| Agnese
Portincasa
La
pasta come stereotipo della cucina
italiana.
Patrimoni simbolici e identità
nazionale nell’Italia del Novecento
|
Introduzione
La cucina di un territorio, di una nazione
è sicuramente un’espressione
della sua cultura, della sua evoluzione
economica, in una parola della sua storia.
A partire da tale assunto la diffusione
e il consolidamento del consumo di pasta
secca di produzione industriale nel periodo
a cavallo fra XIX e XX secolo, rappresentano
un fenomeno dalle chiare valenze identitarie
sul quale può essere interessante
interrogarsi per arrivare a comprendere
quale tipo di Italia si esprima attraverso
una tale scelta d’uso.
L’analisi potrebbe essere condotta
in svariate forme. Questo saggio si pone
l’obiettivo di affrontare il tema
facendo in modo che diversi scenari si aprano
uno dopo l’altro, come in una “naturale”
sequenza.
Il primo che si pone all’immediata
ribalta è quello della crescita dei
comparti industriali che permisero la lenta
strutturazione di un’economia moderna
e di mercato, con le evidenti conseguenze
che ciò comportò sulla vita
quotidiana e le abitudini collettive.
Già in età giolittiana l’Italia
aveva conosciuto un progresso economico
di un certo rilievo che l’aveva condotta
al raggiungimento di un relativo dinamismo
nei rapporti con l’estero e al risveglio
di sopite energie sociali e culturali. In
modo più accentuato, la parte settentrionale
della penisola aveva respirato il clima
apparentemente sereno e fiducioso in un
prospero avvenire dell’Europa occidentale:
quello dell’illusione di un progresso
senza incrinature, nell’interdipendenza
delle economie. Ma l’illusione si
era presto rivelata per ciò che era:
il periodo fra le due guerre mondiali rappresentò
una radicale battuta d’arresto, tanto
che è solo con l’avvento del
boom
economico che si può iniziare
a parlare di un consistente mutamento della
realtà italiana.
In primo luogo, lo stacco emerge con il
tramonto definitivo della società
contadina. Non si tratta di un processo
veloce e radicale, ma alla fine degli anni
Cinquanta è immediatamente evidente
come le sfere dell’immaginario collettivo
tendano a sganciarsi dalla campagna e dai
suoi ritmi, per approdare verso una realtà
più complessa, di non facile gestione
né per la società nel suo
complesso né per i singoli individui.
L’impressione dello studioso che si
immerge nella temperie di questa fase storica
è quella di trovarsi di fronte ad
una nazione in preda ad una specie di vertigine
in cui, ad un primo impulso volto ad un’immersione
subitanea nelle dimensioni di modernità
e benessere, si accompagna la sotterranea
percezione di subire, nello stesso tempo,
una perdita d’identità. Lo
slancio è travolgente: durante gli
anni del boom il passato sembra quasi non
lasciare alcuna traccia di sé, sostituito
da un frenetico entusiasmo per il progresso
che pare essere l’unica dimensione
dotata di senso positivo. Ed è proprio
nel centro di tale fermento che si appunterà
lo sguardo.
Un alimento identitario
tra sogni e realtà (Anni Cinquanta
e Sessanta)
Entrando più direttamente nel contesto
della storia dell’alimentazione, notiamo
come esattamente verso la fine degli anni
Cinquanta la tavola degli italiani si vesta
di abbondanze inedite e, a volte, volutamente
eccessive. È come se, in un paese
da secoli abituato a gestire la penuria
di cibo, solo l’ostentazione del consumo
possa rappresentare il lasciapassare per
entrare di diritto nel novero delle nazioni
fortunate e moderne. Così,
dopo decenni di privazioni, ciò che
l’Italia coglie maggiormente e ad
un livello ampiamente generalizzato della
modernità, è la disponibilità
di merci, piaceri, surplus. Non si tratta
tanto di una scelta ma di un dato derivante
dalla contingenza. L’unificazione
italiana è un processo che sappiamo
benissimo essere avvenuto con lenta gradualità
e certo la nascita di una cultura che possa
definirsi nazionale in senso decisamente
allargato può essere osservata solo
nel quindicennio successivo la fine della
seconda guerra mondiale.
Pur in un quadro generale di effettiva crescita
non è comunque possibile generalizzare.
