra la cucina in un’ottica
di tempi e parcellizzazione efficiente delle
operazioni, è riscontrabile sia a
livello di scelta dei piatti da inserire
nel ricettari che a livello di scrittura
della ricetta. Per quanto riguarda il primo
aspetto, la diffusione dell’economia
domestica comporta una focalizzazione più
accentuata sui criteri della facilità
e della rapidità d’esecuzione
che le autrici, manifestando di nuovo un
senso di solidarietà e complicità
femminili, riconoscono essere i parametri
di valutazione fondamentali per una lettrice
indaffarata in tante incombenze domestiche
e, sempre più spesso, in un lavoro
fuori casa. Per quanto riguarda la scrittura,
invece, viene rafforzata la tendenza, già
presente nella manualistica femminile, domestica,
a rendere esplicitamente didascalica e comprensibile
ad ogni destinatario la descrizione del
procedimento. A differenza delle ricette
scritte da cuochi, che lasciavano implicite
e quindi discrezionali ad arte del lettore
molti particolari della ricetta, sotto l’influenza
della nuova “scienza domestica”
ogni passaggio deve essere chiaro e non
fraintendibile. Il destinatario (la massaia,
per la precisione) è concepito non
come un’artista ma come un esecutore,
le cui abilità culinarie non possono
essere mai date per scontate. Lo scopo è
quello di istruire, anche a costo di essere
inutilmente pedanti, come succede ne Il
talismano della felicità del
1925, che precisa di «tagliare il
pezzo di carne con un coltello».[21] Nei nuovi manuali non sono rigorosamente indicate solo le operazioni,
ma anche i tempi, in modo da ottenere il
duplice risultato di non alterare il risultato
culinario programmato dalla ricetta e di
razionalizzare la procedura per non sprecare
tempo. Fino a fine Ottocento quasi ignorato,
quello del tempo diventa pertanto un criterio
fondamentale nella scrittura come nella
selezione delle ricette e sancisce l'ingresso
della modernità nell'editoria culinaria.
Questo cambiamento si manifesta anche nel
fatto che i nuovi volumi, indirizzati a
una casalinga-consumatrice, non disdegnano
l'utilizzo di preparati alimentari e talvolta
li introducono direttamente nella lista
degli ingredienti, anticipando una prassi
pubblicitaria molto diffusa nel secondo
dopoguerra.
I periodici di cucina L'editoria periodica italiana inizia ad
occuparsi di cucina in modo specializzato
e con esiti numerici degni di nota nei primi
anni del Novecento. I centri propulsori
sono Roma e, soprattutto, Milano, dove l'alfabetizzazione
è maggiore. Il pubblico di queste
riviste è di estrazione medio-alta,
non pratica necessariamente la cucina per
professione ma allo stesso tempo non ha
un interesse prosaicamente quotidiano. Si
tratta di progetti editoriali sorti in quel
clima culturale di rivalutazione borghese
della buona tavola di cui abbiamo parlato.
In questo contesto l'opera mediatrice della
scrittura culinaria è inquadrata
come un ulteriore strumento a disposizione
dei cuochi ma anche dei gastronomi borghesi,
i quali, in contrapposizione alla prassi
aristocratica, si dichiarano interessati
alla cucina più come ambito conoscitivo
ed esperienziale che come fatto sociale
ostentativo. Esattamente come è avvenuto
nel settore dell'editoria libraria, quindi,
le prime testate di cucina sono scritte
da penne maschili, in genere cuochi di professione,
per un pubblico egualmente composto perlopiù
da professionisti. Nell'arco di pochi anni, tuttavia, il mercato
si allarga alla cucina domestica e alle
sue artefici e a questa prima evoluzione
editoriale si accompagna quella trasformazione
lessicale e di tono che abbiamo visto essere
la marca comunicativa del passaggio a un
destinatario femminile: l'approccio con
cui queste testate si rivolgono alle lettrici
è diretto, semplice e allo stesso
tempo più esplicitamente didattico
di quanto non avvenisse nei periodici tradizionali,
per cuochi e gastronomi. Il processo di
“femminilizzazione” delle testate
di cucina si accompagna anche ad uno slittamento
nei contenuti, oltre che nei toni: il focus
tematico rimane la cucina, ma inquadrata
nell'ambito più generale della vita
domestica – e non solo – femminile,
secondo quel progetto di “educazione
alla domesticità” illustrato
in precedenza. Le rubriche di posta –
per instaurare un dialogo diretto e il più
possibile intimo con le lettrici –,
un'attenzione puntuale e completa per ogni
aspetto della vita domestica, un tono sempre
più complice, basato sul vissuto
e sulla condivisione di genere sono le caratteristiche
di questo nuovo modello di riviste e sanciscono
definitivamente l'ingresso dei periodici
di cucina nella stampa rivolta ad un pubblico
di donne. I periodici culinari di consumo, cioè
non dedicati esclusivamente al mondo della
ristorazione, vivono quindi in un arco di
tempo più ristretto gli stessi cambiamenti,
a livello prima di destinatari e poi di
autori, che avevano gradualmente investito
l'editoria libraria del settore a partire
dalla seconda metà dell'Ottocento.
