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Stefania De Petris
Il
femminismo postcoloniale
Una bibliografia
(Questo articolo fa parte del Dossier Il potere: forme, rappresentazioni, contestazioni)
È quasi una consuetudine –
alla quale non ci sottrarremo – introdurre
al principio di ogni genealogia di un determinato
campo di studi un caveat relativo alla necessaria
arbitrarietà del criterio di selezione
adottato. Nel caso del femminismo postcoloniale,
questa difficoltà è dovuta
in particolare all’estrema eterogeneità
(nel tempo, e nello spazio) dei contributi
intellettuali e delle sollecitazioni politiche
che sono a monte della produzione di quel
variegato insieme di studi femministi che
oggi individuiamo come “campo”
definito. Nonostante ciò, il processo
di definizione di un campo teorico richiede
sempre la canonizzazione di “testi
sacri” e figure di riferimento; nel
suggerire un primo percorso di lettura ci
atterremo quindi a queste coordinate “filologiche”,
nel tentativo di proporre un’agevole
mappatura storica e geografica dei principali
sviluppi di questa riflessione (per un’introduzione
complessiva a molti dei temi che richiameremo
in seguito si veda A. Loomba, Colonialismo/postcolonialismo,
Roma, Meltemi, 2000).
Anzitutto, quindi, una prima distinzione
geografica: pur senza aderire alla veemenza
polemica di alcuni critici dell’istituzionalizzazione
accademica degli studi postcoloniali (per
limitarci a un paio di esempi si vedano
E. Shohat, Notes on the “postcolonial”,
«Social Text», 31/32 (1992),
99-113, e la feroce recensione
di Terry Eagleton a G.C. Spivak, Critica
della ragione postcoloniale: T.
Eagleton, In the Gaudy Supermarket,
«London Review of Books», 21/10
(1999) (reperibile on-line: http://www.lrb.co.uk/v21/n10/eagl01_.html),
resta vero che gran parte di ciò
che va sotto il nome di femminismo postcoloniale
costituisce l’esito di riflessioni
elaborate all’interno delle istituzioni
accademiche anglosassoni (e in particolare
statunitensi) da parte di soggetti “diasporici”
del “terzo mondo”.
In altre parole, restano fuori dalla classica
narrazione degli sviluppi di questo campo
i contributi che si situano all’esterno
dei consueti circuiti del lavoro intellettuale.
E tuttavia, questa stessa distribuzione
spaziale e simbolica ricalca una più
generale caratteristica dell’attuale
geografia postcoloniale: quella
secondo la quale la classica distinzione
centro/periferia (o, per certi versi, primo/terzo
mondo) sarebbe ormai incapace di cogliere
le complesse articolazioni locale/globale
prodotte dalla globalizzazione del capitale
da una parte, e da quella dei movimenti
migratori dall’altra. In altri termini,
le nostre autrici rivendicano con forza
il proprio posizionamento ai margini
del centro nel quale pure si trovano;
o, che è lo stesso, al centro
dei margini dei e dai quali parlano
(una particolare consapevolezza delle conseguenze
di questo contraddittorio posizionamento
è espressa in N. Puwar, Parole
situate e politica globale, «DeriveApprodi»,
23 (2003) (consultabile on-line
in inglese: http://multitudes.samizdat.net/article1321.html).
Accanto a queste prime coordinate geografiche,
una ricostruzione storica non può
che partire dall’inizio degli anni
’80: in questo periodo, infatti, una
serie di testi interviene quasi a gamba
tesa all’interno del dibattito femminista
internazionale.
Eva contro Eva
I lavori di b. hooks, Aint’I
a Woman. Black Woman and Feminism,
Cambridge, South End Press, 1981
e C. Moraga e G. Anzaldúa
(eds.), This Bridge Called my Back.
Writings by Radical Women of Color,
Berkeley, Third World Press, 1981;
e gli articoli di H.V. Carby, White
Woman Listen! Black Feminism and the Boundaries
of Sisterhood, nell’importante
raccolta CCCS (ed.), The Empire
Strikes Back, London, Hutchinson, 1982)
e di C.T. Mohanty, Under Western
Eyes: Feminist Scolarship and Colonial Discourses
(1984), ripubblicato in Eadem,
Feminism Without Borders. Decolonizing
Theory, Practicing Solidarity (Durham-London,
Duke University Press, 2003) definiscono
nel loro complesso i termini di un aspro
confronto (che Moraga e Anzaldúa
non esitano a definire una «guerra»)
con il femminismo occidentale mainstream.