Non è affatto vero che l’abbondanza
sia una reale disponibilità per tutti,
anche se una buona parte della media e piccola
borghesia riesce, più o meno agevolmente,
a raggiungere risultati insperati fino a
venti anni prima. Eppure, al di là
delle difficoltà, conta evidenziare
come, anche laddove fame e penuria continuano
ad essere delle costanti, si diffonde un
immaginario di surplus, di accessibilità
e di occasioni per recuperare [1].
Spesso sono le fonti cinematografiche e
letterarie a mostrare meglio di altre la
dicotomia evidenziata. Se prendiamo, tanto
per fare alcuni esempi di rilievo, la Ricotta
di Pier Paolo Pasolini o Viaggio in
Italia di Guido
Piovene, ci rendiamo immediatamente
conto di quanto il reale faccia fatica a
tenere il passo dell’immaginario.
E di come permanga una massa di diseredati,
dalle caratteristiche del tutto nuove rispetto
al passato, con la costante peculiarità
di essere invischiati in una condizione
di assoluta miseria. In ogni caso –
e bisognerebbe riflettere su quanto tutto
ciò possa essere considerato una
delle peculiarità del boom economico
italiano – quella che si respira è
un’atmosfera di ottimismo generalizzato
che, pur laddove non risulta fondata da
sostanziali presupposti, è in qualche
modo il fulcro attorno al quale il miglioramento
viene evocato.
In un contesto di tal genere la pasta si
impone come alimento identitario,
anche e soprattutto perché ben si
presta a soddisfare una vasta mole di vantaggi:
è un cibo dall’alto valore
simbolico fin da tempi piuttosto remoti
e quindi depositario del valore della continuità,
ma è anche economico, di ottima soddisfazione
saziante e nutrizionale, di facile preparazione
domestica, di produzione industriale. Il
maccarone non è, in questo
senso, semplice alimento, ma diventa
oggetto, oggetto-merce se vogliamo essere
più esatti, su cui è possibile
innestare una vasta operazione di identificazione
nazionale. Si può affermare che la
pasta diventa simbolo, oggetto stereotipico,
di una nazione che si pone nel novero dei
paesi che hanno raggiunto la modernità
attraverso una modalità del tutto
particolare: quasi a voler rivendicare per
sé un tratto popolare che, pur non
cancellando i valori della borghesia, li
integra [2].
Per meglio approfondire quanto appena espresso
occorre fare un piccolo passo indietro e
tornare al 1891, anno di pubblicazione de
La scienza in cucina e l’arte
di mangiar bene di Pellegrino
Artusi. In quello che è considerato
il ricettario italiano per antonomasia,
punto di riferimento della cultura gastronomica
del paese, i piatti di pasta quasi non sono
menzionati e, in generale, la tradizione
gastronomica meridionale è ampiamente
sottovalutata quali pietanze della tradizione
tipica della cucina nazionale.
Così se è evidente che il
ricettario artusiano rimane ancor oggi un
fondamentale punto di riferimento della
cultura gastronomica italiana, è
giusto sottolinearne la dimensione smaccatamente
borghese e per lo più tardo ottocentesca,
costituita da una realtà domestica
e culturale del tutto diversa da quella
osservabile alla metà del XX secolo,
quando è il popolo che in un certo
senso trascina nel proprio rito gastronomico
le classi più abbienti, investendole
della propria cultura materiale, del proprio
gusto. È vero che a partire da Pellegrino
Artusi si può parlare di modello
alimentare italiano, ma solo nel senso di
considerarlo quale esperimento riuscito
nella codificazione di un modello che si
radica lentamente nel corso del Novecento,
anche attraverso processi del tutto estranei
alla logica dei ricettario stesso. La presenza
di scuole e caserme – che prevedono
un servizio di refezione collettiva –
sull’intero territorio nazionale è
uno dei tanti esempi che possono essere
menzionati per cogliere la complessità
di una genesi che non può essere
imputata ad un solo fattore.
Resta da capire cosa si intende per cultura
materiale e gusto del popolo italiano negli
anni del boom economico. Certo
è facile farsi tentare dall’interpretazione
più ingenua, assumendo che possa
esistere un legame diretto fra il gusto
del consumatore e la tradizione che quel
consumo cristallizza nel tempo. Ma nessuno
studio di fonti avvalora tale ipotesi.
