DIBATTITI
Lezioni americane.
Il caso Toaff e il diritto di critica.
Un colloquio con David Kertzer
|
La notizia del controverso
libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue,
è giunta anche negli Stati Uniti.
Nota sarà anche la tesi di Toaff,
espressa nella quarta di copertina del libro
e dal titolo inequivocabile. Toaff sostiene
che l'accusa di omicidio rituale rivolta
agli ebrei non sia stata sempre una menzogna.
Non ci sono chiare le modalità della
ricezione della polemica negli Stati Uniti:
abbiamo visto che alcuni storici hanno mantenuto
una certa distanza, sostenendo che non potevano
intervenire nel merito perché non
avevano letto il libro.
Lei cosa ne pensa? Come ha avuto notizia
di questa polemica? Qual è stata
la sua prima reazione a questo evento storiografico
e mediatico?
Più che altro ho letto della polemica
attraverso la stampa italiana, però
c’era anche qualcosa sulla stampa
americana. Si può capire il fatto
che i docenti americani esperti in questo
campo non volessero commentare senza aver
letto il libro, che fra l’altro non
è mai stato disponibile qui in America,
e che poco dopo è stato tolto dal
mercato in Italia. Credo tuttavia che ci sia stata una reazione
unanime. Non ho sentito di reazioni positive,
da parte di studiosi seri, alla tesi apparente
di Toaff, a questa idea che almeno in certi
casi vi era qualche fondamento all’accusa
dell’omicidio rituale. Se abbiamo
capito bene il problema, da quanto è
emerso dalla descrizione del libro e da
quanto ha scritto Toaff stesso sulle polemiche,
si tratta del caso di Simone di Trento,
che è molto noto in America, ed è
già stato molto ben studiato da storici
americani, italiani e di altri paesi. Sappiamo
bene che non ci sono ragioni per sostenere
una qualche veridicità di questa
accusa, e che fra l’altro anche il
legato inviato dal papa per indagare questo
caso concluse, all’epoca, che si trattava
di un’accusa infondata.
Molti di coloro che si sono espressi
a più riprese sulla vicenda non avevano
letto il libro, che Toaff ha deciso di ritirare
dal commercio. Pare che – ma non ci
sono dati ufficiali – la prima edizione
sia andata esaurita quasi subito.
Questi ultimi eventi, e soprattutto la possibilità
che l’autore venisse processato in
Israele, hanno dato il via a un’ininterrotta
serie di illazioni, teorie complottistiche,
e prese di posizione per così dire
politiche. Secondo alcuni – in particolare
storici modernisti e contemporaneisti –
il ritiro del libro è segno di censura,
minaccia alla libertà di ricerca.
Toaff è divenuto un “martire
del libero pensiero”.
Lei conosce bene la cultura italiana. Che
cosa pensa di questa interpretazione della
vicenda Toaff? Perché molti storici,
dopo aver letto le recensioni negative di
eminenti studiosi, non si sono posti altre
domande? Ad esempio, come poteva essere
pubblicato un libro di questo tipo, estremamente
lacunoso sul piano metodologico?
Io non sono un complottista. Non lo sono
in generale, e non lo sono nemmeno in questo
caso. Una collega romana, ebrea, mi ha scritto
che si trattava di una vicenda prevedibile
perché il volume era stato pubblicato
da una casa editrice cattolica, il Mulino.
Io, che fra l’altro ho pubblicato
vari libri per il Mulino, non condivido
questo punto di vista, lo ritengo fuori
luogo.
Però capisco le ragioni di una decisione
di questo tipo: la reazione molto forte
soprattutto nel mondo ebraico, la situazione
mondiale, il ruolo dell’antisemitismo
in generale, e l’uso di questa accusa
di omicidio rituale che oggi viene fatto
soprattutto nel mondo arabo. Basta vedere il numero spaventoso di siti
arabi oggi che contengono l'accusa del sangue;
sembra una cosa lontana dal nostro tempo,
ma purtroppo non è così. Chiaramente
un libro come quello di Toaff dà
più forza a questo tipo di antisemitismo
diffuso nel mondo islamico. Il libro purtroppo
diventa una cosa pericolosa, e proprio per
questo credo che, soprattutto per gli studiosi
ebrei, sia un problema difficile. Personalmente, ritengo che in una situazione
come questa se un autore decide di ritirare
il suo libro – se è lui a deciderlo
- deve essere libero di farlo. Ma solo in
una situazione di questo tipo. Per il resto,
credo che si debba non censurare, ma criticare
la irresponsabilità che – a
quanto sembra – caratterizza un libro
del genere.
