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150° Anniversario Unità d'Italia
La storia d'Italia e i manuali di storia
Scipione Guarracino
L'unificazione nazionale e l’eccezionalità italiana
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unità nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
Sommario
Una prospettiva comparata
I "nazionalismi romantici": tre tipologie
L'eccezionalità italiana
Esisteva una nazione italiana a metà Ottocento?
Perché non si formò uno stato nazionale italiano prima del 1861?
La carenza di legittimità politica
Una prospettiva comparata
I grandi anniversari non sono l’occasione migliore per far crescere in
maniera originale la conoscenza storica. Semplificando un po’, si può
immaginare che alle prime ricorrenze prevalgano la celebrazione e l’epopea; in
un secondo tempo avranno via via maggiore visibilità le visioni disincantate e
prosastiche, l’assunzione anche della prospettiva dei vinti, l’inclinazione
revisionista nel senso deleterio dell’espressione. Così è successo nel 1989,
con la Vandea che quasi ha oscurato la Bastiglia, o nel 1992, con Colombo messo
direttamente all’origine di un genocidio. Nel caso dell’unificazione nazionale italiana,
come candidati a rovesciare quella che viene qualificata e squalificata come
Storia ufficiale, si ripresentano periodicamente i briganti del Mezzogiorno, i
fedelissimi della causa borbonica, la Chiesa cattolica.
Per fortuna i manuali di storia non vengono riscritti tutti insieme in
simili occasioni; più in generale essi sono poco propensi a far proprie le
dispute non propriamente storiografiche tenute in vita con la caccia al clamore
congiunta a equivoche operazione ideologiche e politiche. In ciò il loro
organico conservatorismo presenta un aspetto involontariamente positivo,
accanto a quelli più scontati (prudenza e timore di autori ed editori
nell’andare troppo contro la communis opinio e le aspettative dei loro
svariati interlocutori). Ovviamente i libri scolastici, oltre a non essere
tutti uguali, sono periodicamente soggetti a processi di ripensamento e
riscrittura, con esiti duraturi quando (per dirla in poche parole) questi
rispondono meglio al più profondo “spirito del tempo”.
A chiarimento di quel che segue dirò subito che come autore di manuali
non ho avuto molto da dire sul Risorgimento e che le mie insufficienti
competenze mi hanno consigliato di non spingermi oltre il 1815 e al massimo il
liberalismo europeo degli anni della restaurazione. A stretto titolo personale
posso aggiungere che ho avuto qualche motivo puramente irrazionale per essere
poco attratto dalla storia del Risorgimento; essendo un figlio degli anni
Quaranta (sono nato nel 1943) ho fatto in tempo a sperimentare fino alle scuole
medie un insegnamento patriottico e commovente, fatto di martiri ed eroi le cui
biografie dovevano essere mandate a memoria. In seguito come insegnante liceale
la mia predilezione è andata nettamente a Carlo Cattaneo e anche a Carlo
Pisacane (ma cercando di rimuovere dalla mente il ritornello della Spigolatrice
di Sapri). Con tutta la sua parzialità, le riflessioni che mi azzardo a
fare sul posto che il Risorgimento occupa nella storia d’Italia sono di ordine
metodologico e mettono per un momento tra parentesi eventi e protagonisti.
Suona certo dottrinario e poco plausibile negare in assoluto che la
storia è fatta anche di singole storie. Queste, fortunatamente, hanno la
funzione di smentire teorie troppo ordinate e generalizzazioni troppo ampie; e
tuttavia non sono sufficienti per pensare i problemi della grande storia.
Dobbiamo dare la loro parte ai fattori impersonali e sovrapersonali, le
condizioni, i presupposti, le configurazioni, le strutture, i sistemi di
relazione. Come ogni fenomeno storico il Risorgimento italiano può essere
esaminato nella sua unicità, la sequenza effettiva di quei determinati
avvenimenti; e in effetti possiede caratteri propri che ne fanno un fenomeno
unico e anche eccezionale. Ma questi caratteri si fanno meglio osservare e
apprezzare se procediamo secondo una prospettiva comparativa e di lungo
periodo, costituita dall’insieme delle questioni nazionali che hanno segnato la
storia europea dalla fine del XVIII secolo al principio del XX con antecedenti
che impongono di risalire fino al XV.
Le questioni nazionali ottocentesche sorsero dall’aspirazione di ogni
collettività che si considerava una nazione ad avere una individualità politica
e a possedere un proprio stato, fondandosi su un’immagine più o meno mitica del
passato storico. Senza impegnarsi in spiegazioni più analitiche della loro
capacità di diventare movimenti di massa, possiamo classificare questi
“nazionalismi romantici” secondo tre tipi diversi.
