Giuseppe Parente
Cibo veloce e cibo di strada.
Le tradizioni artigianali del fast-food in Italia alla prova della globalizzazione
L’offerta relativa a prodotti alimentari concepiti per un consumo rapido
è molto più articolata di quanto la maggioranza delle persone
sia, almeno ad un livello consapevole, comunemente portata a credere. Questa
“ignoranza” si alimenta in parte di un allentamento dello stretto
contatto che vigeva in passato tra gli individui e le realtà territoriali
di appartenenza (incluso il proprio mangiare), in parte dell’onnipresenza
dei grandi marchi internazionali della ristorazione veloce e della loro potenza
di impressionare l’immaginario collettivo, mettendo in ombra le forme
tipiche di fast-food. Nel nutrito insieme costituito da tali tradizioni possiamo
certamente includere i cosiddetti cibi di strada. Con questa e con
altre espressioni, come street food, mangiare o cucina
di strada, ci si riferisce a quei cibi preparati e offerti quasi sul momento
da piccole botteghe e bancarelle che si affacciano o sono direttamente collocate
appunto nelle strade. Solitamente vengono consumati in piedi, o al massimo su
sedie e sgabelli fronteggiati da una piccola superficie d’appoggio (una
mensola, un bancone o, nella migliore delle ipotesi, un tavolino). Jean Robert
Pitte [1] descrive l’offerta delle cucine di strada in termini di
singoli piatti o come un piccolo assortimento di cibi precucinati. Questi, generalmente
acquistabili per somme modeste, si ritrovano praticamente in tutto il mondo
e in ogni tempo, naturalmente con le relative peculiarità. L’autore
definisce le cucine di strada come il principale commercio di ristorazione fin
dall’antichità. Un fattore propulsivo per la loro crescita sembra
essere storicamente stato lo sviluppo di mercati e fiere, eventi che obbligavano
contadini e artigiani ad allontanarsi dalle loro case e di conseguenza dalle
loro cucine. In situazioni del genere uno dei bisogni fondamentali era quello
di procurarsi da mangiare senza che ciò comportasse un’eccessiva
perdita di tempo ai danni dei propri affari. Le caratteristiche paradigmatiche
di questo mangiare indicano come ci si trovi di fronte alla prima forma di fast-food.
Per un momento viene spontaneo porsi una domanda “ontologica” riguardo
agli elementi che rendono assimilabile la fruizione del cibo di strada alla
categoria “veloce”. Senza dubbio la fase del consumo è generalmente
rapida, pur non dimenticando l’eventualità di comportamenti divergenti
rispetto alla presunta norma, come ad esempio fruizioni lente, dettate più
dal piacere di assaporare una specialità che da necessità pratiche.
Al contrario, dobbiamo riflettere brevemente sul momento della produzione. Il
fenomeno è così sfaccettato che risulta difficile stabilire se
questa fase sia lenta piuttosto che veloce. Alcune preparazioni sono così
semplici da poter essere portate quasi interamente a termine sul momento o comunque
in un tempo molto contenuto. La frittura di alcune panelle (le caratteristiche
frittelle palermitane di farina di ceci e prezzemolo) ad esempio non ne richiede
molto. Altre preparazioni invece possono richiedere una maggiore cura nel confezionamento
ed essere consumate velocemente in un secondo momento, riscaldate o no, a seconda
della loro natura. In questo caso l’esempio potrebbe essere fornito da
una torta di verdure (intramontabile prodotto della gastronomia ligure) venduta
al taglio. Qui la categoria fast non è intrinseca al mangiato
ma al mangiare, emergendo al momento della fruizione veloce. Simili differenze
portano a riflettere sulla realtà sfaccettata delle cucine di strada.
In relazione ai tempi e ai luoghi presi in esame, mutano le tecniche, gli strumenti
e gli ingredienti alla base delle preparazioni. Oltre a questa naturale tendenza
verso il particolarismo, rinveniamo tuttavia elementi in grado di condurre all’individuazione
di parametri sistemici generalizzabili all’intero fenomeno. In proposito
si è già accennato a caratteristiche come i costi contenuti e
la predisposizione dei cibi offerti ad un consumo rapido e pratico, senza la
necessità degli strumenti e delle comodità che accompagnano il
canonico pasto domestico (posate, stoviglie, ecc.).
Contrariamente a quanto emerge dai luoghi comuni, il modello alimentare veloce
non ha avuto origine negli States, per poi diffondersi nel mondo; il fast-food
di stampo americano non è altro che un’articolazione (commercialmente
vincente) di un modo di mangiare che nasce nelle strade ed è riscontrabile
nei più disparati contesti storici e geografici. Ovviamente si tratta
di una serie di fenomeni (il plurale è doveroso) che presentano un tratto
differenziale di notevole importanza rispetto alla ristorazione rapida di tipo
moderno: il mangiare di strada si caratterizza per la sua essenza artigianale,
mentre l’offerta dei ristoranti in franchising delle grandi catene
internazionali è costituita da prodotti decisamente industriali. Nonostante
il crescente peso dei fast-food moderni, lo street food presenta una
generalizzata persistenza. La sua presenza è ancora fortemente affermata
in America Latina, Medio Oriente e Africa (soprattutto nella fascia del Maghreb),
luoghi nei quali l’atto del mangiare equivale spesso al ricorso a preparazioni
gastronomiche di strada; rispetto a queste aree la persistenza in Europa sembra
essere meno forte, ma comunque non trascurabile, soprattutto se prendiamo in
considerazione i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. In quanto ad esempi
di cibi tipici votati ad un consumo veloce, l’Italia offre l’imbarazzo
della scelta, tanto nella sua storia quanto nel presente.
Le prime testimonianze certe della presenza di street food nella nostra
penisola risalgono ai tempi di Roma Antica. Le strade dell’Urbe e della
miriade di città sparse nell’Impero erano animate da folle di cittadini
che ad una certa ora dovevano ovviare al problema della fame e della sete. Attorno
a tali bisogni collettivi era venuto così a crearsi un fiorente commercio
costituito dalla frenetica attività di ambulanti,
botteghe e taverne di vario genere. Un ulteriore esempio, sempre volgendo
lo sguardo al passato, è dato dall’insospettabile e domestica pastasciutta,
alimento da sempre collegato all’immaginario gastronomico italiano, che
ancora prima di una diffusione nazionale ed estera assurgeva al ruolo di pasto
povero nelle strade della Napoli
borbonica .