Si tratta allora di entrare nella logica
di un processo complesso, fitto di interrelazioni,
i cui agenti caratterizzanti sono la diffusione
dei nuovi mezzi di comunicazione di massa
e la successiva promozione del consumismo
tipica dell’epoca. Un fenomeno la
cui portata va oltre i confini del nostro
territorio nazionale, eppure sarebbe riduttivo
equiparare la situazione italiana a quella
di altri paesi occidentali. Se considerassimo
come termine di paragone la Francia, ad
esempio, potremmo osservare come l’immaginario
gastronomico-alimentare transalpino fosse
caratterizzato da un modello unitario già
capillarmente diffuso, sia in senso territoriale
che sociale, già dall’Ottocento.
In Italia il clima è del tutto diverso:
la crescita dei consumi pare innestarsi
su un terreno quasi vergine tanto che il
mutamento viene percepito come epocale,
fondante, scarsamente collegato al passato.
In questa delicata transizione il cinema
e la televisione svolgono un compito basilare,
che è quello di generalizzare e diffondere
l’idea stessa di benessere e portare
alla ribalta dei consumi anche gruppi sociali
che fino a quel momento non ne avevano beneficiato.
Tutto ciò in un clima, politico,
culturale e sociale incline ad un relativo
appiattimento, ad una sorta di abbassamento
del livello del discorso; laddove,
invece, la cultura italiana ufficiale, per
consuetudine diffusa e prevalentemente ottocentesca,
aveva piuttosto teso ad un certo elitarismo.
Prima degli anni Cinquanta solo il fascismo
si era interessato alle logiche di funzionamento
della società di massa, senza che
ciò comportasse il sedimentarsi di
significative eredità culturali o
sociali. Per lo meno a livello cosciente.
In seguito le particolari difficoltà
generatesi durante la seconda guerra mondiale
avevano contribuito a diffondere la percezione
di un disagio che non era più semplicemente
appannaggio dei soli diseredati: la borghesia
stessa aveva sperimentato la fame, la disperazione,
il razionamento. È fondamentale evocare
il clima di miseria che si respirava in
Italia alla fine degli anni Quaranta per
poter comprendere appieno le modalità
della crescita che seguì un decennio
più tardi, proprio a partire dal
settore alimentare.
Così lungamente rimandata e sospirata
la trasformazione ebbe un impatto di rilievo:
negli anni del miracolo economico la nazione
venne investita da un vento di rinnovamento
che sconvolse le abitudini a partire dalle
basi stesse dell’esistenza.
L’espansione del mercato:
emigrazione transoceanica e Grande Guerra
Passando ad esaminare lo specifico del comparto
produttivo pastario, osserviamo come già
all’inizio del XIX secolo si era assistito
al consolidarsi di alcune realtà
di produzione industriale di pasta secca:
Agnesi, Buitoni, Barilla, De Cecco avevano
esordito come attività semi-artigianali
di trasformazione della materia prima grano,
per poi lentamente risalire la china all’interno
di un mercato che, legato per lo più
all’autoconsumo tipico della società
rurale, possedeva una scarsissima propensione
alla crescita [3]. I primi veri segni di slancio e miglioramento si possono notare
quando i nostri connazionali all’estero,
all’indomani del massiccio flusso
migratorio nell’ultimo ventennio dell’Ottocento,
iniziano a consumare pasta e, in generale,
prodotti tipici delle loro terre d’origine.
Gli emigranti italiani negli Stati Uniti,
catapultati in una condizione di relativo
benessere, recepiscono immediatamente il
modello di incentivo al consumo statunitense,
orientandosi, però, su prodotti legati
alla propria cultura [4]. Il contadino meridionale appena inurbato sente la necessità
di ricostituire un ambiente domestico, quasi
paesano, di cui la tavola imbandita dai
prodotti della propria terra diventa il
simbolo. Attraverso il cibo si attua un’operazione
di resistenza all’assimilazione che
solo l’evocazione del ricordo struggente
e nostalgico della propria terra rende possibile:
mangiare le stesse cose, in certi periodi
dell’anno e in occasione di particolari
festività, costituisce una pratica
sociale in grado di rimuovere le frustrazioni
causate dallo statuto di minoranza etnica.