L'esito di questo processo si manifesta
sul piano della ideazione e della scrittura
delle testate, e rende progressivamente
plausibile uno slittamento di queste ultime
dal punto di vista del genere editoriale
di appartenenza: i periodici di cucina iniziano
ad essere inquadrabili sempre meno come
testate specializzate e si avvicinano, viceversa,
al grande mercato dei femminili.
Le riviste del secondo dopoguerra
La cucina e l'editoria femminile
Durante gli anni di guerra i ricettari si
trasformano in strumenti autarchicamente
volonterosi nell'affrontare le restrizioni
alimentari e l'economicità diventa
criterio e fondamento per ogni ricetta.
Se si esclude questa parentesi, quelle sopra
descritte rimangono le caratteristiche fondamentali
dell'editoria di cucina anche del secondo
dopoguerra. Infatti, anche durante il Boom
e la recessione degli anni Settanta i ricettari
continueranno a essere distinti per pubblico
e scopi in due categorie: da una parte quelli
professionali, con le caratteristiche di
sintesi e interpretabilità sopra
descritte, e dall'altra quelli destinati
a un pubblico "profano", composto
essenzialmente di donne, in cui continueranno
a manifestarsi quei caratteri di domesticità,
praticità, efficienza che contrassegnano
l'editoria femminile della prima metà
del Novecento. Nel secondo dopoguerra si
consolida quindi il riposizionamento editoriale
della cucina, che diventa uno tra i tanti
argomenti pratici che una rivista per donne
deve toccare per essere effettivamente utile
nella vita quotidiana delle lettrici. Si
tratta perciò di una trasformazione
sociale – nella cultura del cibo e
del ruolo delle donne in relazione ad esso
– che si riverbera sul piano editoriale.
La ricetta di tutti i femminili [22] è
data da una compresenza di utilità
pratica, insegnamento e divertimento, calibrate
in modi diversi a seconda delle lettrici
che l'editore intende raggiungere, ma sono
soprattutto i femminili di servizio che
sviluppano la componente di utilità
pratica. Infatti, nel momento in cui la
stampa femminile si sostituisce quasi completamente
all'editoria specializzata per quanto riguarda
la trattazione del culinario, sono soprattutto
le testate di servizio a farsi
carico dell'argomento, e lo fanno muovendosi
in sintonia con quell'approccio tradizionalista
al rapporto donna-cucina che ha caratterizzato
l'editoria femminile fin dalle sue origini. Per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta
i femminili faticano ad inquadrare le trasformazioni
nel ruolo extra-domestico della donna, e
non riescono a conciliare sul piano simbolico
le molte identità (di madre, moglie,
lavoratrice, donna di casa) che iniziano
a gravare su di essa. Pertanto, davanti
a questo conflitto ideologico, la scelta
di gran parte delle testate di servizio,
in genere tradizionaliste, è quella
di rafforzare e valorizzare la figura della
casalinga, «forza nutrice, guida spirituale
e morale, fonte di conforto» [23]. L'accento posto sull'importanza di una conoscenza sistematica
al fine di svolgere correttamente le attività
domestiche – una eredità degli
anni Trenta – e il ruolo di educatore
assunto dalle riviste confermano infatti
la casalinga in uno status riconosciuto
e positivo. All'interno dei femminili di
servizio viene quindi rafforzata e stabilizzata
l'idea di una professionalizzazione della
gestione domestica, equiparabile per entità
e competenze richieste a un vero e proprio
lavoro fuori casa. Dal momento che nella
mentalità diffusa – e quindi
nelle aspettative di genere – l'attività
quotidiana di preparare i pasti corrisponde
sul piano simbolico a quella di (ri)produrre
la casa e la famiglia [24], la sfera dell'alimentazione
è fortemente implicata nel progetto
di difesa dei ruoli tradizionali di genere,
fuori e dentro la casa, che le riviste femminili
sostengono nel secondo dopoguerra. Le rubriche
di cucina, nella loro prosaicità
e "tecnicità", svolgono
allora un ruolo importante, anche se non
palesato, sul piano ideologico, dal momento
che «il cucinare costituisce l'indicatore
più fedele dell'abilità e
dello status di una donna come padrona di
casa» [25].