Come già affermato però le realtà del cibo di strada italiano
non sono affatto circoscritte ad epoche passate. È quindi opportuno fornire
una panoramica esemplare che faccia luce sulla ricca offerta di specialità
che si possono ancora incontrare nel Belpaese. Partendo dall’ultima città
citata, potremmo iniziare con la pizza, geniale manufatto che spicca per praticità,
per il suo «essere allo stesso tempo arnese, luogo del cibo e cibo stesso»
[2]. L’usanza partenopea di consumarla ripiegata “a libretto”
o “a portafoglio” (ovvero in quattro), risale al Seicento, quando
le pizzerie erano dei semplici laboratori nei quali era possibile l’acquisto
ma non il consumo. Due secoli più tardi alcuni si attrezzarono per una
fruizione in loco, cosicché iniziò una parziale divaricazione
fra semplici forni e pizzerie (nell’accezione contemporanea del termine);
i primi vendono tuttora la pizza in modalità take-away oppure
riforniscono altri rivenditori, mentre i secondi consentono un’eventuale
degustazione lenta. Il popolare prodotto ha attecchito a Roma (e da qui in altre
zone del paese) sotto forma di pizza al taglio, variante più
alta rispetto a quella napoletana, preparata con diversi complementi in grandi
teglie, per essere poi porzionata e venduta ai clienti, che sono soliti mangiarla
mentre passeggiano.
Degne di attenzione sono poi tutte le ulteriori versioni locali di questo prodotto
da forno, la cui matrice (ossia l’impasto di farina, acqua, lievito, sale,
olio o strutto) appare come una base universale, dunque tale da non consentire
un’attribuzione di paternità univoca. La focaccia è ad esempio
una pizza bianca che, dato il suo spessore, si presta bene ad essere farcita
con i più disparati ripieni. Volendo indicare una città per la
quale questa possa costituire un simbolo gastronomico si potrebbe menzionare
Genova, dove occupa da sempre un posto d’onore fra i tanti cibi di strada
(o meglio, di carrugio [3]). Tuttavia dal Ponente al Levante ci si imbatte in una nutrita
serie di versioni locali. In provincia di Imperia si prepara la piscialandrea,
una torta di pasta di pane ricoperta da cipolle cotte, olive e acciughe. Famosissima
poi la focaccia di Recco, costituita da due sottili sfoglie riempite
con del formaggio molle [4]. Altra categoria di prodotti congeniali ad un fast-food alla
ligure è quella delle torte. Fonti storiche ce ne segnalano
la presenza in Europa a partire dal XIII secolo circa [5]. Essendo la loro cottura legata alla disponibilità di
un forno, esse si configurarono come alimento lontano dalla dimensione domestica,
acquistabile piuttosto in rosticcerie e botteghe specializzate che le preparavano
per acquirenti nobili. Il consumo si è poi esteso, includendole a pieno
titolo fra i cibi di strada. Oltre al variare delle farce (bietole, carciofi,
zucchine o farro, arricchite da uova e formaggio) rimane la costante dei due
sottili dischi di pasta non lievitata che le contengono. Sempre nella stessa
regione troviamo la farinata, tanto elementare negli ingredienti quanto
difficile nel loro corretto dosaggio. L’impasto liquido di farina di ceci,
acqua e olio viene cotto in teglie poste in forni a legna. Il risultato è
un fragrante e dorato disco, le cui fette possono essere mangiate da sole o
inserite in un pezzo di focaccia. A Livorno, dove il prodotto prende il nome
di torta di ceci ed è venduto nelle torterie, la seconda
modalità di consumo prende il nome di “5 e 5”, da un modo
di dire locale risalente all’epoca in cui si usava ordinare cinque lire
di torta ed altrettante di focaccia per accompagnamento. La farinata è
diffusa come belecalda nelle propaggini meridionali del Piemonte [6]. Un altro prodotto caratteristico della ristorazione veloce italiana
ci conduce fino in Romagna, regno indiscusso della piadina. Questo
disco, preparato stendendo circolarmente un’amalgama di farina, acqua,
sale, bicarbonato, olio o strutto, è un antico cibo di strada. Gli oltre
mille chioschi della zona la offrono farcita di salumi e formaggi; il ripieno
tipico è dato dall’accoppiata fra prosciutto crudo e squacquerone.
Durante la stagione estiva il mercato si estende alla popolazione turistica
in cerca di un cibo caratteristico e veloce, la cui fruizione non sottragga
tempo alla villeggiatura [7]. Prima di passare ad un ulteriore area dello street food
nostrano, un ultimo esempio dall’Italia meridionale. La semplicità
dei grani pugliesi è magnificamente trasformata dall’abilità
manuale dei fornai in prodotti pronti all’uso. I pizzi sono il
caratteristico cibo di strada leccese; si tratta di panini dalla forma circolare,
all’impasto dei quali vengono aggiunti ingredienti tipici della zona salentina,
come olive, pomodorini, cipolle e cime di rapa ‘nfucate, ovvero
saltate in olio con aglio e peperoncino [8].
Sempre il grano, e il suo derivato principale, riportano alla mente una diffusa
forma del mangiare veloce ed economico: il panino, diverso a seconda del tipo
di pane che ne costituisce la base e del contenuto. Dal punto di vista delle
varianti dei due elementi costituenti, l’Italia si presenta una volta
ancora particolarmente ricca. Si può ad esempio parlare del pane
sciocco (“insipido”) toscano. L’usanza di evitare l’utilizzo
del sale pare sia nata per aggirare le onerose imposte che gravavano su questo
prezioso ingrediente dalle proprietà conservanti; la sua assenza è
tuttavia abbondantemente compensata dalla sapidità dei tanti affettati
e pecorini della regione. Tipico del capoluogo è poi il panino con il
lampredotto, la parte meno pregiata della trippa di bovino, lessata
in un brodo di verdure, tagliata e condita con sale e pepe o con una salsa verde.
