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150° Anniversario Unità d'Italia
La storia d'Italia e i manuali di storia
Alberto Mario Banti
Il manuale di storia e il Risorgimento italiano
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unità nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
Ho idea che le celebrazioni per il 150° anniversario
dell'unità d'Italia siano animate da una logica inversa rispetto a quella che
dovrebbe guidare la riflessione storiografica e la trasmissione pedagogica del
sapere storiografico. Nella maggior parte dei protagonisti del dibattito
intorno al 150° c’è, infatti, una dominante e irrefrenabile ansia di
attualizzazione: presentare Garibaldi, Mazzini, Cavour ecc., come se fossero
davvero dei nostri contemporanei. Questo è l’imperativo assoluto. Dopodiché, a
seconda di diversi intenti politici, si invita a tributare ammirati onori a
questi presunti nostri contemporanei; oppure gli si lanciano contro devastanti
anatemi; oppure critiche selettive (si è a favore di una componente del
movimento risorgimentale, ma non di un’altra: per i democratici e non per
Cavour, o viceversa; per i federalisti e non per i centralisti, e viceversa;
ecc.).
In apparenza è un sistema che dovrebbe
avvicinare «i giovani» al Risorgimento italiano, e più in generale alla
riflessione sulla storia. In realtà, secondo me, è una procedura
sbagliata, che comporta distorsioni gravi nella conoscenza del passato; una
procedura paragonabile a chi volesse insegnare la matematica sostenendo che 3 +
2 può fare 5, ma anche 6, o 4, a seconda delle convenienze o degli umori. E
infatti, aggiungo, quando politici o giornalisti e anche qualche storico
intervengono sulla questione animati da intenti di questo genere lo fanno
sempre trascurando di indicare le fonti oppure la bibliografia sulle quali
poggiano le loro perorazioni. Nel migliore dei casi, se qualcuno evoca qualche
lavoro storiografico, lo fa caoticamente, di solito dando mostra di conoscere
la più accreditata produzione storiografica recente in modo – a dir poco –
estremamente parziale.
E qui si dirà: che sfinimento, le note, la
bibliografia, le fonti. Sì, certo, una bella noia: ma il punto di differenza
fondamentale tra un intervento mitografico sul Risorgimento, volto cioè a
costruire un’immagine mitica – in positivo o in negativo, non importa -, e
un’opera storiografica seria sta proprio in questo: l’intervento mitografico
può considerare credibile qualunque testimonianza, anche la meno attendibile,
purché sia funzionale al discorso che vuole sostenere; oppure opera
selettivamente e in modo non dichiarato sulla storiografia, appoggiandosi su un
testo piuttosto che su un altro a seconda delle convenienze; oppure, ancora,
ignora completamente la storiografia più seria (accade anche questo ahimè) ed
esprime le opinioni personali che gli stanno a cuore, come se la conoscenza
storiografica dipendesse dalle preferenze soggettive, e non avesse alcun
rapporto con metodi specifici, con procedure riconosciute, con un’analisi
attenta delle fonti e dei documenti.
A rendere il pubblico piuttosto insensibile al rigore
storiografico proposto dalla storiografia scientificamente più accreditata
contribuiscono due bei tossici che circolano incontrollati.
Il primo è quello che si esprime nella frase:
«eh, ma poi si sa, che gli storici non sono mica imparziali…». Ora
è chiaro che ogni storico o storica che sia, ha le sue preferenze, la
sua scala di valori, le sue inclinazioni. Ma su questa banale consapevolezza si
è costruito un’attitudine scettica che ha contagiato anche quegli storici che
per volersi mostrare smaliziati e up to
date ripetono che l’obiettività è un sogno, non è possibile, non è alla
portata di nessuno … Benissimo: ma banalità per banalità bisogna anche
riconoscere che nello statuto professionale dello storico c’è l’esigenza
assoluta di tener sotto controllo le proprie idiosincrasie e di non
abbandonarsi mai, consapevolmente, a una manipolazione delle fonti che consenta
di accordare la ricostruzione storiografica con le preferenze individuali.
Chiaro, no? E anche, banale, vero? Eppure fondamentale. Una fondamentale
considerazione da cui consegue – almeno per quel che mi riguarda – che non ci
sono storici di destra o di sinistra, di sopra o di sotto, dell’est o
dell’ovest, ma ci sono storici persuasivi, cioè capaci di presentare
ricostruzioni e interpretazioni ben fondate su un’analisi accurata delle fonti
reperite, e storici non persuasivi perché non tanto bravi nel reperire o
interpretare le fonti. Punto.
Il secondo tossico è quello che confonde storia
come narrazione, e storia come storiografia. Si chiede alla storia di essere
divertente, appassionante, facile da leggere, perché la si confonde con la
fiction, col romanzo, magari col romanzo storico. Vi si raccontano «storie» in
tutti e due i casi, no?
