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Giovanni Tarantino
Identità e tolleranza, determinismo
morale e religione civile, libero pensiero
e teismo, filosofia e superstizione: ineludibili
nodi della modernità negli studi recenti
di Sutcliffe, Taranto e Champion |
Adam Sutcliffe, Judaism and Enlightenment,
Cambridge, Cambridge University Press, 2003;
Justin Champion, Republican Learning:
John Toland and the Crisis of Christian Culture,
1696-1722, Manchester-New York, Manchester
University Press, 2003; Pascal Taranto, Du
déisme à l'athéisme: la libre pensée d'Anthony
Collins, Paris, Champion, 2000.
Quando una teoria della
tolleranza dell'altro taccia
e magari implicitamente irrida quanto divide,
e piuttosto insista su quanto accomuna, da
ultimo contraddice sé stessa in quanto non
conduce all'integrazione e al dialogo, bensì all'assimilazione
ad un modello a-storico, all'incomunicabilità,
al conflitto. Scrive Chiara Giuntini, introducendo
la sua meritoria edizione delle opere del
Toland:
Se al di fuori
delle cerchie ristrette dei liberi pensatori
la religione non potrà mai
essere razionale e filosofica, lo sforzo
verso la pace religiosa non dovrebbe essere
rivolto a uniformare le differenze fra culti
e credenze, ma piuttosto a valorizzarne gli
aspetti più funzionali al benessere comune
e a favorire la convivenza di tradizioni
diverse, disposte a rispettarsi reciprocamente
senza pretendere di imporre a tutti le stesse
convinzioni[1].
In Judaism and Enlightenment,
Adam Sutcliffe, brillante allievo di Jonathan
Israel, indaga la straordinaria - e ambigua - influenza
dell'ebraismo sugli autori illuministi, rispettosi
e avidi studiosi della tradizione rabbinica,
propensi a riconoscere in Spinoza - l'ebreo
rinnegato - il messia del razionalismo («the
Jesus Christ of Reason», p. 140), ma insieme
insofferenti del legalismo e del particolarismo
ebraici così contrastanti con l'aspirazione
laica e universalistica dell'Illuminismo: «Voltaire's
persistent hostility towards Judaism in a
sense draws into unique focus the problems
underlying the general Enlightenment stance
towards a minority that appeared profoundly
unassimilable to its logic» (p. 233).
Sutcliffe ripropone alcune
delle note considerazioni di Adorno e Horkheimer
sulla relazione tra
idealismo settecentesco e autoritarismo di
età fascista. Benché riconosca che «there
was clearly no inexorable highway from the
tensions of post-Enlightenment modernity
to the genocide of Auschwitz and elsewhere» (p.
2) e che «the core values of the Enlightenment - justice,
reason, toleration, self-actualisation, freedom
of thought and speech - provide the fundamental
grounds on which the entitlements of minorities
such as Jews are protected in modern societies» (p.
11), tuttavia, insistentemente, riconduce
il persistente sentimento 'allosemita' nella
cultura occidentale (p. 9) alla irriducibilità dell'ebraismo
ai canoni illuministici di razionalità, laicità,
cosmopolitismo: «The struggles, dilemmas
and overarching tragedy of the modern European
Jewish experience cannot be understood without
an awareness of the Enlightenment paradoxes
and contradictions that essentially defined
the parameters of the barbed embrace of Jewishness
and modernity» (p. 3).
L'interesse rinascimentale
per i testi e le lingue dell'antichità creò inedite
occasioni di collaborazione tra i classicisti
cristiani e gli eruditi ebrei. I Riformatori,
decisi a ricostruire il testo originale del
Vecchio Testamento e a tradurlo in volgare,
si volsero diligentemente allo studio della
lingua e della letteratura ebraica. In Inghilterra,
tra il XVI e il XVII secolo, vi fu una vera
fioritura degli studi ebraici: rimediando
all'esigua consistenza (dovuta all'espulsione)
della comunità ebraica inglese, numerosi
studiosi convertiti vi si trasferirono e
contribuirono alla formazione di ebraisti
indigeni[2]. La pubblicazione nel 1611 della
Bibbia di re Giacomo presuppose uno studio
accurato del testo greco ed ebraico.