Baluardi dell’ultimo vero fast-food fiorentino sono gli otto
trippai del centro storico, ai quali si sommano i vari ambulanti [9]. Scendendo nel Lazio vanno menzionate le sontuose pagnotte di
Genzano (paese dei Castelli Romani), uniche ad aver ottenuto il marchio di «indicazione
geografica protetta». Attraversando Roma e la regione non è difficile
imbattersi nei tanti ambulanti che preparano panini con la porchetta di Ariccia;
il prodotto, molto noto e apprezzato, consiste in un maiale giovane disossato,
privato delle interiora, aromatizzato con rosmarino, aglio e altre spezie, infine
cotto al forno [10]. Nel centro Italia (soprattutto in Lazio, Abruzzo e Molise)
il companatico è spesso formaggio stagionato di pecora, come nei semplici
spuntini che i pastori si concedevano quando erano impegnati nella cura dei
propri greggi.
Insieme ai prodotti da forno, fra i cibi di strada italiani trovano largo spazio
le fritture. A Napoli,
per esempio, lo stesso impasto alla base della pizza viene fritto, dando origine
ad un’ampia gamma di cibi da asporto. Vi sono le paste cresciute,
piccole pizze tonde che dopo un tuffo nell’olio bollente vengono condite
con sugo di pomodoro, parmigiano e basilico; poi i calzoni e più
piccoli panzarotti, ripieni con mozzarella, verdure, ricotta, salame,
ecc. Pochi carrettini, ma in compenso molte friggitorie, portano avanti questa
antica tradizione gastronomica. Altra roccaforte di preparazioni pensate per
un consumo veloce sembra essere Genova; forse la presenza di un porto, quindi
la presenza costante nei tempi di gente in transito, non è avulsa dal
perdurare dello street food tradizionale. Le friggitorie della città
ligure offrono i frisceu, frittelle lievitate alle quali vengono incorporati
ingredienti come i giancheti (novellame), e anche i cuculli,
delle frittelline di farina di ceci. Il trittico cucina di strada-frittura-porto
si ripropone egregiamente a Palermo che, per la radicata abitudine popolare
di mangiare fuori casa, meriterà di essere approfondita in separata sede.
In maniera analoga, la cucina di strada romana presenta una propensione alle
fritture che sembra derivare dalla cucina
giudia. Filetti di baccalà, fiori di zucca (entrambe
pastellati) e supplì (crocchette di riso con pomodoro, carne
e mozzarella) sono i “fritti” da mangiare con le mani che troneggiano
nelle pizzerie al taglio come nelle trattorie e nei ristoranti [11].
La strada offre inoltre diversi prodotti tipici al frequentatore assetato. Ancora
oggi i romani in cerca di refrigerio durante la rovente estate cittadina possono
rivolgersi ai minuscoli chioschi concentrati prevalentemente sul Lungotevere
per una grattachecca, ghiaccio
tritato sul quale vengono versati sciroppi e all’occorrenza pezzi di frutta.
In Sicilia sono molto diffusi gli acquafrescai. L’eloquente nome
indica i baracchini che servono granite alla frutta (limone, gelsi, e latte
di mandorle), limonate ed altri prodotti rinfrescanti artigianali. Tipico di
Catania è per esempio il seltz, bevanda a base di limone, sale
e sciroppo agli agrumi. Addirittura in questa città la colazione estiva
si compone di una brioche affiancata da una granita. La grattachecca palermitana
prende il nome di grattarella, anche se in questo caso la freschezza
degli agrumi locali rende superfluo il ricorso agli sciroppi artificiali: il
ghiaccio è solitamente irrorato con succo di limone o di arancia [12]. Questi rimedi contro l’arsura sono solo alcuni dei tanti
usi mutuati dalla cultura araba. Si pensi anche ad uno dei mezzi più
salutari e naturali per dissetarsi: la frutta. Con la bella stagione lungo le
strade compaiono molti venditori da cui acquistare succose fette di anguria
e melone.
Da ultimo ci si vuole soffermare sul luogo italiano che meglio rappresenta il
modo di mangiare preso in analisi. A Palermo il cibo di strada è il
cibo, la città nella sua rappresentazione gastronomica. L’abitudine
del pasto fuori casa, veloce ma sostanzioso, è sedimentata nel granitico
patrimonio culturale e appare come un involontario presidio contro le degenerazioni
alimentari attuali. Involontario perché, come si è appena detto,
per la stragrande maggioranza dei palermitani questa resta l’unica maniera
possibile di concepire il fast-food. In posti del genere si ha la sensazione
che Mc Donald’s e simili abbiano più difficoltà che altrove
a sottrarre clientela al mangiare tradizionale. Una delle possibili spiegazioni
per tale persistenza può essere rintracciata scavando nel passato dell’isola,
fino ad arrivare all’epoca in cui questa rientrava nei territori di dominati
dagli Arabi, popolo la
cui cultura alimentare è da sempre orientata al cibo di strada. Giannici
offre una testimonianza dei diversi luoghi che giorno dopo giorno perpetuano
l’esistenza del fast-food declinato in palermitano [13]. Ci sono i locali storici, come la Focacceria di San Francesco,
la cui veneranda attività risale al 1843, ma anche le rosticcerie diurne
e notturne, nelle quali per 80 centesimi o al massimo per 1 euro è possibile
acquistare un cosiddetto pezzo; con questo termine ombrello si intendono
sia cibi dolci (un cannolo, un cornetto) che salati (un rustico di pasta sfoglia,
un’arancina, ecc.). Vi è poi l’esercito di bancarelle e di
ambulanti con i loro rombanti lapini (nel dialetto l’Ape diventa
‘a lapa), come quelli che vendono lo sfinciuni, una pizza
alta e soffice, condita con pomodoro, cipolla, acciughe e caciocavallo. La varietà
delle prelibatezze offerte al passante è straordinaria. Va premesso che,
nonostante la presenza del mare, per motivi esclusivamente economici il pesce
è il grande escluso dalla cucina di strada. A questa regola sfuggono
il polpo bollito, servito al mercato della Vucciria, mangiato
sul momento con limone e prezzemolo e i cicireddu (pesciolini fritti)
serviti nelle friggitorie. Molte sono invece le preparazioni a base di carne,
sebbene le parti utilizzate siano scarti della macellazione che rispondono alla
logica popolare del risparmio; il vantaggio che deriva dai bassi costi di simili
ingredienti è un mangiare economico. La specialità più
famosa è il pani
ca’meusa (pane con la milza). Previa cottura, la meusa, i polmoni
e lo scannarozzato (trachea) di vitello vengono ripassati nella saimi
(strutto) e mangiati all’interno della vastedda (caratteristico
panino circolare ricoperto da semi di sesamo). Il cliente decide se il ripieno
deve essere schietto (semplicemente bagnato da gocce di limone) o maritato
(completato con ricotta e caciocavallo). Vi è poi una serie di cibi che
metterebbe a dura prova anche il meno schizzinoso dei turisti. Il quarume
(quariari significa “scaldare”) è un brodo di frattaglie,
cipolla, carote, sedano, pomodoro e odori. I suoi venditori offrono spesso anche
il musso (testa, zampe, mammelle e nerbo) del vitello. La frittola
è ottenuta friggendo in un calderone pezzetti delle cartilagini residue
dall’estrazione dello strutto. Il fondo di cottura è dato dallo
stesso strutto aromatizzato con alloro, zafferano e buccia di limone. Si è
soliti consumarla su fette di pane [14]. Le protagoniste della gastronomia di strada a Palermo restano
tuttavia le varie fritture vegetali, occasionalmente a base di carciofi, cime
di cavolfiore e melanzane in pastella. Galleggiano invece quotidianamente nei
padelloni stracolmi di olio le panelle e i crocché (o cazzilli).
