Nell’ambito
dell’iniziativa “Storia e ambiente”
promossa dal Consorzio Università
– Città di Bologna, il 22 settembre
2006 lo storico francese Daniel
Roche ha tenuto presso l’Aula
Absidale di Santa Lucia una lezione magistrale
dal titolo Culture materielle des voyages
dans la société moderne.
Professore al Collège de France dal
1998, e già Directeur d’études
all’Ecole des Hautes Études
en Sciences Sociales di Parigi e dell’Institut
d’Histoire Moderne et Contemporaine,
Daniel Roche ha fatto della cultura materiale
in età moderna, intesa come «relazione
storica tra gli uomini e gli oggetti e la
variazione tra queste relazioni»,
il centro d’interesse della sua attività
di studioso. Autore di numerosi saggi, di
cui si fornisce a fondo articolo un breve
elenco, lo storico francese ha pubblicato
nel 2003 una monografia dal titolo Humeurs
vagabondes. De la circulation des hommes
et de l’utilité des voyages
(Fayard, Paris), consacrata alla cultura
della mobilità tra XVI e XIX secolo.
La comunicazione bolognese ha rappresentato
dunque l’occasione per riferire alcuni
dei contenuti di questa imponente ricostruzione
storica e per rilevarne le valenze civiche
nella società presente.
È possibile ricondurre
l’origine dell’interesse di
Daniel Roche per i viaggi tanto agli studi
dedicati alla cultura equestre, al ruolo
funzionale del cavallo come mezzo di trasporto,
quanto alla riflessione sull’«opposizione»
tra sedentarietà e mobilità
che caratterizza la società occidentale.
Occuparsi di viaggi, per lo storico francese,
non significa scrivere la storia delle migrazioni
o dei racconti di viaggio, bensì
analizzare come il viaggio orienti pratiche,
rappresentazioni e immaginario sociale.
La mobilità, o meglio la cultura
della mobilità, costituisce dunque
il concetto chiave per comprendere l’approccio
dello storico francese al viaggio.
Il movimento invita a riflettere
sulla corsa, sulla traiettoria, sulla circolazione
degli oggetti, delle merci, dei capitali,
sulle evoluzioni e sulla capacità
di giocare con lo spazio, con la rapidità
e la lentezza, con i ritmi del mondo e i
meccanismi della loro propagazione. Il viaggio,
con le sue occasioni, le sue pratiche, i
suoi contesti permette di ritrovarne i significati
sociali. La pluralità delle sue funzioni
– commercio, religione, amministrazione,
guerra, fuga, attività straordinaria
di ricerca e di inventario, pratica ordinaria
della vita – nutre la ricchezza dei
suoi significati culturali. La vita stessa
non è che una metafora fondamentale,
quella del Grande Viaggio che ciascuno
compie nell’insicurezza. Il mondo
stesso non è che il libro offerto
alla sagacia dei viaggiatori e la sua lettura
può essere la migliore o la peggiore
delle lezioni [1].
In età moderna, l’orizzonte
spaziale era un orizzonte «bloccato»,
limitato ai confini del villaggio o della
parrocchia. La rete degli scambi nelle società
rurali non si estendeva oltre il raggio
di 20 chilometri. Le feste paesane, le fiere
e il «mercato dei matrimoni»
costituivano le principali occasioni di
spostamento, sebbene i pellegrinaggi o il
lavoro, per le compagnie di mestiere, fornissero
altre occasioni di viaggio. Rimane comunque
il fatto che per la maggior parte delle
persone il viaggio restava un’eccezione.
I lunghi tragitti erano appannaggio dei
ceti più facoltosi, i soli in grado
di potere sostenere le spese che la lentezza
dei trasporti comportava. A differenza dei
contadini, che viaggiavano a piedi, i nobili
si spostavano in carrozza o a cavallo. Questi
mezzi di trasporto implicavano una costosa
manutenzione, la necessità di sostare
presso le stazioni di posta per abbeverare
i cavalli o sostituirli, e per riposarsi.
A questi fattori si univa il rallentamento
dovuto all’irregolarità delle
rotte. Gli agenti atmosferici, lo straripare
dei fiumi, la neve potevano far scomparire
le strade o renderle impraticabili anche
per lunghi periodi, trasformando il viaggio
in un’esperienza dai contorni incerti.
A partire dal XVIII secolo,
la volontà dello Stato di assicurare
il controllo sul proprio territorio per
ragioni di natura politica, economica e
militare, portò ad una stabile definizione
della rete viaria e, nel XIX secolo, ad
interventi regolari di manutenzione. All’interno
di questa evoluzione, gli ingegneri e i
cartografi giocarono un ruolo fondamentale:
i primi studiarono nuove tipologie di materiali
con cui lastricare le strade e riprogettarono
il sistema postale; i secondi operarono
una mappatura integrale del territorio evidenziando
la gerarchia degli itinerari (grandes
routes, grands
chemins, routes royales
etc.). I tempi del viaggio cominciarono
progressivamente ad accorciarsi e se alla
fine del XVII secolo per raggiungere Parigi
da Lione erano necessari otto giorni, alla
fine del XVIII secolo ne bastavano tre.
Una serie di innovazioni tecniche migliorò
anche la funzionalità e il comfort
dei mezzi di trasporto. Dalle officine di
Parigi, Londra e Bruxelles, i centri più
all’avanguardia per la costruzione
di carrozze, uscirono veicoli più
capienti, veloci e sicuri, dotati di sedili
imbottiti e vetri per riparare i viaggiatori
dal freddo e dalle intemperie. Nello spazio
ristretto della carrozza, capitava inoltre
che l’ordinata gerarchia della società
venisse riorganizzata in maniera inedita.
