DIBATTITI
Cristiana Facchini
Il fascino indiscreto del rito
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Il “caso Toaff”,
se così lo possiamo definire, è
comprensibile entro una cornice di relazioni
elementari, che compongono una trama di
liasons dangereuses. Il libro e le
vicende che lo hanno accompagnato portano
alla luce quesiti centrali per lo stato
attuale della ricerca: il metodo dello storico
e il ruolo della storia nella nostra società,
i protocolli di controllo della ricerca
storica, il rapporto tra storia e mezzi
di comunicazione, i rapporti tra ricerca
storica e case editrici.
Prima di tutto sarebbe opportuno chiedersi
perché Toaff abbia scelto di pubblicare
questa sua ricerca in Italia. Perchè
in italiano? Perchè non in ebraico,
la lingua della cultura in cui insegna da
molti anni? Perchè non in inglese,
la lingua scientifica internazionale? Sono quesiti tutt’altro che secondari
e lasciamo al lettore il compito di cercare
le risposte.
Si è parlato di censura
e pericolo per la libertà di ricerca.
Ma a dire il vero le problematiche suscitate
da questa vicenda sono di tutt’altro
segno. Usciamo dal dibattito “politico”
e rientriamo nei confini della critica legittima,
quella scientifica, per vedere come interepretare
meglio la vicenda.
Prendiamo quindi in mano il libro e analizziamone
i contenuti, i dispositivi narrativi, e
le fonti sulle quali la ricerca è
stata condotta. Non si può omettere l’analisi
del paratesto che in questo caso è
di assoluta centralità. La prima
di copertina, il titolo, il sottotitolo,
l’immagine che li accompagna e la
quarta di copertina: i primi segni che un
lettore più o meno interessato osserva
immediatamente, in una libreria, se vuole
sapere qualche cosa del libro.
Quarta di copertina. Non ci è
dato di sapere se la breve sintesi che introduce
il libro sia stata scritta da Toaff o sia
una nota redazionale della casa editrice. Si dice che
questo libro affronta coraggiosamente uno
dei temi più controversi nella storia
degli ebrei d’Europa [...]; Rileggendo
senza pregiudizi la documentazione antica
di quel processo e di vari altri alla luce
della più vasta situazione europea
e anche di una puntuale conoscenza dei testi
ebraici, l’autore mette in luce i
significati rituali e terapeutici che il
sangue aveva nella cultura ebraica, giungendo
alla conclusione che, in particolare per
l’ebraismo ashkenazita, l’accusa
del sangue non era sempre un’invenzione.
Che fosse un tema controverso
nella storia degli ebrei d’Europa
ci pare curioso, perchè onestamente
il tema non è mai stato controverso.
Semmai la questione dell’omicidio
rituale è tema controverso nella
storia del cristianesimo e della chiesa,
visto che è all’interno delle
sue istituzioni che esso prende forma.
Per gli ebrei d’Europa l’accusa
del sangue è uno dei tanti capi d’accusa
con cui l’antisemitismo medievale
costellava i suoi discorsi contro un nemico,
non esclusivamente rappresentato dagli ebrei,
ma anche da altri gruppi religiosi cosiddetti
eretici. Ne sono testimonianza le apologie
e le difese, le discussioni che cominciano
ad essere elaborate nel corso del XVII secolo. In seconda istanza, la quarta di copertina
sostiene che la documentazione antica del
processo di Trento è stata riletta
in modo innovativo - presumibilmente privo
di pregiudizi - ma soprattutto che a quelle
fonti Toaff ne aggiunge di nuove che gli
storici non ebrei non possono conoscere
perchè non sono capaci di leggerle,
le fonti ebraiche, vero e proprio luogo
esoterico della storiografia recente. Il
luogo a cui hanno accesso pochi eletti. Dovremmo quindi immaginare che Toaff ci
sveli e porti alla luce nuove fonti da sempre
inaccessibili a chi non conosce l’ebraico. Altro elemento menzionato nella quarta
di copertina è relativo al sangue
– ma non si dice che tipo di sangue.
Di animali, di esseri umani? Elemento terapeutico
e rituale fondamentale, soprattutto per
la cultura ebraica ashkenazita: l’unica
per la quale l’accusa, forse, non
è stata solo un’invenzione.