The formation of Protestant
national and confessional identities [...]
assumed an increasingly overt role in the
advance of the discipline. In the decades
around 1600 the intellectual commitment to
Christian Hebraism was strongest in England
and in the Dutch Republic: the two states
that were most heavily invested in the formation
of new theologico-political identities (p.
26).
L'interesse per la lingua
e la letteratura ebraica fu accresciuto anche
in ragione di un diffuso millenarismo. Richard
Popkin ha accertato come alcuni eventi eccezionali
(la Guerra dei Trent'anni, l'invasione turca
dell'Europa centrale, la rivoluzione puritana,
la predicazione del Vangelo in America e
in Africa) parvero a molti il segno dell'imminente
ritorno del Messia profetizzato da Daniele.
Gli ebraisti cristiani si impegnarono in
un programma ambizioso di traduzione dei
commentari ebraici col solo intento di anticipare
la conversione degli ebrei, ritenuta una
pre-condizione necessaria alla seconda venuta
del Cristo (p. 166)[3]. Inoltre, la libertà goduta
dalla comunità ebraica di Amsterdam e la
protezione garantita ad alcuni intellettuali
ebrei alla corte parigina di Maria de' Medici
consentirono agli ebrei sefarditi di esprimere
finalmente «their side of the story»[4].
Eliahu Montalto, il medico personale di Maria
de' Medici, poté con sufficiente libertà divulgare
violentissimi attacchi al cristianesimo.
Johann Cristophe Wagenseil pubblicò nel 1681,
in versione latina, il Chizzuk Emunah (sive Munimen
Fidei, libello redatto nel XVI secolo
da Isaac Abraham Troki, caraita, per preparare
gli ebrei a fronteggiare l'offensiva dei
missionari cristiani), presentandolo come
un caso esemplare dell'orrenda considerazione
dei cristiani presso gli ebrei. L'edizione
di Wagenseil, intitolata Tela Ignea Satanae e
concepita come un armamentario utile alla
conversione degli ebrei, comprendeva - e
inesorabilmente diffondeva - anche il Nizzahon
Vetus, uno dei testi più aggressivamente
polemici contro il cristianesimo, redatto
probabilmente nel XIII secolo. Devono inoltre
ricordarsi la pubblicazione del Tratado
da verdade da Ley de Moisés di Saul Levi
Morteira e la controversia tra Isaac Orobio
de Castro e Phillip van Limborch, riportata
dall'ultimo in De Veritatae religionis
Christianae: Amica Collatio cum Erudito Judaeo (1687).
Contribuì a una maggiore
attenzione alla cultura e alla letteratura
ebraiche anche l'interesse per la critica
testamentaria maturato in ambienti deisti
o altrimenti eterodossi. Gli autori che nel
XVII e nel XVIII secolo intesero contestare
l'attendibilità della rivelazione cristiana,
dimostrandone con gli strumenti della critica
testamentaria e della filologia l'inconsistenza
delle prove, si servirono ampiamente della
tradizione esegetica ebraica, ma senza rinunciare
a biasimare e a schernire la vacuità e l'irrazionalità dei
riti e dei costumi ebraici. Anthony Collins,
la cui imponente biblioteca (oltre 10.000
titoli) esemplifica le curiosità intellettuali
del suo tempo (pp. 173-5)[5], condivise con
altri autori illuministi quell'irrisolta
ambiguità tra l'ammirazione per la tradizione
culturale ebraica e l'insofferenza per il
ritualismo ottuso della massa degli ebrei
incolti, sino a dirne, nel Discourse of
Free-Thinking, che essi erano «illiterate,
barbarous, and ridiculous people»[6].
Nella
biblioteca del Collins figuravano numerose
storie degli
ebrei e grammatiche ebraiche. Dei testi
ricordati e descritti da Sutcliffe, il Collins
possedeva le Antiquitez judaiques di
Jacques Basnage e un'edizione in quattro
volumi della Bibliotheca Hebraea di
Johann Christoph Wolf, notissimo ebraista
di Amburgo e possessore a sua volta di una
collezione libraria di 25.000 volumi. E ancora:
il De republica Hebraeorum di Carlo
Sigonio, il De legibus Hebraeorum
ritualibus di John Spencer, la République
des Hébreux di Petrus Cunaeus (pp. 40,
43, 44, 81-9). Il catalogo d'asta riferiva
inoltre di una collezione di «Tracts relating
to the Jews». E tra i numerosissimi titoli
del Toland ricorreva naturalmente il Nazarenus (pp.