In particolare Carby e Mohanty, dalle opposte
sponde atlantiche del mondo anglosassone
(rispettivamente, Inghilterra e Stati Uniti),
rendono esplicite due dimensioni correlate
della colonizzazione discorsiva operata
dalle femministe bianche e middle-class
nei confronti delle proprie “altre”:
anzitutto, l’assolutizzazione della
differenza tra donne emancipate e padrone
del proprio destino da una parte, e vittime
passive destinatarie – o, peggio,
oggetto - dell’intervento occidentale
dall’altra; e, per altro verso, la
paradossale cancellazione di quelle stesse
differenze sotto l’ombrello di un’ipotetica
«sorellanza universale» tale
da garantire la rilevanza delle pratiche
perseguite da un’avanguardia occidentale
(aborto, attacco alla famiglia, separatismo,
liberazione dal lavoro domestico…)
in contesti geografici e storici radicalmente
differenti (si vedano Mohanty, Feminism
Without Borders, cit.; b.
hooks, Elogio del margine. Razza, sesso
e mercato culturale, Milano, Feltrinelli,
1998; A. Hurtado, Relating
to Privilege. Seduction and Rejection in
the Subordination of White Women and Women
of Color, «Signs» 14/4
(1989), 833-855).
In quest’ultimo saggio Hurtado elabora
un’interpretazione strutturale delle
differenze tra donne bianche e di colore,
individuandone la radice nel «privilegio
relazionale» di cui godrebbero le
prime rispetto al centro di irradiamento
del potere economico e sociale (l’uomo
bianco); se questa polarizzazione può
apparire eccessivamente riduttiva, una nota
aperta dall’autrice (per introdurre
la duplice equivalenza femministe di colore
= donne di classe operaia e femministe bianche
= donne di classe media) non fa che confermare
alcune rigidità di questo primo,
aspro confronto (si veda per esempio il
provocatorio contributo di D. Davenport,
The Pathology of Racism: A Conversation
with Third World Wimmin, in
Moraga, Anzaldùa (eds.),
This Bridge Called My Back,
cit., 90-96).
Un’acredine destinata a smorzarsi
quando, col tempo, si passerà da
una più rigida politics of location
(“inaugurata” dall’articolo
di A. Rich, Notes towards a
politics of location (1984),
ripubblicato nell’ottima antologia
R. Lewis, S. Mills (eds.), Feminist
Postcolonial Theory: a Reader, Edinburgh,
Edinburgh University Press, 2003, 29-42)
a un’elaborazione più complessa
delle intersezioni tra razza, classe e genere
(come nel caso paradigmatico della mestiza,
figura elaborata dal femminismo chicano
e in particolare da Gloria Anzaldúa:
cfr. G. Anzaldúa, Terre
di confine/ la frontera, Bari, Palomar,
2000).
Piantagioni, colonie e… l’accademia
E tuttavia, questa acredine nasce meno
da un confronto “libresco”,
per così dire, che da alcune occasioni
dirette di incontro/scontro tra diverse
esponenti del movimento intellettuale e
politico: il classico A. Lorde,
The Master’s Tool can never Dismantle
the Master’s House (1980)
(in Moraga, Anzaldúa (eds.),
This Bridge Called My Back, cit.,
106-109), è la trascrizione
di un intervento della celebre poetessa
presso una conferenza del 1979 del New York
University Institute dedicata alla condizione
femminile, e costituisce un potente atto
di accusa contro le pratiche apparentemente
neutrali del dare la parola a attribuire
rappresentatività all’esperienza
di donne marginali (si veda anche C.
Sandoval, Feminism and Racism: A Report
on the 1981 National Women’s Studies
Association Conference, in
G. Anzaldúa, Making Face,
Making Soul. Haciendo Caras, San Francisco,
Aunt Lute Books, 1990, 55-71).
Come detto, tuttavia, tale confronto non
nasce solo dalla contrapposizione di diverse
agende intellettuali, bensì anche
da una radicale diversità nelle pratiche
di lotta e resistenza al dominio patriarcale
sedimentate nel corso dell’esperienza
storica: nel sottolineare l’inseparabilità
di razza e classe nell’esperienza
soggettiva dell’oppressione patriarcale
(vedi Combahee River Collective,
A Black Feminist Statement,
in Moraga, Anzaldúa, This
Bridge Called my Back, cit., 234-244),
molte femministe afroamericane (il cui contributo
allo sviluppo del femminismo postcoloniale
è innegabile, nonostante la differenza
di posizionamento rispetto all’esperienza
coloniale in senso stretto) sottolineano
la complicità delle donne bianche
nell’istituzione della schiavitù,
e l’ambiguità delle stesse
lotte abolizioniste portate avanti dalle
prime organizzazioni femministe statunitensi
(il riferimento obbligato qui è A.
Davis, Woman, Race and Class, New
York, Vintage Books, 1981; ma si
veda ancora b. hooks, Ain’t
I a Woman, cit; il titolo
del volume ricalca il celebre discorso pronunciato
nel 1851 dall’ex schiava Sojouner
Truth presso una Women’s Convention,
disponibile on-line: http://www.feminist.com/resources/artspeech/genwom/sojour.htm).
