| Giuseppe Parente
Cibo
veloce e cibo di strada.
Le tradizioni artigianali del fast-food
in Italia alla prova della globalizzazione
|
L’offerta relativa a prodotti alimentari
concepiti per un consumo rapido è
molto più articolata di quanto la
maggioranza delle persone sia, almeno ad
un livello consapevole, comunemente portata
a credere. Questa “ignoranza”
si alimenta in parte di un allentamento
dello stretto contatto che vigeva in passato
tra gli individui e le realtà territoriali
di appartenenza (incluso il proprio mangiare),
in parte dell’onnipresenza dei grandi
marchi internazionali della ristorazione
veloce e della loro potenza di impressionare
l’immaginario collettivo, mettendo
in ombra le forme tipiche di fast-food.
Nel nutrito insieme costituito da tali tradizioni
possiamo certamente includere i cosiddetti
cibi di strada. Con questa e con
altre espressioni, come street food,
mangiare o cucina di strada,
ci si riferisce a quei cibi preparati e
offerti quasi sul momento da piccole botteghe
e bancarelle che si affacciano o sono direttamente
collocate appunto nelle strade. Solitamente
vengono consumati in piedi, o al massimo
su sedie e sgabelli fronteggiati da una
piccola superficie d’appoggio (una
mensola, un bancone o, nella migliore delle
ipotesi, un tavolino). Jean Robert Pitte
[1] descrive l’offerta delle cucine
di strada in termini di singoli piatti o
come un piccolo assortimento di cibi precucinati.
Questi, generalmente acquistabili per somme
modeste, si ritrovano praticamente in tutto
il mondo e in ogni tempo, naturalmente con
le relative peculiarità. L’autore
definisce le cucine di strada come il principale
commercio di ristorazione fin dall’antichità.
Un fattore propulsivo per la loro crescita
sembra essere storicamente stato lo sviluppo
di mercati e fiere, eventi che obbligavano
contadini e artigiani ad allontanarsi dalle
loro case e di conseguenza dalle loro cucine.
In situazioni del genere uno dei bisogni
fondamentali era quello di procurarsi da
mangiare senza che ciò comportasse
un’eccessiva perdita di tempo ai danni
dei propri affari. Le caratteristiche paradigmatiche
di questo mangiare indicano come ci si trovi
di fronte alla prima forma di fast-food.
Per un momento viene spontaneo porsi una
domanda “ontologica” riguardo
agli elementi che rendono assimilabile la
fruizione del cibo di strada alla categoria
“veloce”. Senza dubbio la fase
del consumo è generalmente rapida,
pur non dimenticando l’eventualità
di comportamenti divergenti rispetto alla
presunta norma, come ad esempio fruizioni
lente, dettate più dal piacere di
assaporare una specialità che da
necessità pratiche. Al contrario,
dobbiamo riflettere brevemente sul momento
della produzione. Il fenomeno è così
sfaccettato che risulta difficile stabilire
se questa fase sia lenta piuttosto che veloce.
Alcune preparazioni sono così semplici
da poter essere portate quasi interamente
a termine sul momento o comunque in un tempo
molto contenuto. La frittura di alcune panelle
(le caratteristiche frittelle palermitane
di farina di ceci e prezzemolo) ad esempio
non ne richiede molto. Altre preparazioni
invece possono richiedere una maggiore cura
nel confezionamento ed essere consumate
velocemente in un secondo momento, riscaldate
o no, a seconda della loro natura. In questo
caso l’esempio potrebbe essere fornito
da una torta di verdure (intramontabile
prodotto della gastronomia ligure) venduta
al taglio. Qui la categoria fast
non è intrinseca al mangiato ma al
mangiare, emergendo al momento della fruizione
veloce. Simili differenze portano a riflettere
sulla realtà sfaccettata delle cucine
di strada. In relazione ai tempi e ai luoghi
presi in esame, mutano le tecniche, gli
strumenti e gli ingredienti alla base delle
preparazioni. Oltre a questa naturale tendenza
verso il particolarismo, rinveniamo tuttavia
elementi in grado di condurre all’individuazione
di parametri sistemici generalizzabili all’intero
fenomeno. In proposito si è già
accennato a caratteristiche come i costi
contenuti e la predisposizione dei cibi
offerti ad un consumo rapido e pratico,
senza la necessità degli strumenti
e delle comodità che accompagnano
il canonico pasto domestico (posate, stoviglie,
ecc.).
Contrariamente a quanto emerge dai luoghi
comuni, il modello alimentare veloce non
ha avuto origine negli States, per poi diffondersi
nel mondo; il fast-food di stampo americano
non è altro che un’articolazione
(commercialmente vincente) di un modo di
mangiare che nasce nelle strade ed è
riscontrabile nei più disparati contesti
storici e geografici. Ovviamente si tratta
di una serie di fenomeni (il plurale è
doveroso) che presentano un tratto differenziale
di notevole importanza rispetto alla ristorazione
rapida di tipo moderno: il mangiare di strada
si caratterizza per la sua essenza artigianale,
mentre l’offerta dei ristoranti in
franchising delle grandi catene
internazionali è costituita da prodotti
decisamente industriali. Nonostante il crescente
peso dei fast-food moderni, lo street
food presenta una generalizzata persistenza.
La sua presenza è ancora fortemente
affermata in America Latina, Medio Oriente
e Africa (soprattutto nella fascia del Maghreb),
luoghi nei quali l’atto del mangiare
equivale spesso al ricorso a preparazioni
gastronomiche di strada; rispetto a queste
aree la persistenza in Europa sembra essere
meno forte, ma comunque non trascurabile,
soprattutto se prendiamo in considerazione
i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
In quanto ad esempi di cibi tipici votati
ad un consumo veloce, l’Italia offre
l’imbarazzo della scelta, tanto nella
sua storia quanto nel presente.