Per realizzare le prime si cuoce preventivamente in pentola un impasto di acqua,
farina di ceci e prezzemolo tritato. Con il composto così realizzato
si formano delle frittelline che vengono poi cotte nell’olio. I secondi
sono crocchette di patate schiacciate, sempre con l’aggiunta di prezzemolo.
Il panino panellecrocchè è un appuntamento obbligatorio per i
bagnanti della spiaggia di Mondello, il cui lungomare è costellato di
friggitorie ambulanti ricavate razionalizzando al massimo la capacità
dei minuscoli “lapini”. La filosofia del non spreco portata al suo
grado più estremo si concretizza nelle raschiature, ovvero nei detriti
raccolti dalla padella, fritti una seconda volta e serviti in un panino. Infine
il pezzo simbolo, noto anche al di fuori dalla città e dell’isola:
l’arancina. Costituita da una palla compatta di riso rivestita di pangrattato
e fritta, la si trova essenzialmente in due varianti: alla carne, ossia condita
da un ragù di pomodoro, carne, piselli e con pezzi di provola, oppure
al burro, distinguibile per la forma conica, contenente dadini di mozzarella
e prosciutto. Singoli pezzi che nei posti più apprezzati arrivano a sfiorare
il mezzo chilo. Un primo piatto più che completo, considerando i condimenti,
sublimato in un involucro che lo rende cibo di strada. Un elemento del mangiare
lento, come una porzione di riso, condensato sotto la spinta della necessità
in una forma che ne permette un consumo veloce. E’ il voto definitivo
dei palermitani al fast-food, secondo la loro originale via.
Il carattere non esaustivo della rassegna presentata è evidente. Per
rendere a pieno la vastità del fenomeno in questione sarebbe forse più
indicata un’opera di tipo enciclopedico. Lo scopo principale era tuttavia
quello di dimostrare la resistenza nel tempo di un modo di mangiare che da un
passato estremamente lontano è arrivato fino ai nostri giorni. Se per
un verso il cibo di strada rientra ancora a pieno titolo nei nostri modelli
alimentari, dall’altro occorre prendere atto del fatto che esso vive in
un contesto profondamente diverso da quello nel quale ha avuto origine. I continui
cambiamenti che hanno investito la società hanno portato a mutamenti
nel modo di nutrirsi degli individui che la compongono e, di riflesso, a riconfigurazioni
dell’intero settore alimentare. In epoca moderna la concomitanza di fattori
quali la strutturazione dei turni di lavoro, la diminuzione delle pause, l’aumento
dei redditi, nonché il progressivo tramonto della donna casalinga, gettarono
le basi per una trasformazione senza precedenti, che rese il mangiare fuori
casa un bisogno di massa. Già sul finire del XIX secolo diversi imprenditori
fiutarono le prospettive di crescita della ristorazione veloce nelle metropoli
europee e nord americane, facendo da precursori all’impressionante
espansione che sarebbe iniziata a partire da metà Novecento. Quest’ultima
riguardò in particolar modo la nascita e la diffusione dei moderni gruppi
di fast-food gestiti tramite il franchising, formula vincente che, dopo una
fase di crescita interna agli States, permise ai marchi americani di estendere
la propria presenza al mercato estero. Il dilagare di ristoranti veloci di stampo
statunitense in tutto il mondo si inscrive perfettamente nel processo definito
da Fishler [15] come «planetarizzazione del settore alimentare»,
in altre parole la globalizzazione del cibo; la produzione e la distribuzione
operano ormai a livello mondiale, ponendo gli individui più fortunati
nella condizione di poter attingere ad una varietà di scelte che spaziano
dagli alimenti tradizionalmente legati al proprio territorio a quelli importati
(materialmente e culturalmente) da realtà originariamente estranee. Fra
le molteplici conseguenze di una simile situazione, valutata da alcune correnti
di pensiero come positivamente ibrida e da altre come negativamente omologata,
nel nostro paese come in altri assistiamo alla copresenza di gastronomia tipica
e di fast-food in stile Mc Donald’s. Insieme queste diverse forme di ristorazione
rapida costituiscono un robusto ramo dell’industria alimentare contemporanea.
Secondo una stima del Censis basata su dati Istat, nel 2003 i locali fast-food
presenti in Italia ammontavano a 15.927, per un numero di occupati pari a 31.187
unità [16]. Vista la multiformità del fenomeno, resta problematico
individuare un indicatore che quantifichi precisamente l’incidenza degli
esercizi che forniscono cibi di strada sull’offerta totale di prodotti
per un consumo rapido. Un dato comunque significativo, proveniente dal Rapporto
sul commercio 2005 stillato dalla Confcommercio, riguarda gli ambulanti
di generi alimentari, presenti sul territorio nazionale con 8.185 postazioni
mobili e 32.199 fisse. Se consideriamo l’andamento della domanda, è
verosimile presagire una continua crescita del volume di affari dell’intero
settore. L’indagine Istat su Stili di vita e condizioni di salute
nel 2001 ha riportato infatti l’innalzamento della percentuale di
popolazione che non pranza in casa in 2,1 punti: dal 15,8% del 1997 si è
passati al 17,9% del 2001 (la tendenza è più marcata nelle grandi
città) [17]. In relazione al 2005 la FIPE ha indicato che oltre 11 milioni
di italiani mangiano abitualmente fuori, per una spesa di 46 miliardi di euro
(pari al 30,8% dei consumi alimentari complessivi)[18].