Vediamo la questione in prospettiva inversa: a
qualcuno verrebbe in mente di chiedere a un astrofisico di essere divertente, o
a un anatomopatologo di scrivere un trattato che contenga storie di piacevole
lettura? No, perché si riconosce che dietro il loro lavoro c’è una dura
scientificità, non facilmente riducibile a frasi
«soggetto-predicato-complemento» esposte per non più di 100-120 pagine. Ma in
realtà quella domanda – facci divertire – non viene rivolta nemmeno ad altri
umanisti: non agli storici dell’arte o della letteratura; non ai filosofi, anzi
soprattutto non ai filosofi, che tanto più sono astrusi tanto più hanno
successo (vedi Foucault o Agamben: e come li invidio e ammiro, al tempo
stesso!). Ma gli storici, no; gli storici devono scrivere libretti brillanti e
brevi e senza note e senza bibliografia e con una «storia» avvincente, sennò
addio. Perché? Perché non si riconosce lo statuto scientifico del lavoro
storiografico.
E in ragione di ciò si spiega anche il fenomeno
degli innumerevoli giornalisti che scrivono libri di storia – mediamente
abbastanza sgangherati, e presto dimenticati dopo l’immediato boom di vendite
– come se la storia fosse un loro speciale terreno di caccia: tanto quel
che c’è da fare è leggersi un paio di testi, scovare due o tre citazioni ad
hoc, ed essere brillanti. Poi "chissenefrega" se la storiografia
scientifica va in un’altra direzione… Da notare che il numero di giornalisti
che si cimenta con presunti libri di storia è incomparabilmente più alto
rispetto a quelli che si cimentano in qualunque altra disciplina scientifica:
riprova – a mio parere – del valore di ciò che ho appena detto.
Sottovariante di questa seconda convinzione tossica:
tutto ciò avverrebbe perché «gli storici italiani non sanno scrivere bene»
(frase che spesso si completa con quest’altro commento: «… come gli inglesi»).
Questa sì che è la più strepitosa balordaggine che si possa sostenere. Nel
senso che se ci sono storici italiani, scientificamente inappuntabili, che però
scrivono senza alcuna pietà per i loro lettori, ce ne sono anche molti altri
che padroneggiano belle e piacevoli soluzioni stilistiche, senza perdere un
centesimo delle loro capacità analitiche: e ciò succede allo stesso modo in
tutte le storiografie del mondo.
Tutto ciò si ripercuote anche sui materiali che
circolano intorno al Risorgimento.
Come reagire? Secondo me in due modi.
Primo insegnare con la massima attenzione – in
generale e nello specifico caso risorgimentale – che c’è una distinzione
fondamentale tra res gestae e historia rerum gestarum. Lo so che non è
facile, perché la struttura della comunicazione scolastica nel campo storico
tende a far sì che le res gestae assorbano tutta la dimensione conoscitiva. Cioè, per la storia si devono
conoscere i fatti e non gli autori; l’esatto inverso di ciò che accade per la
filosofia, in cui non si insegnano inesistenti «fatti filosofici», ma le
elaborazioni concettuali dei singoli autori. Adesso, che per la storia si
debbano conoscere i fatti è essenziale, e ci torno tra un secondo. Ma ogni
volta che è possibile bisogna ricordare che c’è una storiografia; bisogna
insegnare a distinguere storici migliori e peggiori; opere fondamentali e no;
interpretazioni convincenti e altre caduche. Bisognerebbe: lo so che non è
facile, che le ore sono quello che sono, che lo spazio della storia nei
programmi scolastici si assottiglia progressivamente, mentre la storia – come
disse un mio collega inglese con humour tutto britannico – «ogni anno aumenta
sempre un po’ …»: ma se è possibile bisognerebbe fare anche storia della
storiografia.
Spesso non si può. E allora ci si deve limitare a
ricordare le vicende principali. Secondo me lo si deve fare evitando nei limiti
del possibile ogni indebita attualizzazione. Perché «il passato è un paese
lontano: fanno le cose diversamente laggiù». E questo è vero anche per il
Risorgimento: i valori, i comportamenti, gli obiettivi politici che guidano gli
uomini e le donne del Risorgimento non sono più – immediatamente – i nostri. E
se è possibile che il nostro essere attuale sia basato su ciò che è successo –
diciamo – tra 1820 e 1861, non è meno vero che è egualmente basato anche su ciò
che è successo prima, o dopo. Niente attualizzazione, dunque. Cercare di capire
quali sono le mentalità e le culture che animano le persone nel passato. Non
esprimere giudizi di valore (Garibaldi ha fatto bene; Garibaldi era un
mascalzone … ecc.). Esprimere giudizi di fatto (le vicende hanno preso il
determinato corso per questa o quest’altra ragione), cercando ogni volta di
sforzarsi di usare la storiografia più accreditata, la più seria, la più
persuasiva per l’uso delle fonti.
Ecco, in definitiva, queste due semplici regole sono
quelle che ho cercato di applicare nel mio lavoro di autore di manuali di
storia, sia per quanto riguarda il Risorgimento italiano, sia per ogni altro
periodo storico: dar conto del dibattito storiografico (nel mio Il senso del tempo ci sono
capitoli storiografici non su ogni questione, ma su quelle che ho reputato più
significative: e tra di esse il Risorgimento); e presentare ricostruzioni in
contatto con il sapere storiografico più qualificato. Almeno questo è stato il
mio programma di lavoro. Se ce l’ho fatta o no, naturalmente, è tutt’un’altra
questione.
| How to cite : Banti, Alberto M., I manuali di storia e il Risorgimento italiano, «Storicamente», 7 (2011), art. 5,
DOI 10.1473/stor91 http://www.storicamente.org/04_comunicare/alberto_banti.htm |
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