Le prime testimonianze certe della presenza
di street food nella nostra penisola
risalgono ai tempi di Roma Antica. Le strade
dell’Urbe e della miriade di città
sparse nell’Impero erano animate da
folle di cittadini che ad una certa ora
dovevano ovviare al problema della fame
e della sete. Attorno a tali bisogni collettivi
era venuto così a crearsi un fiorente
commercio costituito dalla frenetica attività
di ambulanti, botteghe e taverne di vario
genere. Un ulteriore esempio, sempre
volgendo lo sguardo al passato, è
dato dall’insospettabile e domestica
pastasciutta, alimento da sempre collegato
all’immaginario gastronomico italiano,
che ancora prima di una diffusione nazionale
ed estera assurgeva al ruolo di pasto povero
nelle strade della Napoli borbonica .
Come già affermato però le
realtà del cibo di strada italiano
non sono affatto circoscritte ad epoche
passate. È quindi opportuno fornire
una panoramica esemplare che faccia luce
sulla ricca offerta di specialità
che si possono ancora incontrare nel Belpaese.
Partendo dall’ultima città
citata, potremmo iniziare con la pizza,
geniale manufatto che spicca per praticità,
per il suo «essere allo stesso tempo
arnese, luogo del cibo e cibo stesso»
[2]. L’usanza partenopea di consumarla ripiegata “a libretto”
o “a portafoglio” (ovvero in
quattro), risale al Seicento, quando le
pizzerie erano dei semplici laboratori nei
quali era possibile l’acquisto ma
non il consumo. Due secoli più tardi
alcuni si attrezzarono per una fruizione
in loco, cosicché iniziò una
parziale divaricazione fra semplici forni
e pizzerie (nell’accezione contemporanea
del termine); i primi vendono tuttora la
pizza in modalità take-away
oppure riforniscono altri rivenditori, mentre
i secondi consentono un’eventuale
degustazione lenta. Il popolare prodotto
ha attecchito a Roma (e da qui in altre
zone del paese) sotto forma di pizza
al taglio, variante più alta
rispetto a quella napoletana, preparata
con diversi complementi in grandi teglie,
per essere poi porzionata e venduta ai clienti,
che sono soliti mangiarla mentre passeggiano.
Degne di attenzione sono poi tutte le ulteriori
versioni locali di questo prodotto da forno,
la cui matrice (ossia l’impasto di
farina, acqua, lievito, sale, olio o strutto)
appare come una base universale, dunque
tale da non consentire un’attribuzione
di paternità univoca. La focaccia
è ad esempio una pizza bianca che,
dato il suo spessore, si presta bene ad
essere farcita con i più disparati
ripieni. Volendo indicare una città
per la quale questa possa costituire un
simbolo gastronomico si potrebbe menzionare
Genova, dove occupa da sempre un posto d’onore
fra i tanti cibi di strada (o meglio, di
carrugio [3]). Tuttavia dal Ponente al Levante ci si imbatte in una nutrita
serie di versioni locali. In provincia di
Imperia si prepara la piscialandrea,
una torta di pasta di pane ricoperta da
cipolle cotte, olive e acciughe. Famosissima
poi la focaccia di Recco, costituita
da due sottili sfoglie riempite con del
formaggio molle [4]. Altra categoria di prodotti congeniali ad un fast-food alla
ligure è quella delle torte.
Fonti storiche ce ne segnalano la presenza
in Europa a partire dal XIII secolo circa
[5]. Essendo la loro cottura legata alla disponibilità di
un forno, esse si configurarono come alimento
lontano dalla dimensione domestica, acquistabile
piuttosto in rosticcerie e botteghe specializzate
che le preparavano per acquirenti nobili.
Il consumo si è poi esteso, includendole
a pieno titolo fra i cibi di strada. Oltre
al variare delle farce (bietole, carciofi,
zucchine o farro, arricchite da uova e formaggio)
rimane la costante dei due sottili dischi
di pasta non lievitata che le contengono.
Sempre nella stessa regione troviamo la
farinata, tanto elementare negli
ingredienti quanto difficile nel loro corretto
dosaggio. L’impasto liquido di farina
di ceci, acqua e olio viene cotto in teglie
poste in forni a legna. Il risultato è
un fragrante e dorato disco, le cui fette
possono essere mangiate da sole o inserite
in un pezzo di focaccia. A Livorno, dove
il prodotto prende il nome di torta
di ceci ed è venduto nelle torterie,
la seconda modalità di consumo prende
il nome di “5 e 5”, da un modo
di dire locale risalente all’epoca
in cui si usava ordinare cinque lire di
torta ed altrettante di focaccia per accompagnamento.
La farinata è diffusa come belecalda
nelle propaggini meridionali del Piemonte
[6]. Un altro prodotto caratteristico della ristorazione veloce italiana
ci conduce fino in Romagna, regno indiscusso
della piadina. Questo disco, preparato
stendendo circolarmente un’amalgama
di farina, acqua, sale, bicarbonato, olio
o strutto, è un antico cibo di strada.
Gli oltre mille chioschi della zona la offrono
farcita di salumi e formaggi; il ripieno
tipico è dato dall’accoppiata
fra prosciutto crudo e squacquerone. Durante
la stagione estiva il mercato si estende
alla popolazione turistica in cerca di un
cibo caratteristico e veloce, la cui fruizione
non sottragga tempo alla villeggiatura [7]. Prima di passare ad un ulteriore area dello street food
nostrano, un ultimo esempio dall’Italia
meridionale. La semplicità dei grani
pugliesi è magnificamente trasformata
dall’abilità manuale dei fornai
in prodotti pronti all’uso. I pizzi
sono il caratteristico cibo di strada leccese;
si tratta di panini dalla forma circolare,
all’impasto dei quali vengono aggiunti
ingredienti tipici della zona salentina,
come olive, pomodorini, cipolle e cime di
rapa ‘nfucate, ovvero saltate
in olio con aglio e peperoncino [8].
