Aldino Monti
Ricordo di Lino Marini[1]
(1924-2005)
Cercherò di essere asciutto e conciso come lo era la persona che ci
troviamo oggi a ricordare. Possiamo articolare la parabola umana e intellettuale
di Lino Marini in tre parti: la formazione giovanile tra Boves, paese di origine,
il liceo a Cuneo e la Facoltà di Lettere dell’Università
di Torino, ma soprattutto la fondamentale esperienza, esistenziale e politica,
della Resistenza sulle colline di Cuneo come partigiano combattente nelle file
delle Brigate Garibaldi dall’autunno del 1943 al 25 aprile del 1945; l’attività
scientifica iniziata a Napoli nel 1948 sotto la direzione del suo Maestro Federico
Chabod presso l’Istituto Italiano per gli Studi storici voluto da Benedetto
Croce, poi presso la Scuola storica – sempre sotto la direzione di Chabod
– dell’Istituto per la Storia moderna e contemporanea di Roma nel
periodo 1950-1954, continuata come ordinario di Storia e filosofia nei licei
di Ravenna e Bologna, libero docente nel 1955, professore incaricato di Storia
medievale e moderna nella Università di Urbino nel 1956, quindi dal 1960
incaricato poi ordinario nell’Università di Bologna; infine, l’intensa
attività didattica presso la nostra Università a partire dagli
anni ’60, che ebbe a concretarsi in un vasto programma di tesi di laurea
di storia moderna e contemporanea e nell’attivazione del Corso di laurea
in Storia agli inizi degli anni ’70. Inizierei da quest’ultima parte,
per un motivo molto semplice, riconducibile a una elementare constatazione oggettiva
ma di forte impatto emotivo; un numero cospicuo di presenti in questa sala devono
la propria presenza all’Università all’opera di Lino Marini.
Posso enumerarli in ordine più o meno cronologico di entrata all’Università
tra gli anni ’60 e ’70: Giovanni Ivan Tocci, Ottavia Niccoli, Luciano
Casali, Sandro Spreafico – che ha poi seguito altro percorso – Ivo
Mattozzi, Ignazio Masulli, Aldino Monti, Alfeo Giacomelli, Maria Malatesta,
Cesarina Casanova, Angela De Benedictis, Giuliana Gemelli, Fiorenzo Landi, Carla
Giovannini. Possiamo poi aggiungere due altri allievi che occupano una posizione
significativa fuori dell’Università: Piero Bellettini, direttore
della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna e Dante Bolognesi
direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “A. Oriani” di
Ravenna. Ciò che vorrei sottolineare, tuttavia, è il fatto che
Marini non fu soltanto il boss che cooptò queste persone nell’istituzione
accademica, ma svolse un’intensa attività per conferire agli studi
storici di Storia moderna e contemporanea un loro ruolo adeguato e una loro
precisa riconoscibilità entro le gerarchie culturali di una Facoltà,
come quella di Lettere di Bologna, ove dominava una spiccatissima tradizione
umanistico-letteraria ad opera di italianisti, latinisti e grecisti, che non
poteva cogliere immediatamente il valore culturale e simbolico dell’apertura
dei ranghi della Facoltà a incarichi e cattedre di Storia, contemporanea
in particolare.
Dirò più avanti della ragione anche personale degli interessi
di Marini per la storia contemporanea. Mi limito qui a segnalare il suo intenso
lavoro per l’attivazione del Corso di laurea in Storia, l’uso delle
sue relazioni accademiche e ministeriali per l’espansione di incarichi
e cattedre – importante fu il suo rapporto con il prof. Luigi Bulferetti,
suo referente al Ministero – a vantaggio di tutta la Facoltà e
non solo della corporazione degli storici; in particolare sottolineo la sua
azione in favore della piena legittimazione accademica degli studi contemporaneistici,
la chiamata di Enzo Collotti, molto importante in tale prospettiva, e la sua
attività di direttore della Deputazione di Storia della Resistenza di
Bologna tra il 1973 e il 1979. A completamento di questo stringato curriculum
di Marini, vorrei segnalare, infine, la creazione nel 1987 dell’Archivio
fotografico dell’Università di Bologna, primo in Italia, che poi
ha cresciuto e gestito fino al marzo 1997, a coronamento di una lunga attività
di fotografo della montagna valdostana, che lo ha portato a mostre personali
in varie città italiane (Bologna, Ravenna, Milano, San Marino, Courmayeur,
Savignano sul Rubicone, Crevalcore).
