Segue
Sara
Galli
Antifascisti
tra carcere, clandestinità ed
esilio. La "riscoperta" dei carteggi |
Attraverso
il carteggio di Paolo e Lea, Urso tenta innanzitutto
di tracciare un inventario
della biblioteca di casa Betti, nonché di
quella carceraria dei due coniugi. I libri
posseduti dai due comunisti, così come il
loro percorso culturale, paiono indicare
la grande rilevanza che l'esperienza all'interno
della Federazione giovanile socialista bolognese
ebbe sulla loro formazione. In particolare,
sottolinea Urso, sembra possibile mettere
a fuoco "una cultura costruitasi attraverso
l'incontro tra suggestioni sindacalrivoluzionarie
[.] che si innesta[va]no sul mito della rivoluzione
russa, affiancate però ad un apparato teorico
acquisito alla scuola di positivismo, del
marxismo secondinternazionalista dell'Editrice
Avanti! e della U.[niversità] P.[opolare]» (
120).
I riferimenti contenuti nelle
lettere dal carcere hanno nondimeno consentito
alla studiosa di procedere ad una prima valutazione
dei libri letti da Paolo e Lea, a partire
dalle case editrici. Come si ricava dal saggio,
lungi dal presentare il profilo del lettore
medio, i coniugi Betti, formatisi soprattutto
sui classici prodotti dall'attività editoriale
socialista, sembrano avere seguito la traiettoria
culturale di quella generazione che, dopo
aver subito il fascino del positivismo, era
stata partecipe della crisi dei suoi paradigmi.
Rintracciando il percorso letterario
di Paolo e Lea, lungo tutto il periodo coperto
dal carteggio, Urso evidenzia il profondo
cambiamento di significato che, verso la
fine degli anni Venti, quando entrambi si
trovavano in prigione, la pratica della lettura
era andata via via assumendo per i comunisti.
Nonostante la presenza assai vincolante della
censura carceraria, si era infatti imposta,
secondo le direttive del Partito, una sorta
di rigida ortodossia, che prevedeva per i
militanti un'attività di lettura strettamente
finalizzata alla propria formazione politica.
A marcare in modo netto la
differenza tra il retaggio socialista e la
proposta, fortemente innovativa, originata
dalla cultura terzinternazionalista erano,
come evidenzia acutamente Ursola studiosa,
i diversi modelli pedagogici elaborati dalle
due parti: di tipo "gerarchizzante», nel
primo caso, basato sul "controllo reciproco» e
sulla "verifica reciproca del testo» nel
secondo (152). Né Paolo né Lea paiono essere
sfuggiti a questa disciplina, interpretata,
a quanto pare, più liberamente da Giaccaglia.
Ciò che comunque emerge con forza, nonostante
le innegabili differenze che distinguono
i percorsi di Paolo e Lea, è l'uniformità di
un'esperienza politica, da entrambi vissuta
in modo sentito e totalizzante, che ha reso
la loro detenzione un ulteriore momento di
condivisione del proprio percorso.
Se nella propria corrispondenza
tanto Paolo Betti quanto Lea Giaccaglia esprimevano
l'estrema necessità del loro sacrificio,
ben diverso e più problematico si rivela
il rapporto epistolare tra gli antifascisti
rinchiusi in carcere e quei familiari che
non condividevano le loro scelte politiche.
Assai importante, al fine di osservare il
dispiegarsi ed il modificarsi della relazione
tra un giovane antifascista detenuto e la
madre, appare l'edizione, uscita nel 1999,
della corrispondenza carceraria di Massimo
Mila, divenuto nel secondo dopoguerra un
musicologo di grande fama. Mila, giovane
antifascista torinese, dopo essere stato
ammonito nel 1929, a causa di una lettera
scritta con alcuni compagni a Benedetto Croce,
contenente valutazioni negative circa l'operato
di Mussolini, nel 1935 era stato arrestato
con l'accusa di fare parte di Giustizia e
Libertà. Condannato dal Tribunale Speciale
a sette anni di carcere, egli doveva dare
avvio, dal momento della sua reclusione,
ad un intenso scambio epistolare con la madre,
Clelia Carena Mila, destinato ad interrompersi
solo nel 1940, allorquando finiva di scontare
la sua pena. A dare corpo al volume dal significativo
titolo Argomenti strettamente familiari -
i soli che la censura permetteva venissero
trattati nella corrispondenza carceraria
- le 318 lettere che Mila in quasi cinque
anni di prigione aveva indirizzato alla madre.