Sempre il grano, e il suo derivato principale,
riportano alla mente una diffusa forma del
mangiare veloce ed economico: il panino,
diverso a seconda del tipo di pane che ne
costituisce la base e del contenuto. Dal
punto di vista delle varianti dei due elementi
costituenti, l’Italia si presenta
una volta ancora particolarmente ricca.
Si può ad esempio parlare del pane
sciocco (“insipido”) toscano.
L’usanza di evitare l’utilizzo
del sale pare sia nata per aggirare le onerose
imposte che gravavano su questo prezioso
ingrediente dalle proprietà conservanti;
la sua assenza è tuttavia abbondantemente
compensata dalla sapidità dei tanti
affettati e pecorini della regione. Tipico
del capoluogo è poi il panino con
il lampredotto, la parte meno pregiata
della trippa di bovino, lessata in un brodo
di verdure, tagliata e condita con sale
e pepe o con una salsa verde. Baluardi dell’ultimo
vero fast-food fiorentino sono
gli otto trippai del centro storico, ai
quali si sommano i vari ambulanti [9]. Scendendo
nel Lazio vanno menzionate le sontuose pagnotte
di Genzano (paese dei Castelli Romani),
uniche ad aver ottenuto il marchio di «indicazione
geografica protetta». Attraversando
Roma e la regione non è difficile
imbattersi nei tanti ambulanti che preparano
panini con la porchetta di Ariccia; il prodotto,
molto noto e apprezzato, consiste in un
maiale giovane disossato, privato delle
interiora, aromatizzato con rosmarino, aglio
e altre spezie, infine cotto al forno [10].
Nel centro Italia (soprattutto in Lazio,
Abruzzo e Molise) il companatico è
spesso formaggio stagionato di pecora, come
nei semplici spuntini che i pastori si concedevano
quando erano impegnati nella cura dei propri
greggi.
Insieme ai prodotti da forno, fra i cibi
di strada italiani trovano largo spazio
le fritture.
A Napoli, per esempio, lo stesso impasto
alla base della pizza viene fritto, dando
origine ad un’ampia gamma di cibi
da asporto. Vi sono le paste cresciute,
piccole pizze tonde che dopo un tuffo nell’olio
bollente vengono condite con sugo di pomodoro,
parmigiano e basilico; poi i calzoni
e più piccoli panzarotti,
ripieni con mozzarella, verdure, ricotta,
salame, ecc. Pochi carrettini, ma in compenso
molte friggitorie, portano avanti questa
antica tradizione gastronomica. Altra roccaforte
di preparazioni pensate per un consumo veloce
sembra essere Genova; forse la presenza
di un porto, quindi la presenza costante
nei tempi di gente in transito, non è
avulsa dal perdurare dello street food
tradizionale. Le friggitorie della città
ligure offrono i frisceu, frittelle
lievitate alle quali vengono incorporati
ingredienti come i giancheti (novellame),
e anche i cuculli, delle frittelline
di farina di ceci. Il trittico cucina di
strada-frittura-porto si ripropone egregiamente
a Palermo che, per la radicata abitudine
popolare di mangiare fuori casa, meriterà
di essere approfondita in separata sede.
In maniera analoga, la cucina di strada
romana presenta una propensione alle fritture
che sembra derivare dalla cucina
giudia. Filetti di baccalà,
fiori di zucca (entrambe pastellati)
e supplì (crocchette di
riso con pomodoro, carne e mozzarella) sono
i “fritti” da mangiare con le
mani che troneggiano nelle pizzerie al taglio
come nelle trattorie e nei ristoranti [11].
La strada offre inoltre diversi prodotti
tipici al frequentatore assetato. Ancora
oggi i romani in cerca di refrigerio durante
la rovente estate cittadina possono rivolgersi
ai minuscoli chioschi concentrati prevalentemente
sul Lungotevere per una grattachecca,
ghiaccio tritato sul quale vengono versati
sciroppi e all’occorrenza pezzi di
frutta. In Sicilia sono molto diffusi gli
acquafrescai. L’eloquente
nome indica i baracchini che servono granite
alla frutta (limone, gelsi, e latte di mandorle),
limonate ed altri prodotti rinfrescanti
artigianali. Tipico di Catania è
per esempio il seltz, bevanda a
base di limone, sale e sciroppo agli agrumi.
Addirittura in questa città la colazione
estiva si compone di una brioche affiancata
da una granita. La grattachecca palermitana
prende il nome di grattarella,
anche se in questo caso la freschezza degli
agrumi locali rende superfluo il ricorso
agli sciroppi artificiali: il ghiaccio è
solitamente irrorato con succo di limone
o di arancia [12]. Questi rimedi contro l’arsura
sono solo alcuni dei tanti usi mutuati dalla
cultura araba. Si pensi anche ad uno dei
mezzi più salutari e naturali per
dissetarsi: la frutta. Con la bella stagione
lungo le strade compaiono molti venditori
da cui acquistare succose fette di anguria
e melone.
