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Alessandro Cristofori

Informatica umanistica e obiettivi didattici

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L'impulso è partito dal centro, come del resto è accaduto altre volte nell'organizzazione della didattica a livello universitario: in effetti, tra gli obiettivi di apprendimento delle diverse classi di lauree triennali e biennali delle scienze umanistiche dettati dal MIUR appare regolarmente e, credo, opportunamente, la padronanza degli strumenti informatici e telematici propri di ciascuna disciplina.

Anche in questo caso è doveroso chiedersi attraverso quale strutturazione del processo di apprendimento tale padronanza possa essere acquisita e in quali obiettivi specifici essa possa articolarsi.

Per quanto concerne il primo problema ritengo l'offerta formativa possa utilmente articolarsi in tre momenti, sull'esistenza dei quali nella prassi della didattica dell'informatica umanistica mi pare del resto esistere un certo consenso[10]:

  1. L'acquisizione delle conoscenze informatiche e telematiche di base.
  2. L'acquisizione delle conoscenze, delle capacità e dei comportamenti inerenti ai metodi di applicazione dell'informatica e della telematica al fondo comune delle discipline umanistiche.
  3. L'acquisizione delle conoscenze, delle capacità e dei comportamenti inerenti ai metodi di applicazione dell'informatica e della telematica propri dei singoli ambiti disciplinari che rientrano nelle scienze umanistiche.

Il primo e il terzo momento, che appaiono già prima facie più facilmente delimitabili, riguardano tuttavia ambiti che, secondo un un'opinione ormai largamente condivisa, non sono direttamente oggetto dell'Informatica umanistica. Le conoscenze informatiche e telematiche di base possono in effetti essere più efficacemente veicolate in moduli d'insegnamento speciali, non esclusivamente diretti agli studenti dei curricula umanistici e non necessariamente riconducibili alle attività didattiche delle Facoltà di Lettere e Filosofia. Negli ultimissimi anni anni in effetti mi pare si vada affermando la tendenza ad affidare gli onerosi corsi di alfabetizzazione informatica ai vecchi Centri di Calcolo di Ateneo e a farne coincidere i contenuti coll'ormai famosa (o famigerata) European Computer Driving Licence (ECDL). Se la tendenza in atto non inganna, è peraltro probabile che tra non molto il compito di fornire una conoscenza di base nell'uso del computer e delle reti telematiche non spetti più all'Università, ma sia assolto dalla scuola superiore o dalle forme di autoapprendimento[11].

Il terzo momento, la riflessione sulle risorse digitali specifiche di ciascun ambito disciplinare e sulle implicazioni che il loro uso può avere, credo che, nella maggioranza dei casi, possa essere utilmente integrato nei singoli moduli d'insegnamento, privilegiando in particolare forme seminariali in cui il medesimo docente illustri a un gruppo di studenti, limitato di numero e sostanzialmente omogeneo per formazione e indirizzo di studio, le potenzialità e i limiti delle nuove tecnologie nella materia che è oggetto del suo insegnamento, in costante confronto con il patrimonio metodologico e strumentale che la tradizione ci ha consegnato. Questo modello, vale la pena sottilinearlo, difficilmente potrà essere applicato invariabilmente in ogni situazione: in alcuni casi lo sconsiglierà l'effetto di eccessiva frammentazione dell'apprendimento, che rischia da un lato di duplicare inutilmente contenuti, dall'altro di far perdere la necessaria visione d'insieme; in molti altri casi sarà la stessa carenza di risorse a sconsigliare questo approccio: basti pensare al fatto che non tutti i docenti delle discipline umanistiche appaiono ancora possedere le necessarie conoscenze, pratiche e metodologiche, per affrontare questo compito[12].

In alcuni frangenti è consigliabile optare per un modulo integrativo  di supporto a diversi insegnamenti affini, il che consente di coordinare più efficacemente le risorse disponibili e di assicurare un miglior taglio interdisciplinare. È questa sostanzialmente la via che è stata sperimentata da qualche anno presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna con il corso Computer e Antichità Classica[13]. Pur presentandosi modestamente come una semplice Introduzione all'uso dei laboratori e delle risorse informatiche dei Dipartimenti di Filologia Classica e Storia Antica, il corso tratta in modo sufficientemente dettagliato dell'uso delle diverse tipologie di oggetti digitali per l'Altertumswissenschaft, strutturandosi in otto moduli tenuti da diversi specialisti, per un totale di 32 ore. Giunto al suo quinto anno di vita, il corso, pur conservando la sua impostazione prevalentemente strumentale, ha visto progressivamente ridurre gli spazi riservati alle nozioni informatiche di base, per aprirsi, sebbene con prudenza, a riflessioni teoriche di carattere più generale, come effetto di una maturazione degli studenti e dei docenti stessi.