Prima di copertina: un titolo
e un sottotitolo esplicitamente polemici,
per non dire “scandalosi”. Ognuno
di noi sa quanto sia importante la scelta
dei titoli. Pasque di sangue ha
molteplici allusioni, ma per un pubblico
italiano il termine Pasqua e il termine
sangue costruiscono una connessione simbolica
principalmente con il sangue del Cristo.
Il sottotitolo: Ebrei d’Europa
e omicidi rituali. Perchè un
enunciato così generale, quando l’oggetto
della ricerca è dedicato al caso
di Simonino di Trento? Perchè proclamare
una generalizzazione ricavata da un singolo
evento? Non sarebbe stato appropriato un
punto interrogativo, almeno nel titolo,
che avrebbe evitato di enunciare già
nella prima di copertina i risultati della
ricerca?
Al titolo gibsoniano si accompagna un’immagine
un po’ rozza: un signore in abiti
medievali, con tanto di barba e coltellaccio,
sta per sgozzare un bambino coricato su
di un letto di rovi. Un fuoco a lato e sopra
una immagine naïve: un angelo
che appare all’interno di una nube.
L’immagine commenta o meglio descrive
il noto passo di Genesi 22. Il brano di
Genesi, noto nella cultura cristiana come
sacrificio di Isacco, in ebraico
è noto con il lemma di Aqedat
yishaq, che ha una ricca tradizione
ermeneutica nella cultura ebraica. La miglior
traduzione è “La legatura di
Isacco”. Abramo sta per “sacrificare”
suo figlio perchè così gli
ha chiesto il Signore. Ma quello stesso
Dio che aveva messo alla prova la sua fede
gli manda un messo, che appare tra le nuvole.
Il volto di Abramo è girato, ascolta
la voce del messo divino.
Ma l'Angelo dell'Eterno lo chiamò
dal cielo e disse: «Abrahamo, Abrahamo!».
Egli rispose: «Eccomi». L'Angelo
disse: «Non stendere la tua mano
contro il ragazzo e non gli fare alcun
male; ora infatti so che tu temi Dio,
poiché non mi hai rifiutato tuo
figlio, l'unico tuo figlio». Allora
Abrahamo alzò gli occhi e guardò;
ed ecco dietro di lui un montone, preso
per le corna in un cespuglio. Così
Abrahamo andò, prese il montone
e l'offerse in olocausto invece di suo
figlio. (Gen 22,11-13) [1].
L’immagine è efficace. Quanti
italiani riconoscono i dati elementari di
quella immagine? Cosa è scomparso
nella immagine utilizzata nella prima di
copertina?
Veniamo ora alla narrazione della storia.
Ouverture
La prefazione contiene alcune affermazioni
rilevanti. Toaff ci dice che ha scelto di
analizzare il caso trentino perchè
è l’unico che abbia prodotto
ampia documentazione. E inoltre ci ripete
che gli studi sull’accusa del
sangue sono sempre stati condotti «sulle
persecuzioni e sui persecutori, sulla loro
ideologia e sulle loro presumibili motivazioni,
sul loro odio verso gli ebrei, sul loro
cinismo politico o religioso, sul loro astio
xenofobo e razzista, sul loro disprezzo
per le minoranze» (8). Toaff è
sempre stato preoccupato dell’appiattimento
della storia ebraica sulla storia dell’antisemitismo,
così frequente in Italia.
I classici studi sull’accusa del sangue
– da quelli di G. Langmuir a quelli
di R. Po-Chia Sia e Diego Quaglioni –
avrebbero, sia pur in modo accurato e originale,
elaborato una visione di parte [2], ritenendo quelle fonti inaffidabili
e riducendo al silenzio la storia ebraica.
Condivisibile prospettiva quella di far
parlare la storia ebraica, come una delle
tante storie dell’Europa cristiana.
È da questa preoccupazione che lo
studio di Toaff prende forma, volto a mostrare
l’altra faccia della medaglia, la
versione ebraica dei fatti. Chi sono cioè
questi ebrei vittime dell’accusa del
sangue?
Toaff ripete più volte che il suo
studio è scientifico,
imparziale volto a dimostrare
se nelle confessioni degli ebrei medievali
è possibile ricostruire un dato
di realtà che non sia il
mero frutto dell’immaginario dei persecutori.