Claudio Pavone, nella sua introduzione,
individua con grande sensibilità i nodi centrali
della corrispondenza tra Mila e Clelia Carena,
soffermandosi sugli aspetti più controversi
che sembravano connotare il rapporto tra
i detenuti antifascisti ed i propri cari.
In particolare, doveva spesso rivelarsi doloroso
il confronto tra chi, come Mila, tentava
di vivere la propria reclusione con dignità,
considerandola un possibile esito delle proprie
scelte politiche, e coloro che, al pari di
sua madre, ritenevano invece che la rinuncia
alla libertà in nome dei propri ideali fosse
un sacrificio decisamente eccessivo, o addirittura
inutile.
Emblematica del travaglio interiore
che accompagnava molto spesso i detenuti
politici è la vicenda, ripercorsa da Pavone,
relativa alla richiesta di grazia che Mila,
oggetto delle continue pressioni familiari,
aveva inoltrato nel 1935 a Mussolini. Le
numerose contraddizioni contenute in quel
documento, la cui scorrettezza procedurale
- osserva Pavone - doveva invalidarlo a priori,
consentono di assistere, al pari di diverse
lettere risalenti a quel periodo, al sorgere
di incertezze, titubanze ed inquietudini
che andavano talvolta a scontrarsi con il
desiderio di adottare una condotta coerente.
Doveva essere la condanna, accompagnata dall'instaurarsi
con altri compagni di Giustizia e Libertà,
tra cui Renzo Giua e Vittorio Foa[17],
di sentimenti di reciproca comprensione e
fraterna amicizia, a placare, almeno in parte,
le ansie del giovane Mila e ad avere su di
lui quello che Pavone definisce un "effetto
catartico» (XVIII). Nel 1937 infatti Mila
scriveva alla madre quanto per lui fosse
preferibile scontare la propria pena in uno
stato di relativa serenità, piuttosto che
avventurarsi in gesti suscettibili di provocare
ulteriori tormenti interiori.
"forse nessuno che non sia
stato in galera riuscirà a capire questo,
e tu non lo crederai o lo troverai ingiusto
e crudele da parte mia, ma io ti confesso
che preferisco di molto conservare quella
calma e tranquillità d'animo che faticosamente
mi procuro, anche all'ipotesi di vedere ridotta
o magari cessata la mia pena, ma a costo
di nuove turbolenze, di nuovi inquietudini,
nuovi affanni, di nuove incertezze»[[18]]
Costante sembra invece rimanere,
per il giovane antifascista, al pari di molti
altri detenuti politici, la difficoltà di
comunicare l'esperienza carceraria a chi
non l'aveva sperimentata, nonché la conseguente
frustrazione per il mancato o inadeguato
sostegno dei propri cari nei momenti più delicati.
A ricorrere quasi ossessivamente nelle lettere
di Mila è il bisogno di impartire alla madre,
nonché alla fidanzata Francesca, indiretta
destinataria di alcune missive, indicazioni
molto precise su come soddisfare le proprie
esigenze, quasi ad esprimere l'estrema necessità di
mantenere, almeno in parte, una sorta di
controllo sul mondo esterno. Altrettanto
frequenti si susseguivano le sfuriate dovute
a quelli che Mila definiva gli "eccessi di
zelo» della madre, che, nel tentativo di
prestare lui aiuto materiale, finiva per
oltrepassare abbondantemente le sue richieste.
"Il pensiero di voi non è per
me un conforto, ma un tormento, perché Dio
solo sa quali cretinerie siate capaci di
pensare e di combinare nella vostra esagerazione
esaltata.
Per evitare altre fesserie,
ti avverto che qualunque altra cosa io ricevessi,
non richiesta espressamente da me, la consegnerò immediatamente
al cappellano che faccia delle distribuzioni
di biancheria ai detenuti bisognosi. [.].
E se continuerò a ricevere lettere troppo
idiote e deprimenti, smetterò per pace mia,
di leggerle; e smetterò di scrivervi, perché non
vale la pena se devo solo farmi cattivo sangue»[[19]]
Accadeva infatti spesso, come
sottolinea anche Pavone, che i familiari
riversassero incautamente su chi già stava
affrontando la dura prova del carcere la
propria angoscia, suscitando nei detenuti
sensi di colpa e sofferenze supplementari.