Tra questi due aspetti abbastanza ben caratterizzati, quello dell'informatica di base e quello della riflessione sui singoli ambiti disciplinari, si inserisce il momento a mio parere riservato al modulo d'insegnamento in Informatica umanistica, secondo in un ordine che va dal più generico al più specifico, ma primo in quanto metodologicamente fondante. La metafora migliore che mi viene alla mente per il vasto territorio dell'Informatica umanistica mi viene dall'immagine del centrocampo evocata da un grande umanista scomparso qualche tempo fa, Gianni Brera: uno spazio ampio, un poco indefinito tra le due aree di rigore, la propria (l'informatica di base?) e l'altrui (le tante informatiche speciali?) nel quale tuttavia si risolvono le partite.

Se nell'acquisizione della padronanza degli strumenti informatici e telematici propri delle diverse discipline umanistiche l'insegnamento dell'Informatica umanistica occupa dunque una posizione centrale e indispensabile, quali le conoscenze, le capacità e i comportamenti che un tale modulo deve saper comunicare all'interno di un curriculum di studi diverso da quello specifico di Informatica umanistica?

Nel rispondere  a questa domanda credo sia opportuno far riferimento al modello di un'altra disciplina che, come l'Informatica umanistica, rientra di regola nei più diversi curricula di studi umanistici (e non solo), la Storia: anche quest'ultima materia, al pari dell'Informatica umanistica, in effetti studia, piuttosto che un oggetto ben definito, una molteplicità di oggetti di diverso carattere visti peraltro in una dimensione ben definita, quella del passato, così come l'Informatica umanistica studia i più diversi prodotti della cultura umana nella loro dimensione digitale. Il tema è stato in particolare oggetto di riflessione del progetto pilota della Commissione Europea TUNING Educational Structures in Europe, che ha come suo fine un ripensamento dei contenuti, delle strutture e dei metodi dei corsi di studio nelle Università europee, secondo le linee dettate dagli accordi della Sorbona, di Bologna e Praga[14].

Gli storici hanno individuato nello sviluppo di una prospettiva storica nell'approccio alla realtà il realistico traguardo che un modulo d'insegnamento (o più moduli d'insegnamenti) possono proporsi in un corso di studi pertinente ad una diversa area di studio. Ciò in concreto significa che un modulo in Storia dovrebbe[15]:

  1. Sviluppare una visione critica del passato e far comprendere come gli eventi del passato abbiano un'influenza sul presente e sul futuro e sulla visione che di essi abbiamo.
  2. Insegnare a comprendere e rispettare punti di vista diversi, in quanto prodotti da processi storici differenti.
  3. Fornire un quadro diacronico generale nel quale inserire le fasi e gli eventi storici più importanti.
  4. Mostrare in concreto, su di un tema ben delimitato, quale è il lavoro dello storico, mettendo in contatto gli studenti con le diverse classi della documentazione del passato e con i prodotti della ricerca storiografica.

Credo che un'analoga definizione di obiettivi da parte degli studiosi di Informatica umanistica possa costituire un significativo progresso nella riflessione sull'oggetto della disciplina e sui rapporti reciproci con i settori vicini. Da parte mia potrei suggerire, come semplice spunto di discussione, i desiderata di uno storico dell'antichità. A mio parere un modulo di insegnamento in Informatica umanistica dovrebbe:

  1. Mostrare come le applicazioni informatiche e telematiche non siano il semplice veicolo "neutro" di contenuti tradizionali, ma abbiano profonde implicazioni epistemologiche sugli oggetti che studiano.
  2. Delineare i principi delle metodologie di rappresentazione e codifica degli oggetti studiati dalle discipline umanistiche.
  3. Fornire un quadro generale delle diverse tipologie di oggetti in formato digitale studiati dalle discipline umanistiche, con particolare riferimento ai mutamenti metodologici che possono indurre nella ricerca e nella didattica.
  4. Fornire un quadro generale delle nuove forme di comunicazione che la telematica ha aperto, con particolare riferimento ai mutamenti metodologici che possono indurre nella ricerca e nella didattica delle discipline umanistiche.

La definizione di questi obiettivi, pur a mio parere feconda di risultati fruttuosi, non esaurisce peraltro il problema. Perché un modulo d'insegnamento in Informatica umanistica possa inserirsi armoniosamente e utilmente in un curriculum di studi in una delle discipline umanistiche appare in effetti ancora necessario un certo sforzo: indubbia per esempio è l'esigenza di un'aggiornata manualistica, che tratti della materia in modo chiaro ed esaustivo, parlando non solo agli studenti, ma anche al pubblico colto in genere, come ha ben rilevato G. Roncaglia[16].