Ma più in generale la critica femminista
postcoloniale è stata attenta a denunciare
le complicità del femminismo occidentale
mainstream (in questo caso, quello
britannico in particolare) con la legittimazione
dell’impresa coloniale in termini
di missione civilizzatrice e con
le concrete pratiche di governo imperiale
(si veda il numero speciale di «Women’s
Studies International Forum», 13/4,
1990, e in particolare il contributo
di Antoinette Burton, The White
Women’s Burden: British Feminists
and the Indian Women, 1865-1915, ivi,
295-308). Una parte significativa
di questa riflessione si è concentrata
sull’impatto, presso la popolazione
soggetta a dominio coloniale, di politiche
di “modernizzazione” volte a
sradicare forme “tradizionali”
di organizzazione sociale, divisione sessuale
del lavoro, pratica religiosa; un ottimo
esempio è costituito dal dibattito
sul sacrificio rituale delle vedove indù
– il sati (per una ricostruzione
della letteratura sull’argomento,
si vedano A. Loomba, Dead Women
Tell no Tales: Issues of Female Subjectivity,
Subaltern Agency and Tradition in Colonial
and Postcolonial Writing on Widow Immolation
in India e G.C. Spivak,
Three Women’s Texts and a Critique
of Imperialism, entrambi raccolti
in Lewis e Mills (eds.), Feminist
Postcolonial Theory, cit., 241-262
e 306-323; cfr. anche L.
Mani, Cultural Theory, Colonial Texts:
Reading Eyewitness Accounts of Widow Burning,
in L. Grossberg, C. Nelson, P.A.
Treichler (eds.), Cultural Studies,
New York, Routledge, 1992, 392-407).
La complessa articolazione di razza, genere
e sessualità nel contesto coloniale
– nonché l’effetto di
“retroazione” di queste stesse
configurazioni sulle stratificazioni sociali
della madrepatria – costituisce inoltre
l’oggetto di due studi ormai classici:
A. McClintock, Imperial Leather:
Race, Gender and Sexuality in the Colonial
Context, New York, Routledge, 1995
e, da una prospettiva foucaultiana, A.L.
Stoler, Carnal Knowledge and Imperial
Power. Race and the Intimate in Colonial
Rule, University of California Press,
Berkeley, 2002.
Voce, scrittura, traduzione
Come si può vedere dai titoli più
sopra ricordati, buona parte della riflessione
sul ruolo della subordinazione di genere
nell’esercizio del dominio coloniale
(e viceversa) si è concentrata sulla
possibilità o meno di recuperare
all’interno di alcuni testi la voce
della donna subalterna – una voce
che tanto la narrazione coloniale quanto
quella nazionalista e anticoloniale avrebbero
messo a tacere. Questa la spinosa domanda
sollevata da Spivak, ancora
una volta a proposito del sati, nell’ormai
canonico Can the Subaltern Speak?
(1985) (in C.Nelson, L.
Grossberg (eds.), Marxism and the Interpretation
of Culture, Basingstoke, MacMillan,
1988, 271-313), la cui risposta
– «Non c’è nessuno
spazio dal quale il soggetto sessuato subalterno
possa parlare» – sarà
destinata a suscitare polemiche e dibattiti
ulteriori.
Più in generale, il tema della scrittura
come luogo di espressione (meglio: come
luogo del divenire) di un’identità
ibrida e instabile opposta al fallogocentrismo
maschile dominante – un tema caro
al femminismo francese a partire almeno
da Cixous e Irigaray – costituisce
un ulteriore filo rosso all’interno
del femminismo postcoloniale. Coerentemente
con l’influenza esercitata in senso
più ampio dall’analisi delle
“letterature del Commonwealth”
sullo sviluppo degli studi postcoloniali
(cfr. B. Ashcroft, G. Griffiths,
H. Tiffin (eds.), The Empire Writes
Back, London, Routledge, 1989),
buona parte della ricerca femminista si
è rivolta alla testualità
come luogo sì di riduzione al silenzio,
ma anche di riappropriazione e sovversione
del canone esistente (si veda Trinh
T. Minh-Ha, Woman, Native, Other: Writing
Postcoloniality and Feminism, Bloomington,
Indiana University Press, 1989;
C. Demaria, Teorie di genere.
Femminismo, critica postcoloniale e semiotica,
Milano, Bompiani, 2003; il recente
L. Curti, La voce dell’altra.
Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale,
Roma, Meltemi 2006; e P.
Godayol, Spazi di frontiera. Genere
e traduzione, Bari, Palomar, 2002).