Gli emigranti, in maniera più rilevante
degli italiani che vivono in patria, contribuiscono
a far crescere e radicare le attività
semi-industriali legate alla trasformazione
dei prodotti tipici, che il mercato interno
con scarsa probabilità avrebbe potuto
mantenere in vita.
Potrebbe apparire paradossale ma alcuni
dei riferimenti obbligati della nostra cultura
gastronomica presentano una genesi più
estera che peninsulare. Del resto non è
così difficile comprenderne il motivo:
i primi italiani che si sono trovati catapultati
nella società dei consumi sono stati
proprio coloro che dall’Italia sono
stati costretti a fuggire per liberarsi
dall’indigenza, e che nei luoghi d’arrivo
hanno potuto affermare la propria identità
attraverso la realizzazione di desideri
d’abbondanza. Il modello alimentare
che si impone è frutto dell’interrelazione
fra le condizioni di miseria di partenza,
la nuova realtà di abbondanza e disponibilità,
e la contemporanea necessità di mantenere
un vivo rapporto con la propria identità
culturale e di gruppo anche grazie ad un
processo che potremmo definire di rivendicazione.
Sono proprio tali dimensioni, sovrapposte
e mischiate insieme, che generano la consuetudine
rituale alla base dell’ identità
italo-americana [5].
È essenziale comprendere quale potente
operazione identitaria si celi dietro l’idea
di una cucina della tradizione che si radica
nell’uso. Poiché è assolutamente
evidente che se di cucina della tradizione
dovessimo davvero parlare sulle nostre tavole
ci sarebbero polenta, pane, erbaggi e poco
altro [6] . Le piccole e medie imprese pastarie a conduzione
famigliare riuscirono a sopravvivere fino
al XX secolo quasi esclusivamente grazie
alle esportazioni e la loro relativa floridezza,
legata del resto al bassissimo impatto dei
costi fissi, permise alcuni miglioramenti
nelle tecniche produttive. La prima guerra
mondiale innestò un rinnovato slancio:
per la prima volta nella sua storia l’esercito
italiano si trovò impegnato nella
necessità di sfamare milioni di soldati
al fronte e proprio la pasta secca fu ampiamente
utilizzata nella composizione del rancio.
All’interno dell’economia di
guerra alcune aziende, come ad esempio Barilla
che era in posizione logistica perfetta
per gli approvvigionamenti, conobbero una
poderosa crescita.
Proprio l’economia di guerra, dunque,
insieme all’emigrazione transoceanica
furono fra i fattori che permisero al settore
di trasformazione agro-alimentare (non solo
di pasta, ma anche di olio, di conserve,
biscotti e vino) di allenarsi alla sopravvivenza
pur in presenza di un mercato interno ancora
molto debole. Uno dei pochi in cui si svilupparono
tradizioni e conoscenze: nelle scelte economiche,
di marketing e di comunicazione che gli
consentiranno, non appena in Italia si affaccerà
un diffuso benessere, di avviare campagne
pubblicitarie efficaci [7]. Nel settore agro-alimentare, pastario in
particolare, fattori come la semplice disponibilità
della materia prima, l’economicità
incentivata da una sperimentazione ed innovazione
già provate nel tempo, la promozione
pubblicitaria, si congiungono con il mutamento
del mercato verso una dimensione di massa,
permettendo ai consumi di crescere velocemente.
La pasta in scena: Totò,
Sordi e Carosello
Dietro il complesso processo che stiamo
cercando di chiarire in poche battute si
nasconde un’interessante operazione
di promozione che rese possibile a dei “semplici”
prodotti di assurgere al ruolo di merci.
È pressoché impossibile pensare,
o dimostrare, che ci potesse essere un voluto
intento programmatico dietro ciò
che l’industria dell’immaginario
fece per promuovere le sue merci-feticcio,
ma certo non si può negare che la
cultura visiva di Carosello o di
un certo cinema popolare, facesse volentieri
leva su oggetti che avevano già il
grosso vantaggio di essere mediamente riconoscibili. Per comprendere appieno ciò che
è accaduto occorre rimarcare la portata
della fascinazione e della capacità
di identificazione accelerate dall’enorme
successo ottenuto da alcuni film i cui protagonisti
possono essere considerati vere e proprie
maschere della cultura popolare. Se prendiamo
come soggetti emblematici Totò e
Alberto Sordi, riscontriamo come il cibo,
la pasta in particolare, diventi a volte
protagonista centrale della scena, oggetto
di ficcante immediatezza, senza il quale
la stessa rappresentazione del personaggio
diventerebbe più difficile da inserire
all’interno di un quadro certamente
stereotipico, ma proprio per questo motivo
altamente identificativo.