Da ultimo ci si vuole soffermare sul luogo
italiano che meglio rappresenta il modo
di mangiare preso in analisi. A Palermo
il cibo di strada è il cibo,
la città nella sua rappresentazione
gastronomica. L’abitudine del pasto
fuori casa, veloce ma sostanzioso, è
sedimentata nel granitico patrimonio culturale
e appare come un involontario presidio contro
le degenerazioni alimentari attuali. Involontario
perché, come si è appena detto,
per la stragrande maggioranza dei palermitani
questa resta l’unica maniera possibile
di concepire il fast-food. In posti del
genere si ha la sensazione che Mc Donald’s
e simili abbiano più difficoltà
che altrove a sottrarre clientela al mangiare
tradizionale. Una delle possibili spiegazioni
per tale persistenza può essere rintracciata
scavando nel passato dell’isola, fino
ad arrivare all’epoca in cui questa
rientrava nei territori di dominati dagli
Arabi,
popolo la cui cultura alimentare è
da sempre orientata al cibo di strada. Giannici
offre una testimonianza dei diversi luoghi
che giorno dopo giorno perpetuano l’esistenza
del fast-food declinato in palermitano [13]. Ci sono i locali storici, come la Focacceria di San Francesco,
la cui veneranda attività risale
al 1843, ma anche le rosticcerie diurne
e notturne, nelle quali per 80 centesimi
o al massimo per 1 euro è possibile
acquistare un cosiddetto pezzo;
con questo termine ombrello si intendono
sia cibi dolci (un cannolo, un cornetto)
che salati (un rustico di pasta sfoglia,
un’arancina, ecc.). Vi è poi
l’esercito di bancarelle e di ambulanti
con i loro rombanti lapini (nel
dialetto l’Ape diventa ‘a
lapa), come quelli che vendono lo sfinciuni,
una pizza alta e soffice, condita con pomodoro,
cipolla, acciughe e caciocavallo. La varietà
delle prelibatezze offerte al passante è
straordinaria. Va premesso che, nonostante
la presenza del mare, per motivi esclusivamente
economici il pesce è il grande escluso
dalla cucina di strada. A questa regola
sfuggono il polpo bollito, servito
al mercato della Vucciria, mangiato
sul momento con limone e prezzemolo e i
cicireddu (pesciolini fritti) serviti
nelle friggitorie. Molte sono invece le
preparazioni a base di carne, sebbene le
parti utilizzate siano scarti della macellazione
che rispondono alla logica popolare del
risparmio; il vantaggio che deriva dai bassi
costi di simili ingredienti è un
mangiare economico. La specialità
più famosa è il pani
ca’meusa (pane con la milza).
Previa cottura, la meusa, i polmoni e lo
scannarozzato (trachea) di vitello vengono
ripassati nella saimi (strutto)
e mangiati all’interno della vastedda
(caratteristico panino circolare ricoperto
da semi di sesamo). Il cliente decide se
il ripieno deve essere schietto
(semplicemente bagnato da gocce di limone)
o maritato (completato con ricotta
e caciocavallo). Vi è poi una serie
di cibi che metterebbe a dura prova anche
il meno schizzinoso dei turisti. Il quarume
(quariari significa “scaldare”)
è un brodo di frattaglie, cipolla,
carote, sedano, pomodoro e odori. I suoi
venditori offrono spesso anche il musso
(testa, zampe, mammelle e nerbo) del vitello.
La frittola è ottenuta friggendo
in un calderone pezzetti delle cartilagini
residue dall’estrazione dello strutto.
Il fondo di cottura è dato dallo
stesso strutto aromatizzato con alloro,
zafferano e buccia di limone. Si è
soliti consumarla su fette di pane [14]. Le protagoniste della gastronomia di strada a Palermo restano
tuttavia le varie fritture vegetali, occasionalmente
a base di carciofi, cime di cavolfiore e
melanzane in pastella. Galleggiano invece
quotidianamente nei padelloni stracolmi
di olio le panelle e i crocché
(o cazzilli). Per realizzare le
prime si cuoce preventivamente in pentola
un impasto di acqua, farina di ceci e prezzemolo
tritato. Con il composto così realizzato
si formano delle frittelline che vengono
poi cotte nell’olio. I secondi sono
crocchette di patate schiacciate, sempre
con l’aggiunta di prezzemolo. Il panino
panellecrocchè è un appuntamento
obbligatorio per i bagnanti della spiaggia
di Mondello, il cui lungomare è costellato
di friggitorie ambulanti ricavate razionalizzando
al massimo la capacità dei minuscoli
“lapini”. La filosofia del non
spreco portata al suo grado più estremo
si concretizza nelle raschiature, ovvero
nei detriti raccolti dalla padella, fritti
una seconda volta e serviti in un panino.
Infine il pezzo simbolo, noto anche al di
fuori dalla città e dell’isola:
l’arancina. Costituita da una palla
compatta di riso rivestita di pangrattato
e fritta, la si trova essenzialmente in
due varianti: alla carne, ossia condita
da un ragù di pomodoro, carne, piselli
e con pezzi di provola, oppure al burro,
distinguibile per la forma conica, contenente
dadini di mozzarella e prosciutto. Singoli
pezzi che nei posti più apprezzati
arrivano a sfiorare il mezzo chilo. Un primo
piatto più che completo, considerando
i condimenti, sublimato in un involucro
che lo rende cibo di strada. Un elemento
del mangiare lento, come una porzione di
riso, condensato sotto la spinta della necessità
in una forma che ne permette un consumo
veloce. E’ il voto definitivo dei
palermitani al fast-food, secondo la loro
originale via.
Il carattere non esaustivo della rassegna
presentata è evidente. Per rendere
a pieno la vastità del fenomeno in
questione sarebbe forse più indicata
un’opera di tipo enciclopedico. Lo
scopo principale era tuttavia quello di
dimostrare la resistenza nel tempo di un
modo di mangiare che da un passato estremamente
lontano è arrivato fino ai nostri
giorni. Se per un verso il cibo di strada
rientra ancora a pieno titolo nei nostri
modelli alimentari, dall’altro occorre
prendere atto del fatto che esso vive in
un contesto profondamente diverso da quello
nel quale ha avuto origine. I continui cambiamenti
che hanno investito la società hanno
portato a mutamenti nel modo di nutrirsi
degli individui che la compongono e, di
riflesso, a riconfigurazioni dell’intero
settore alimentare. In epoca moderna la
concomitanza di fattori quali la strutturazione
dei turni di lavoro, la diminuzione delle
pause, l’aumento dei redditi, nonché
il progressivo tramonto della donna casalinga,
gettarono le basi per una trasformazione
senza precedenti, che rese il mangiare fuori
casa un bisogno di massa. Già sul
finire del XIX secolo diversi imprenditori
fiutarono le prospettive di crescita della
ristorazione veloce nelle metropoli europee
e nord americane, facendo da precursori
all’impressionante
espansione che sarebbe iniziata a partire
da metà Novecento. Quest’ultima
riguardò in particolar modo la nascita
e la diffusione dei moderni gruppi di fast-food
gestiti tramite il franchising, formula
vincente che, dopo una fase di crescita
interna agli States, permise ai marchi americani
di estendere la propria presenza al mercato
estero. Il dilagare di ristoranti veloci
di stampo statunitense in tutto il mondo
si inscrive perfettamente nel processo definito
da Fishler [15] come «planetarizzazione del settore alimentare»,
in altre parole la globalizzazione del cibo;
la produzione e la distribuzione operano
ormai a livello mondiale, ponendo gli individui
più fortunati nella condizione di
poter attingere ad una varietà di
scelte che spaziano dagli alimenti tradizionalmente
legati al proprio territorio a quelli importati
(materialmente e culturalmente) da realtà
originariamente estranee. Fra le molteplici
conseguenze di una simile situazione, valutata
da alcune correnti di pensiero come positivamente
ibrida e da altre come negativamente omologata,
nel nostro paese come in altri assistiamo
alla copresenza di gastronomia tipica e
di fast-food in stile Mc Donald’s.
