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Sara Galli

Antifascisti tra carcere, clandestinità ed esilio. La "riscoperta" dei carteggi

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Attraverso il carteggio di Paolo e Lea, Urso tenta innanzitutto di tracciare un inventario della biblioteca di casa Betti, nonché di quella carceraria dei due coniugi. I libri posseduti dai due comunisti, così come il loro percorso culturale, paiono indicare la grande rilevanza che l'esperienza all'interno della Federazione giovanile socialista bolognese ebbe sulla loro formazione. In particolare, sottolinea Urso, sembra possibile mettere a fuoco "una cultura costruitasi attraverso l'incontro tra suggestioni sindacalrivoluzionarie [.] che si innesta[va]no sul mito della rivoluzione russa, affiancate però ad un apparato teorico acquisito alla scuola di positivismo, del marxismo secondinternazionalista dell'Editrice Avanti! e della U.[niversità] P.[opolare]» ( 120).

I riferimenti contenuti nelle lettere dal carcere hanno nondimeno consentito alla studiosa di procedere ad una prima valutazione dei libri letti da Paolo e Lea, a partire dalle case editrici. Come si ricava dal saggio, lungi dal presentare il profilo del lettore medio, i coniugi Betti, formatisi soprattutto sui classici prodotti dall'attività editoriale socialista, sembrano avere seguito la traiettoria culturale di quella generazione che, dopo aver subito il fascino del positivismo, era stata partecipe della crisi dei suoi paradigmi.

Rintracciando il percorso letterario di Paolo e Lea, lungo tutto il periodo coperto dal carteggio, Urso evidenzia il profondo cambiamento di significato che, verso la fine degli anni Venti, quando entrambi si trovavano in prigione, la pratica della lettura era andata via via assumendo per i comunisti. Nonostante la presenza assai vincolante della censura carceraria, si era infatti imposta, secondo le direttive del Partito, una sorta di rigida ortodossia, che prevedeva per i militanti un'attività di lettura strettamente finalizzata alla propria formazione politica.

A marcare in modo netto la differenza tra il retaggio socialista e la proposta, fortemente innovativa, originata dalla cultura terzinternazionalista erano, come evidenzia acutamente Ursola studiosa, i diversi modelli pedagogici elaborati dalle due parti: di tipo "gerarchizzante», nel primo caso, basato sul "controllo reciproco» e sulla "verifica reciproca del testo» nel secondo (152). Né Paolo né Lea paiono essere sfuggiti a questa disciplina, interpretata, a quanto pare, più liberamente da Giaccaglia. Ciò che comunque emerge con forza, nonostante le innegabili differenze che distinguono i percorsi di Paolo e Lea, è l'uniformità di un'esperienza politica, da entrambi vissuta in modo sentito e totalizzante, che ha reso la loro detenzione un ulteriore momento di condivisione del proprio percorso.

Se nella propria corrispondenza tanto Paolo Betti quanto Lea Giaccaglia esprimevano l'estrema necessità del loro sacrificio, ben diverso e più problematico si rivela il rapporto epistolare tra gli antifascisti rinchiusi in carcere e quei familiari che non condividevano le loro scelte politiche. Assai importante, al fine di osservare il dispiegarsi ed il modificarsi della relazione tra un giovane antifascista detenuto e la madre, appare l'edizione, uscita nel 1999, della corrispondenza carceraria di Massimo Mila, divenuto nel secondo dopoguerra un musicologo di grande fama. Mila, giovane antifascista torinese, dopo essere stato ammonito nel 1929, a causa di una lettera scritta con alcuni compagni a Benedetto Croce, contenente valutazioni negative circa l'operato di Mussolini, nel 1935 era stato arrestato con l'accusa di fare parte di Giustizia e Libertà. Condannato dal Tribunale Speciale a sette anni di carcere, egli doveva dare avvio, dal momento della sua reclusione, ad un intenso scambio epistolare con la madre, Clelia Carena Mila, destinato ad interrompersi solo nel 1940, allorquando finiva di scontare la sua pena. A dare corpo al volume dal significativo titolo Argomenti strettamente familiari - i soli che la censura permetteva venissero trattati nella corrispondenza carceraria - le 318 lettere che Mila in quasi cinque anni di prigione aveva indirizzato alla madre.