Vista anche la coesistenza di ristori veloci tradizionali e d’importazione,
è importante considere queste due diverse articolazioni del mangiare
‘rapido’, mettendo in luce le rispettive specificità. Infatti,
anche se entrambe possono trovare una ragione d’essere nel medesimo bisogno
funzionale (la fame), si riscontrano tra loro profonde discontinuità
paradigmatiche. Innanzitutto, come anticipato, i moderni fast-food di catena
offrono prodotti standardizzati. Al fine di fornire ai propri clienti un cibo
apparentemente rassicurante, sempre e ovunque identico a se stesso, i gruppi
che gestiscono questo genere di ristoranti operano secondo un sistema volto
a garantire l’omogeneità; le forniture degli ingredienti devono
rispondere ai rigidi parametri prefissati dalle corporation, al pari delle operazioni
“tayloriste” per la preparazione e la presentazione dei pasti [19]. Come ricordato da alcuni autori, le varianti locali si sono
progressivamente ricavate uno spazio minimo all’interno dei menu, sebbene
si tratti sempre di prodotti industriali che, oltre l’aspetto di facciata,
non rifuggono da principi produttivi
vigenti in tutti i franchise. Nel caso dello street food tradizionale
la situazione è tendenzialmente diversa; nonostante la quotidiana reiterazione
dei gesti necessari a cucinare le tante specialità di strada, l’artigianalità
delle preparazioni rimane un fondamentale tratto distintivo. Sicuramente la
tecnologia ha apportato un prezioso contributo verso la semplificazione di alcune
lavorazioni, senza tuttavia sminuire il significato della componente umana,
fattore che garantisce l’unicità di ogni prodotto. Va tuttavia
precisato che dietro l’apparenza di genuinità può sempre
celarsi la minaccia di un cibo cucinato a partire da semi-lavorati industriali
(o comunque da ingredienti di qualità e provenienza dubbie), successivamente
spacciato per street food autentico. La dimensione artigianale non
costituisce inoltre una prerogativa del solo mangiare di strada; ristoranti
e trattorie tradizionali permettono infatti la fruizione di pietanze caratteristiche,
spesso prese a prestito proprio dal mangiare spicciolo di tutti i giorni, garantendo
però un pasto lento, maggiormente strutturato e reso confortevole dalle
comodità di un locale al chiuso.
Alle diverse modalità operative relative ai due modi di intendere la
ristorazione veloce corrispondono diversi tipi di personale. I fast-food [20] ricorrono prevalentemente a lavoratori a tempo determinato,
come studenti e giovani assunti con contratti part-time, che a rotazione vengono
impiegati in tutti i ruoli operativi (cucina, cassa, pulizie, ecc.). Il tasso
di ricambio dei dipendenti è estremamente elevato: le peculiarità,
i ritmi alienanti delle mansioni e le possibilità di carriera pressoché
nulle non costituiscono un incentivo alla continuazione delle prestazioni di
lavoro. Da queste considerazioni si evince come gli addetti siano spinti ad
assolvere alle loro mansioni più dal dovere che dalla motivazione personale.
Per quanto riguarda invece il cibo di strada è più verosimile
pensare ad artigiani del mangiare che portano avanti con convinzione saperi
ed abilità tradizionali, spesso tramandati di padre in figlio.
Dopo aver trattato le differenze strutturali riguardanti l’offerta, si
può passare ad analizzare la composizione della clientela ed il tipo
di esperienza fruitiva connessa ai modelli alimentari che stiamo trattando.
Le grandi catene della ristorazione veloce hanno potuto contare sull’appoggio
propulsivo dei giovani, rivelatosi fondamentale nella fase di insediamento in
Italia. Ancora oggi questa fascia di clientela dimostra di essere particolarmente
attratta dall’immagine del fast-food; l’atmosfera dei punti vendita,
fatta di luci, colori e musica, la proposta di cibi che si distanziano dalla
monotonia della tradizione e che possono essere consumati senza dover sottostare
alle norme del pasto domestico, hanno contribuito a creare un accattivante modello
di consumo in controtendenza rispetto al mangiare dei genitori. Un'altra fetta
di mercato non trascurabile è data dai bambini, i soggetti più
influenzabili dai richiami pubblicitari. Nel tempo la clientela si è
tuttavia allargata fino ad includere manager di medio livello, colletti bianchi
e commercianti, individui costretti dalle rispettive attività nel centro
delle città, ovvero nelle zone dove i fast-food hanno deciso di insediarsi
strategicamente. Chiaramente il fattore spaziale in sé non è sufficiente
a motivare una simile scelta di consumo. Dato il basso livello qualitativo dei
prodotti, bisogna assumere che quanti indirizzano le proprie preferenze verso
queste forme alimentari siano in possesso di una scarsa
cultura gastronomica e poco informati sui rischi derivanti da un’alimentazione
scorretta. Diversamente, la consapevolezza dell’esistenza di alternative
tipiche, non viziate dall’industrialità di fondo che affligge invece
hamburger e affini, preparate a partire da ingredienti più facilmente
rintracciabili, appartiene a individui, sia giovani che adulti, contraddistinti
da una cultura gastronomica superiore o quantomeno da un attaccamento naturale
alle proprie tradizioni. Anche per quanto concerne l’esperienza del mangiare,
fast-food e cucine di strada si situano su posizioni tendenzialmente opposte.
Le corporation della ristorazione veloce non si limitano semplicemente
a perseguire la standardizzazione dei prodotti, ma si adoperano con uguale dedizione
alla pianificazione di tutti gli aspetti relativi alla loro fruizione. Il cliente
che entra in un franchise accetta, perlopiù inconsapevolmente,
routine comportamentali che tendono ad indirizzare il modo di consumare
il cibo (scelta fra le opzioni disponibili, generalmente strutturate in un menu,
ordinazione e pagamento alla cassa, ritiro del vassoio, ricerca di un posto
a sedere, fruizione, deposito rifiuti, infine uscita). Ogni particolare è
minuziosamente studiato, al fine di favorire l’efficienza massima nel
servizio. Al pari degli alimenti offerti, gli ambienti che fanno da cornice
al pasto presentano diversificazioni superficiali, ma non differenze sostanziali.