I "nazionalismi romantici": tre tipologie
Il primo tipo, il più frequente, è quello di nazioni che diventano
coscienti di sé scoprendosi soggette nella loro totalità a un altro stato e
che, inoltre, si pongono il traguardo dell’indipendenza senza avere anche un
problema connesso di unificazione o riunificazione. Questo tipo era ben
rappresentato dal caso dell’Irlanda, interamente sottoposta al dominio inglese.
Tutti gli altri casi erano però più complessi e si discostavano dal tipo puro,
perché si trattava di nazioni inserite, in seguito a un atto di conquista o
assoggettamento (un originario evento catastrofico) in imperi multinazionali,
quello asburgico, quello ottomano e quello russo. Così, tutti i greci e tutti i
serbi erano sudditi del sultano e tutti i boemi erano sudditi degli Asburgo.
Per meglio dire: nel XIX secolo questi sistemi statali venivano qualificati
come imperi “multinazionali”, oppure “prigioni di popoli”; ma erano sorti a
partire dal XV-XVI secolo quando l’espressione “multinazionale” non poteva far
parte del lessico politico e l’idea dell’asservimento nazionale era di là da
venire.
La complessità delle questioni nazionali consisteva precisamente in
questo: per il fatto di essere soggette da secoli a simili imperi, ben
difficilmente le nazioni che rivendicavano l’indipendenza rispettavano i
requisiti dell’omogeneità etnica, linguistica e religiosa. Si potevano anzi
trovare situazioni straordinariamente complesse, come quella degli ungheresi,
che volevano essere un regno indipendente dall’impero asburgico (ma ne
accettavano la dinastia) e a loro volta tenevano in soggezione una decina di
altre nazionalità.
Il secondo tipo è quello di nazioni divise in più stati, che si
proponevano di raggiungere l’unificazione politica senza anche avere un
problema altrettanto grave di indipendenza. Questo tipo è rappresentato dal
caso della Germania, suddivisa in una molteplicità di stati nessuno dei quali
era assoggettato politicamente a un sovrano o a una potenza straniera. La loro
unità storica era stata quella del Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca,
che apparteneva a una sfera politica diventata un anacronismo già nel XV secolo
e che ai nazionalisti del XIX secolo apparve sempre più un percorso sbagliato o
un vicolo cieco. Dopo il 1815 essi costituivano una confederazione di cui
faceva parte come soggetto preminente anche l’Austria, uno dei possessi degli
Asburgo. La dinastia si trovava però anche alla testa di un impero che per
tutto il resto era non-tedesco e si opponeva risolutamente a ogni idea di
unificazione tedesca, che avrebbe reso impossibile mantenere il predominio sia
sulla Germania che sull’impero. Il nazionalismo unitario tedesco si presentava
peraltro in forma non del tutto pura, perché il regno di Prussia includeva
territori e popolazioni di nazionalità polacca che nel 1870 entrarono a far
parte del Reich.
Le questioni nazionali del terzo tipo si esprimevano allo stesso tempo
nell’aspirazione all’indipendenza e all’unità. È il tipo che qui deve
interessarci di più perché ad esso appartiene il caso italiano. Per mettere
meglio a fuoco la peculiarità italiana conviene però cominciare dal caso
polacco.
Priva di indipendenza e unità, la Polonia del 1815 poteva pensare a un
periodo non molto lontano della sua storia, appena un po’ più di quarant’anni
prima, nel quale possedeva l’una e l’altra. Per la verità al tempo della prima
spartizione, nel 1772, nemmeno la Polonia poteva essere avvicinata allo stato
nazionale puro (in Europa non erano più di sei gli esemplari che meglio, ma non
senza imperfezioni, corrispondevano a questo tipo); era invece uno stato
multinazionale e, anzi, fino al 1648 perfino un “impero multinazionale”.
Esisteva però un nucleo assai più omogeneo e fu questo ad essere oggetto delle
due successive spartizioni del 1793 e 1795. Lo stato nazionale della Polonia fu
ricostituito alla fine del 1918 insieme ad altri due stati che non potevano
invece richiamarsi ad alcun precedente storico di indipendenza come stati unitari,
la Cecoslovacchia e la Jugoslavia; l’iniziativa unitaria della Serbia aveva in
più creato uno stato poco “nazionale”, massimamente eterogeneo dal punto di
vista etnico, linguistico e religioso. Entrambi sono falliti per due volte, il
primo nel 1939 e nel 1993, il secondo nel 1941 e nel 1991-92.