197-206). Toland aveva condiviso l'apprezzamento
di Harrington per l'antica repubblica mosaica
e nella prima appendice al Nazarenus auspicò che
questa potesse un giorno ricomporsi e prosperare
in Palestina (p. 204). Nelle Origines
Judaicae aveva inoltre accostato la concezione
mosaica della divinità al panteismo spinoziano
(p. 199). Il «retaggio spinoziano» era altresì evidente
nella sottolineatura della «funzione eminentemente
politica di Mosè [...] e della preminenza
della Legge, dunque dell'aspetto politico-normativo,
su quello eminentemente religioso, 'sacro',
nella storia del popolo d'Israele, e in tutto
il Vecchio Testamento»[7]. Mosè, Gesù e Maometto
divengono, nella ricostruzione 'storica' del
Toland, i successivi riformatori di una religione
unica. Il vero cristianesimo non è altro
che «reformed Judaism; the true religion
being one and the same in substance from
the beginning». In Europa erano a lungo circolate
numerose redazioni manoscritte del famigerato Traité des
trois imposteurs, in latino e in francese,
e non tutte riconducibili a un'unica tradizione
(pp. 141-143, 186). La precoce ricezione
inglese di questi testi mostrò di intendere
l'ipotesi storica dell'impostura religiosa
come un 'rimedio', piuttosto che una 'diagnosi':
According to the English
tradition, the theory of imposture went hand
in hand with the theory of the political
legislator. Public religions were almost
always theologically false, but they could
potentially become just instruments for the
reform of reason. For the English free-thinkers,
theology, if it led to virtue, was benign,
but if it led to ignorance, prejudice, and
error it was priestly imposture. In England,
unlike France, the peculiarly Protestant
tradition of the Royal supremacy was adopted
by radicals like Stubbe and Toland as an
Erastian instrument against corrupting priests[8]
Collins aveva inoltre
adunato diversi titoli inerenti alla controversia
ebraico-cristiana. Possedeva naturalmente
il De Veritate religionis Christianae,
la Conference between a Papist and a Jew di
Richard Mayo (1678), l'Histoire des Juifs di
Basnage, la Demonstration of the Messias del
Kidder, un estratto dal Libro dei Principi di
Yosef Albo, intitolato Argumenta quibus
nonnullos Fidei Christianae Articulos oppugnant e
almeno due edizioni dell'opera di Isaac Troki,
una manoscritta, in spagnolo (Fortificacion
de la Fé), l'altra in latino (Munimen
fidei) pubblicata dal Wagenseil. Disponeva
persino di due manoscritti rarissimi che
egli - riferisce Desmaizeaux - aveva acquistato
in Olanda a caro prezzo: le Prevenciones
Divinas contra la Vana Ydolatria de las Gentes di
Orobio de Castro e il Providentia Divina
de Dios con Israel del rabbino sefardita
Morteira. Di questa ricchissima nonché rara
letteratura controversistica il Collins si
servì ampiamente nei suoi scritti, deciso
a palesare le inconsistenze della dottrina
cristiana dimostrando come l'uomo crocifisso
sul Golgota non realizzasse l'attesa messianica
degli ebrei di un liberatore invincibile
e che i miracoli, da soli, non bastassero
a provarne la divinità. Bene ha scritto Gerard
Cragg: «If the Bible was a record of Revelation,
prophecy and miracle were its twin supports.
To these the defenders of orthodoxy made
their appeal; against them, therefore, the
Deists directed their attack»[9]. Quanto
all'uso strumentale e retorico di fonti ebraiche
nella letteratura deista è ampiamente condivisibile
l'annotazione del Sutcliffe, secondo cui
although
Jewish arguments against Christianity were
of noteworthy importance
in the Early Enlightenment, it is not appropriate
to consider them, as some scholars have done,
as 'sources' of unbelief. [...] Writers such
as Collins and Lévesque de Burigny enthusiastically
deployed [Jewish] arguments not because they
found them straightforwardly convincing,
but because they constituted an extremely
intriguing and versatile polemical resource
(pp. 174-5).