I femminili di servizio svolgono una funzione
fondamentale anche a livello di rappresentazione
simbolica del cibo, contribuendo all'adeguamento
dell'immaginario culinario alla nuova società
industriale che si sviluppa a partire dal
Boom.
In quegli anni, infatti, la congiuntura
favorevole che vede aumentare la disponibilità
economica dei lettori e il fatturato delle
aziende viene cavalcata dalla stampa femminile.
In particolare, la rubrica di cucina diventa
il luogo di intermediazione tra le aziende
e i lettori: si consolida l'abitudine di
creare ricette che utilizzano determinati
prodotti, siano essi l'attrezzatura per
cucinare e gli elettrodomestici tanto in
voga negli anni Sessanta [26] o quei preparati alimentari (lattine, basi, surgelati) che l'Italia,
entrata da poco in una realtà pienamente
industriale, fatica ancora ad accettare.
Questi periodici si propongono, quindi,
come punto di contatto tra l'industria alimentare
e l'universo dei lettori, e proprio il loro
status di esperti affidabili e di guide
(sia pratiche che morali) autorevoli fa
sì che la stampa femminile di questi
anni si faccia ambasciatrice presso il pubblico
della visione allo stesso tempo forte e
poco assimilata sostenuta dalle industrie,
cioè quella del cibo come merce.
La rinascita dell'editoria
specializzata A partire dagli anni Ottanta il mercato
dei periodici di consumo dedicati alla cucina
conosce un'improvvisa rinascita che si conferma
e consolida nel boom dei due decenni successivi:
negli ultimi venticinque anni hanno visto
la luce sessantaquattro testate. Si tratta
di un fenomeno interessante, che dimostra
come un argomento che sembrava destinato
da una parte a rimanere appannaggio della
stampa specializzata per professionisti
e dall'altra ad essere "divulgato"
come una delle tante sfere di competenza
dei femminili, abbia invece conosciuto una
profonda trasformazione dal punto di vista
editoriale. A partire dagli anni Ottanta,
infatti, la sfera del culinario inizia ad
essere concepita dalle case editrici come
un tema autonomo, a cui può essere
dedicata un'intera rivista, e allo stesso
tempo di sicuro interesse per il grande
pubblico.
In quegli anni, in realtà, il fenomeno
della specializzazione investe tutti i settori
dell'editoria periodica: le riviste iniziano
a ripensarsi come veicoli pubblicitari più
piccoli come dimensione ma allo stesso tempo
più efficaci, proponendosi come il
mezzo di comunicazione adatto ad un pubblico
più specifico. Ne consegue un proliferare
di testate pensate per rispondere agli interessi
e ai bisogni più disparati, una trasformazione
del mercato che investe in modo particolare
le grandi testate "generaliste"
come i femminili di servizio, che in un
unico contenitore intendevano coprire tutti
i campi di competenza e gli interessi domestici
delle donne dalla cucina alla maternità,
dalla vita di coppia al fai da te. Da questa
scissione nascono, tra le altre, le riviste
dedicate esclusivamente alla cucina, nella
consapevolezza, acquisita grazie a nuove
tecniche di marketing, che esista nella
società italiana un interesse per
questo argomento abbastanza consistente
da sostenere una rivista interamente centrata
sul cibo. La rapida crescita del settore
negli anni successivi dimostra che questo
bisogno effettivamente esisteva, anche da
parte di una fiorente industria alimentare,
desiderosa di pubblicizzare i propri prodotti
in modo sicuro ed efficace, proponendoli
cioè ad una nicchia motivata e competente.
Esiste infatti un lettore che fino a quel
momento non era stato interpellato dalle
riviste di cucina, un lettore indifferentemente
maschile o femminile, con una buona disponibilità
economica, curioso e sperimentatore da un
punto di vista culinario. Si tratta di un
pubblico che considera la cucina una componente
fondamentale del proprio stile di vita e
un campo in cui acquisire (e mostrare) conoscenza,
e che allo stesso tempo valuta il consumo
in una prospettiva più esistenziale
– di affermazione della propria individualità
– che utilitaristica [27]. Questo
target è estremamente interessante
non solo per le case editrici, ma anche
per l'industria alimentare, dal momento
che, proprio per queste sue caratteristiche,
non è ancora stato "toccato"
dalle pubblicità alimentari, pensate
per responsabili d'acquisto di fascia più
popolare e non abituate ad investire consapevolmente
il consumo di questo valore estetico e simbolico.