Insieme queste diverse forme di ristorazione
rapida costituiscono un robusto ramo dell’industria
alimentare contemporanea. Secondo una stima
del Censis basata su dati Istat, nel 2003
i locali fast-food presenti in Italia ammontavano
a 15.927, per un numero di occupati pari
a 31.187 unità [16]. Vista la multiformità del fenomeno, resta problematico
individuare un indicatore che quantifichi
precisamente l’incidenza degli esercizi
che forniscono cibi di strada sull’offerta
totale di prodotti per un consumo rapido.
Un dato comunque significativo, proveniente
dal Rapporto sul commercio 2005
stillato dalla Confcommercio, riguarda gli
ambulanti di generi alimentari, presenti
sul territorio nazionale con 8.185 postazioni
mobili e 32.199 fisse. Se consideriamo l’andamento
della domanda, è verosimile presagire
una continua crescita del volume di affari
dell’intero settore. L’indagine
Istat su Stili di vita e condizioni
di salute nel 2001 ha riportato infatti
l’innalzamento della percentuale di
popolazione che non pranza in casa in 2,1
punti: dal 15,8% del 1997 si è passati
al 17,9% del 2001 (la tendenza è
più marcata nelle grandi città)
[17]. In relazione al 2005 la FIPE ha indicato che oltre 11 milioni
di italiani mangiano abitualmente fuori,
per una spesa di 46 miliardi di euro (pari
al 30,8% dei consumi alimentari complessivi)[18].
Vista anche la coesistenza di ristori veloci
tradizionali e d’importazione, è
importante considere queste due diverse
articolazioni del mangiare ‘rapido’,
mettendo in luce le rispettive specificità.
Infatti, anche se entrambe possono trovare
una ragione d’essere nel medesimo
bisogno funzionale (la fame), si riscontrano
tra loro profonde discontinuità paradigmatiche.
Innanzitutto, come anticipato, i moderni
fast-food di catena offrono prodotti standardizzati.
Al fine di fornire ai propri clienti un
cibo apparentemente rassicurante, sempre
e ovunque identico a se stesso, i gruppi
che gestiscono questo genere di ristoranti
operano secondo un sistema volto a garantire
l’omogeneità; le forniture
degli ingredienti devono rispondere ai rigidi
parametri prefissati dalle corporation,
al pari delle operazioni “tayloriste”
per la preparazione e la presentazione dei
pasti [19]. Come ricordato da alcuni autori, le varianti locali si sono
progressivamente ricavate uno spazio minimo
all’interno dei menu, sebbene si tratti
sempre di prodotti industriali che, oltre
l’aspetto di facciata, non rifuggono
da principi
produttivi vigenti in tutti i franchise.
Nel caso dello street food tradizionale
la situazione è tendenzialmente diversa;
nonostante la quotidiana reiterazione dei
gesti necessari a cucinare le tante specialità
di strada, l’artigianalità
delle preparazioni rimane un fondamentale
tratto distintivo. Sicuramente la tecnologia
ha apportato un prezioso contributo verso
la semplificazione di alcune lavorazioni,
senza tuttavia sminuire il significato della
componente umana, fattore che garantisce
l’unicità di ogni prodotto.
Va tuttavia precisato che dietro l’apparenza
di genuinità può sempre celarsi
la minaccia di un cibo cucinato a partire
da semi-lavorati industriali (o comunque
da ingredienti di qualità e provenienza
dubbie), successivamente spacciato per street
food autentico. La dimensione artigianale
non costituisce inoltre una prerogativa
del solo mangiare di strada; ristoranti
e trattorie tradizionali permettono infatti
la fruizione di pietanze caratteristiche,
spesso prese a prestito proprio dal mangiare
spicciolo di tutti i giorni, garantendo
però un pasto lento, maggiormente
strutturato e reso confortevole dalle comodità
di un locale al chiuso.
Alle diverse modalità operative
relative ai due modi di intendere la ristorazione
veloce corrispondono diversi tipi di personale.
I fast-food [20] ricorrono prevalentemente
a lavoratori a tempo determinato, come studenti
e giovani assunti con contratti part-time,
che a rotazione vengono impiegati in tutti
i ruoli operativi (cucina, cassa, pulizie,
ecc.). Il tasso di ricambio dei dipendenti
è estremamente elevato: le peculiarità,
i ritmi alienanti delle mansioni e le possibilità
di carriera pressoché nulle non costituiscono
un incentivo alla continuazione delle prestazioni
di lavoro. Da queste considerazioni si evince
come gli addetti siano spinti ad assolvere
alle loro mansioni più dal dovere
che dalla motivazione personale. Per quanto
riguarda invece il cibo di strada è
più verosimile pensare ad artigiani
del mangiare che portano avanti con convinzione
saperi ed abilità tradizionali, spesso
tramandati di padre in figlio.