Ovviamente l’ingresso in un fast-food non comporta l’adesione tassativa
ai modelli ritenuti ottimali dai vertici delle società di ristorazione.
In altre parole non tutti frequentano simili luoghi perché spinti dall’esigenza
di mangiare in fretta.
È tuttavia evidente che un’esperienza del genere presenta un notevole
grado di prevedibilità, tratto che sembra invece mancare nell’ambito
delle cucine di strada; questi esercizi sono appunto collocati nel mezzo del
flusso di persone che anima quotidianamente gli insediamenti umani, in un mondo
che può sempre offrire al cliente situazioni, incontri e scambi potenzialmente
inediti, in sostanza un “colore” reale, ben diverso dall’atmosfera
artefatta dei ristoranti di catena.
In sintesi, le modalità alimentari esposte possono essere collocate secondo
l’organizzazione della produzione ed il tipo di luogo ospitante nel seguente
schema (nella consapevolezza che in realtà gli ambienti di ristoro possono
posizionarsi in un continuum di sfumature fra le polarità analitiche
di artigianale/industriale e di outdoor/indoor).
Viste queste importanti differenze, sorge un interrogativo riguardo la natura
della ristorazione rapida tradizionale dei nostri giorni. Occorre infatti comprendere
se lo street food nostrano persiste in accordo con le peculiarità
del modello originale, oppure se ha risentito in qualche maniera dei campi di
forze che attraversano un mondo ormai globalizzato, nel quale è possibile
scorgere tanto spinte all’omologazione, quanto ritorni al localismo. Del
resto la globalizzazione non è un fenomeno lineare e le divergenze di
vedute circa la direzione in cui essa spinge sono un sintomo di tale complessità.
Innanzitutto si può riscontrare come alcuni cibi di strada, coerentemente
con la planetarizzazione dell’alimentazione, abbiano cessato di essere
semplicemente realtà locali, diffondendosi al di fuori delle zone dove
erano stati sviluppati. È ad esempio il caso di falafel e döner
kebab [21], prodotti che, partendo dai suk arabi, hanno letteralmente conquistato
il mondo. La pizza costituisce un ulteriore emblema della possibilità
di espansione su scala globale dei cibi. Nella maggior parte dei casi simili
processi di diffusione si sono concretizzati attraverso riadattamenti, dettati
da ragioni culturali e commerciali, che hanno di fatto snaturato l’essenza
e abbassato il livello qualitativo delle preparazioni tradizionali. Oltre alle
mistificazioni compiute a fini di esportazione, non vanno trascurate quelle
perpetrate negli stessi luoghi di origine. Per tornare in ambito italiano, si
pensi alla pizza in tranci che viene offerta in ristoranti come Spizzico.
Si tratta di un prodotto che, sia nella forma che nella sostanza, non è
paragonabile a quello che viene offerto dai laboratori artigianali partenopei.
Il discrimine non si limita solamente al fattore qualitativo, ma riguarda anche
il differente contesto di fruizione (genere di locale e relativi pattern
di consumo) e co-testo alimentare (l’offerta di contorno). L’esperienza
fruitiva avviene in ristoranti concessi in franchising che presentano medesime
caratteristiche ambientali e consuetudini produttive; il cliente ordina e ritira
un pasto organizzato in un menu all’interno del quale la pizza è
accostata a patatine fritte e bevande gasate. Questi tratti sono chiaramente
mutuati dalla ristorazione rapida statunitense, modello che nel tempo ha progressivamente
attecchito in tutto il mondo, tanto da spingere alcuni autori a riflettere sugli
aspetti negativi connessi ad una tendenza ritenuta imperante.
George Ritzer ha proposto in proposito la nozione di «mcdonaldizzazione»
[22], ovvero l’idea che si stia assistendo ad un inarrestabile
processo di razionalizzazione, inizialmente incarnato dal sistema Mc Donald’s,
ma ormai esteso ad ogni sfera della società contemporanea. Il colosso
americano non rappresenta l’argomento topico del discorso ritzeriano in
quanto fast-food, ma figura piuttosto come caso paradigmatico di un mutamento
su ampia scala. Il funzionamento di questo settore, imperniato su parametri
chiave quali efficienza, calcolabilità, prevedibilità e controllo
delle operazioni, avrebbe spinto verso una crescente razionalizzazione molti
settori del vivere organizzato. La critica nei confronti di quella che viene
indicata come una delle principali fonti di omologazione a livello mondiale
viene ripresa nella più recente opera del sociologo americano, intitolata
La globalizzazione del nulla [23]. Con il termine nulla Ritzer si riferisce a qualsiasi
«forma sociale generalmente concepita e controllata centralmente e relativamente
priva di contenuto sostanziale distintivo» [24]. Ciò che rientra in questa categoria tende ad essere
intercambiabile (non unico), privo di legami con un luogo ed un tempo specifico,
disumanizzato e disincantato. I fast-food, ritenuti dei non-luoghi nei
quali delle non–persone offrono non-cose attraverso
un non-servizio, si distinguono fra i principali promotori del nulla.
L’autore propone poi una personale nozione integrativa alle teorie preesistenti,
che chiama “grobalizzazione”; il vocabolo, derivato dalla fusione
di growth (crescita) e globalization, si riferisce alle ambizioni
espansionistiche da parte di nazioni, organizzazioni e multinazionali (come
quelle della ristorazione veloce) che, perseguendo il profitto, mirano ad estendere
la loro influenza al mondo intero. Le dinamiche della grobalizzazione comportano
una crescente esportazione del nulla, che avrebbe come conseguenza
un’irreparabile perdita di peso del locale, culla originaria del qualcosa.
Tale categoria comprende le forme sociali generalmente concepite e controllate
localmente e relativamente ricche di contenuto sostanziale distintivo [25]. Nella misura in cui esiste ancora, il locale non sarebbe altro
che glocale, un pastiche di «imbastardimenti»
risultante dall’azione di forze globalizzanti sui restanti avamposti delle
specificità territoriali.