Il cibo, quindi, “rinasce” socialmente
prima di tutto all'interno delle redazioni,
attraverso l'opera di riqualificazione promossa
da quegli intermediari culturali (direttori,
giornalisti gastronomici, food stylists,
pubblicitari) che per primi ne hanno inteso
la valenza simbolica e identitaria al di
là del gesto materiale. La conseguenza
di questa profonda trasformazione è
una segmentazione all'interno del settore
cucina che dà vita, nell'ambito comunque
delle riviste di consumo, a due sotto-generi
distinti: da una parte testate "epicuree",
assolutamente innovative nel panorama italiano
e pensate per quel pubblico nuovo di cui
abbiamo appena parlato, e dall'altra riviste
familiari, per un pubblico più tradizionale.
Queste ultime, portatrici di una visione
più domestica e quotidiana della
cucina, sono le eredi di quella tradizione
che origina dalle riviste gastronomiche
della prima metà del secolo e che
in seguito si sviluppa nella stampa femminile
del dopoguerra.
La differenziazione editoriale
e la cultura gastronomica
I due filoni editoriali che si sviluppano
a partire dagli anni Ottanta interpretano
in modo peculiare la cucina – come
pratica, come scrittura e come cultura –
e il suo rapporto con la società,
e questo dà vita a profonde differenze
per quanto riguarda sia il contenuto gastronomico
che il modo in cui quest'ultimo viene “raccontato”.
La stessa ricetta può infatti essere
presentata con un tono confidenziale e alla
pari o piuttosto in modo distante e pedagogico,
a seconda dell'idea che si ha delle competenze
e degli interessi del lettore, e sulla base
di queste differenze testuali cambia il
rapporto che si stabilisce con il proprio
pubblico.
Le riviste familiari, “funzionali”
raccolgono e adattano ad un mercato specializzato
l'eredità di quell'approccio tradizionale
alla presentazione e alla narrazione della
cucina che contraddistingue le riviste destinate
a un pubblico femminile già dai primi
del Novecento. Riprendendo quell'impostazione,
infatti, questi periodici focalizzano i
contenuti sulla dimensione ordinaria della
pratica culinaria: la cucina rappresenta
sempre un aspetto funzionale della vita
quotidiana, sia sul piano fisiologico che
su quello sociale ed è, tradizionalmente,
un'incombenza femminile da affrontare tenendo
presente le esigenze gustative e nutritive
di tutti i membri familiari. Queste riviste
propongono quindi una cucina del fare, orientata
alla realizzazione, all'esito della ricetta
e antepongono il livello pragmatico a quello
cognitivo-esperienziale (sia della vista
che del palato). Questa impostazione pratica,
strumentale della divulgazione culinaria,
funzionale ad un consumo conveniente e salutare
prima ancora che percettivamente ricco per
il palato, fa sì che la conoscenza
gastronomica sia soprattutto un'informazione
utile per muoversi tra le merci, e non un
valore in sé. Pertanto l'intenzione
non è sedurre il lettore e incuriosirlo,
ponendosi come una fonte di stimoli per
vista, fantasia ed – eventualmente
– palato: l'obiettivo è piuttosto
quello di insegnare, da una parte le tecniche
culinarie e dall'altra una salutare conoscenza
di ciò che si mangia.
Accanto a questa rappresentazione periodica
della cucina e dei suoi artefici se ne sviluppa
una seconda profondamente diversa, che abbiamo
definita epicurea proprio per la sua accentuazione
della dimensione edonistica del cibo, dal
momento del consumo della rivista a quello
eventuale della preparazione alimentare,
fino al gesto nutritivo. Il piacere rappresenta
in tutte queste testate l'aspetto centrale:
il cibo è inquadrato come emozionante
oggetto di passione e fonte di sensazioni,
e diventa importante soprattutto per il
suo valore simbolico, per la sua capacità
di rivelare – attraverso le scelte
di consumo – l'identità dell'individuo
a se stesso e agli altri. L'edonismo è
pertanto giustificato, valorizzato e promosso
da queste testate, soprattutto attraverso
una forte estetizzazione dei piatti proposti,
come testimonia il fatto che le fotografie
costituiscano il vero punto di forza di
queste testate. Il cibo si fa quindi scenografia
e rappresentazione, spettacolo per gli occhi
che deve rendere in modo allettante quello,
solo potenziale, del palato.