Pur
convenendo con Habermas che «rational thought contains within itself
the possibility of overcoming its own limitations» (p.
4), il libro del Sutcliffe ripropone da ultimo
il monito - non nuovo, controverso, e tuttavia
attualissimo[10] - a guardarsi dai rischi
di un 'fondamentalismo della ragione':
While
the tensions between Judaism and Enlightenment
were [...] uniquely
intense and historically significant, they
are closely related to the more general problematics
of the relationship of Enlightenment rationality
to whatever it cannot readily encompass.
[...] The idea of tolerance can only be defined
in opposition to a contrasting notion of
intolerance. For Bayle, and also for Spinoza
and Locke, Judaism filled the rhetorically
indispensable role of philosophical negative,
in diametric contrast to which the positive
contours of toleration could be delineated.
In our own era Islam rather than Judaism
is much more frequently cast as the inverse
of enlightened toleration, in contrast to
which 'western' values are defined and reinforced.
[...] The mythic resilience of Judaism holds
within it a unique power to call attention
to the limits of Enlightenment, and to provide
a bulwark against univocal rationalist arrogance
and authoritarianism (pp. 6, 225, 261).
E' doveroso
domandarsi, come ha scritto Tortarolo su Golem (luglio
2001), se la «religione civile di Rousseau» non
sia «diventata religione in-civile e, in
qualche caso almeno, teologia politica, [..]
identificata con la sacralizzazione più o
meno intollerante e aggressiva, intermittente
o duratura, sistematica o abborracciata,
di quelle 'comunità inventate' per eccellenza
che sono la nazione, l'etnia, la razza, la
stirpe, la comunità locale»[11]. Purché,
tuttavia, dell'Illuminismo non si vogliano
ricordare i soli 'limiti', né da ultimo ci
si intenda sottrarre, «laici e cristiani,
italiani, europei e uomini della globalizzazione,
alle sfide poste all'universalismo delle
differenze (che è una scelta razionale)»[12].
Da alcuni anni, nuovi orientamenti storiografici
sembrano proporsi di sminuire, o trascurare,
il lascito delle esperienze eterodosse e
laiche, e riproporre la centralità delle
istituzioni e delle credenze religiose: «Il
filo della continuità riemergente è piuttosto
il disciplinamento, l'interazione, il controllo
sociale e non la forza incomprimibile dell'eresia
come coscienza della coscienza»[13].
Quanto poi alla «concezione 'deistica' dell'eterna
accessibilità del vero» o di un «intellectual
equalitarianism», occorrerà ricordare anche
il concorrente e amaro convincimento che
alla verità filosofica accedano in pochi
e che per gli altri sia opportuno predisporre
o preservare una religione civile. Toland
più volte indicò in Mosè una figura esemplare
di buon legislatore, in quanto «impegnato
nella ricerca di un equilibrio fra il rispetto
della verità filosofica sulla natura divina
e le concessioni alla mentalità di un popolo
fin troppo sensibile alle suggestioni del
soprannaturale e del miracoloso [...], almeno
fino a che non fosse in grado di riflettere
e giudicare in modo autonomo». Tuttavia,
nel Pantheisticon, «alla fiducia programmatica
nella capacità di emancipazione dell'intelligenza
dei laici, basata sulla presa di coscienza
del diritto universale all'esercizio delle
proprie facoltà razionali, si è sostituita
una consapevolezza più matura e disincantata
degli ostacoli che si oppongono alla diffusione
del libero pensiero e della necessità di
strumenti alternativi per l'educazione del
volgo»[14]. Così il Collins, nella discussione
con Clarke sulla libertà dell'uomo, si ritrae
infine nel silenzio, quando, paradossalmente, è il
suo interlocutore a richiamarlo alla responsabilità sociale
di non esporre il volgo a «la bigoterie et
la superstition». «Si la liberté est impossible,
alors le théisme est exsangue. C'est cela
que veut démonstrer Collins; la réfutation
complète de Clarke passe par les démonstrations
contre la liberté»[15] Ma la libertà - secondo
Clarke - è la sola condizione dell'imputabilità morale:
La seule pédagogie qui puisse en détouner
les hommes est celle d'une religion qui les
tiens pour libres de suivre leur raison.