Altri autori preferiscono comunque ricordare la complessita dei fenomeni di
globalizzazione, inclusi alcuni degli aspetti costruttivi del compromesso glocale.
Uri Ram [26] descrive ad esempio l’attuale revival del falafel
in Israele. Dopo un periodo di declino durante gli anni Settanta ed Ottanta,
dovuto al confronto con novità quali shawarma, pizza ed hamburger,
le caratteristiche polpettine sono tornate in auge attraverso due canali. Il
primo è costituito da ristoranti di lusso, come il The Falafel Queens
di Tel Aviv, che in aggiunta al prodotto tipico serve nuove varietà
(ai peperoni, alle olive, ecc.), garantendo agli avventori alti standard qualitativi.
Questa “gourmetizzazione” riflette la volontà di apertura
alle nuove tendenze, senza tuttavia tradire l’artigianalità di
un cibo tradizionale. Il secondo canale è rappresentato dalla distribuzione
ad opera di esercizi “mcdonaldizzati”. Il sociologo cita i ristoranti
della catena Ma’Oz, confortanti locali dal design retro, nei
quali i falafel sono prodotti da un macchinario al ritmo di ottanta unità
per minuto, per essere poi venduti nel packaging con il marchio del gruppo.
L’incontro fra un modello di ristorazione americano con un prodotto mediorientale,
sostiene Ram, non rappresenta la semplice crescita del globale ed il conseguente
declino del locale. Si tratta piuttosto di una appropriazione a livello strutturale
di contenuti culturali specifici, che pero ha contribuito in qualche modo alla
diffusione di un alimento tradizionale (sia pur modificandone, almeno in parte,
le caratteristiche stesse). Nel processo le regole della produzione standardizzata
globale hanno certamente eroso le consuetudini artigianali originarie, rivitalizzando
tuttavia il locale in una chiave “mutata”. Tramite esempi di questo
genere l’autore manifesta una volontà di superamento delle teorie
alle quali si riferisce con le etichette di «one-way» e «two-ways».
Le prime sono eccessivamente sbilanciate verso la visione di una globalizzazione
che funzionerebbe in modo totalmente omogeneizzante, mentre le seconde insistono
fortemente sul potere di ridefinizione delle spinte esterne da parte delle culture
locali. La risposta di Ram consiste in un approccio che vuole essere «both
ways»: se ad un piano strutturale (rapporti e pratiche inscritte nelle
istituzioni e nelle organizzazioni) la realtà obbedisce ad un livellamento
«a senso unico», ad un piano simbolico-espressivo essa restituisce
spazio ai meccanismi «a doppio senso». In sostanza i modelli criticati
sono assunti come validi, purché applicati ai rispettivi livelli sociali.
Del resto siamo di fronte a processi che non possono essere ridotti all’idea
di rigidi flussi unidirezionali. E in modo ancor piu netto l’antropologo
Néstor Garcia Canclini, riflettendo sulla situazione delle popolazioni
sudamericane, sottolinea la natura ibrida di un’identità culturale
negoziata, continuamente coprodotta in circuiti di scambio che non possono tuttavia
prescindere dal raggiungimento di un’equità fra gli attori in causa
[27].
Il gioco di influenze bidirezionali appena descritto, non porta necessariamente
ad incroci che cambiano la natura di pratiche e prodotti umani che originariamente
traevano il loro senso da un dato luogo e dalla relativa cultura (sebbene per
correttezza occorra ricordare che anche in tempi in cui il mondo non era manifestamente
globalizzato, le tradizioni sono state continuamente rimodellate dagli scambi
o scontri fra diverse culture). In alcuni casi l’incontro si attua in
termini di convivenza pacifica fra elementi gastronomici che non presentano
nessun legame fra di loro. Per quanto concerne il mangiare di strada in Italia,
una tendenza del genere si palesa ad esempio nel caso degli acquafrescai siciliani
o napoletani e nei chioschi di grattachecca trasteverini; i prodotti
rinfrescanti forniti da questi artigiani sono usciti indenni dall’incontro
con le sodas d’importazione (Coca-Cola, Fanta, Sprite, ecc.),
che hanno semplicemente arricchito l’offerta complessiva. Coerentemente
alla planetarizzazione del mangiare, bevande cha appaiono “paracadutate”,
si sono progressivamente ricavate un posto nelle abitudini alimentari degli
italiani. Per il resto la qualità, i luoghi, gli attori e i modi della
produzione non hanno risentito della copresenza con il globale. Si può
addirittura ipotizzare che le novità abbiano attratto clienti che diversamente
non avrebbero frequentato simili siti, accrescendo la visibilità del
tradizionale.
Va infine menzionata la significativa persistenza di cibi di strada per i quali
non si riscontrano né alterazioni sostanziali né mutamenti di
contorno. Numerose preparazioni tipiche sopravvivono immutate grazie al sostegno
da parte di associazioni e di singoli consumatori. Fra le più visibili
ed attive si segnala Slow
Food, nata in Italia nel 1986 in reazione all’apertura dei primi
franchise della Mc Donald’s. L’organizzazione, attualmente presente
in 130 paesi con circa 120.000 soci, si batte per la salvaguardia dei modelli
di produzione e allevamento a rischio, nonché per la promozione delle
gastronomie tipiche, basate sull’utilizzo di tecniche e ingredienti tradizionali.
L’impegno contro lo scadimento del cibo rappresenta una fra le tante risposte
su scala locale innescate dalle pressioni omologanti dell’industria agro-alimentare
globale. La portata del movimento Slow Food è così significativa
da indurre lo stesso Ritzer, nel finale dell’opera sopraccitata, ad abbandonare
i toni pessimistici, constatando come questa associazione sia un attore collettivo
grobale capace di tutelare ed esportare espressioni del qualcosa
(nella fattispecie, un mangiare incantato, ricco di contenuto distintivo, concepito
e controllato localmente).