Claudio Pavone, nella sua introduzione, individua con grande sensibilità i nodi centrali della corrispondenza tra Mila e Clelia Carena, soffermandosi sugli aspetti più controversi che sembravano connotare il rapporto tra i detenuti antifascisti ed i propri cari. In particolare, doveva spesso rivelarsi doloroso il confronto tra chi, come Mila, tentava di vivere la propria reclusione con dignità, considerandola un possibile esito delle proprie scelte politiche, e coloro che, al pari di sua madre, ritenevano invece che la rinuncia alla libertà in nome dei propri ideali fosse un sacrificio decisamente eccessivo, o addirittura inutile.

Emblematica del travaglio interiore che accompagnava molto spesso i detenuti politici è la vicenda, ripercorsa da Pavone, relativa alla richiesta di grazia che Mila, oggetto delle continue pressioni familiari, aveva inoltrato nel 1935 a Mussolini. Le numerose contraddizioni contenute in quel documento, la cui scorrettezza procedurale - osserva Pavone - doveva invalidarlo a priori, consentono di assistere, al pari di diverse lettere risalenti a quel periodo, al sorgere di incertezze, titubanze ed inquietudini che andavano talvolta a scontrarsi con il desiderio di adottare una condotta coerente. Doveva essere la condanna, accompagnata dall'instaurarsi con altri compagni di Giustizia e Libertà, tra cui Renzo Giua e Vittorio Foa[17], di sentimenti di reciproca comprensione e fraterna amicizia, a placare, almeno in parte, le ansie del giovane Mila e ad avere su di lui quello che Pavone definisce un "effetto catartico» (XVIII). Nel 1937 infatti Mila scriveva alla madre quanto per lui fosse preferibile scontare la propria pena in uno stato di relativa serenità, piuttosto che avventurarsi in gesti suscettibili di provocare ulteriori tormenti interiori.

"forse nessuno che non sia stato in galera riuscirà a capire questo, e tu non lo crederai o lo troverai ingiusto e crudele da parte mia, ma io ti confesso che preferisco di molto conservare quella calma e tranquillità d'animo che faticosamente mi procuro, anche all'ipotesi di vedere ridotta o magari cessata la mia pena, ma a costo di nuove turbolenze, di nuovi inquietudini, nuovi affanni, di nuove incertezze»[[18]]

Costante sembra invece rimanere, per il giovane antifascista, al pari di molti altri detenuti politici, la difficoltà di comunicare l'esperienza carceraria a chi non l'aveva sperimentata, nonché la conseguente frustrazione per il mancato o inadeguato sostegno dei propri cari nei momenti più delicati. A ricorrere quasi ossessivamente nelle lettere di Mila è il bisogno di impartire alla madre, nonché alla fidanzata Francesca, indiretta destinataria di alcune missive, indicazioni molto precise su come soddisfare le proprie esigenze, quasi ad esprimere l'estrema necessità di mantenere, almeno in parte, una sorta di controllo sul mondo esterno. Altrettanto frequenti si susseguivano le sfuriate dovute a quelli che Mila definiva gli "eccessi di zelo» della madre, che, nel tentativo di prestare lui aiuto materiale, finiva per oltrepassare abbondantemente le sue richieste.

"Il pensiero di voi non è per me un conforto, ma un tormento, perché Dio solo sa quali cretinerie siate capaci di pensare e di combinare nella vostra esagerazione esaltata.

Per evitare altre fesserie, ti avverto che qualunque altra cosa io ricevessi, non richiesta espressamente da me, la consegnerò immediatamente al cappellano che faccia delle distribuzioni di biancheria ai detenuti bisognosi. [.]. E se continuerò a ricevere lettere troppo idiote e deprimenti, smetterò per pace mia, di leggerle; e smetterò di scrivervi, perché non vale la pena se devo solo farmi cattivo sangue»[[19]]

Accadeva infatti spesso, come sottolinea anche Pavone, che i familiari riversassero incautamente su chi già stava affrontando la dura prova del carcere la propria angoscia, suscitando nei detenuti sensi di colpa e sofferenze supplementari. A questo proposito, Mila, non senza una buone dose di ironia, nel febbraio del 1936 domandava alla madre di mantenere un contegno nonché un atteggiamento coraggiosi, al fine di potere entrambi superare nel modo migliore quella pena reciproca.