Occorre altresì evitare il rischio di appiattimento dell'Informatica umanistica alle sole applicazioni di analisi computazionale dei testi, prevalentemente letterari[17], riducendola ad una Computerphilologie che indubbiamente è parte costitutiva fondamentale degli studi di Humanities Computing[18], ma che non ne esaurisce la ricchezza di prospettive.

Personalmente rimango inoltre ancora dubbioso riguardo alla pertinenza di alcuni contenuti propri della formazione di un'umanista che abbia una competenza critica delle applicazioni informatiche e telematiche all'uno o all'altro dei tre momenti formativi sopra delineati: si pensi per esempio ai fondamenti teorici dell'informatica e alle linee di sviluppo storico della disciplina, che potrebbero essere oggetto sia dei moduli di informatica di base, sia (e forse più utilmente) di un modulo di informatica umanistica.

Tuttavia ciò che forse appare più necessario è mantenere, pur in una definizione rigorosa dei reciproci ruoli, un ampio scambio di esperienze tra Informatica umanistica e le diverse informatiche umanistiche specifiche, che possa contribuire a conservare quel carattere di dinamicità e quella ricchezza di prospettive che hanno distinto in questi ultimi anni il settore di cui ci stiamo occupando. Proporre una risposta univoca a tale necessità significherebbe eccedere i limiti di questo breve contributo e le competenze di chi lo ha scritto; mi limito dunque a rilevare il fascino dell'immagine recentemente proposta da W. McCarthy per definire lo statuto disciplinare dell'Informatica umanistica: un veliero che esplora l'arcipelago, toccando e mettendo in comunicazione le sue tante isole, costituite dalle altrettante discipline che compongono il sapere umanistico[19].

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Note

[10] Un modello a tre livelli è proposto da E. Aarseth, From Humanities Computing to Humanistic Informatics: Creating a Field of Our Own, in: "Is Humanities Computing an Academic Discipline", s.d. ; cfr. Numerico, Vespignani, Informatica, cit., p. 12.

[11] La necessità di una netta distinzione tra alfabetizzazione informatica e Informatica umanistica è stata recentemente sottolineata da Numerico, Vespignani, Informatica, cit., pp. 12-14.

[12] Sul problema della progettazione delle attività didattiche specifiche ai singoli corsi di studio rimando a C. Salvaterra, Bytes loquuntur? Nuove tecnologie e didattica delle scienze dell'antichità: riflessioni su alcune esperienze, in: A. Cristofori, C. Salvaterra, U. Schmitzer (eds.), "La Rete di Arachne - Arachnes Netz", Stuttgart, Steiner, 2000, pp. 216-220; in particolare su vantaggi e limiti dell'integrazione dello studio dei nuovi oggetti digitali nei singoli moduli d'insegnamento si veda ibid., p. 217.

[13] Cf. le riflessioni sul corso di Salvaterra, Bytes loquuntur, cit., p. 218 e C. Neri, "Computer e Antichità Classica": note in margine, in: "La Rete di Arachne", cit., pp. 113-120.

[14] Sul progetto TUNING si veda la breve pagina informativa Sintonizzazione delle strutture universitarie europee, in: "Europa. L'Unione Europea in linea", 2 ottobre 2003.

[15] Il documento che qui si traduce compare come Annex 1 in Tuning Educational Structures in Europe. Closing Conference. Brussels, 31 May 2002, in: "Universidad de Deusto: Relaciones internacionales», s.d., in formato .doc o in formato PDF, p. 78 [visitato l'11 dicembre 2004].

[16] Roncaglia, Informatica umanistica, cit., § 7; all'appello di Roncaglia ha risposto il recente e già citato manuale a cura di Numerico, Vespignani, Informatica, cit.

[17] L'approccio prevalentemente testuale della scuola italiana di Informatica umanistica e i rischi connessi sono riconosciuti da D. Fiormonte, Informatica Umanistica: rappresentanza, statuto teorico e rifondazione, in: "Griselda on line", 2002, [visitato l'11 dicembre 2004]; cfr. anche Numerico, Vespignani, Informatica, cit., p. 15.

[18] Il termine Computerphilologie gode di un certa popolarità anche al di fuori dell'ambito linguistico tedesco per il prestigio della nota rivista "Jahrbuch für Computerphilologie», già divenuta un importante punto di riferimento nel settore. Sebbene sia stato chiarito che la Computerphilologie è solamente una branca dei più vasti studi di Informatica umanistica (cf. Meister, "Think Big", cit.), sospetto che vi sia una strisciante tendenza a ritenere il termine come sinonimo di Humanities Computing.

[19] McCarty, Tree, cit. Tree, Turf, Centre or Archipelago? Poetics of Disciplinarity for Humanities Computing, 8-9 luglio 2004, [visitato il 13 dicembre 2004].

 

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