Volendo quindi concludere che gli omicidi,
celebrati nel rito della Pasqua, non fossero
soltanto miti, cioè credenze religiose
diffuse e strutturate in maniera più
o meno coerente, ma piuttosto riti effettivi
propri di gruppi organizzati e forme di
culto realmente praticate saremo chiamati
a una doverosa prudenza metodologica. Il
fenomeno, una volta provata inequivocabilmente
la sua presenza, dovrà essere collocato
nel contesto storico, religioso e sociale,
oltre che nell’ambiente geografico,
dove avrebbe trovato presumibilmente espressione,
con le sue peculiari caratteristiche irripetibili
altrove (12-13).
Questa affermazione espone l’oggetto
della ricerca, gli omicidi commessi durante
la Pasqua ebraica non sono miti ma anche
riti, questo è ciò che Toaff
cercherà di dimostrare. Per farlo
è necessario analizzare la struttura
del mito e le fonti che ci permettono di
ricostruire il rito. Vedremo come Toaff
affronta questa delicata questione storiografica. Poco dopo
[...] dobbiamo tener presente che nelle
comunità ebraiche di lingua tedesca
il fenomeno, quando attecchirà,
sarà in genere limitato a gruppi
presso i quali tradizioni popolari, che
nel tempo avevano aggirato o sostituito
le norme rituali della halakhah
ebraica, e consuetudini radicate, impregnati
di elementi magici e alchemici, si sposavano
in un micidiale cocktail con un fondamentalismo
religioso violento e aggressivo (13).
Pur avvertendo il lettore che poi l’accusa
di omicidio rituale si attivava ogni volta
che scompariva un bambino in primavera e
che essa venne a diffondersi e a radicarsi
nell’Europa cristiana colpendo comunità
ebraiche in ogni zona geografica e in ogni
periodo storico, è chiaro che la
prefazione annuncia in un certo senso la
tesi di fondo del libro ma anticipa anche
le conclusioni.
Bisogna premettere che, come ogni libro,
Pasque di sangue non esce dal nulla,
ma si colloca in un filone di studi relativamente
noto. In particolare, i lavori che hanno
ispirato questa ricerca vanno ricercati
in due testi fondamentali, pubblicati in
ebraico e in inglese, quelli di Yisrael
Yaacov Yuval e di Elliot Horowitz [3]. In entrambi i casi, gli autori
volevano portare all’attenzione degli
storici alcuni elementi culturali della
storia dell’ebraismo medievale, che
a loro dire sono stati emarginati o sottaciuti,
per non dire denegati, nella precedente
storiografia ebraica. È rilevante
sottolineare che questi studi partivano
dall’idea di mostrare, o meglio portare
alla luce, i livelli di violenza presenti
anche all’interno delle comunità
ebraiche, cercando in qualche modo di superare
quella classica concezione della storia
ebraica come lachrymose history
tanto deprecata dai maggiori studiosi dell’ebraismo.
Si tratta cioè di «normalizzare
la storia ebraica», per usare una
concezione cara, prima che agli studiosi
sionisti, ad alcuni dei padri fondatori
più radicali della Wissenschaft
des Judentums. Non vedere gli ebrei
solo come vittime della storia, ma anche
come soggetti della medesima, coi loro vizi
e le loro virtù. Ma più di
ogni altra cosa, Yuval e Horowitz hanno
indagato le forme della “violenza
ebraica”, simbolica o reale che fosse,
innestandosi su di un dibattito storiografico
che ha prodotti studi particolarmente suggestivi
su temi quali rituali e violenza
o rituali di violenza. Per semplificare, il libro di Toaff risente
di un clima culturale che è percorso
da innovazioni storiografiche, e da accese
critiche: un clima caratterizzato da una
vivace libertà di ricerca che, per
lo meno su questi temi, non è però
giunto in Italia. Basterà notare
– per tutti coloro che hanno gridato
alla censura – che sia Horowitz che
Toaff hanno condotto le loro ricerche pur
insegnando all’Università di
Bar Ilan, nota per essere un’università
religiosa. E sarà opportuno sottolineare
che anche il libro di Horowitz ha suscitato
un acceso dibattito nella comunità
scientifica internazionale. Questo per dire che il lettore ‘normale’
è privato di un contesto di riferimento
più preciso, e anche gli storici
di professione non sono messi nelle condizioni
di comprendere fino in fondo la provenienza
di questo lavoro, la sua struttura, i suoi
riferimenti. Habent sua fata libelli, ancor
più quando circolano e sono tradotti
in altre culture.