"Scusatemi se sono brontolone, ma non ho tanti motivi di stare allegro, e purtroppo è difficile che me ne portino le vostre lettere. Non ci pensi mai dove andremmo a finire se facessi anch'io come fate voi, e mi mettessi a coltivare e a descrivervi per filo e per segno, in bella forma letteraria, tutti gli abbattimenti, le nostalgie, le impazienze e le disperazioni che mi tocca superare? Non rimarrebbe altro, per voi e per me, che attaccarci tutti quanti un cordino al collo, e attaccare il cordino alquanto in alto, coll'aiuto di una sedia, da respingere poi con un calcio. Allegria, allegria!»[[20]]

Ad influire sui contenuti e sulla forma delle lettere inviate dal carcere contribuivano senza dubbio la censura, che il detenuto, quando scriveva, aveva sempre presente, e l'autocensura, che si manifestava appunto in una forma di pudore o di reticenza a far mostra delle proprie debolezze o dei propri dispiaceri. A questo proposito, Giuliano Pajetta, rifacendosi anche alla propria esperienza scriveva:

"Fin dal primo giorno eri tu il tuo censore. Quello che c'era di noia nel carcere, quello che c'era di tristezza in un giorno o in un mese quando ci si scontrava con una vita che ti isolava dal mondo [.] quello non si poteva, non si doveva scriverlo. Non potevi concedere al censore di spiare la tua debolezza o la tua amarezza, non potevi buttare debolezza e dolore sul tavolo di casa tua, farli pesare sul dolore e la debolezza di una madre, di una donna, di ragazzi che dovevano vivere la loro vita, una vita diversa da quella del carcere. Le nostre lettere, ognuno di noi lo sapeva, potevano esser chieste da un compagno, mostrate a un altro antifascista; e tu non dovevi commuovere sulle tue miserie, non dovevi spaventare nessuno a proposito di una vita che altri avrebbero dovuto avere il coraggio, persino la passione, di affrontare»[[21]]

Per Mila, evidenzia Paolo Soddu nella sua nota, si aggiungeva poi il cruccio di non riuscire a trovare nella famiglia il retroterra culturale e politico in cui collocare le origini del proprio percorso. Benché Clelia Carena avesse compiuto, nella propria vita, scelte coraggiose ed anticonformiste, le sue inclinazioni politiche non erano state affatto estranee a quella parte della piccola borghesia che aveva assistito all'imporsi del fascismo con un certo compiacimento.

Nella sue lettere Mila pare determinato ad accorciare le distanze ideali dalla madre, da sempre considerate un grosso ostacolo, attraverso la proposta di un continuo confronto su temi ed argomenti dall'immediato riscontro politico. Nel tentativo, forse non sempre cosciente, di coinvolgere Clelia Carena nel proprio percorso culturale, il giovane finiva per investirla di una serie di oneri, tra cui quello di ricopiare o conservare i propri appunti e le proprie note in merito agli studi compiuti.

Tramite la lettura delle missive prende via via corpo la figura di una madre che, nel tenace desiderio di avvicinarsi al figlio e di sostenerlo, non esitava a spedire lui, oltre i libri richiesti, saggi, poesie ed articoli da lei selezionati e ricopiati a mano. Clelia Carena doveva inoltre impegnarsi in un costante dialogo circa le opere lette da entrambi, ponendo di frequente al figlio domande e chiarimenti sui temi ed i concetti da lui esplicitati. Lo studio e le discussioni avviate con gli altri compagni di carcere dovevano dunque, non solo conferire al giovane antifascista una più solida preparazione politica, consentendo lui di compiere un percorso di riflessioni comune a molti militanti di Giustizia e libertà, ma anche divenire uno degli oggetti principali della corrispondenza con la madre.

A questo proposito Paolo Soddu osserva:

"Attraverso le lettere noi scorgiamo un giovane uomo [.] ricercare attraverso le letture non solo le ragioni delle minoranze che avevano informato le fasi decisive della storia nazionale, ma anche quei molteplici fili che avevano legato l'Italia alla civiltà europea, dalla quale essa era andata nuovamente isolandosi con la dittatura fascista» (LX).

In particolare, come evidenzia Pavone, gli anni trascorsi in carcere furono per Mila animati da un continuo interrogarsi circa le basi dello storicismo idealista, e circa il concetto di libertà formulato da Croce, entrambi ritenuti insoddisfacenti ai fini di un'azione politica pratica. Nodi, questi, sui quali un'intera generazione di antifascisti si doveva confrontare, prospettando, nel dopoguerra, soluzioni e progettualità politiche differenti.