L'eccezionalità italiana
Neppure il Risorgimento italiano poteva nascere con un intento
storicamente fondato di “ri-unificazione”, come era per la Polonia, perché non
esisteva un reale precedente di unità politica italiana. L’idea di
riunificazione finiva per rimandare alla data troppo lontana del 568 e
all’invasione dei longobardi, enfatizzata come evento iniziale della divisione
dell’Italia. Le radici unitarie venivano così ricercate nell’Italia romana,
immaginando una continuità storica di due millenni (ancora più indietro
riusciva ad arrivare solo la Grecia); e poiché l’Italia antica era stata a sua
volta parte di un impero a vocazione universale, era soprattutto il mito di
Roma a essere attivo, con l’inevitabile rischio di far pendere la bilancia
della costruzione nazionale più dalla parte delle fantasticherie che da quella
della sobrietà e del realismo. Ciò vale del resto per tutto il linguaggio
patriottico che si esprimeva in termini di risveglio, rinascita, risorgimento.
In Europa occidentale lo stato era venuto prima della nazione e aveva
svolto un ruolo essenziale nella sua costruzione. Si era trattato comunque di
una nazione senza nazionalismo e subordinata alla gloria del re; inoltre anche
in questi paesi lo stato aveva dovuto continuare per tutto il XIX secolo a
costruire la nazione e a ravvivare la nazionalizzazione dei popolo, con
l’istruzione e il servizio militare. In Italia, invece che coltivare miti e
pensare alla ricostituzione di uno stato nazionale unitario che non era mai
esistito, si poteva considerare l’unità come un progetto nuovo e partire da una
nazione italiana che intendeva darsi un proprio stato. Le domande storicamente
e politicamente rilevanti diventavano a questo punto due. Esisteva (e da
quando) una nazione italiana a metà Ottocento? E perché nei secoli precedenti
non era riuscito a sorgere uno stato nazionale italiano?
Esisteva una nazione italiana a metà Ottocento?
La prima domanda è la più facile e può avere una risposta misuratamente
positiva. La coscienza nazionale si è sviluppata in Europa attraverso tre
stadi: prima in piccoli gruppi di intellettuali, poi nei ceti borghesi, infine
come fenomeno popolare. Fra il 1815 e il 1850 l’Italia aveva raggiunto e forse
appena passato il secondo stadio. Non c’è niente di strano che il Risorgimento
sia stato fatto da un minoranza; del resto questa minoranza non era poi così
ristretta e al tempo opportuno ha coinvolto con il pensiero e con l’azione
parecchie decine di migliaia di persone, quanto teoricamente sarebbe bastato a
fare un ceto politico egemone. È questo uno degli aspetti dell’eccezionalità
italiana, che fa una gran differenza rispetto alla Germania dove l’iniziativa
“dal basso” si esaurì completamente nel 1849. È vero che l’Italia era una
nazione dove pochi parlavano abitualmente l’italiano; tuttavia ben prima di
allora esisteva un canone letterario riconosciuto (Dante, Petrarca e
Machiavelli) che aveva una notevole influenza sulla lingua scritta delle
persone colte. Fra il Cinquecento e il Settecento le opere scritte in italiano
avevano avuto una circolazione ben più che regionale; certamente era una lingua
fin troppo colta e anche artificiale, ma allora il problema si sposta
sull’esasperante lentezza con cui l’Italia unita combatté l’analfabetismo e
attuò un’istruzione di base universale.
Per quel tanto di unità nazionale che possedeva prima di diventare uno
stato, l’Italia si trovava a godere di una situazione piuttosto favorevole da
diversi punti di vista. La sua unificazione politica (1860-1870 – il seguito
avvenne in una guerra mondiale che non apparteneva più all’età delle questioni
nazionali) è evidentemente riuscita se confrontata con quella della
Cecoslovacchia e della Jugoslavia. In secondo luogo, tutti gli stati sorti nel
XIX secolo dalla dissoluzione degli imperi multinazionali pretendevano di
essere nazioni compiute e ben individuate, appartenenti cioè al tipo uno. Ma
questo, come si è già suggerito, era lontano dall’essere vero. Prima di
definire i loro confini questi stati, in nome di una riunificazione che la
follia nazionalista agitava come sempre da completare, hanno dovuto combattere
fra di loro una serie infinita di guerre che si è prolungata fino agli anni
Novanta del XX secolo (le rivendicazioni non sono ancora del tutto scomparse).
L’Italia, al contrario, possedeva una elevata potenziale omogeneità nazionale e
non doveva pagare il pesante tributo imposto dalla fuoriuscita da un impero
multinazionale; la promozione di una lingua nazionale, per quanto ardua, era meno
traumatica del rifiuto della lingua dei vecchi dominatori. L’Italia non era
inserita in un puzzle balcanico e non aveva ragioni di conflitti con i suoi
vicini; quelli sulle frontiere nord-orientali, in particolare con l’ex
Jugoslavia, se le andarono a cercare prima i nazionalisti della “vittoria
mutilata” e poi il fascismo.