Quale alter ego per lo storico?
Ci tiene l’autore a sottolineare
che il suo lavoro sarà condotto secondo
i crismi della ricerca scientifica –
dati probanti, vaglio delle fonti, verifica,
dimostrazione, ampio uso dell’erudizione.
Ogni conclusione in qualunque direzione
si muova, dovrà essere dimostrata
dopo aver vagliato e verificato sine ira
et studio gli elementi che la sostengono
con le fonti a disposizione, che siano in
grado di confermarne o negarne in maniera
persuasiva e cogente (14).
Il paratesto scientifico è
imponente, tanto che la narrazione degli
eventi deve essere accompagnata da una attenta
lettura delle note, collocate alla fine
del libro.
È già evidente fin dalle prime
pagine il desiderio dell’autore di
farsi romanziere, il che rende la lettura
di un libro di storia certamente gradevole.
I primi cinque capitoli sono segnati dalla
descrizione minuziosa, suggestiva, accattivante
e talvolta fastidiosa di personaggi che
poi appariranno sui banchi d’accusa
a Trento. Racconti incalzanti sulle remote
vicende della nascita dell’accusa
del sangue appaiono inseriti nell’intreccio
in modo rapsodico, con voli dell’immaginazione
storica da un luogo all’altro, da
un periodo all’altro.
La discesa nel nord Italia degli ebrei di
cultura tedesca è descritta in modo
caustico, sprezzante. Loschi faccendieri,
uomini privi di scrupoli, mercanti pronti
alle più discutibili operazioni,
che cercano di consolidare la vita degli
insediamenti ebraici nelle zone della Repubblica
veneta e del nord Italia. Uomini che, sopravvissuti
e segnati dalle tragedie delle persecuzioni
medievali, sono intraprendenti, avvezzi
alle cospirazioni e alle congiure.
Ciò che però dovrebbe colpire
il lettore non sono solo i toni talvolta
da feuilleton coi quali vengono
descritti gli attori della vicenda, ma l’uso
delle fonti che ritroviamo nelle note. Così
come per altri temi rilevanti nell’economia
della narrazione degli eventi, Toaff sceglie
una strategia di indistinta selezione
delle fonti e di conseguenza un
incauto utilizzo dei dati che contengono.
Non è un caso, e si può dimostrare,
che tutte le informazioni curiose e anedottiche
sui personaggi (come vestivano, il colore
dei capelli, strane idiosincrasie), quelle
che rendono suggestivo il racconto, le storie
di cospirazioni o dettagli della quotidianità,
provengano da fonti agiografiche, e cioè
dalle informazioni raccolte nella prima
metà del Settecento o anche nel primo
Novecento per consolidare il culto del beato
Simonino.
Sia il testo del Bonelli che quello del
Divina sono utilizzati da Toaff senza alcuna
precauzione, anzi tutto ciò che vi
è contenuto è preso alla lettera,
come se queste opere non fossero di per
sè dense di concezioni culturali
del periodo in cui furono scritte: la prima,
redatta nel 1747, non può che risentire
di una precisa corrente della storiografia
e della agiografia cattoliche, le quali
hanno destinato la raccolta erudita dei
dati al consolidamento del culto dei bambini
martirizzati. Di qualche anno successiva
sarà la nota Relazione Ganganelli
sull’accusa di omicidio rituale, che
va menzionata come manifestazione di una
diversa tendenza religiosa presente nel
mondo cattolico del tempo [4].
Lo stesso vale per il testo di Divina, che
Toaff utilizza nel medesimo modo: come aveva
già osservato Diego Quaglioni nella
introduzione alla raccolta dei documenti
del processo tridentino, il testo risente
della ampia diffusione dell’antisemitismo
politico di matrice cattolica nei territori
asburgici a cavallo tra Otto e Novecento.
Periodo in cui l’ideologia dell’antisemitismo
cattolico viene arricchendosi di temi nuovi,
di accenti e sfumature inedite, le quali
accompagnano una recrudescenza della riattivazione
del mito dell’omicidio rituale [5].