Questo approccio estetizzato all'ambito
gastronomico modifica l'intreccio, sempre
esistito, tra apparenza e concupiscenza,
tra piacere degli occhi e gratificazione
del palato, tanto che, secondo i critici,
«la visione del cibo non ha più
una funzione stimolante e aperitiva, ma
finisce per anteporre l'emozione al gusto,
l'estetica alla tecnica» [28]. Questa trasformazione delle testate di cucina incide certamente
sul rapporto sguardo-palato e sulla rappresentazione
del cibo a livello di immaginario culinario
non solo individuale. Inoltre l'accentuazione
della dimensione estetica ed edonistica,
della fantasia e del desiderio fanno sì
che questi stessi criteri diventino per
il lettore non solo i motori dell'approccio
ai periodici, ma anche gli elementi che
ne circoscrivono ed esauriscono il consumo.
Nasce così una nuova forma di consumo
gastronomico, che può essere realizzato
semplicemente attraverso l'organo della
vista.
D'altra parte, il piacere gustativo è
allo stesso tempo sollecitato e formato
da questa tipologia di riviste: nel loro
ruolo di intermediari culturali, si propongono
come convitati più esperti che educano
il lettore prima nella capacità di
riconoscere e comprendere l'esperienza sensoriale
e poi, fornendogli un lessico appropriato,
in quella di esprimerla verbalmente. Le
testate epicuree esercitano cioè
il ruolo di esperto riconosciuto da sempre
alle rivista, ma lo fanno con l'obiettivo
di acculturare il piacere. La dimensione
della conoscenza – come momento fondamentale
di formazione di una cultura non superficiale
del cibo che andrà poi ad orientare
la prassi – è quindi fortemente
presente in queste testate, ma è
una conoscenza centrata sulla sensorialità,
sull'avventurosa esperienza gustativa e
non sulle caratteristiche nutrizionali degli
alimenti, tanto importanti per le riviste
più tradizionali: nelle riviste epicuree
il sapere riguarda (ed è sempre subordinato
a) le sfere del gusto e del piacere. Il
compito di queste testate diventa pertanto
quello di dare ai lettori suggerimenti per
affinare il loro gusto, spunti estetici
prima che tecnici e proprio per questa ragione
viene proposta una cucina del sapere, dello
scoprire, del viaggiare e del conoscere
che presuppone, oltre che un interesse,
una vivacità e un'autonomia ricettive.
L'accentuazione della dimensione edonistica
delle testate epicuree modifica anche l'orizzonte
pratico e domestico delle riviste tradizionali
e la rappresentazione dell'atto culinario
storicamente veicolato da questi ultimi:
la pratica culinaria, nell'ambito di uno
stile di vita estetizzante e orientato al
piacere, cessa di essere un'incombenza routinaria
e si trasforma in un hobby, da curare con
calma nel tempo libero. Diventa un'attività
creativa in cui il soggetto può esprimere
la sua personalità e il suo gusto,
trasformando un pasto in un "evento
speciale", sia per i suoi sensi, privatamente,
che per i suoi ospiti. Cucinare rimane perciò
anche in queste riviste un atto profondamente
sociale, ma in modo nuovo: non è
più un obbligo da esercitare nei
confronti della propria famiglia e della
società, ma una pratica piacevole
e conviviale in cui mettere in mostra le
proprie abilità. In linea di massima,
su queste pagine la cucina si trasforma
allora da pratica ordinaria a occasione
speciale-esibizione e da incombenza pressoché
esclusivamente femminile a sfera d'azione
ludica, loisir domestico per entrambi
i sessi.
La riconcettualizzazione operata dalla seconda
tipologia di testata è quindi complessiva
e riguarda l'immaginario alimentare in tutti
i suoi aspetti: chi è socialmente
legittimato ad avventurarsi ai fornelli
ma anche secondo quali criteri pratici,
cognitivi, esperienziali può (o deve)
interpretare il cibo che prepara. A cambiare
sono, di conseguenza, anche i significati
e le connotazioni stesse dei concetti di
piacere, gusto, conoscenza culinaria che
emergono dai periodici di cucina.
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Questo articolo
si cita: F. Davolio, La
cucina e il suo pubblico. Per una storia
dell'editoria e della cultura gastronomica
in Italia, «Storicamente»,
3 (2007), http://www.storicamente.org/03davolio.htm
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