All’impegno di legittimazione della storia contemporanea nell’ordinamento
accademico lo portava ovviamente la sua formazione di antico antifascista e
partigiano, che si inseriva intelligentemente nella nuova atmosfera culturale
e politica scaturita dal luglio del ’60 e da ultimo e definitivamente,
dalla “spallata” del ’68. Ma non voglio dilungarmi ulteriormente
sulle vicende di questa ultima parte dell’attività di Marini, anche
perché non ne ho una conoscenza compiuta; altri, come Giovanni Tocci
e Giancarlo Calcagno, potranno, in un prossimo eventuale convegno su Marini,
documentare meglio di me quest’ultima parte della vita e dell’impegno
di Lino Marini. Passerei dunque alla prima parte, riguardante la formazione
della sua personalità giovanile, intensa e drammatica, che ebbe ovviamente
una grande importanza anche nella sua vita di studioso.
Su questo periodo della vita di Marini mi avvalgo, oltre che del ricordo dei
colloqui avuti con lui, anche di un opuscolo pubblicato da Marini nel novembre
1991 dal titolo Su Rosario Romeo, e su Federico Chabod. Due momenti per
alcune testimonianze, la prima delle quali, Conversazione con Elsa
Romeo, era una intervista a Marini da parte della vedova di Rosario Romeo,
da poco scomparso, fatta tra il 1987 e il 1988, sugli anni che i due storici
avevano passato insieme tra 1947 e 1948 a Napoli presso l’Istituto Italiano
per gli Studi storici del Croce (l’intervista uscì poi l’anno
successivo nel volume curato da Elsa Romeo, La Scuola di Croce. Testimonianze
sull’Istituto Italiano per gli Studi storici, Bologna, Il Mulino,
1992, 93-108). Interrogato sulle ragioni della propria adesione all’antifascismo
e alla guerra partigiana, Marini affermava che tali ragioni c’erano proprio
“tutte”, maturate dopo «un ventennio di illiberalità»,
a contatto con professori e studenti antifascisti, militanti «prevalentemente
nel partito d’azione», con la tradizione familiare dei genitori
liberal-cattolici, con le letture di Labriola, Croce storico, Omodeo, Salvemini,
del Manifesto di Marx ed Engels, volumi che trovava nella eccezionale
biblioteca della scuole elementari di Boves – dove insegnava la madre
maestra – «anche dopo che era stato mandato al confino il direttore
di quelle scuole e creatore di quella biblioteca,un prete antifascista di ammirevoli
qualità umane e intellettuali». Ho avuto modo di ascoltare, in
colloqui con Marini, nel corso di passeggiate o degli incontri all’Università,
confessioni ancora piuttosto risentite sul suo stato di insofferenza contro
la dittatura, maturato negli ultimi anni fino alla caduta del 25 luglio; le
ragioni “tutte” della sua scelta antifascista avevano trovato poi
il loro “fattore precipitante” il 19 settembre 1943, giorno in cui
i tedeschi incendiarono Boves e tra «i morti di un giorno che ho vissuto»,
scrive Marini, esse «mi portarono con assoluta naturalissima decisione
alla guerra partigiana». Si tratta di capire ora perché Marini,
giovane di formazione liberale, amico di azionisti, e personalmente non comunista,
abbia scelto di combattere nelle formazioni partigiane delle Brigate Garibaldi
e non in quelle di Giustizia e Libertà.
Nella intervista ne fa intravedere le ragioni, in termini molto discreti, senza
alcun riferimento a particolari ragioni politiche. Parlando delle sue frequentazioni
degli amici “azionisti” degli anni immediatamente prima della guerra,
Marini scrive: «O essi avevano, semplicemente problemi primari diversi
dai miei. O io ero – abbastanza – diverso da loro perché
loro vivevano in una città – dove pure ero nato anch’io –
e io vivevo la maggior parte del tempo in un paese e nella sua campagna. Poteva
avere il suo peso il fatto che gli amici di Boves, carissimi, fossero piuttosto
come me…» (punteggiatura di Marini). E aggiunge subito dopo: «Non
v’è dubbio che noi fossimo innanzitutto ‘salvatici’;
e la cosa non ci dispiaceva. Le differenze fra città e campagna allora
c’erano e si sentivano…». Sotto il velo di queste spiegazioni
sociologiche ed esistenziali della diversità sua e dei suoi compagni
di Cuneo – presumibilmente in gran parte comunisti – nei confronti
degli azionisti, vi erano forse ragioni politiche, sia pure ancora molto generali
ed embrionali, maturate magari solo sul pian intuitivo. Ciò che separava
il giovane antifascista e partigiano Marini dagli azionisti era una forse quella
differenza di stile – ampiamente esplorata e divulgata dalla storiografia
– che lo portava a diffidare del loro brillante stile politico e intellettuale
“girondino” e a preferire il duro e disciplinato stile “giacobino”
dei comunisti, unica forza organizzata contro il fascismo, dunque più
attendibile, affidabile e seria. Egli abbracciò quel lucido criterio
del realismo storico, cui rimase poi sempre fedele, sia come cittadino che come
storico; scelse le formazioni comuniste nel ’43-‘45’ così
come avrebbe continuato a votare per il partito comunista negli anni della Repubblica,
non per fede ideologica, ma per una lucida valutazione delle forze in gioco
– condivisibile o meno qui non importa – che lo portava a scegliere
la forza che pensava più affidabile nella difesa di certi valori della
democrazia laica e del rinnovamento sociale. Fu sempre un liberaldemocratico,
un non comunista, che votava per il maggior partito di opposizione dell’Italia
repubblicana. Vi è una testimonianza significativa nell’intervista
alla signora Romeo che vale la pena citare e che lo stesso Marini trae dal suo
carteggio più che decennale che intrattenne con Rosario Romeo, sui più
svariati temi politici, culturali e di ricerca, su cui i due storici erano soliti
scambiarsi informazioni, idee, pareri su libri, ricerche in atto proprie o altrui
(Romeo tra l’altro sottopose al giudizio di Marini i capitoli del suo
Risorgimento in Sicilia, man mano che la stesura avanzava e ne riconobbe il
notevole contributo di critica in sede di modifiche e di rielaborazione).