La libre-pensée, sur ce point, est une anti-éducation,
parce qu'elle nous apprend que nous ne somme,
et ne serons jamais, que le résultat des
influences diverses qui s'exercent sur nous.
[...] Il faut donc que la liberté soit défendue:
devoir de théologien, et d'éducateur du genre
humain. [...] Le théologien relève le défi
de l'incrédulité en vogue à l'époque, n'hésitant
pas à en appeler à la responsabilité morale
du penseur - de «l'intellectuel» - plutôt
qu'à sa foi. [...] La controverse s'arrêta
donc sur la victoire de ce dernier [Clarke],
victoire évidemment convenue, car l'opinion
orthodoxe l'emporte toujours sur l'opinion
scandaleuse pour des raisons qui n'ont rien
de philosophique[16]
La monografia di Pascal
Taranto, Du déisme à l'athéisme: la libre
pensée d'Anthony Collins, è già diventata
un testo di riferimento imprescindibile per
gli studi sul Collins. Si fronteggiano ormai
due interpretazioni del pensiero collinsiano[17].
La maggior parte dei suoi interpreti, Leland,
Stephen, Robertson, Mossner, Gay, O'Higgins,
hanno inteso il Collins sicuramente quale
un anti-clericale, magari un anti-cristiano,
tuttavia un teista sincero, un 'immortalista':
dunque, in breve, un deista. Essi hanno mostrato
di credere alle prudenti ammissioni di fede
dell'autore, pur se contraddette da una lettura
complessiva della sua opera. David Berman,
invece, e dopo di lui Dybikowski e Taranto
hanno piuttosto scrutato gli abili travestimenti
del pensiero eterodosso di Collins («the
art of theological lying»), occultato ai
nemici e agli incolti, ma accessibile a lettori
complici e solidali[18] Ai loro occhi Collins
non fu davvero un deista, ma al contrario
un vero athée de système (p. 18).
L'ultimo capitolo del volume di Taranto,
laddove ripercorre le interne contraddizioni
del teismo, è intitolato «La destruction
du théisme» ed egli non esita, nelle conclusioni,
a dichiarare «le naufrage de l'apologétique
rationaliste» (pp. 424-437). «La réfutation
du système théiste de Clarke, archétype de
la religion neturelle, signifie la démonstration,
sinon de "l'inexistence" de Dieu, du moins
de la possibilité de l'atheisme (comme
hypothèse mieux fondée). C'est donc sur la
faillite du "deisme" de Clarke que notre
libre-penseur construit son athéologie» (p.
331; cfr. pp. 357, 399, 400)[19] Numerose
asserzioni del Collins paiono espressione, «si
l'on veut, d'un panthéisme matérialiste»:
'Si l'on veut', parce
que le 'pantheisme' n'est ici un 'théisme' que
par la même astuce un peu cynique qui faisait
dire à Lysiclès: un 'Dieu' dont on ne connâit
aucun des attributs nécessaires pour fonder
la religion, n'a de Dieu que le nom; lequel
peut être conservé pour ne pas se distinguer,
et 'c'en est ainsi fait de l'athéisme'. C'est
en tout cas la position que Collins assigne à Spinoza: 'Pour
autant que je puisse juger des opinions de
Straton, de Xénophane, et de quelques autres
athées anciens' sans excepter ces modèles
de vertu que sont les 'literati' de la Chine, 'pour
moi ils tombent d'accord avec Spinoza (lequel
dans ses Opera Posthuma a cherché à réduire
l'athéisme en système) qu'il n'y a pas d'autre
substance dans l'univers que la matière,
que Spinoza appelle Dieu, et Straton, la
Nature' [Third Answer, p. 386] (p.
332).
Dopo
aver lungamente analizzato i fondamenti
teorici e i fini
del libero pensiero, Taranto si sofferma
nel secondo capitolo sugli espedienti narrativi
di quanti - e tra essi il Collins -, costretti
dai vincoli della censura, dissimularono
il loro pensiero, ricorrendo non di rado
al ridicolo e all'ironia: «Le 'privilège' de
l'ironie, c'est le privilège des plus faibles
de se défendre contre les plus fortes» (p.