Perché non si formò uno stato nazionale italiano prima del 1861?
Nel Medioevo “Italia”, come Germania, Spagna, Gallia, Anglia ed Europa,
era un nome geografico. Contrariamente a quello che pensava Metternich, già
verso il 1500 “Italia” aveva però cessato di essere solo un’“espressione
geografica” (come ha notato una volta Denis Mack Smith, in pieno XIX secolo
l’impero asburgico non era nemmeno questo), senza enormi sfasature cronologiche
rispetto a ciò che accadeva in Francia o in Spagna. La differenza stava nel
fatto che alla vaga idea di unità culturale (come cultura dotta e in minor
misura nel significato antropologico della parola) corrispondeva un forte grado
di divisione politica, in termini essenziali e non accidentali. In altre parole
il potere temporale della Chiesa e le seconde invasioni barbariche (paragonate
nel 1494-1527 a quelle del V-VI secolo) non bastavano a spiegare la disunione e
l’“infermità” (come diceva Machiavelli) italiana. C’erano ragioni più profonde,
quelle che più di ogni altra facevano l’eccezionalità dell’Italia.
Mettendo a sé il caso del regno delle due Sicilie, la configurazione
degli stati territoriali era avvenuta a partire da un molteplicità di centri politici
che era risultato impossibile semplificare. La stessa fusione delle città
annesse negli stati di Milano, Venezia e Firenze (denominati secondo la città
dominante e non come stati regionali) era stata nel XV secolo imperfetta e
fragile. Il comune patrimonio culturale era proceduto di pari passo con la
vocazione cosmopolita europea, prima dei mercanti e finanzieri, poi degli
artisti e intellettuali. Ci si poteva sentire italiano e insieme, senza
contraddizione, essere per patria fiorentino, milanese, veneziano (e anche
pisano, pavese o veronese). La pura nazione culturale era una realtà più debole
o comunque diversa rispetto a quella delle nazioni costruite a partire da un
centro monarchico; in particolare le monarchie favorirono a un certo punto la creazione
di una chiesa nazionale, mentre l’Italia ebbe troppo di più e di meno con la
Chiesa cattolica (universale) e con lo Stato della chiesa.
La carenza di legittimità politica
La questione nazionale si presentò così in Italia in termini diversi
anche da quelli dalle nazioni che volevano riemergere dall’inserimento forzato
nei grandi imperi. L’unità italiana non poteva realisticamente realizzarsi
senza una guerra contro l’Austria, ma la disunione italiana non era per intero
riconducibile all’esistenza dell’impero asburgico. Dei sette stati esistenti in
Italia a metà Ottocento, il regno Lombardo-Veneto era una creazione artificiale
austriaca, senza passato e senza futuro, ma Lombardia e Veneto erano diventate
nel tempo realtà politiche con una loro precisa individualità (l’una e l’altra
potevano essere indipendentiste senza essere unitarie), pari a quella del
Piemonte, la cui dinastia divenne pienamente italiana nel 1849. Lo stesso
valeva per la Toscana, che non era meno se stessa per il fatto di avere una autonoma
dinastia asburgico. I Borboni di Napoli erano diventati una tirannide odiosa,
ma il regno delle due Sicilie, con nomi diversi, era esistito dal 1130 con una
identità relativamente stabile attraverso sette o otto dinastie. Infine lo
Stato pontificio non era propriamente una dominazione straniera ma un
anacronismo politico posto sotto assedio dalla modernizzazione.
Vinta la guerra con l’Austria e raggiunta l’unità in una congiuntura
internazionale fortunata e irripetibile (che metteva fuori gioco i repubblicani),
il problema della forma da dare al nuovo stato era ancora tutto da risolvere.
Quale dosaggio si doveva dare alla monarchia sabauda, all’istanza democratica e
al decentramento regionale se non proprio al federalismo? L’unità compiuta
attraverso la pura e semplice annessione al Piemonte era più un’apparenza
momentanea che una realtà, tant’è vero che i Savoia non rinnegarono mai
seriamente l’obiettivo di Roma capitale (una volta tanto il mito di Roma poteva
servire a dissolvere su un piano più elevato la concorrenza fra le troppe città
abituate a essere capitali). Ma ai plebisciti unitari si era voluto far dire
più di quanto era credibile e la legge elettorale piemontese estesa a tutto il
nuovo regno era rimasta all’idea di partecipazione politica pensata per la
Francia del 1815. La celebre formula sull’Italia e gli italiani va forse
invertita. Gli italiani che avevano voluto l’Italia erano in numero per il
momento sufficiente, ma molti di loro non ebbero il diritto di voto. Era
l’Italia a sentire la carenza di legittimità politica che sola la poteva
“fare”.
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