Toaff ritiene queste due agiografie utili
perchè «scientifiche»,
e le usa senza alcuna precauzione. L’assunto
di base è che se le fonti contengono
molti dati allora sono affidabili perché
“scientifiche”. Secondo Toaff
il dato che si trova nel documento dice
la verità e la realtà. Cosa
ovviamente falsa. Ma ciò che è
ancor più interessante è notare
come queste fonti diventino una sorta di
alter ego dello storico.
Nel presentare i noti fatti tridentini
l’avvincente respiro narrativo porta
l’autore a prediligere dettagli di
un certo tipo e ad ometterne altri, tra
cui informazioni tutt’altro che secondarie.
Un esempio di questa strategia selettiva
la troviamo quando Toaff narra del ritrovamento
dell’infante Simone, tralasciando
di informare l’ingenuo lettore del
fatto che fu proprio il rabbino della comunità
ebraica a denunciare il ritrovamento del
corpo. Toaff dimentica inoltre di dirci
che in un primo momento l’uccisione
del bambino fu attribuita ad un cristiano,
Giovanni Schweizer, il quale venne sbrigativamente
scagionato, mentre l’accusa si rivolgeva
contro gli ebrei. Certo, sono fatti noti (agli addetti ai
lavori). Però, perché non
presentarli al lettore? Lo storico dovrebbe
non solo raccogliere indizi, fatti, prove,
documenti, ma anche cercare di operare una
serie di ipotesi e presentare diversi scenari.
Ma tutto ciò romperebbe la coerenza
di una narrazione volta a dimostrare ciò
che già conosce.
Altrettanto interessante quanto discutibile
è che Toaff scelga di non concedere
la parola alle voci dissidenti,
neppure a quella pur nota dell’inquisitore
domenicano, Battista De’ Giudici,
mandato da papa Sisto IV a Trento per stendere
un resoconto sulla regolarità della
procedura processuale. Quando De’
Giudici arriva a Trento – anche in
questo caso i fatti sono noti – alcuni
leader della comunità ebraica sono
già stati giustiziati mentre altri
membri, oltre alle donne e ai bambini, sono
ancora incarcerati. Sono note anche le difficoltà
incontrate da De’ Giudici, che dovette
riparare a Rovereto, in territorio veneziano,
dove cercò di spostare la sede del
processo; note sono pure le vicende che
portarono alla stesura della sua Apologia.
Questa fonte – forse perchè
ritenuta “di parte” –
non viene mai presentata. In qualche punto
Toaff suggerisce che l’inquisitore
domenicano non sia attendibile perchè
al soldo degli ebrei che si erano attivati
– come facevano in caso di pericolo
– per difendere la comunità.
L’accusa rivolta all’inquisitore
romano di essere corrotto dagli ebrei è
ancora frutto dell’alter ego
di Toaff, e cioè delle apologie cattoliche
a cui attinge a piene mani.
I riti degli ebrei
Se la prima parte del libro mira ad interpretare
in modo «innovativo» le deposizioni
del processo di Trento – riportando
al centro della interpretazione le voci
degli apologeti – la parte più
originale, quella annunciata come rivelatrice
di nuove scoperte, è dedicata ai
riti degli ebrei. Nei riti
ebraici, territorio sconosciuto, fascinoso
e perturbante nell’immaginario cristiano,
si annidano le verità nascoste. Vediamo allora come Toaff affronta la questione
della ritualità ebraica, cosa vi
scorga di così rilevante da poter
rivelare una verità nascosta, la
fondatezza dell’accusa del sangue
rivolta agli ebrei ashkenaziti.