96). In A Discourse concerning
Ridicule and Irony in Writing - che Taranto,
contrariamente a O'Higgins, ritiene possa
attribuirsi al Collins -, il ricorso all'ironia
dissacrante, in quanto presuppone la fallibilità di
ogni opinione, è presentato come un antidoto
sano alla seriosità dei tanti pretenziosi
custodi della verità. Il libero pensatore
rinuncerà al «privilege of irony» solo quando
gli sia garantita libertà di espressione.
Inoltre, quanti perseguono l'immoralità del
ridicolo e dell'ironia non si avvedono di
quanto siano essi stessi ridicoli: «Derrière
la rétorsion classique (ceux qui honnissent
la satire sont les premiers à en régaler),
on trouve un playdoier pour le respect mutuel
des opinions dans lequel l'ironie est présentée
comme la sanction méritée de l'intolerance» (p.
94). Il volume di Taranto procede poi ad
un confronto minuzioso tra gli scritti del
Collins e le tesi apologetiche confluite
nelle Boyle's Lectures, sottolineando
oltretutto le implicazioni sociali delle
rispettive posizioni filosofiche:
La "négation" pure et
simple de "Dieu" n'a guére de sense quand
on baigne dans une culture théiste. Si l'athéisme
de Collins a un sens, ce ne peut être que
contre des sistèmes de pensée prévalents,
dont il cherche à miner les fondaments. C'est
pourquoi nous ne pouvons envisager une recherche
de ce genre sans prendre la mesure de la
dimension polémique de la libre-pensée.
Toute l'ouvre de Collins est une discussion
serrée des préjugés qui s'affirment comme
des certitudes, quand ils n'ont droit qu'au
titre plus modeste d'hypothèses. Il faut
donc nécessairement savoir à qui il
s'oppose pour comprendere à quoi il
s'oppose. [...] Pour les théologiens rationalistes,
libéraux et/ou newtoniens, l'explication
est peut-être plus subtile. Les «mauvais» libres-penseurs étaient
perçus comme une menace contre l'ordre «newtonien» en
train de se mettre en place. Ils concurrençaient
une idéologie puissante et nouvelle, destinée à fournir
les cadres conceptuels de l'ordre post-révolutionnaire
naissant, héritier d'une tradition anti-radicale,
anti-républicaine et anti-puritaine, chrétienne
mais, à la différence des orthodoxes, relativement
libérale: celle de Boyle, et de ceux qu'on
allait appeler «les newtoniens». Au théisme
providentialiste de ces derniers, adapté aux
aspirations de la nouvelle aristocratie marchande,
avec sa glorification du travail, du self-interest,
de la free competition, ils opposaient
un panthéisme matérialiste qui non seulement
ne pouvait pas servir d'alibi au mantien
de l'authorité ou de la hiérarchie sociale,
mais menaçait encore d'en troubler l'affermissement
(pp. 20, 28)[20]
Nella Philosophical
Inquiry concerning Human Liberty, Collins
ritorna sul tema dibattuto anni prima con
Clarke: il concetto di libertà gli appare
contraddittorio, in quanto presuppone la
possibilità di una causa senza effetto.
Se la tradizione cattolica aveva tentato
di conciliare la contingenza del futuro
con l'onniscienza divina, distinguendo
in Dio la prescienza dalla predeterminazione,
oppure ipotizzando - i molinisti - un «concorso
simultaneo» tra una causa prima (Dio) e
una causa seconda (l'agente creato), in
Cartesio solo la distinzione tra due sostanze
create gli consentiva di concepire l'anima
come una realtà del tutto autonoma dal
corpo e quindi libera dal determinismo
meccanico cui quello è sottoposto[21] Alla
dottrina deterministica del Collins è sottesa
l'intenzione di minare la presunzione clericale
di determinare, e giudicare, il giusto
e l'ingiusto, l'empio e il savio. Ma le
sono anche profondamente connessi il rifiuto
del dualismo cartesiano ed una consonanza
filosofica con la spinoziana reductio
ad unum di pensiero ed estensione.