Dopo aver trattato le differenze strutturali
riguardanti l’offerta, si può
passare ad analizzare la composizione della
clientela ed il tipo di esperienza fruitiva
connessa ai modelli alimentari che stiamo
trattando. Le grandi catene della ristorazione
veloce hanno potuto contare sull’appoggio
propulsivo dei giovani, rivelatosi fondamentale
nella fase di insediamento in Italia. Ancora
oggi questa fascia di clientela dimostra
di essere particolarmente attratta dall’immagine
del fast-food; l’atmosfera dei punti
vendita, fatta di luci, colori e musica,
la proposta di cibi che si distanziano dalla
monotonia della tradizione e che possono
essere consumati senza dover sottostare
alle norme del pasto domestico, hanno contribuito
a creare un accattivante modello di consumo
in controtendenza rispetto al mangiare dei
genitori. Un'altra fetta di mercato non
trascurabile è data dai bambini,
i soggetti più influenzabili dai
richiami pubblicitari. Nel tempo la clientela
si è tuttavia allargata fino ad includere
manager di medio livello, colletti bianchi
e commercianti, individui costretti dalle
rispettive attività nel centro delle
città, ovvero nelle zone dove i fast-food
hanno deciso di insediarsi strategicamente.
Chiaramente il fattore spaziale in sé
non è sufficiente a motivare una
simile scelta di consumo. Dato il basso
livello qualitativo dei prodotti, bisogna
assumere che quanti indirizzano le proprie
preferenze verso queste forme alimentari
siano in possesso di una scarsa
cultura gastronomica e poco informati
sui rischi derivanti da un’alimentazione
scorretta. Diversamente, la consapevolezza
dell’esistenza di alternative tipiche,
non viziate dall’industrialità
di fondo che affligge invece hamburger e
affini, preparate a partire da ingredienti
più facilmente rintracciabili, appartiene
a individui, sia giovani che adulti, contraddistinti
da una cultura gastronomica superiore o
quantomeno da un attaccamento naturale alle
proprie tradizioni. Anche per quanto concerne
l’esperienza del mangiare, fast-food
e cucine di strada si situano su posizioni
tendenzialmente opposte. Le corporation
della ristorazione veloce non si limitano
semplicemente a perseguire la standardizzazione
dei prodotti, ma si adoperano con uguale
dedizione alla pianificazione di tutti gli
aspetti relativi alla loro fruizione. Il
cliente che entra in un franchise
accetta, perlopiù inconsapevolmente,
routine comportamentali che tendono
ad indirizzare il modo di consumare il cibo
(scelta fra le opzioni disponibili, generalmente
strutturate in un menu, ordinazione e pagamento
alla cassa, ritiro del vassoio, ricerca
di un posto a sedere, fruizione, deposito
rifiuti, infine uscita). Ogni particolare
è minuziosamente studiato, al fine
di favorire l’efficienza massima nel
servizio. Al pari degli alimenti offerti,
gli ambienti che fanno da cornice al pasto
presentano diversificazioni superficiali,
ma non differenze sostanziali. Ovviamente
l’ingresso in un fast-food non comporta
l’adesione tassativa ai modelli ritenuti
ottimali dai vertici delle società
di ristorazione. In altre parole non tutti
frequentano simili luoghi perché
spinti dall’esigenza di mangiare in
fretta. È tuttavia evidente
che un’esperienza del genere presenta
un notevole grado di prevedibilità,
tratto che sembra invece mancare nell’ambito
delle cucine di strada; questi esercizi
sono appunto collocati nel mezzo del flusso
di persone che anima quotidianamente gli
insediamenti umani, in un mondo che può
sempre offrire al cliente situazioni, incontri
e scambi potenzialmente inediti, in sostanza
un “colore” reale, ben diverso
dall’atmosfera artefatta dei ristoranti
di catena.
In sintesi, le modalità alimentari
esposte possono essere collocate secondo
l’organizzazione della produzione
ed il tipo di luogo ospitante nel seguente
schema (nella consapevolezza che in realtà
gli ambienti di ristoro possono posizionarsi
in un continuum di sfumature fra le polarità
analitiche di artigianale/industriale e
di outdoor/indoor).
Viste queste importanti differenze,
sorge un interrogativo riguardo la natura
della ristorazione rapida tradizionale dei
nostri giorni. Occorre infatti comprendere
se lo street food nostrano persiste
in accordo con le peculiarità del
modello originale, oppure se ha risentito
in qualche maniera dei campi di forze che
attraversano un mondo ormai globalizzato,
nel quale è possibile scorgere tanto
spinte all’omologazione, quanto ritorni
al localismo. Del resto la globalizzazione
non è un fenomeno lineare e le divergenze
di vedute circa la direzione in cui essa
spinge sono un sintomo di tale complessità.
Innanzitutto si può riscontrare come
alcuni cibi di strada, coerentemente con
la planetarizzazione dell’alimentazione,
abbiano cessato di essere semplicemente
realtà locali, diffondendosi al di
fuori delle zone dove erano stati sviluppati.
È ad esempio il caso di falafel
e döner kebab [21], prodotti che, partendo dai suk arabi, hanno letteralmente conquistato
il mondo. La pizza costituisce un ulteriore
emblema della possibilità di espansione
su scala globale dei cibi. Nella maggior
parte dei casi simili processi di diffusione
si sono concretizzati attraverso riadattamenti,
dettati da ragioni culturali e commerciali,
che hanno di fatto snaturato l’essenza
e abbassato il livello qualitativo delle
preparazioni tradizionali. Oltre alle mistificazioni
compiute a fini di esportazione, non vanno
trascurate quelle perpetrate negli stessi
luoghi di origine. Per tornare in ambito
italiano, si pensi alla pizza in tranci
che viene offerta in ristoranti come Spizzico.
Si tratta di un prodotto che, sia nella
forma che nella sostanza, non è paragonabile
a quello che viene offerto dai laboratori
artigianali partenopei. Il discrimine non
si limita solamente al fattore qualitativo,
ma riguarda anche il differente contesto
di fruizione (genere di locale e relativi
pattern di consumo) e co-testo
alimentare (l’offerta di contorno).