È a partire dal capitolo 6 che il
registro analitico varia, per affrontare
la cultura popolare ebraica. Il capitolo
che introduce questi temi – riti,
cerimonie – è dedicato al ruolo
che il sangue ricopriva nella cultura ebraica
e crisiana di età medievale. Riflettendo
in modo suggestivo le idee di Piero Camporesi
(che però, bisogna ricordarlo, non
era uno storico) Toaff compie una indagine
sull’uso del sangue come emostatico
e come potente strumento medico, in opposizione
alle prescrizioni della tradizione normativa
ebraica – la halakhah. Se
quindi vero è che la Bibbia proibisce
il consumo e l’uso del sangue, Toaff
dimostra che queste prescrizioni cadono
sotto il peso della cultura. Così
come i cristiani, gli ebrei non possono
sottrarsi agli usi del tempo e usano il
sangue essicato – animale e umano
– per diversi fini. Non si tratta
certo di informazioni o scoperte nuove:
questi temi erano stati ampiamente descritti
nei testi classici dedicati al folklore
ebraico. E fino a questo punto, in linea
di massima, potremmo essere d’accordo,
se non fosse che anche in questo caso Toaff
sembra essere guidato da un’ossessione.
Non si limita a mostrare che anche gli ebrei
usavano il sangue per curare malattie, per
magia o altre cose, ma deve dimostrare qualche
cosa in più, cioè che gli
ebrei consumano e utilizzano sangue
di bambino cristiano, in modo rituale. Nessuna fonte dimostra questa sua tesi.
Leggiamo cosa scrive.
Si potrebbe a questo punto concludere che
il sangue di bambino in polvere, e soprattutto
dei bambini cristiani, come emostatico nella
circoncisione, visto il disinteresse nei
suoi confronti anche da parte degli ebrei
convertiti, per altri versi protesi a diffamare
l’ebraismo, sia una chimera e una
tendenziosa invenzione di inquisitori, ossessionati
dal sangue, o degli stessi ebrei, terrorizzati
dalle torture e disposti a compiacere pedissequamente
i carnefici. Ma questa sarebbe una conclusione
sbagliata e fuorviante (97).
Insomma, dopo aver cercato ovunque anche
tra le fonti più discutibili, quelle
dedicate ai riti ebraici redatte da ebrei
convertiti (Morosini e il micidiale Paolo
Medici) e non aver trovato alcunchè,
nulla che gli permetta di dire che gli ebrei
utilizzavano il sangue di bambino cristiano
nei riti, Toaff abilmente invita il lettore
a cercare altrove, a non farsi guidare da
ciò che dicono le fonti che lui stesso
presenta. È, questa, una strategia narrativa
che si ritrova frequentemente nel testo. Allora, deve esistere qualche altro luogo
della cultura ebraica che potrebbe fornire
informazioni precise su questi riti segreti.
E dove va a cercare queste fonti Toaff?
Ovviamente nella tradizione qabbalistica.
È curioso però scoprire che
a suggerire questo percorso sia proprio
il principe vescovo Hinderbach, artefice
del processo e della istituzionalizzazione
del culto del beato Simonino. E sulla scia
di Hinderbach e delle fonti apologetiche
cattoliche che nella Qabbalah intravvedevano
gli aspetti ancor più oscuri dell’ebraismo
e dei suoi riti.
Non mi soffermo su questo aspetto, ma anche
in questo caso Toaff non procura alcuna
informazione nuova o sconosciuta sull’omicidio
rituale.
Il capitolo 8 è dedicato alla festa
di Purim e svolge una doppia funzione:
mostrare gli usi della violenza nella festa
“delle sorti” e mostrare la
stretta connessione tra Purim e
Pesach. In questo capitolo Toaff
utilizza ampiamente i lavori do Elliot Horowitz.
Purim è una festività
ebraica estremamente complessa per le diverse
sfumature e per i diversi usi che essa può
assumere e che di fatto ha assunto. Molto
è stato scritto su questa festa,
ma Toaff decide di presentare al suo lettore
un solo aspetto del cosiddetto “carnevale
ebraico”. L’assunto è quello di dimostrare
che l’accusa di omicidio rituale “partiva
da lontano”. Nel caso di questo rito,
dove l’arcinemico Aman viene sconfitto
e distrutto, Toaff sostiene che l’uso
di appendere o bruciare Aman (cosa del resto
comune a tante feste popolari) ha significato
simbolico traslato, cioè appendere
e bruciare Gesù. Vediamo nel dettaglio
la sua argomentazione.
Secondo il grande antropologo inglese James
George Frazer, Cristo moriva mentre rappresentava
Aman (il Dio morente) in un dramma di Purim
nel quale (Gesù) Barabba, il doppio
di Gesù di Nazareth, aveva recitato
la parte di Mardocheo (il dio che risorge).