Si possono fare almeno due notissimi esempi
per chiarire la logica del meccanismo di
cui parliamo. In Miseria e nobiltà
del 1954, Totò festeggia la fine
di un periodo di fame e miseria mangiando
gli spaghetti in piedi sul tavolo, allo
stesso modo in cui lo farebbe Pulcinella
: prendendoli con le mani e facendoseli
cadere in bocca. È così che
viene attualizzato un autentico rituale,
consacrandolo, rendendolo disponibile e
fruibile ad un pubblico moderno come quello
cinematografico. Resta chiaro che non vi
è nulla di originale in tutta la
scena, che di per sé è una
semplice riproposizione di un classico quadro
popolare della realtà partenopea
[8]. Ma è il nuovo contesto mediatico
a cambiare le carte in tavola, poiché
la struttura di fondo acquisisce un significato
ulteriore, pienamente inserito nel quadro
della continuità in cui la maschera
ed il suo cibo rituale vengono trasformati,
modernizzati.
Tale ragionamento può esser colto
ancor meglio andando a curiosare nella genesi
di uno dei programmi televisivi più
interessanti della nostra storia: Carosello.
Il titolo fu quasi sicuramente scelto riecheggiando
un celebre film musicale, Carosello
napoletano di Ettore Giannini del
1954, che era costruito proprio sulle visioni
idilliache e popolari della Napoli di primo
Novecento. In più, nella matrice
stessa della parola la lingua italiana e
il dialetto napoletano si intersecano, stratificando
diversi significati e creando rimandi interni.
In italiano il carosello è la parata
militare, in napoletano sta ad indicare
un antico gioco di origine araba o il classico
salvadanaio di creta o ancora il nome dei
bambini che popolano i vicoli della città.
In modo identico anche in Carosello
si assiste ad una parata di messaggi pubblicitari
che sono rivolti il più delle volte
ai bambini e che in generale hanno un sicuro
intento ludico, senza però mai dimenticare
l’esortazione al risparmio, alla prudenza
borghese.
Ma il riscontro di forti rilievi culturali
partenopei nella logica di Carosello
non si ferma qui: la sigla del programma
propone al suo interno uno dei più
famosi scorci del lungomare napoletano ed
è accompagnato da un motivo –
composto da Luciano Emmer – che riecheggia
le sonorità di una tarantella. Nel
ventennio dal 1957 al 1977, periodo di trasmissione
del programma pubblicitario, gli italiani
che possiedono un televisore entrano nella
modernità mediatica e dei consumi
attraverso un contenitore fortemente
connotato, nella scia di una tradizione
in cui è evidente il richiamo ad
una struttura narrativa tipica della Commedia
dell’Arte che non accetta i dettami
del modello pubblicitario americano. In
Carosello, a differenza che nel
cinema dove sull’etica predomina sempre
l’estetica, l’intento programmatico
è forte ed innegabile. La Rai –
che, non dobbiamo dimenticare, è
televisione di Stato – crea uno spazio
rassicurante che permette ad una provinciale
ed un po’ingenua realtà nazionale
di entrare nel mondo dei consumi di massa
attraverso il suggestivo modello, contemporaneamente
popolare e colto, della mediterraneità,
di cui la città di Napoli diventa
punto di riferimento imprescindibile.