Per la durata del viaggio, persone di differenti
origini si trovavano imprevedibilmente sedute
fianco a fianco, dando vita ad estemporanee
relazioni sociali simili per certi versi
a quelle raccontate da John Ford nel film
Ombre
rosse (The stagecoach).
Unitamente al miglioramento
delle condizioni di trasporto, la nascita
di una letteratura specializzata favorì
la normalizzazione dei viaggi. Guide, carte
e diari svilupparono nei viaggiatori una
nuova sensibilità nell’appropriazione
di uno spazio estraneo. Il viaggio diventò
un’occasione di confronto tra le diverse
culture materiali. Le abitudini alimentari,
l’abbigliamento, l’arredamento
delle abitazioni delineavano nei racconti
dei viaggiatori quei caratteri nazionali
che politicamente ancora non esistevano.
Per l’agronomo inglese Arthur Young,
che intraprese un viaggio in Francia dal
1787 al 1790, l’osservazione dei costumi
dei francesi era basata sul costante raffronto
con quelli della madre patria. Così
se i francesi curavano maggiormente la loro
igiene personale rispetto agli inglesi,
la pulizia delle loro case lasciava molto
a desiderare rispetto alle dimore britanniche.
In ogni abitazione infatti era presente
un catino per lavarsi le mani, ma a tutti
i livelli della società era diffusa
la pratica «abominevole» di
sputare sui pavimenti. «I have seen
a gentleman», annotava Young durante
il suo soggiorno a Parigi, «spit so
near the cloaths of a duchess, that I have
stared at his unconcern» [2].
La presenza o meno di ostelli
o stazioni di posta, e la loro capacità
di rispondere alle esigenze di un pubblico
sempre più cosmopolita, divenne un
test, un gradiente, per misurare la «civilizzazione
organizzata» dei diversi paesi. Grazie
ai racconti di viaggio, alle guide e ai
romanzi si andava così disegnando
una «geografia dell’Europa degli
alberghi», una sorta di mappa della
civilizzazione europea che attestava la
capacità, differenziata da paese
a paese, di modificare le tradizioni dell’ospitalità
in termini di profitto per rispondere alle
esigenze dei viaggiatori. Nel 1773 la Scozia
appariva al dottor Samuel Johnson e al suo
compagno di viaggio James Boswell un paese
ancora poco attrezzato, dal momento che
gli alberghi sorgevano solo lungo le strade
maestre. A questa mancanza suppliva tuttavia
l’antica tradizione di ospitalità
degli abitanti, sempre pronti ad aprire
le loro case agli stranieri [3].
Gli alberghi rappresentarono
altresì la possibilità per
alcuni viaggiatori di entrare in contatto
con una realtà materiale qualitativamente
superiore alla propria, grazie alla presenza
di impianti igienici, biancheria pulita,
riscaldamento e servitù, normalmente
estranei al proprio quotidiano. Ma più
in generale testimoniarono di abitudini
alimentari e culturali tanto diffuse a livello
europeo quanto peculiari a livello locale.
In questo senso, la pratica del viaggio,
iscrivendosi nella tradizione dell’ospitalità,
modificò se non creò il «patrimonio
collettivo delle abitudini». Così
se per Stendhal, un buon albergo era quello
nel quale era servito un buon tè,
per Arthur Young «the idea of dining
without a napkin seem ridiculous to a Frenchman,
but in England we dine at the tables of
people of tolerable fortune, without them»
[4].
Seguire lo sviluppo di questa
cultura materiale della mobilità
durante l’età moderna permette
di comprendere, secondo Roche, come le abitudini
europee si siano via via omogeneizzate nel
corso dei secoli e come attraverso il viaggio
si siano poste le basi per un’apertura
al confronto e allo scambio con l’altro.
Nell’articolo Voyage dell’Encyclopédie,
il cavaliere de Jaucourt definiva il viaggio
come la migliore scuola di vita, quella
nella quale «l’on apprend la
diversité de tant d’autres
vies» [5].
Il viaggio «dans les états
policés de l’Europe»
rappresentava uno degli elementi più
importanti dell’educazione dei giovani
e una parte dell’esperienza degli
anziani. Esso elevava l’intelletto,
ne arricchiva le conoscenze e lo «guariva»
dai pregiudizi nazionali. Scopo del viaggio
doveva essere dunque quello di esaminare
gli usi e i costumi delle altre nazioni,
i loro gusti, le arti, le scienze, le manifatture
e l’economia [6].
La considerazioni del cavaliere de Jaucourt
si inserivano pienamente nel dibattito illuministico
attorno al tema della mobilità, un
dibattito che opponeva chi sosteneva l’utilità
pedagogica dei viaggi, intesi come strumento
di acculturazione, a chi invece li avversava
in quanto fonte di corruzione. L’individuo
che abbandona il luogo e il clima natali,
affermavano alcuni, è destinato inevitabilmente
a soffrire e a degenerare.
Rispondere alla domanda che
ci si poneva nel XVIII secolo: «Muoversi
è un male o un bene?» implica
oggi, secondo Roche, la stessa posta in
gioco in termini di doveri civili che comportava
allora. «È una scommessa che
bisogna fare sulla necessità dello
scambio e sul modo in cui oggi esso può
orientare l’avvenire della civilizzazione
come lo ha fatto in passato» [7].
Questo articolo si
cita: C. Magoni - C. Santini, Daniel
Roche: cultura materiale dei viaggi nella
società moderna, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/04_comunicare/magoni_santini.htm
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