Nel modello del dio che muore e rinasce,
comune a tutto il vicino oriente, Aman rappresenterebbe
la morte e Mardocheo la vita, mentre la
celebrazione di Purim costituirebbe il rituale
ebraico di morte e resurrezione. Muovendo
da questa considerazione, si ipotizzerebbe
che in passato gli ebrei, al culmine della
festa, avessero il costume di mettere a
morte un uomo in carne e ossa, e che Gesu
fosse stato crocifisso in questo contesto,
rappresentando il tragico ministro d Assuero
e arcinemico di Israele (131-132).
E ancora, riprendendo Frazer, Toaff ripropone
la tesi, che circolava nella prima età
moderna, tratta dallo storico ecclesiastico
Socrate Scolastico, nella quale si narra
di un caso di brutale uccisione di un bambino
cristiano avvenuto ad Inmestar in Siria
nel 415 durante la festa di Purim (133).
Secondo Toaff questo evento ha «tutti
i crismi della veridicità»,
ma non ci spiega perchè. Il caso
di Inmestar, fatto risalire al 415 dell’era
cristiana, è poi associato a quello
di Brie-Comte-Robert del 1191-92 (134),
strutturalmente diverso, per mostrare che
durante la festa di Purim gli ebrei potevano
ammazzare un cristiano pecorrendo l’iter
rituale della passione (135). Poi, portando pochi esempi di vilipendio
alla fede cristiana – offese alle
immagini di Madonne, o forme varie di blasfemia
– servono a Toaff per costruire una
spiegazione “scientifica”. Colpisce
che Toaff non riesca a distinguere le forme
diffuse di “offesa alla religione
cristiana” che si trovano registrate
negli incartamenti dei tribunali della prima
età moderna, da riti veri e propri.
Inoltre l’ostinata ricerca di un nesso
e una stretta relazione tra Purim
e Pesach, risente di una lacuna
metodologica abbastanza preoccupante per
chi si dedichi all’analisi dei sistemi
rituali.
Pare insomma che Toaff non abbia cognizione
del dibattito sul rito che ha animato molta
produzione scientifica in questi anni. Questa
lacuna teorica si riflette nel modo in cui
legge le fonti e in cui adotta il concetto
di antirito, o misunderstanding
rituale. Il misunderstanding rituale che
spiega, secondo Yuval e Toaff, la costruzione
di riti ebraici modellati non tanto sulla
tradizione normativa del giudaismo quanto
sulle strutture rituali cristiane sarebbe
una tesi interessante, e tutto sommato da
prendere in considerazione, ma con l’avvertenza
di avere una idea di che cosa sia un universo
simbolico e rituale.
Infine – sia nel caso di Toaff che
in quello di Yuval e Horowitz – emerge
un secondo dato problematico che ha a che
fare con il metodo storico: abbagliati dalla
affascinante quanto fantasiosa ipotesi di
Frazer (che alla fine cercava di ricondurre
il caso di Inmestar a precisi archetipi
religiosi) tutti questi autori mostrano
una certa leggerezza nell’affrontare
le fonti antiche e tardo-antiche. Nel caso
di Toaff poi, laddove si accetta la tesi
della morte di Gesù come messa in
scena di un rito di Purim, significa
proprio cancellare l’imponente bibliografia
e la raffinata metodologia analitica elaborata
negli studi sul Gesù storico e sulla
nascita del cristianesimo.
Lo stesso vale per il capitolo 12, dal
significativo titolo Il memoriale della
passione (173-188). Il capitolo si
apre ponendo al centro le voci degli imputati,
visto che esse sono, secondo Toaff, affidabili,
piene di informazioni dettagliate che hanno
un immediato riscontro nella realtà.
Anche qui mancano le fonti probanti: indicativo
è il modo in cui Toaff tratta la
questione relativa al lemma ze ha-dam
(questo è il sangue) che nella Haggadah
di Pesach, il testo che si legge
durante la cena pasquale, sarebbe collocato
nella elencazione delle dieci piaghe. Ma
gli artefici del processo avevano bisogno
di una frase che desse un senso rituale
diverso, avevano bisogno della frase ze
ha-dam shel goi qatan, cioè
«questo è il sangue del bambino
cristiano». Una frase che Toaff non
riesce a trovare in alcuna fonte e che viene
spiegata – seguendo ancora una suggestione
dei giudici e di Wolfang – attribuendola
alla tradizione orale.