Insieme alle forme programmatiche di difesa, lo street food tradizionale
gode dell’appoggio quotidiano da parte di soggetti individuali che dimostrano
di preferirlo alla ristorazione veloce d’oltreoceano. Sebbene sia ipotizzabile
l’esistenza di un’inclinazione spontanea verso cibi ritenuti familiari
e quindi rassicuranti, nel ricorso alle cucine di strada si scorgono sempre
più frequentemente i lineamenti di una scelta mirata. L’alimentazione
è infatti una delle sfere nelle quali l’identità del consumatore
ha progressivamente assunto una connotazione «politica». Roberta
Sassatelli illustra i recenti fenomeni che attraversano il mercato sul versante
della domanda, ricordando che:
è la nostra identità di consumatori che può diventare propriamente politica, consumando in un certo modo, o rifiutandoci di consumare, possiamo esprimerci come consumatori “etici” o “critici”, e così facendo contribuire in qualche modo ad un più ampio, spesso globale, processo politico [28].
L’impossibilità di eludere le regole alla base del gioco rende
manifesta la necessità di agire al loro interno, tramite comportamenti
volti a reindirizzare l’offerta nella direzione sperata [29]. Nonostante le etichette di «tipico», «tradizionale»
o «italiano» non forniscano una garanzia a priori di eticità
e qualità, i dati emersi dalla presente analisi dimostrano che le routine
di produzione e fruizione di cibi di strada rappresentano delle pratiche potenzialmente
riformanti. Il consumo di tali prodotti, oltre a procurare una piacevole esperienza
personale, può esprimere il rifiuto nei confronti della ristorazione
rapida industrializzata e dei connessi aspetti problematici (appiattimento dei
sapori, squilibri nutrizionali, consumo non sostenibile di risorse naturali,
precarizzazione dei dipendenti, eccessiva influenza politico-economica da parte
delle corporation, ecc.). I responsabili del settore, vincolati dalla
continua ricerca del profitto, mostrano per il momento limitati segnali di apertura
verso le istanze critiche del mercato. La maggiore consapevolezza dei consumatori
e la crescente abitudine al pasto fuori casa lasciano poi prevedere non una
semplice sopravvivenza, ma addirittura una crescita nell’ambito del mangiare
di strada tradizionale, ai danni delle forme più scadenti di fast-food.
Senza dimenticare la necessità di una tutela attiva, possiamo dunque
guardare con fiducia al futuro di un modello alimentare che rappresenta da sempre
un patrimonio non solo gastronomico, ma anche culturale.
Questo articolo si cita: G. Parente, Cibo veloce e cibo di strada. Le tradizioni artigianali del fast-food in Italia alla prova della globalizzazione, «Storicamente», 3 (2007), http://www.storicamente.org/03parente.htm
Note
[1] J.R. Pitte, Nascita e diffusione dei ristoranti, in: J.L. Flandrin, M. Montanari (eds.), Storia dell’alimentazione, Roma-Bari, Laterza, 1997, 601. In questo saggio lo storico francese fornisce un interessante excursus sulla storia della ristorazione tout court, partendo proprio dal fenomeno delle cucine di strada.
[2] F. La Cecla, La pasta e la pizza, Bologna, il Mulino, 1998, 42.
[3] Nome con il quale ci si riferisce ai caratteristici vicoli della città vecchia.
[4] F. Amabile, Mangiare per strada, Bologna, Airplane, 2004, 64, 69, 72. Questa guida presenta regione per regione i cibi di strada nel nostro paese con tanto di indirizzi utili per scovarli. Va sottolineato che sotto l’etichetta “di strada” vengono fatti ricadere anche prodotti tipici disponibili in punti vendita che non hanno la vocazione per un mangiare dichiaratamente spicciolo, come visto per le cucine di strada propriamente dette. Qualche comprensibile imprecisione terminologica dovuta ai tanti nomi dialettali da riportare non toglie comunque nulla ad un’utile fonte, utilizzata anche nella stesura del presente articolo.
[5] M. Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Roma-Bari, Laterza, 2003, 84.
[6] F. Amabile, Mangiare per strada cit., 24, 64, 267.
[7] Ibid., 250.
[8] Ibid., 418.
[9] Ibid., 255.
[10] Ibid., 341, 338-39.
[11] Tutte le fritture tipiche alle quali si è fatto cenno sono elencate in F. Amabile, Mangiare per strada cit., 381, 66, 330-31.
[12] Ibid., 337, 460, 470, 453.
[13] F. Giannici, A Palermo, «Slow. Messaggero di gusto e cultura», 44 (2003), 126-31.
[14] F. Amabile, Mangiare per strada cit., 451.
[15] C. Fishler, La «macdonaldizzazione» dei costumi, in: J.L. Flandrin, M. Montanari (eds.), Storia dell’alimentazione cit., 692.
[16] Fonte: www.censis.it
[17] Fonte: www.confcommercio.it
[18] Fonte: elaborazione del Centro Studi della Federazione Italiana Pubblici Esercizi su dati Istat (www.fipe.it).
[19] Un’illustrazione esemplare delle modalità operative adottate da questi fast-food è desumibile dall’opera di Love sulla Mc Donald’s Corporation. J. Love, Mc Donald’s: dietro gli archi dorati, Milano, Edimar, 1998.
[20] Ove non specificato ulteriormente, con questa etichetta si intenderà sempre il moderno fast-food di catena.
[21] I falafel consistono in polpettine fritte di ceci e prezzemolo, mentre il döner kebab è lo “spiedo rotante” dal quale vengono ricavate striscioline di carne di montone grigliata. Entrambe sono serviti all’interno di pani di vario tipo, arricchiti da verdure e salse.
[22] G. Ritzer, Il mondo alla Mc Donald’s, Bologna, il Mulino, 1997.
[23] G. Ritzer, La globalizzazione del nulla, Bra, Slowfood Editore, 2005.
[24] Ibid., 25.
[25] In effetti il nulla ritzeriano non può esistere indipendentemente dal suo opposto, il qualcosa. Ibid., 25.
[26] Cfr. U. Ram, Glocommodification: how the global consumes the local – Mc Donald’s in Israel, «Current Sociology», 52 (2004), 13-15.
[27] Cfr. N. Garcia Canclini, Consumers and citizens. Globalization and multicultural conflicts, Minneapolis-London, Minnesota University Press, 2001, 94-5.
[28] R. Sassatelli, Il ruolo politico dei consumi nel processo globale, «Il Mulino», 6 (2004), 970.
[29] R. Sassatelli, Consumo, cultura e società, Bologna, il Mulino, 2004, 230.