A questo proposito, Mila, non senza una buone
dose di ironia, nel febbraio del 1936 domandava
alla madre di mantenere un contegno nonché un
atteggiamento coraggiosi, al fine di potere
entrambi superare nel modo migliore quella
pena reciproca.
"Scusatemi se sono brontolone,
ma non ho tanti motivi di stare allegro,
e purtroppo è difficile che me ne portino
le vostre lettere. Non ci pensi mai dove
andremmo a finire se facessi anch'io come
fate voi, e mi mettessi a coltivare e a descrivervi
per filo e per segno, in bella forma letteraria,
tutti gli abbattimenti, le nostalgie, le
impazienze e le disperazioni che mi tocca
superare? Non rimarrebbe altro, per voi e
per me, che attaccarci tutti quanti un cordino
al collo, e attaccare il cordino alquanto
in alto, coll'aiuto di una sedia, da respingere
poi con un calcio. Allegria, allegria!»[[20]]
Ad influire sui contenuti e
sulla forma delle lettere inviate dal carcere
contribuivano senza dubbio la censura, che
il detenuto, quando scriveva, aveva sempre
presente, e l'autocensura, che si manifestava
appunto in una forma di pudore o di reticenza
a far mostra delle proprie debolezze o dei
propri dispiaceri. A questo proposito, Giuliano
Pajetta, rifacendosi anche alla propria esperienza
scriveva:
"Fin dal primo giorno eri tu
il tuo censore. Quello che c'era di noia
nel carcere, quello che c'era di tristezza
in un giorno o in un mese quando ci si scontrava
con una vita che ti isolava dal mondo [.]
quello non si poteva, non si doveva scriverlo.
Non potevi concedere al censore di spiare
la tua debolezza o la tua amarezza, non potevi
buttare debolezza e dolore sul tavolo di
casa tua, farli pesare sul dolore e la debolezza
di una madre, di una donna, di ragazzi che
dovevano vivere la loro vita, una vita diversa
da quella del carcere. Le nostre lettere,
ognuno di noi lo sapeva, potevano esser chieste
da un compagno, mostrate a un altro antifascista;
e tu non dovevi commuovere sulle tue miserie,
non dovevi spaventare nessuno a proposito
di una vita che altri avrebbero dovuto avere
il coraggio, persino la passione, di affrontare»[[21]]
Per Mila, evidenzia Paolo Soddu
nella sua nota, si aggiungeva poi il cruccio
di non riuscire a trovare nella famiglia
il retroterra culturale e politico in cui
collocare le origini del proprio percorso.
Benché Clelia Carena avesse compiuto, nella
propria vita, scelte coraggiose ed anticonformiste,
le sue inclinazioni politiche non erano state
affatto estranee a quella parte della piccola
borghesia che aveva assistito all'imporsi
del fascismo con un certo compiacimento.
Nella sue lettere Mila pare
determinato ad accorciare le distanze ideali
dalla madre, da sempre considerate un grosso
ostacolo, attraverso la proposta di un continuo
confronto su temi ed argomenti dall'immediato
riscontro politico. Nel tentativo, forse
non sempre cosciente, di coinvolgere Clelia
Carena nel proprio percorso culturale, il
giovane finiva per investirla di una serie
di oneri, tra cui quello di ricopiare o conservare
i propri appunti e le proprie note in merito
agli studi compiuti.
Tramite la lettura delle missive
prende via via corpo la figura di una madre
che, nel tenace desiderio di avvicinarsi
al figlio e di sostenerlo, non esitava a
spedire lui, oltre i libri richiesti, saggi,
poesie ed articoli da lei selezionati e ricopiati
a mano. Clelia Carena doveva inoltre impegnarsi
in un costante dialogo circa le opere lette
da entrambi, ponendo di frequente al figlio
domande e chiarimenti sui temi ed i concetti
da lui esplicitati. Lo studio e le discussioni
avviate con gli altri compagni di carcere
dovevano dunque, non solo conferire al giovane
antifascista una più solida preparazione
politica, consentendo lui di compiere un
percorso di riflessioni comune a molti militanti
di Giustizia e libertà, ma anche divenire
uno degli oggetti principali della corrispondenza
con la madre.