L’esperienza fruitiva avviene in ristoranti
concessi in franchising che presentano medesime
caratteristiche ambientali e consuetudini
produttive; il cliente ordina e ritira un
pasto organizzato in un menu all’interno
del quale la pizza è accostata a
patatine fritte e bevande gasate. Questi
tratti sono chiaramente mutuati dalla ristorazione
rapida statunitense, modello che nel tempo
ha progressivamente attecchito in tutto
il mondo, tanto da spingere alcuni autori
a riflettere sugli aspetti negativi connessi
ad una tendenza ritenuta imperante.
George Ritzer ha proposto in proposito la
nozione di «mcdonaldizzazione»
[22], ovvero l’idea che si stia assistendo ad un inarrestabile
processo di razionalizzazione, inizialmente
incarnato dal sistema Mc Donald’s,
ma ormai esteso ad ogni sfera della società
contemporanea. Il colosso americano non
rappresenta l’argomento topico del
discorso ritzeriano in quanto fast-food,
ma figura piuttosto come caso paradigmatico
di un mutamento su ampia scala. Il funzionamento
di questo settore, imperniato su parametri
chiave quali efficienza, calcolabilità,
prevedibilità e controllo delle operazioni,
avrebbe spinto verso una crescente razionalizzazione
molti settori del vivere organizzato. La
critica nei confronti di quella che viene
indicata come una delle principali fonti
di omologazione a livello mondiale viene
ripresa nella più recente opera del
sociologo americano, intitolata La globalizzazione
del nulla [23]. Con il termine nulla Ritzer si riferisce a qualsiasi
«forma sociale generalmente concepita
e controllata centralmente e relativamente
priva di contenuto sostanziale distintivo»
[24]. Ciò che rientra in questa categoria tende ad essere
intercambiabile (non unico), privo di legami
con un luogo ed un tempo specifico, disumanizzato
e disincantato. I fast-food, ritenuti dei
non-luoghi nei quali delle non–persone
offrono non-cose attraverso un
non-servizio, si distinguono fra
i principali promotori del nulla. L’autore
propone poi una personale nozione integrativa
alle teorie preesistenti, che chiama “grobalizzazione”;
il vocabolo, derivato dalla fusione di growth
(crescita) e globalization, si
riferisce alle ambizioni espansionistiche
da parte di nazioni, organizzazioni e multinazionali
(come quelle della ristorazione veloce)
che, perseguendo il profitto, mirano ad
estendere la loro influenza al mondo intero.
Le dinamiche della grobalizzazione comportano
una crescente esportazione del nulla,
che avrebbe come conseguenza un’irreparabile
perdita di peso del locale, culla originaria
del qualcosa. Tale categoria comprende le
forme sociali generalmente concepite e controllate
localmente e relativamente ricche di contenuto
sostanziale distintivo [25]. Nella misura in cui esiste ancora, il locale non sarebbe altro
che glocale, un pastiche
di «imbastardimenti» risultante
dall’azione di forze globalizzanti
sui restanti avamposti delle specificità
territoriali.
Altri autori preferiscono comunque ricordare
la complessita dei fenomeni di globalizzazione,
inclusi alcuni degli aspetti costruttivi
del compromesso glocale. Uri Ram [26] descrive ad esempio l’attuale revival del falafel
in Israele. Dopo un periodo di declino durante
gli anni Settanta ed Ottanta, dovuto al
confronto con novità quali shawarma,
pizza ed hamburger, le caratteristiche polpettine
sono tornate in auge attraverso due canali.
Il primo è costituito da ristoranti
di lusso, come il The Falafel Queens
di Tel Aviv, che in aggiunta al prodotto
tipico serve nuove varietà (ai peperoni,
alle olive, ecc.), garantendo agli avventori
alti standard qualitativi. Questa “gourmetizzazione”
riflette la volontà di apertura alle
nuove tendenze, senza tuttavia tradire l’artigianalità
di un cibo tradizionale. Il secondo canale
è rappresentato dalla distribuzione
ad opera di esercizi “mcdonaldizzati”.
Il sociologo cita i ristoranti della catena
Ma’Oz, confortanti locali
dal design retro, nei quali i falafel sono
prodotti da un macchinario al ritmo di ottanta
unità per minuto, per essere poi
venduti nel packaging con il marchio del
gruppo. L’incontro fra un modello
di ristorazione americano con un prodotto
mediorientale, sostiene Ram, non rappresenta
la semplice crescita del globale ed il conseguente
declino del locale. Si tratta piuttosto
di una appropriazione a livello strutturale
di contenuti culturali specifici, che pero
ha contribuito in qualche modo alla diffusione
di un alimento tradizionale (sia pur modificandone,
almeno in parte, le caratteristiche stesse).
Nel processo le regole della produzione
standardizzata globale hanno certamente
eroso le consuetudini artigianali originarie,
rivitalizzando tuttavia il locale in una
chiave “mutata”. Tramite esempi
di questo genere l’autore manifesta
una volontà di superamento delle
teorie alle quali si riferisce con le etichette
di «one-way» e «two-ways».
Le prime sono eccessivamente sbilanciate
verso la visione di una globalizzazione
che funzionerebbe in modo totalmente omogeneizzante,
mentre le seconde insistono fortemente sul
potere di ridefinizione delle spinte esterne
da parte delle culture locali. La risposta
di Ram consiste in un approccio che vuole
essere «both ways»: se ad un
piano strutturale (rapporti e pratiche inscritte
nelle istituzioni e nelle organizzazioni)
la realtà obbedisce ad un livellamento
«a senso unico», ad un piano
simbolico-espressivo essa restituisce spazio
ai meccanismi «a doppio senso».