Il 21 luglio 1948 da Giarre Romeo scriveva a Marini facendosi l’augurio
«di poter presto riprendere le vecchie conversazioni con quel certo piemontese
al quale debbo buona parte dei miei progressi napoletani». E il successivo
25 agosto affrontava un problema politico cruciale in quella estate calda dopo
le lezioni del 18 aprile: «A me pare che assumere un atteggiamento di
simpatia nei confronti del P.C.I., in omaggio a quel che ha di buono, e dimenticando
il cattivo, non sia davvero la via migliore: tutto sommato io resto fermo a
una politica di Terza Forza: che è la posizione sulla quale son dovuti
arrivare anche coloro che come Parri, La Malfa, Salvatorelli, ecc., tentarono
per anni di collaborare coi comunisti senza potervi riuscire. Ciò non
vuol dire che io non riconosco l’importanza che ha l’esistenza di
un’opposizione oggi, di fronte a uno strapotente governo dei preti:ma
in concreto…per ora guardiamo dov’è il pericolo maggiore;
poi penseremo ai preti». Dalla lettera di Romeo si evince ovviamente il
contenuto di quella di Marini, centrata sulla simpatia per il P.C.I come maggior
forza di opposizione. D’altra parte nella stessa intervista Marini sottolinea,
rievocando un significativo episodio, come il clima della guerra fredda riuscisse
a lambire pure le stanze dell’Istituto del Croce, pur all’interno
di una sostanziale serenità e civiltà di rapporti tra allievi
e Maestri.
Nel 1950 Laterza pubblicava i primi tre volumi usciti dall’Istituto: il
Giannone di Marini, il Guicciardini di De Caprariis, il Risorgimento
in Sicilia di Romeo. Il 20 gennaio del 1951 il politologo conservatore
Panfilo Gentile recensiva sulle colonne del Mondo di Pannunzio il volume di
Romeo, definendolo riduttivamente «un pregevole contributo a quella che
potremmo chiamare la storia regionale del nostro Risorgimento» e denunciandone
i criteri storiografici ispirati a «tutte le influenze della cosiddetta
storiografia di sinistra, oggi ritornate in voga, e di cui il libro di Romeo
accusa notevoli tracce (e che) ci riportano ad indirizzi storiografici che dovrebbero
essere ormai superati, se Ranke, Burckhardt, Mosca, Croce, hanno insegnato qualcosa».
Il successivo 27 gennaio recensì il Giannone, senza dirne né
male né bene, in sostanza riassumendolo. Il 3 febbraio attaccò
il direttore dell’Istituto, cioè Chabod in persona. Occupandosi
del saggio chabodiano su Gli studi di storia del Rinascimento nei Cinquant’anni
di vita intellettuale italiana,1896-1946, usciti per gli ottant’anni
di Croce, il Gentile espresse «qualche perplessità sui criteri
storiografici dell’illustre maestro dell’Istituto napoletano»,
per poi concludere in questi termini: «Forse andiamo oltre nell’interpretare
il pensiero di Chabod. Forse ci porta fuori strada la vaga tendenza marxistica
ed economicistica che è accusata dalla sua scuola. Tanto meglio, se sbagliamo,
e se Chabod non merita di essere sospettato di meccanicismo sociologico».
Tutta l’operazione del Gentile aveva un unico scopo: insinuare a Croce
– che aveva voluto Chabod alla direzione dell’Istituto a scapito
di altri a lui più vicini, che il Maestro valdostano avallava il materialismo
storico degli allievi e faceva dell’Istituto una potenziale fucina di
comunisti. La cosa non ebbe alcuna conseguenza nell’ambito dell’Istituto,
ma rimase molto impressa nei ricordi di Marini, che me ne parlò in più
di una circostanza e che dovette confortarlo ulteriormente nei suoi convincimenti
politici durante il periodo della “guerra fredda”.