Quanto poi ai contenuti della morale, essi
sono determinati dalle esigenze di una
pacifica convivenza sociale:
Il
est le véritable
présupposé de tous les défenseurs de la liberté:
si elle n'existait pas, il faudrait l'inventer,
car elle est le réquisit de la morale et
de la religion. [...] C'est à la fin de l'Inquiry que
Collins suggère ce que l'on pourrait appeler
une morale sans Dieu. Cette morale n'est
pas prescriptive, ni même axiologique. Sa
forme est celle de l'obligation sociale,
qui détermine entièrement son contenu. Récompenses
et punition, dit-il, «sont les piliers essentiels
de la société», car «l'homme est un agent
nécessaire, déterminé par le plaisir et la
douleur» Le plaisir ou la douleur qui les
accompagnent sont les moteurs essentiels
de l'action humaine. Aussi Collins les nomme-t-il
bien (good) et mal (evil).
La vertu consiste donc à faire le bien, c'est-à-dire à accomplir
des actions plaisantes, et le vice
consiste à accomplir des actions désagréables,
lorsque l'on est trompé par les apparences
du plaisir. De là, il suit que la seule
fin des punitions (et des récompenses)
consiste à prévenir le crime, soit en retirant
le criminel de la circulation pour l'empêcher
de nuire à nouveau, soit en effrayant les
hommes pour que la représentation du châtiment,
par sa vivacité, contrebalance celle du plaisir
apparent des crimes. Car s'il n'y avait pas
de châtiment, le plaisir du crime ne serait
pas apparent, mais réel. C'est la douleur
de la peine qui rend le crime vicieux, ou
désagréable, ou immoral. [...] La justice
de la punition n'a rien à voir avec un jugement
moral porté sur la personne, mais avec le
bien de la communauté (sa cohésion). [...]
Subjectivement, la morale de Collins est
rigoureusement hédoniste: elle n'est que
la recherche par chacun de son utile propre,
le plaisir. Objectivement, elle se réduit à un
conditionnement. Seul le rapport objectif
de l'action avec les finalités sociales la
rend éventuellement susceptible d'être corrigée.
[..] La loi naturelle est du ressort du
magistrat (pp. 415, 421, 422, 424).
Più che una specifica
forma di governo, sono il primato della legge,
la tolleranza, il perseguimento del bene
comune, l'indipendenza delle università e
dei giudici e l'autonomia del legislatore
dalle ingerenze prelatizie che definiscono
il repubblicanesimo di Toland: «[He] was
insistent that the word 'commonwealth' did
not mean a form of democracy, nor indeed,
any particular form of government, 'but an
independent community, where the Common Weal
or Good of all indifferently is design'd
and pursu'd, let the Form be what it will'.
[...] It was perfectly possible for government
by monarchy to produce the conditions for
a 'free state' when regulated and limited»[22].
Il volume di Champion, Republican Learning:
John Toland and the Crisis of Christian Culture,
1696-1722, analizza il progetto politico
tolandiano, evidenziando come le sue idee
furono tutt'altro che estranee agli uomini - e
alle donne (pp. 53-54, 230, 245) - influenti
sugli indirizzi politici e costituzionali
britannici. Il volume è strutturato in tre
parti: la prima descrive il milieu sociale
e intellettuale del Toland, «the material
and social infrastructure for Toland's 'life
of mind'»; la seconda introduce la sua dottrina
politica ed il suo impegno nel «public writing»;
l'ultima analizza i suoi testi manoscritti
e lo descrive quale solerte divulgatore di
testi clandestini in elitari circoli europei.
Toland collaborò con Trenchard, Moyle, Molesworth
e Lord Ashley. Curò le edizioni delle opere
di Milton, Ludlow, Sidney e Harrington, un
lavoro immane, consentitogli dall'editore
John Darby, da molti ritenuto «a true assertor
of English liberties» (p. 98). Una considerazione
attenta e opportuna dell'allegoria della 'libertà repubblicana' riportata
sul frontespizio dell'edizione tolandiana
di Oceana (1700) consente a Champion
di chiarire esemplarmente in qual modo Toland
abbia adattato ai suoi tempi e ai suoi obiettivi
i testi repubblicani: Guglielmo III è accostato
a Bruto, l'uno e l'altro restauratori della
libertà, e sopra di loro stanno i ritratti
di Mosè, Solone, Confucio, Licurgo e Numa,
alludendo a una continuità con l'antica prudenza
di Atene, Roma e Sparta e a certo sincretismo,
o «relativismo religioso». Le rappresentazioni
in basso di un contesto urbano e di una scena
agreste, intitolate rispettivamente 'Commercio' e 'Opificio',
identificano nelle transazioni commerciali
e nella terra «the 'balanced' premise of
the free state» (pp. 106-7) Strenuo sostenitore
della successione hannoveriana, Toland attinse
ai classici repubblicani per contrastare
le rivendicazioni degli Stuart e le influenze
corruttrici della Chiesa:
All
princes were latent tyrants, but this dormant
form was habitually
only cultivated by the corrupt 'pulpit stuff' of
clergymen. The war against tyranny then was
fought on the front-line of theological discourses.