Senza dubbio, gli anni trascorsi nel chiuso delle carceri fasciste, dove si palesava il vero volto della repressione, avevano notevolmente inciso sulla personalità di Mila, che ritornava in libertà dopo un'esperienza personale, politica e morale davvero intensa. Sarebbe stata la Resistenza - rileva Pavone - a mettere alla prova, in circostanze del tutto nuove, la preparazione teorica e pratica accumulata dal giovane Mila, che doveva dare un rilevante contributo alla lotta di liberazione, all'interno di Giustizia e libertà.

Se la reclusione fu uno dei vari mezzi utilizzati dal fascismo, al fine di punire qualunque forma di dissenso, la violenza e le persecuzioni politiche, minacciando la vita ed il futuro di chi ne era fatto oggetto, dovevano indurre gli antifascisti a scelte tanto dolorose quanto inevitabili. Per molti l'esilio rappresentò l'unica ed estrema possibilità di sottrarsi ad un'esistenza divenuta ogni giorno più densa di incognite e di pericoli. Ricercati dalla Polizia, costretti a vivere ed agire nella clandestinità, furono molti coloro che si trovarono dolorosamente a dover rinunciare al proprio mondo d'appartenenza, per rifugiarsi in paesi dalle più solide tradizioni democratiche.

Il contesto dell'emigrazione antifascista, ancora per molti versi da indagare, si presenta come una sorta di mosaico composto da una grande varietà di percorsi politici, personali e familiari[[22]]. A mostrare taluni tratti distintivi assai peculiari, all'interno di tale ambito, è il fenomeno dell'emigrazione di funzionari e dirigenti comunisti. Il loro, infatti, fu un esilio sottoposto a regole e dinamiche piuttosto rigide, definite, da un lato, dalla disciplina di Partito, e dall'altro dalle norme ed i sacrifici che imponevano i periodi più o meno lunghi di clandestinità. Per alcuni, l'emigrazione comportò la separazione dalle proprie famiglie, rimaste in Italia, sancendo talvolta un distacco definitivo, dovuto sia alla distanza fisica sia alla totale diversità di esperienze maturate. 

Se di queste vicende raramente si trova traccia nella memorialistica comunista, dove gli aspetti della vita privata dei militanti vengono di norma adombrati, più ricche di rilievi personali sembrano rivelarsi le memorie e le carte private di chi, uscito in modi e tempi diversi dal Partito, dopo essersi dedicato per anni ad una militanza dal carattere totalizzante, avvertiva il bisogno di ripercorrere il proprio passato attraverso schemi e modelli differenti[[23]].  Era questo il caso di Angelo Tasca, noto dirigente comunista, espulso nel 1929 dal Partito, a causa del dissenso da lui maturato rispetto alla linea intrapresa dall'Internazionale.

La figura di Tasca, una delle più discusse e controverse personalità politiche dei decenni che si collocano tra il primo ed il secondo dopoguerra, è stata oggetto di diversi studi, anche grazie all'amplissimo archivio da lui lasciato, composto da carte politiche e personali metodicamente raccolte e conservate lungo il corso di una vita[[24]]. Alle diverse e successive edizioni di documenti appartenuti a Tasca[[25]], si è di recente aggiunta la pubblicazione di una serie di missive dal contenuto amoroso che, tra il 1930 e il 1931, l'allora ex dirigente comunista indirizzò da Parigi, dove viveva, ad una giovane donna di nome Cécile[[26]]. Erano quelli gli anni successivi all'espulsione dall'organizzazione comunista nei quali Tasca, che continuava a vivere nella clandestinità, si era trovato a dovere fronteggiare la perdita di tutto ciò che fino a quell'istante era stato il suo universo di riferimento[[27]]. Cécile, come rileva Anelli, era dunque divenuta per Tasca quasi un pretesto, al fine di "gettare un po' di leggerezza, sofferta, ma pur sempre tenera, soffice e appassionata, sul peso della sua storia»[[28]].

Russa, di origine ebraica, Cécile emerge da questo carteggio come costante oggetto di desideri e riflessioni ma, al tempo stesso, come figura sulla quale lo scrivente poteva proiettare i suoi sogni ripercorrendo, in una sorta di soliloquio, il proprio passato. Attraverso queste lettere, alle quali si aggiungono due missive di Cécile ed una minuta dell'amico Maurice, diviene possibile cogliere i successivi sviluppi di una tenace passione coltivata da Tasca in modo tanto intenso quanto interiorizzato.