Ma torniamo al cinema e passiamo all’Alberto
Sordi di Un americano a Roma del
1954. La scena si sposta nella capitale
che, proprio in quegli anni, sta subendo
una trasformazione radicale per avviarsi
a diventare punto di riferimento dell’Italia
televisiva e cinematografica: luogo di elaborazione
di un immaginario potente, costruito con
i materiali della tradizione ma rielaborato
attraverso l’uso di nuovi media. Città
in costante crescita demografica, legata
sempre più a funzioni amministrative
e burocratiche che attirano a sé
una mole impressionante di piccola borghesia
impiegatizia la quale le impone le proprie
abitudini domestiche, il modo di abitare,
vivere, divertirsi. È proprio a Roma
che i tratti originari dalle forti radici
popolari si incontrano con la borghesia
degli uffici, dando vita ad un’identità
originale segnatamente italica. Mai completamente
popolare, mai del tutto borghese. Ci troviamo
qui di fronte ad un personaggio che ha in
sé dei tratti metastorici e stereotipici
– basterebbe citare Giuseppe Gioacchino
Belli e la sua introduzione ai Sonetti
per comprendere l’immobilismo che
caratterizza l’anima stessa della
plebe romana – ma in una maniera del
tutto originale. Il giovane popolano romano
con ambizioni di ascesa sociale si trova
a contatto con una cultura, quella americana,
che lo affascina e lo attrae. Apparire americano
è considerato un punto di arrivo,
la prova della propria capacità di
rinnovarsi, distinguersi. Ma c’è
un contesto in cui tale sforzo di rimozione
delle proprie origini non può riuscire:
è esattamente quello della tavola.
Davanti a una porzione di spaghetti già
freddi e quindi neanche davvero appetitosi,
il personaggio Nando
Meniconi soccombe, dimentica i suoi
propositi e si butta sul piatto con piglio
netto e forte: da abbuffata. È importante
puntare l’attenzione alla qualità
del gesto che deve essere interpretato come
il retaggio di una fame atavica di cui Antonio
De Curtis e Alberto Sordi sono ugualmente
testimoni. Ma, soprattutto nel film che
ha Sordi come protagonista, lo spaghetto
riassume la dicotomia fra il desiderio di
cambiamento e la volontà di non perdere
le proprie radici, in una dimensione dinamica
in cui allo stesso personaggio appare chiaro
il mutamento intervenuto nella sua esistenza.
Diventa qui evidente come la scelta dell’alimento
che si fa di per sé testimone di
tale pregnanza di significato non possa
essere indifferente: il piatto di pasta
è oggetto attorno a cui si costruisce
un senso condiviso, senza bisogno di ulteriori
suggestioni. Le due scene, ancora oggi rappresentazioni
quasi mitiche di una forte identità
riconosciuta anche dalle giovani generazioni,
costituiscono, a ben vedere, il necessario
contraltare alle campagne pubblicitarie
che promuovono il consumo di pasta negli
anni di Carosello.
Esistono, dunque, alcuni alimenti sul mercato
che sono dotati di una sovraesposizione
nel contesto dell’immaginario, una
fascinazione ulteriore, uno scarto
identitario rispetto allo loro semplice
oggettività [9]. Non potrebbe spiegarsi altrimenti il motivo per cui un prodotto
tradizionalmente meridionale riesca a diventare
simbolo della nazione intera, diffondersi
con relativa rapidità nel paese,
diventare veicolo di ricezione di una unità
in un certo senso mai raggiunta prima [10].
Se gli italiani sono sempre stati un popolo
deficitario di uniformità e di identità
nazionale, non si può negare che
ci siano stati momenti e temi, per lo più
legati alla cultura materiale e all’immaginario
che da essa si genera, che hanno contribuito
a creare occasioni di condivisione uniforme,
generalizzata, de-territorializzata.
È evidente come una simile affermazione
possa apparire vagamente prosaica e forse
riduttiva rispetto ad una situazione reale
sicuramente più complessa, ma il
rischio di sfiorare e magari sfondare il
contesto della banalità
diventa spesso la norma ogniqualvolta si
affrontano i temi della cultura materiale [11].
Nonostante ciò, al di là di
ogni rischio, è innegabile come per
gli italiani il cibo abbia spesso agito
come medium privilegiato per la trasmissione
di valori. Tanto che ancora oggi, assieme
al sistema moda, il modello della cucina
italiana vanta lo statuto di gloria patria,
di biglietto di presentazione all’estero [12].
Da Napoli a Milano: alimentazione
e identità nazionale nel secondo
dopoguerra
Per dare un quadro davvero completo dei
motivi per i quali il Novecento possa considerarsi
momento di trionfo della pasta nella dieta
degli italiani, rimangono ancora da analizzare
i nodi centrali dell’urbanizzazione
e dei movimenti migratori interni. Il necessario
complemento, o forse sarebbe meglio dire
il vero motore del boom economico,
era la crescita produttiva che creò
il triangolo industriale: vera e propria
locomotiva trainante del miracolo.