La narrazione in questo capitolo è
caotica, contiene molti dati affastellati,
non sempre facili da sintetizzare. Da un
lato Toaff ritiene veritiera l’esistenza
di un rito ebraico nel quale viene usato
il sangue di bambino cristiano. Ma ci dice,
sempre facendo parlare le fonti agiografiche,
che non è un rito riconosciuto da
tutti gli ebrei, neanche da tutti gli ebrei
ashkenaziti. È a questo punto che
immagina l’esistenza di un gruppo
ristretto, i cosiddetti “fondamentalisti”
ashkenaziti, che avrebbero trasmesso il
rito in forma segreta, orale, per pochi
eletti. Anche in questo caso viene il sospetto
che i giudici volessero inserire, nell’articolata
accusa di omicidio rituale, quella della
cospirazione ebraica, che già era
stata utilizzata nel periodo della peste [6].
Inoltre, detto en passant, Toaff
utilizza fonti sui riti abbastanza peculiari.
Da un lato mostra competenza nel trovare
informazioni sugli usi rituali di diverse
tradizioni ebraiche, diversi minhagim,
ma talvolta privilegia testi discutibili.
Molto spesso utilizza resoconti sui riti
degli ebrei di età secentesca e settecentesca,
così come le immagini che sceglie
di antologizzare sono quasi tutte posteriori
al periodo in questione.
Da un lato sarebbe stato opportuno riflettere
sull’ampia pubblicazione di testi
sui riti degli ebrei che occuparono gli
eruditi d’Europa almeno a partire
dal XVII secolo. Redatti in specifiche occasioni,
generati da rapporti culturali complessi,
i testi sui riti degli ebrei sono una fonte
molto ricca, e stupisce che l’autore
ne privilegi alcuni piuttosto che altri
e non li tratti con la dovuta cautela.
Ma ciò che sconcerta è l’esegesi
che ne fa. I testi non sono considerati
come tali, ma come luogo in cui cercare
la prova della propria ipotesi. I diversi
livelli di significato del testo sono scomparsi,
così come le glosse testuali e culturali
ampiamente riconoscibili nelle confessioni
rilasciate sotto tortura.
Ad un’attenta lettura questo libro
mostra una costruzione semplice ma allo
stesso tempo fortemente coesa. Utilizza
le informazioni contenute negli atti processuali,
nelle agiografie del Bonelli e del Divina,
e sulla scia delle informazioni contenute
in questi testi va alla ricerca di prove
nelle fonti ebraiche per suffragare quelle
informazioni. Le prove ebraiche sono trovate
attraverso un esame superficiale e rapsodico
di testi e fonti provenienti da zone geografiche
e ambienti culturali diversi. L’interpretazione
letterale di testi differenti per
genere e composizione, appartenenti a periodo
e luoghi diversi, redatti con funzionalità
diverse è metodo di analisi alquanto
problematico.
Alla fine la messe di dati raccolti è
composta in una cornice di senso fortemente
ipotetica, suggestiva, costruita per assonanze,
somiglianze, veri e propri voli della immaginazione.
Non certo una thick description,
tanto meno una deep interpretation.
Il caso trentino è estremanente
complesso per il tipo di fonti che ci ha
lasciato, e per la sua ricca quanto controversa
trama culturale e giuridica. Tutto questo
poteva essere descritto e analizzato senza
dover dimostrare a tutti i costi una particolare
tesi. Anche adottando uno stile suggestivo,
potevano essere salvaguardati i dubbi e
le incoerenze, potevano essere presentate
tutte le parti coinvolte, il mondo degli
ebrei e quello dei cristiani. In ombra,
se non addirittura cancellate, sono le caratteristiche
della cultura cristiana del periodo, le
battaglie tra diverse correnti teologiche,
i conflitti tra gruppi religiosi a Trento
e a Roma. E ancor più in ombra, la
suggestiva quanto complessa vicenda che
ha portato alla decostruzione del caso trentino,
alla decostruzione cioè di un discorso
ampiamente segnato dalla volontà
di costruire un rito.
Ora tra le tante domande inevase, ci chiediamo:
Ma cosa è successo a Giovanni Schweizer?
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