Passando alla trattazione della sua vicenda scientifica, non intendo affrontare
ovviamente la complessità di tale vicenda, e mi limito a due considerazioni
che riguardano per un verso alcuni presupposti di metodo e di impegno civile
che caratterizzarono la sua attività di modernista, e per l’altro
la mancata integrazione della sua attività di ricerca con un versante
contemporaneistico, di cui fu comunque tenace promotore. In un appunto datato
il 22/1/1956, con riferimento alla recensione di Pasquale Villani al suo Giannone
come studio sulla “formazione e sviluppo del ceto intellettuale”,
Marini osservava: «Nel Giannone era così; ma già
tendevo a indagare su quali basi sociali quel ceto poggiasse. Nel Mezzogiorno
ho proseguito l’indagine e ritengo con buoni risultati pratici e metodologici.
Nel Des Allymes, il discorso accenna ormai … a considerare non
solo la classe politica ma il paese». Era una linea di maturazione verso
il sociale che non era priva di stimoli contemporaneistici che avrebbe voluto
coltivare. E’ lui stesso che ricorda come, divenuto allievo della Scuola
storica, diretta sempre da Chabod, presso l’Istituto storico italiano
per l’età moderna e contemporanea di Roma, il Maestro lo avviasse
allo studio di storia sabaudo-piemontese in contrasto con i suoi progetti: «Io,
allora, avrei voluto studiare il Decennio francese in Piemonte e mi ero preparato
a quello scopo un assai bel progetto, ma egli me ne dissuase bruscamente, e
di contraddirlo non fu neanche il caso di parlare». E così commenta:
«Dirò solo che la brusca dissuasione…che non mi piacque,
solo più tardi scoprii da quale lunga e grande carica problematica e
umana venisse, e come il tema delle relazioni tra i Savoiardi e i Piemontesi
venisse da Gioacchino Volpe e Chabod non fosse ancora mai riuscito a proporlo
fattivamente a nessuno prima che a me». E’ una spiegazione che Marini
mi diede più volte, ma mi sembrò sempre una razionalizzazione
ex post di un incidente che non gli era piaciuto e di una “violenza”
subita. Ho sempre avuto l’impressione che Marini virasse verso la storia
contemporanea, cioè, a quel tempo, verso l’Ottocento e il Risorgimento,
stimolato dai dibattiti politici e storici dell’epoca, come d’altronde
stava facendo il suo amico e compagno di studi Rosario Romeo. Credo che anche
questo episodio abbia contato nella sua battaglia per l’inserimento degli
studi contemporaneistici nell’ordinamento della Facoltà bolognese.
Nel concludere questo breve ricordo di Marini, vorrei aggiungere alcune considerazioni
di sintesi. Ho già detto del suo giudizio sul ruolo storico e politico
del Partito comunista come maggior partito di opposizione; mi rimane da dire
qualcosa sul suo antifascismo. Marini ebbe una concezione molto gobettiana e
“torinese” del fascismo come “autobiografia della nazione”
ed era quindi portato a conferire alla categoria storico-politica del fascismo
un' estensione concettuale e interpretativa molto larga, comprendente culture
e comportamenti di massa dell’epoca nostra che per me costituivano e costituiscono
motivo di indebita attribuzione; ma non si è mai impancato a maestro
dell’antifascismo, ad impartire lezioni di “correttezza politica”,
ad assegnare patenti ideologiche in un senso o in altro. Alle mie obiezioni
rispondeva di volta in volta, «c’è qualcosa di vero in quello
che dici», oppure «non hai tutti torti», il che significava:
«Non sono d’accordo con te, ma nella gerarchia delle ragioni che
costituiscono il mio sistema di spiegazione del mondo, c’è un posto
anche per le tue ragioni». Lo spirito critico era l’autentico demone
su cui era centrata la sua personalità intellettuale. Uomo riservato,
schivo, appartato, incline a rifiutare una proiezione pubblica della sua attività
accademica che pure ebbe l’occasione e la possibilità di cogliere.
Uomo schermato, senz’altro “difficile”; ma chi ebbe motivi
di litigio con lui sa che si trattò di ragioni accademiche totalmente
estranee ai principi della libertà di opinione e di ricerca, che Marini
non mise mai in discussione, radicati com’erano nella sua personalità
umana e intellettuale e nella sua autobiografia personale.
Note
[1]Commemorazione tenuta il 3 novembre 2005 presso il Dipartimento di Discipline Storiche, Sala del Priore, in occasione della scomparsa del prof. Lino Marini, ordinario di Storia moderna nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, avvenuta a Bologna il 24 luglio 2005.