A questo proposito Paolo Soddu
osserva:
"Attraverso le lettere noi
scorgiamo un giovane uomo [.] ricercare attraverso
le letture non solo le ragioni delle minoranze
che avevano informato le fasi decisive della
storia nazionale, ma anche quei molteplici
fili che avevano legato l'Italia alla civiltà europea,
dalla quale essa era andata nuovamente isolandosi
con la dittatura fascista» (LX).
In particolare, come evidenzia
Pavone, gli anni trascorsi in carcere furono
per Mila animati da un continuo interrogarsi
circa le basi dello storicismo idealista,
e circa il concetto di libertà formulato
da Croce, entrambi ritenuti insoddisfacenti
ai fini di un'azione politica pratica. Nodi,
questi, sui quali un'intera generazione di
antifascisti si doveva confrontare, prospettando,
nel dopoguerra, soluzioni e progettualità politiche
differenti.
Senza dubbio, gli anni trascorsi
nel chiuso delle carceri fasciste, dove si
palesava il vero volto della repressione,
avevano notevolmente inciso sulla personalità di
Mila, che ritornava in libertà dopo un'esperienza
personale, politica e morale davvero intensa.
Sarebbe stata la Resistenza - rileva Pavone
- a mettere alla prova, in circostanze del
tutto nuove, la preparazione teorica e pratica
accumulata dal giovane Mila, che doveva dare
un rilevante contributo alla lotta di liberazione,
all'interno di Giustizia e libertà.
Se la reclusione fu uno dei
vari mezzi utilizzati dal fascismo, al fine
di punire qualunque forma di dissenso, la
violenza e le persecuzioni politiche, minacciando
la vita ed il futuro di chi ne era fatto
oggetto, dovevano indurre gli antifascisti
a scelte tanto dolorose quanto inevitabili.
Per molti l'esilio rappresentò l'unica ed
estrema possibilità di sottrarsi ad un'esistenza
divenuta ogni giorno più densa di incognite
e di pericoli. Ricercati dalla Polizia, costretti
a vivere ed agire nella clandestinità, furono
molti coloro che si trovarono dolorosamente
a dover rinunciare al proprio mondo d'appartenenza,
per rifugiarsi in paesi dalle più solide
tradizioni democratiche.
Il contesto dell'emigrazione
antifascista, ancora per molti versi da indagare,
si presenta come una sorta di mosaico composto
da una grande varietà di percorsi politici,
personali e familiari[[22]].
A mostrare taluni tratti distintivi assai
peculiari, all'interno di tale ambito, è il
fenomeno dell'emigrazione di funzionari e
dirigenti comunisti. Il loro, infatti, fu
un esilio sottoposto a regole e dinamiche
piuttosto rigide, definite, da un lato, dalla
disciplina di Partito, e dall'altro dalle
norme ed i sacrifici che imponevano i periodi
più o meno lunghi di clandestinità. Per alcuni,
l'emigrazione comportò la separazione dalle
proprie famiglie, rimaste in Italia, sancendo
talvolta un distacco definitivo, dovuto sia
alla distanza fisica sia alla totale diversità di
esperienze maturate.
Se di queste vicende raramente
si trova traccia nella memorialistica comunista,
dove gli aspetti della vita privata dei militanti
vengono di norma adombrati, più ricche di
rilievi personali sembrano rivelarsi le memorie
e le carte private di chi, uscito in modi
e tempi diversi dal Partito, dopo essersi
dedicato per anni ad una militanza dal carattere
totalizzante, avvertiva il bisogno di ripercorrere
il proprio passato attraverso schemi e modelli
differenti[[23]]. Era questo
il caso di Angelo Tasca, noto dirigente comunista,
espulso nel 1929 dal Partito, a causa del
dissenso da lui maturato rispetto alla linea
intrapresa dall'Internazionale.
La figura di Tasca, una delle
più discusse e controverse personalità politiche
dei decenni che si collocano tra il primo
ed il secondo dopoguerra, è stata oggetto
di diversi studi, anche grazie all'amplissimo
archivio da lui lasciato, composto da carte
politiche e personali metodicamente raccolte
e conservate lungo il corso di una vita[[24]].