"Ci troviamo - osserva Anelli - a spiare la vita interiore di un intellettuale che affronta una sua vicenda amorosa, privata, con la penna intinta nella passione, capace di indagini intime, insolite e rivelatrici, in uno stile letterario folgorante, immediato, originalissimo»[[29]]

I saggi dei due curatori forniscono poi alcuni importanti elementi di riflessione ai fini di un'analisi letteraria delle missive, pur sempre attenta al contesto di riferimento, nonché alla biografia personale e politica di chi quelle lettere aveva scritto.

Dal carteggio affiora a più riprese la tormentosa ricerca, compiuta da Tasca, di restituire alla propria esistenza e, in particolare, alla sua vita amorosa quella forte carica poetica ed estetizzante che essa pareva avere irrimediabilmente perduto. Nel rendere partecipe Cécile dei suoi pensieri e delle sue inquietudini, in un lungo corteggiamento che, a quanto pare, non era destinato a suscitare le reazioni sperate, l'ex dirigente comunista non esitava a ripercorrere i passaggi più dolorosi di una vicenda familiare irreparabilmente incrinata dalla lontananza.

"L'esilio mi ha separato dalla mia famiglia, dai miei figli, ai quali sono profondamente legato. Per lungo tempo ho sperato che la separazione fisica non mi avrebbe fatto perdere tutto. Un giorno vi parlerò di questo. Si è salvata, nel naufragio, la coscienza dei doveri verso la mia famiglia, e, anche, il bisogno di non restare solo, solo con il mio amore, che, respinto dal di fuori, si scava il suo letto nel più profondo del mio essere e s'inabissa»[[30]].

Costretto, sin dal 1926, ad abbandonare definitivamente l'Italia, dove rimanevano la moglie Lina e i due figli, Tasca aveva seguito, al pari di altri dirigenti e funzionari comunisti, la strada di una vocazione politica intensa e totalizzante, alla quale il proprio mondo affettivo e familiare era stato completamente subordinato[[31]]. Una scelta, questa, destinata a non essere accettata dalla moglie, la quale avrebbe finito per diradare sempre più la corrispondenza diretta al marito, fino a confessare lui, dietro esplicita richiesta di spiegazioni, l'esistenza di una "nuova amicizia»[[32]]. Proprio nei mesi in cui Tasca si lasciava trasportare dall'intensa passione per Cécile, il dialogo con la moglie giungeva infatti alle battute finali, rendendo sempre più vane le speranze di un eventuale ricongiungimento familiare in Francia[[33]].

In simili circostanze, la figura di Cécile assumeva sempre più rilevanza e Tasca, abituato, in virtù del suo passato di "rivoluzionario», tanto alla solitudine quanto all'introspezione, doveva esprimere a più riprese il bisogno di intrattenere un dialogo che, seppur concentrato sul sentimento, rimaneva saldamente ancorato alla riflessione.

"Io non sono un "cerebrale" (Io lo sono meno di voi), i miei sentimenti non hanno bisogno di covare sotto le meningi per arrivare a schiudersi. Ho un vero odio contro ogni analisi che separa dalla vita, al posto di aprirne le porte. Ma con questo non m'abbandono all'onda di ciò che voi chiamate le "emozioni». Il mio pensiero non ha mai lavorato tanto quanto dopo avervi conosciuto. Né una parola né uno sguardo va perso. Malgrado la mia emozione, assedio pazientemente la vostra vita interiore, per meglio conoscerla, per meglio avvicinarmene»[[34]]

I temi affrontati di volta in volta all'interno delle lettere consentono di cogliere la straordinaria vivacità del contesto culturale che animava Parigi all'inizio degli anni Trenta[[35]]. Tasca, come evidenzia Soave, espulso dal Pcd'I, in quel periodo aveva preso a gravitare nell'ambito del comunismo non ufficiale, prestando la propria collaborazione ad alcune riviste, tra cui "Monde", diretta da Barbusse. Crocevia di famosi letterati e di intellettuali noti per il loro costante impegno politico, quell'ambiente si dimostrava nondimeno sensibile alle sollecitazioni della psicoanalisi, che aveva gettato una luce del tutto nuova sull'universo delle pulsioni.