Non possiamo entrare nei dettagli
del libro di Toaff. Vorrei solo soffermarmi
su di un aspetto interessante. Lei ha scritto
qualche anno fa due libri: uno dedicato
al caso del ratto del bambino Mortara e
uno sull’atteggiamento della chiesa
cattolica nei confronti degli ebrei [1].
Il libro dedicato al caso Mortara è
scritto in stile narrativo, avvincente.
Lei ha optato per una esposizione che fosse
di gradevole lettura e non indirizzata esclusivamente
a un pubblico di specialisti. Toaff opta
per uno stile simile. Il suo libro si legge
come un romanzo. Ciò che però
è sconvolgente è il modo in
cui Toaff seleziona le fonti, lasciando
parlare solo quelle che lui ritiene utili
a dimostrare la sua tesi.
La domanda è questa: come si può
scrivere in modo avvincente la storia complessa
di un processo – soprattutto quando
le deposizioni sono rese sotto tortura –
e allo stesso tempo dare voce a tutti gli
attori che hanno preso parte all’evento?
Come si può abbinare uno stile gradevole
e allo stesso tempo rispettare i criteri
più elementari della ricerca storica,
che talvolta rompono la coerenza di una
narrazione?
Infatti questa è una bella sfida.
Ritengo che sia dovere di uno studioso rivolgersi
ad un pubblico non esclusivamente accademico.
La sfida è fare questo, senza sacrificare
la complessità della storia e senza
semplificare troppo la narrazione. Per esempio, nel libro sul caso Mortara,
ho tentato di dare almeno due narrazioni:
una dal punto di vista della chiesa, del
Vaticano, del Papa, e l’altra dal
punto di vista del mondo liberale e risorgimentale
e del mondo ebraico. Non è ammissibile che, con la scusa
che si scrive per un pubblico largo, si
rinunci ad avere un approccio critico verso
le fonti – che, nel caso del libro
di Toaff, hanno chiaramente a che fare con
il problema delle testimonianze rese sotto
tortura. È fondamentale capire e
saper interpretare le fonti, e presentarle
criticamente nella narrazione. Per questo ritengo che sarebbe stato possibile
scrivere quel libro con lo stesso stile
avvincente e rivolto ad un pubblico vasto,
senza sacrificare proprio questo aspetto:
che si ha a che fare con la tortura. E la
storia di queste accuse, che hanno assunto
una forma riconoscibilissima, era nota da
tempo già all’epoca del processo
di Trento.
In un certo senso, però,
Toaff è andato molto oltre, ha cercato
di capovolgere del tutto i risultati della
ricerca sull’accusa del sangue, ma
in particolare sul caso di Trento. Ha osato
sostenere, e ha voluto dimostrare che l’accusa
fosse fondata. Toaff, e chi come lui ha
creduto in questa operazione, ha cercato
l'ipotesi originale, abbagliato dal miraggio
di raccontare una verità nascosta.
Alla fine ha raccontato, forse in modo più
suggestivo, la verità degli
apologeti cattolici.
La ricerca di un’interpretazione innovativa
e originale non può, a volte, generare
banalità?
Sembra di sì. Quello di Toaff mi
sembra un caso in cui si vuole rileggere
il passato attraverso il presente. Stranamente,
si tratta di un caso lontanissimo nel tempo.
Perché riprenderlo oggi, dopo che
tanta ricerca è già stata
fatta?
Da questo punto di vista, anzi, non direi
proprio che quella di Toaff sia un’interpretazione
originale. Se non nel senso che essa rimanda
alla origine stessa del caso, alla
origine stessa di una storia radicata
in un mondo che demonizzava gli ebrei e
li vedeva come esseri sub-umani. Toaff adotta
quel contesto e quella mentalità,
ponendoli alla base di una moderna interpretazione
storiografica. Credo che un’operazione
di questo tipo non possa produrre niente
di nuovo e di significativo.
Intervista a cura di Cristiana Facchini
(con la collaborazione di Angela De Benedictis).
14 marzo 2007
|