Alle diverse e successive edizioni di documenti
appartenuti a Tasca[[25]],
si è di recente aggiunta la pubblicazione
di una serie di missive dal contenuto amoroso
che, tra il 1930 e il 1931, l'allora ex dirigente
comunista indirizzò da Parigi, dove viveva,
ad una giovane donna di nome Cécile[[26]].
Erano quelli gli anni successivi all'espulsione
dall'organizzazione comunista nei quali Tasca,
che continuava a vivere nella clandestinità,
si era trovato a dovere fronteggiare la perdita
di tutto ciò che fino a quell'istante era
stato il suo universo di riferimento[[27]]. Cécile, come rileva Anelli,
era dunque divenuta per Tasca quasi un pretesto,
al fine di "gettare un po' di leggerezza,
sofferta, ma pur sempre tenera, soffice e
appassionata, sul peso della sua storia»[[28]].
Russa, di origine ebraica,
Cécile emerge da questo carteggio come costante
oggetto di desideri e riflessioni ma, al
tempo stesso, come figura sulla quale lo
scrivente poteva proiettare i suoi sogni
ripercorrendo, in una sorta di soliloquio,
il proprio passato. Attraverso queste lettere,
alle quali si aggiungono due missive di Cécile
ed una minuta dell'amico Maurice, diviene
possibile cogliere i successivi sviluppi
di una tenace passione coltivata da Tasca
in modo tanto intenso quanto interiorizzato.
"Ci troviamo - osserva Anelli
- a spiare la vita interiore di un intellettuale
che affronta una sua vicenda amorosa, privata,
con la penna intinta nella passione, capace
di indagini intime, insolite e rivelatrici,
in uno stile letterario folgorante, immediato,
originalissimo»[[29]]
I saggi dei due curatori forniscono
poi alcuni importanti elementi di riflessione
ai fini di un'analisi letteraria delle missive,
pur sempre attenta al contesto di riferimento,
nonché alla biografia personale e politica
di chi quelle lettere aveva scritto.
Dal carteggio affiora a più riprese
la tormentosa ricerca, compiuta da Tasca,
di restituire alla propria esistenza e, in
particolare, alla sua vita amorosa quella
forte carica poetica ed estetizzante che
essa pareva avere irrimediabilmente perduto.
Nel rendere partecipe Cécile dei suoi pensieri
e delle sue inquietudini, in un lungo corteggiamento
che, a quanto pare, non era destinato a suscitare
le reazioni sperate, l'ex dirigente comunista
non esitava a ripercorrere i passaggi più dolorosi
di una vicenda familiare irreparabilmente
incrinata dalla lontananza.
"L'esilio mi ha separato dalla
mia famiglia, dai miei figli, ai quali sono
profondamente legato. Per lungo tempo ho
sperato che la separazione fisica non mi
avrebbe fatto perdere tutto. Un giorno vi
parlerò di questo. Si è salvata, nel naufragio,
la coscienza dei doveri verso la mia famiglia,
e, anche, il bisogno di non restare solo,
solo con il mio amore, che, respinto dal
di fuori, si scava il suo letto nel più profondo
del mio essere e s'inabissa»[[30]].
Costretto, sin dal 1926, ad
abbandonare definitivamente l'Italia, dove
rimanevano la moglie Lina e i due figli,
Tasca aveva seguito, al pari di altri dirigenti
e funzionari comunisti, la strada di una
vocazione politica intensa e totalizzante,
alla quale il proprio mondo affettivo e familiare
era stato completamente subordinato[[31]]. Una scelta,
questa, destinata a non essere accettata
dalla moglie, la quale avrebbe finito per
diradare sempre più la corrispondenza diretta
al marito, fino a confessare lui, dietro
esplicita richiesta di spiegazioni, l'esistenza
di una "nuova amicizia»[[32]]. Proprio nei mesi in cui Tasca
si lasciava trasportare dall'intensa passione
per Cécile, il dialogo con la moglie giungeva
infatti alle battute finali, rendendo sempre
più vane le speranze di un eventuale ricongiungimento
familiare in Francia[[33]].
In simili circostanze, la figura
di Cécile assumeva sempre più rilevanza e
Tasca, abituato, in virtù del suo passato
di "rivoluzionario», tanto alla solitudine
quanto all'introspezione, doveva esprimere
a più riprese il bisogno di intrattenere
un dialogo che, seppur concentrato sul sentimento,
rimaneva saldamente ancorato alla riflessione.