In sostanza i modelli criticati sono assunti
come validi, purché applicati ai
rispettivi livelli sociali. Del resto siamo
di fronte a processi che non possono essere
ridotti all’idea di rigidi flussi
unidirezionali. E in modo ancor piu netto
l’antropologo Néstor Garcia
Canclini, riflettendo sulla situazione delle
popolazioni sudamericane, sottolinea la
natura ibrida di un’identità
culturale negoziata, continuamente coprodotta
in circuiti di scambio che non possono tuttavia
prescindere dal raggiungimento di un’equità
fra gli attori in causa [27].
Il gioco di influenze bidirezionali appena
descritto, non porta necessariamente ad
incroci che cambiano la natura di pratiche
e prodotti umani che originariamente traevano
il loro senso da un dato luogo e dalla relativa
cultura (sebbene per correttezza occorra
ricordare che anche in tempi in cui il mondo
non era manifestamente globalizzato, le
tradizioni sono state continuamente rimodellate
dagli scambi o scontri fra diverse culture).
In alcuni casi l’incontro si attua
in termini di convivenza pacifica fra elementi
gastronomici che non presentano nessun legame
fra di loro. Per quanto concerne il mangiare
di strada in Italia, una tendenza del genere
si palesa ad esempio nel caso degli acquafrescai
siciliani o napoletani e nei chioschi di
grattachecca trasteverini; i prodotti
rinfrescanti forniti da questi artigiani
sono usciti indenni dall’incontro
con le sodas d’importazione
(Coca-Cola, Fanta, Sprite, ecc.), che hanno
semplicemente arricchito l’offerta
complessiva. Coerentemente alla planetarizzazione
del mangiare, bevande cha appaiono “paracadutate”,
si sono progressivamente ricavate un posto
nelle abitudini alimentari degli italiani.
Per il resto la qualità, i luoghi,
gli attori e i modi della produzione non
hanno risentito della copresenza con il
globale. Si può addirittura ipotizzare
che le novità abbiano attratto clienti
che diversamente non avrebbero frequentato
simili siti, accrescendo la visibilità
del tradizionale.
Va infine menzionata la significativa persistenza
di cibi di strada per i quali non si riscontrano
né alterazioni sostanziali né
mutamenti di contorno. Numerose preparazioni
tipiche sopravvivono immutate grazie al
sostegno da parte di associazioni e di singoli
consumatori. Fra le più visibili
ed attive si segnala Slow
Food, nata in Italia nel 1986 in
reazione all’apertura dei primi franchise
della Mc Donald’s. L’organizzazione,
attualmente presente in 130 paesi con circa
120.000 soci, si batte per la salvaguardia
dei modelli di produzione e allevamento
a rischio, nonché per la promozione
delle gastronomie tipiche, basate sull’utilizzo
di tecniche e ingredienti tradizionali.
L’impegno contro lo scadimento del
cibo rappresenta una fra le tante risposte
su scala locale innescate dalle pressioni
omologanti dell’industria agro-alimentare
globale. La portata del movimento Slow Food
è così significativa da indurre
lo stesso Ritzer, nel finale dell’opera
sopraccitata, ad abbandonare i toni pessimistici,
constatando come questa associazione sia
un attore collettivo grobale capace
di tutelare ed esportare espressioni del
qualcosa (nella fattispecie, un
mangiare incantato, ricco di contenuto distintivo,
concepito e controllato localmente).
Insieme alle forme programmatiche di difesa,
lo street food tradizionale gode
dell’appoggio quotidiano da parte
di soggetti individuali che dimostrano di
preferirlo alla ristorazione veloce d’oltreoceano.
Sebbene sia ipotizzabile l’esistenza
di un’inclinazione spontanea verso
cibi ritenuti familiari e quindi rassicuranti,
nel ricorso alle cucine di strada si scorgono
sempre più frequentemente i lineamenti
di una scelta mirata. L’alimentazione
è infatti una delle sfere nelle quali
l’identità del consumatore
ha progressivamente assunto una connotazione
«politica». Roberta Sassatelli
illustra i recenti fenomeni che attraversano
il mercato sul versante della domanda, ricordando
che:
è la nostra identità di consumatori
che può diventare propriamente politica,
consumando in un certo modo, o rifiutandoci
di consumare, possiamo esprimerci come consumatori
“etici” o “critici”,
e così facendo contribuire in qualche
modo ad un più ampio, spesso globale,
processo politico [28].
L’impossibilità di eludere
le regole alla base del gioco rende manifesta
la necessità di agire al loro interno,
tramite comportamenti volti a reindirizzare
l’offerta nella direzione sperata
[29]. Nonostante le etichette di «tipico», «tradizionale»
o «italiano» non forniscano
una garanzia a priori di eticità
e qualità, i dati emersi dalla presente
analisi dimostrano che le routine
di produzione e fruizione di cibi di strada
rappresentano delle pratiche potenzialmente
riformanti. Il consumo di tali prodotti,
oltre a procurare una piacevole esperienza
personale, può esprimere il rifiuto
nei confronti della ristorazione rapida
industrializzata e dei connessi aspetti
problematici (appiattimento dei sapori,
squilibri nutrizionali, consumo non sostenibile
di risorse naturali, precarizzazione dei
dipendenti, eccessiva influenza politico-economica
da parte delle corporation, ecc.).
I responsabili del settore, vincolati dalla
continua ricerca del profitto, mostrano
per il momento limitati segnali di apertura
verso le istanze critiche del mercato. La
maggiore consapevolezza dei consumatori
e la crescente abitudine al pasto fuori
casa lasciano poi prevedere non una semplice
sopravvivenza, ma addirittura una crescita
nell’ambito del mangiare di strada
tradizionale, ai danni delle forme più
scadenti di fast-food. Senza dimenticare
la necessità di una tutela attiva,
possiamo dunque guardare con fiducia al
futuro di un modello alimentare che rappresenta
da sempre un patrimonio non solo gastronomico,
ma anche culturale.
Questo articolo
si cita: G. Parente, Cibo
veloce e cibo di strada. Le tradizioni
artigianali del fast-food in Italia
alla prova della globalizzazione,
«Storicamente», 3 (2007),
http://www.storicamente.org/03parente.htm
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