Questo ultimo lavoro, in particolare, analizza
la questione dell’identità
di genere attraverso l’analisi della
letteratura chicana e del tema – centrale
per esempio nei lavori letterari di Gloria
Anzaldúa e Sandra Cisneros –
del bilinguismo e della traduzione come
tradimento (un testo classico è Norma
Alarcón, Tradutora Traditora:
A Paradigmatic Figure of Chicana Feminism,
«Cultural Critique», 13 (1989),
57-87; vedi anche N. Alarcón,
Chicana’s Feminist Literature:
A Re-Vision through Malintzin/ or Malintzin
Putting Flesh Back on the Object,
in Moraga, Anzaldúa, This
Bridge Called my Back, cit., 202-211).
Il riferimento qui è alla figura
leggendaria di Malintzin, la nativa messicana
che collaborò con i conquistatori
spagnoli diventando la traduttrice –
nonché l’amante – di
Cortés (il tema è discusso
in Anzaldúa, Terre di
confine, cit.; per un’introduzione
generale al tema dell’identità
chicana si veda F. Montezemolo,
La mia storia non la tua. La costruzione
dell’identità chicana tra etero
e autorappresentazioni, Milano, Guerini
e Associati, 2004). Ma ovviamente
l’idea della traduzione come tradimento
viene qui riarticolata in direzione dei
possibili scarti, delle infedeltà,
delle “differenze” che è
possibile introdurre nella riproduzione
(nella performance) di un’identità
instabile e ibrida: la necessaria (e sempre
necessariamente incompleta e insoddisfacente)
traduzione del sé nel linguaggio
dell’Altro diventa il luogo per la
sperimentazione di nuove possibilità,
nuove libertà, e persino nuove forme
di coscienza: questo il significato della
conciencia de la mestiza di cui
parla Anzaldua in Terre
di Confine, cit., o della
sensibilità e coscienza oppositiva
cui si riferiscono b. hooks, Elogio
del margine, cit. e G. Sandoval, Methodology
of the Oppressed, Minneapolis, University
of Minnesota Press, 2000).
Promesse
Partite quindi dalla rabbiosa contrapposizione
di identità ed esperienze agli inizi
degli anni ’80, approdiamo ora –
attraverso gli effetti di un sempre più
radicale decostruzionismo – a una
concezione piuttosto diversa delle identità
politiche femministe e delle possibilità
di una lotta comune: la stessa politica
dell’identità diventa sempre
più il frutto di un «essenzialismo
strategico» (la celebre definizione
è di Spivak: si veda G.C.
Spivak, Subaltern Studies: decostruire
la storiografia, in R.
Guha, G.C. Spivak, Subaltern Studies.
Modernità e (post)colonialismo,
Verona, ombre corte, 2002), ovvero
il frutto di accentuazioni strategiche (se
vogliamo, performance) dei caratteri di
un’identità di per sé
irriducibile ai singoli assi della sua subordinazione
(ancora classe, razza, genere); e alla menzogna
della sorellanza si sostituisce la promessa
di solidarietà e alleanze a loro
volta contingenti (non perché deboli,
ma perché prive di garanzie) e tutte
da costruire (Mohanty, Feminism
Without Borders, cit.).
Come questo possa tradursi
in un nuovo movimento femminista transnazionale
capace di articolare interessi comuni ed
esigenze diverse, riprendendo l’auspicio
di Mohanty, e in una produttiva articolazione
politica di differenze al tempo stesso globali
e locali, costituisce una delle
poste in gioco di una pratica femminista
militante; nel chiudere questa breve rassegna
bibliografica ci limitiamo ad accennare
ad alcune direzioni di pensiero che questo
dibattito ha proficuamente stimolato in
Italia in relazione alle questioni sollevate
da una crescente popolazione femminile migrante,
spesso relegata allo svolgimento di lavoro
domestico e neo-servile (si veda in particolare
B. Ehrenreich, A.R. Hochschild,
Donne globali. Tate, colf e badanti,
Milano, Feltrinelli, 2004 –
e si noti la sospetta sparizione dal titolo
italiano della menzione, nell’originale,
delle sex workers). I saggi raccolti
in Società Italiana delle
Storiche, Altri femminismi. Corpi culture
lavoro, Roma, il Manifesto, Roma, 2006
(in particolare, per quello che qui ci interessa,
i contributi di Decimo,
Laurenzi e Salih),
offrono una prima sistemazione di alcune
delle sfide che le differenze plurali hanno
portato al pensiero della differenza sessuale
e più in generale alla riflessione
femminista italiana: sfide alle quali né
lo screditato universalismo femminista né
il facile appello al relativismo culturale
sembrano in grado di fornire una risposta
definitiva.
Questo articolo
si cita: S. De Petris, Il
femminismo postcoloniale. Una bibliografia,
«Storicamente», 3 (2007),
http://www.storicamente.org/03depetris.htm
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