Nelle stesse missive dirette a Cécile, nelle quali Tasca non esitava a soffermarsi sulla natura ed i significati della sessualità, respinta, a quanto pare, dalla giovane donne a causa di uno choc infantile, è possibile avvertire il lontano eco di quel dibattito [[36]].

"Non avendo trovato quella che chiamate "la rivelazione della vita sessuale" al di fuori di voi, al momento in cui si è realizzata, la sua soddisfazione in un amore che vi iniziasse alla vita, siete rifluita verso il vostro passato. Si è operata allora una saldatura tra questo passato e il bisogno e la speranza dell'amore, di cui scorgevate ora il volto nuovo. La rivelazione, al posto d'allargare l'orizzonte del vostro destino, lo restringeva, dato che vi rifugiavate (per difendervi e cercarvi un alimento) in questo mondo che stava bene a voi, solo a voi, tutto per voi. Ma continuavate, così, a vivere malgrado tutto di voi stessa»[[37]]

Nonostante il rapporto di grande confidenza instauratosi tra i due, la relazione tra Tasca e Cécile pare rimanere, lettera dopo lettera, costantemente contrassegnata dall'incertezza. Cécile, infatti, benché affascinata dalla cultura nonché dalla profondità di colui che le indirizzava lettere così intense e partecipate, non doveva apparentemente ricambiare il sentimento amoroso del suo interlocutore, il quale, in talune occasioni, doveva auspicare l'interruzione dei loro rapporti, al fine di evitare ulteriori sofferenze. Mentre l'eventualità di un ricongiungimento con la propria famiglia si profilava sempre più remota, Tasca, nell'agosto del 1931, terminava, a quanto pare, la relazione epistolare con Cécile con queste parole:

"Prenderò le mie vacanze all'inizio di settembre. Se rientrate prima, potremmo dunque vederci. Ma non sarebbe meglio osservare le "distanze" ed evitarci una doppia tortura?

Non cambierete nulla ai miei sentimenti, cara Cécile, dal momento che io non vedo alcuna ragione di cambiarli»[[38]]

Ci si trova anche in tal caso d'innanzi alle complesse vicende di chi, oggetto della repressione fascista, aveva compiuto scelte di carattere politico ed esistenziale tali da modificare profondamente la propria vita privata. Grazie ai carteggi diviene quindi possibile assistere ai cambiamenti che investivano di volta in volta la sfera personale degli antifascisti, e misurare nondimeno i sacrifici nonché le sofferenze che, a causa di particolari contingenze, potevano accompagnare la loro militanza. Un aspetto, questo, di grande rilevanza al fine di condurre un'indagine a trecentosessanta gradi sui reali costi della scelta antifascista, superando la divisione, tanto netta quanto fittizia, tra pubblico e privato che, oltre a pervadere buona parte della memorialistica, ha qualificato parte della storiografia.

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Note

[17] Sull'esperienza carceraria di Foa, vedasi V. Foa, Il Cavallo e la Torre. Riflessioni su una vita, Torino, Einaudi, 1991, 84-120

[18] Lettera di Massimo Mila alla madre Clelia Carena, 26 febbraio 1937, edita in Massimo Mila, Argomenti strettamente familiari, cit., 299-301.

[19] Lettera di Massimo Mila alla madre Clelia Carena, datata 14 giugno 1935, edita Ivi, 25-27.

[20] Lettera di Massimo Mila alla madre Clelia Carena, datata 7 febbraio 1936, edita Ivi, 172-174.

[21] Prefazione di G. Pajetta a Lettere di antifascisti dal carcere e dal confino, vol. I, Roma, Editori Riuniti, 1962, XVI. Simili le considerazioni di Amendola, il quale, a tal riguardo, nelle proprie memorie scriveva: "Le lettere dal carcere non sono mai sincere. [.]. Ho confrontato le mie lettere, che mia sorella ha conservato, con le lettere di altri carcerati politici. Prevale in tutti una rappresentazione falsa, perché eccessivamente positiva, delle condizioni di vita e di soggiorno, per non aggravare le preoccupazioni dei familiari». G. Amendola, Un'isola, Milano, Rizzoli, 1980, 102.

[22] Vedasi P. Gabrielli, Col freddo nel cuore. Uomini e donne nell'emigrazione antifascista, Roma, Donzelli, 2004.