"Io non sono un "cerebrale" (Io
lo sono meno di voi), i miei sentimenti non
hanno bisogno di covare sotto le meningi
per arrivare a schiudersi. Ho un vero odio
contro ogni analisi che separa dalla vita,
al posto di aprirne le porte. Ma con questo
non m'abbandono all'onda di ciò che voi chiamate
le "emozioni». Il mio pensiero non ha mai
lavorato tanto quanto dopo avervi conosciuto.
Né una parola né uno sguardo va perso. Malgrado
la mia emozione, assedio pazientemente la
vostra vita interiore, per meglio conoscerla,
per meglio avvicinarmene»[[34]]
I temi affrontati di volta
in volta all'interno delle lettere consentono
di cogliere la straordinaria vivacità del
contesto culturale che animava Parigi all'inizio
degli anni Trenta[[35]]. Tasca, come
evidenzia Soave, espulso dal Pcd'I, in quel
periodo aveva preso a gravitare nell'ambito
del comunismo non ufficiale, prestando la
propria collaborazione ad alcune riviste,
tra cui "Monde", diretta da Barbusse. Crocevia
di famosi letterati e di intellettuali noti
per il loro costante impegno politico, quell'ambiente
si dimostrava nondimeno sensibile alle sollecitazioni
della psicoanalisi, che aveva gettato una
luce del tutto nuova sull'universo delle
pulsioni.
Nelle stesse missive dirette
a Cécile, nelle quali Tasca non esitava a
soffermarsi sulla natura ed i significati
della sessualità, respinta, a quanto pare,
dalla giovane donne a causa di uno choc infantile, è possibile
avvertire il lontano eco di quel dibattito
[[36]].
"Non avendo trovato quella
che chiamate "la rivelazione della vita sessuale" al
di fuori di voi, al momento in cui si è realizzata,
la sua soddisfazione in un amore che vi iniziasse
alla vita, siete rifluita verso il vostro
passato. Si è operata allora una saldatura
tra questo passato e il bisogno e la speranza
dell'amore, di cui scorgevate ora il volto
nuovo. La rivelazione, al posto d'allargare
l'orizzonte del vostro destino, lo restringeva,
dato che vi rifugiavate (per difendervi e
cercarvi un alimento) in questo mondo che
stava bene a voi, solo a voi, tutto per voi.
Ma continuavate, così, a vivere malgrado
tutto di voi stessa»[[37]]
Nonostante il rapporto di grande
confidenza instauratosi tra i due, la relazione
tra Tasca e Cécile pare rimanere, lettera
dopo lettera, costantemente contrassegnata
dall'incertezza. Cécile, infatti, benché affascinata
dalla cultura nonché dalla profondità di
colui che le indirizzava lettere così intense
e partecipate, non doveva apparentemente
ricambiare il sentimento amoroso del suo
interlocutore, il quale, in talune occasioni,
doveva auspicare l'interruzione dei loro
rapporti, al fine di evitare ulteriori sofferenze.
Mentre l'eventualità di un ricongiungimento
con la propria famiglia si profilava sempre
più remota, Tasca, nell'agosto del 1931,
terminava, a quanto pare, la relazione epistolare
con Cécile con queste parole:
"Prenderò le mie vacanze all'inizio
di settembre. Se rientrate prima, potremmo
dunque vederci. Ma non sarebbe meglio osservare
le "distanze" ed evitarci una doppia tortura?
Non cambierete nulla ai miei
sentimenti, cara Cécile, dal momento che
io non vedo alcuna ragione di cambiarli»[[38]]
Ci si trova anche in tal caso
d'innanzi alle complesse vicende di chi,
oggetto della repressione fascista, aveva
compiuto scelte di carattere politico ed
esistenziale tali da modificare profondamente
la propria vita privata. Grazie ai carteggi
diviene quindi possibile assistere ai cambiamenti
che investivano di volta in volta la sfera
personale degli antifascisti, e misurare
nondimeno i sacrifici nonché le sofferenze
che, a causa di particolari contingenze,
potevano accompagnare la loro militanza.
Un aspetto, questo, di grande rilevanza al
fine di condurre un'indagine a trecentosessanta
gradi sui reali costi della scelta antifascista,
superando la divisione, tanto netta quanto
fittizia, tra pubblico e privato che, oltre
a pervadere buona parte della memorialistica,
ha qualificato parte della storiografia.
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