Miracolo che non sarebbe mai avvenuto senza
il contenimento del costo del lavoro che
l’Italia poté mantenere per
lunghi anni solo grazie alla presenza di
un serbatoio di manodopera non specializzata
– per lo più proveniente dalle
campagne più depresse e dal Sud –
tendente ad impedire il configurarsi di
una conflittualità salariale che
rimase pressoché un’utopia
almeno fino alla fine degli anni Sessanta. Fu in città come Torino o Milano
che i contadini meridionali si trasformarono
in operai, ma il loro sradicamento dalle
terre d’origine non comportò
passiva subalternità alle logiche
di una cultura agli antipodi come quella
settentrionale. Il fenomeno della migrazione
interna, a volte sottovalutato dalla storiografia
italiana dell’alimentazione, è
stato probabilmente uno dei punti cruciali
su cui si è giocata la carta dell’identità
alimentare unitaria. Se è, infatti,
certamente vero che il Nord Italia ha puntato
molte delle sue carte sulla modernizzazione
economica del paese, è altrettanto
vero che dal punto di vista culturale, nel
senso simbolico e dell’immaginario,
ha costruito, almeno nel corso del XX secolo,
molto meno del Sud.
E ciò è in parte accaduto
proprio perché le città del
Nord hanno costruito se stesse utilizzando
materia prima che proveniva da
un altrove lontano e davvero differente.
Già gli antropologi hanno ampiamente
dimostrato come nella logica delle costruzioni
simboliche collettive la nostalgia, intesa
come volontà di ritorno a una non
meglio definita origine, possa agire da
potente leva. Nel fenomeno della migrazione
interna la resistenza individuale e famigliare
ad un ambiente considerato estraneo e ostile,
ha avuto come conseguenza la messa in moto
di prepotenti valenze evocative della propria
identità. Così se è
vero che il tessuto tradizionale del Mezzogiorno
si frantuma nella sua realtà territoriale
di partenza, in verità ciò
non significa che scompare, ma piuttosto
che si sposta per spendersi come moneta
corrente alle logiche del discorso identitario
collettivo.
Come già era accaduto ai loro nonni
che erano migrati oltreoceano a cavallo
fra XIX e XX secolo, anche i meridionali
emigrati al Nord a metà del Novecento
riscoprono nella cucina prima e nella famiglia
poi il nucleo attorno cui costruire la resistenza
all’assimilazione [13].
Conclusioni È dunque possibile sostenere che
la vocazione identitaria della pasta possa
essere il motivo, unico o prevalente, del
suo trionfo?
La risposta è certamente negativa
e si è qui cercato di mostrarlo.
Come hanno più volte evidenziato
gran parte degli storici dell’alimentazione,
nessun alimento riesce a sopravvivere a
lungo nell’uso se non è adattabile
alle circostanze di vita di colui che lo
consuma. Come era già accaduto nella
Napoli del XVII secolo i maccheroni
dimostrano la loro capacità di essere
sintesi perfetta di economicità,
disponibilità al consumo e cultura:
qualità di cui anche l’Italia
del XX secolo si avvantaggia, soprattutto
quando, a partire dagli anni Sessanta, prende
il via la rivoluzione nel campo della distribuzione,
compaiono le prime catene di supermercato
e le donne, sempre meno relegate ad un ruolo
puramente domestico, hanno la necessità
di un cibo di gusto ma anche di semplice
e veloce preparazione. Nessun presupposto esclusivamente
culturale avrebbe mai potuto prevalere sulla
necessità di un alimento che fosse
conforme alle necessità
di un tempo storico, di una società
in mutamento. Anche se rimane evidente che
la ricchezza culturale di un cibo agisce
sempre come valore aggiunto per la sua diffusione.
Questo articolo
si cita: A. Portincasa, La
pasta come stereotipo della cucina italiana.
Patrimoni simbolici e identità
nazionale nell’Italia del Novecento,
«Storicamente», 3 (2007),
http://www.storicamente.org/03portincasa.htm
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