[23] Basti qui citare I. Silone, Uscita di sicurezza, in: Ead. Uscita di sicurezza, Introduzione di B. Falcetto, Postfazione e note di M. Franzinelli, Milano, Mondadori, 2001 (ed. originale, 1949); F. Ferrero, Un nocciolo di verità, a cura di R. Farina, Milano, La Pietra, 1978; A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, vol. I, Io, Ulisse, Bologna, il Mulino 1984; B. Pizzardo, Senza pensarci due volte, Bologna, il Mulino, 1996. Cfr. P. Gabrielli, Biografie femminili e storia politica delle donne, cit.

[24] Si veda, a questo riguardo, la nota polemica di Amendola circa l'attività di raccolta di documenti di Partito assai riservati, svolta in modo del tutto arbitrario da Tasca. G. Amendola, Un archivista nella rivoluzione, in: Ead. Comunismo, antifascismo e Resistenza, Roma, Editori Riuniti 1967, 105-132.

[25] Tra le edizioni di documenti dell'Archivio Tasca si possono qui citare: Istituto Giangiacomo Feltrinelli, La rinascita del socialismo italiano e la lotta contro il fascismo. 1934-1939. Documenti inediti dell'Archivio Angelo Tasca, Introduzione e documenti a cura di S. Merli, Milano, Feltrinelli, 1963; G. Berti, I primi dieci anni di vita del P.C.I. Documenti inediti dell'Archivio Angelo Tasca, Milano, Feltrinelli, 1967; Vichy 1940-1944: quaderni e documenti inediti di Angelo Tasca. Archives de guerre d'Angelo Tasca, a cura di D. Peschanski, Milano, Feltrinelli 1986.

[26] A. Tasca, A Cécile, a cura di S. Anelli e S. Soave, Torino, Aragno, 2001.

[27] Ricca di elementi assai importanti circa quel periodo si rivela la corrispondenza intrattenuta da Tasca con l'amico Silone, edita in D. Bidussa, Dialogato per un rinnovamento socialista. Un carteggio degli anni Trenta tra Ignazio Silone e Angelo Tasca, L'Irpinia nella società meridionale, "Annali della Fondazione Feltrinelli», (1985-1986), vol. I, 594-671.

[28] S. Anelli, Amore e psiche nelle lettre di un eretico, in A. Tasca, A Cécile, cit., 18.

[29] Ibidem.

[30] Lettera di Angelo Tasca a Cécile Beitzman, venerdì, 30 maggio [1930], edita Ivi, 22-23.

[31] Si rinvia, a questo proposito, alle riflessioni contenute nel saggio di R. Bodei, Il rosso, il nero, il grigio: il colore delle moderne passioni politiche, in: S. Vegetti Finzi (ed.), Storia delle passioni, Roma-Bari, Laterza, 1995, 321-331.

[32] Si veda, in particolare, la lettera di Angelo Tasca a Cécile Beitzman, 11 luglio 1930, edita in A. Tasca, A Cécile, cit., 50-54, nella quale Tasca riportava anche un brano tratto da una missiva della moglie.

[33] Si veda, a questo proposito, S. Soave, Gli anni di Cécile, Ivi, 115-119.

[34] Lettera di Angelo Tasca a Cécile Beitzman, lunedì, 30 giugno [1930], edita Ivi, 36-37.

[35] Si rinvia, a tal proposito, a H. R. Lottman, La Rive Gauche, Intellettuali e impegno politico in Francia dal Fronte popolare alla guerra fredda, Milano, Edizioni di Comunità, 1983 (ed. originale, 1981), 79-199.

[36] Si veda lo stralcio di una lettera di Maurice diretta a Cécile, 22 luglio 1930, edita in A. Tasca, A Cécile, cit., 71-72.

[37] Lettera di Angelo Tasca a Cécile Beitzman, lunedì, 7 luglio 1930, edita Ivi, 41-45. Nella parte finale della lettera, Tasca definiva "l'amore di due esseri [.] un'opera d'arte, dove l'impulso sessuale entra come materia di fusione, o, se volete come un certo grado di temperatura, che assicura la fusione, ma rimane un'opera d'arte, il risultato di un'attività creatrice».

[38] Lettera di Angelo Tasca a Cécile Beitzman, 23 agosto 1931, edita Ivi, 84-85.

 


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