[...] Since priestcraft made people ignorant,
the attack upon it became a key part of a
practical political agenda. A consequence
of this was that Parliament and nobility,
as bearers of reason and virtue, were the
best agencies of republican reform. [...]
Unlike other neo-Roman theories of free states
that were regarded as subversive because
they attached a language of liberty to radical
forms of representative government, the republicanism
of Toland was elite and hierarchical. Its
radicalism was found in the fact that it
challenged fundamentally the traditional
and dominant accounts of political authority
that were built on theological foundations.
The 'political' problem of tyranny could
only be resolved by attention to religious
issues. Toleration was the foundation of
free citizenship. Toland's republicanism
was not radical in either social or institutional
ambition. His writings (drawing from Sidney's
work) indicate a preference for the rule
of an aristocracy of virtue: he did his best
to mingle with such people. [..] Although
he loudly proclaimed the sovereignty of
reason, and indeed of the people, he was
more than a simple rationalist, and certainly
no democrat (pp. 248-251)[23].
Non
soltanto il Toland influì direttamente su uomini di elevata
statura politica, redigendo e annotando per
loro testi inediti e sovversivi, ma fece
altresì ampio uso dei testi consueti dell'apologetica
anglicana. La presenza della letteratura
clandestina nelle biblioteche di Collins,
di Furly, o di Eugenio di Savoia, «the three
men who owned the most dangerous collections
in Europe» (p. 31), può essere stato un sintomo
piuttosto che la causa di una disposizione
intellettuale sovversiva. L'intransigenza
del Toland non fu tanto determinata dall'accesso
privilegiato a un corpus di letteratura
eterodossa e clandestina, quanto dall'impulso
ad appropriarsi della cultura dominante e
a sovvertirne gli esiti e i significati: «Toland,
like Furly, Collins, Locke et al. were
not just interested in reading 'radical' books,
but primarily wanted to engage with the arguments
of the mainstream. [..] [However] his purpose
was to engage, not with the details of any
specific theological doctrine, but with a
more fundamental discussion of the politics
of knowledge» (pp. 41, 79)
Champion
conclude il suo studio ribadendo l'originalità e la specificità del
pensiero di Toland (e la plausibilità di
un «English Enlightenment») e contestando
a Jonathan Israel che tutto debba ricondursi
a Spinoza:
Where Spinoza deployed
his rabbinical learning in a single-minded
account of the status of Old Testament scripture,
Toland drew on a much wider range of erudition.
Where Spinoza condensed republican political
theory into a few chapters of commentary
on the contemporary writing of people like
Peter de la Court, Toland produced a massive
canon of commonwealth writings, carefully
made bespoke for contemporary purposes. Where
Spinoza wrote in Latin and his posthumous
ideas were circulated clandestinely, Toland
used a full range of vernacular styles for
both public and private polemic (p. 253)
Il 'commonwealth party' fu
sconfitto dal pragmatismo di Robert Walpole
che preferì avvalersi della Chiesa anglicana
per consolidare la sua egemonia politica.
Tuttavia, Toland - e con lui altri liberi
pensatori, apparentemente isolati e ininfluenti - lasciò un
archivio ingente di testi e idee che l'Illuminismo
più tardo e maturo («the 'High' Enlightenment»)
avrebbe utilmente impiegato nel suo attacco
all'irrazionalismo e alla superstizione. «We
still live in a modernity shaped by this
afterlife» (p. 254)[24]
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Note
[1] C.
Giuntini, Introduzione a Opere di John
Toland, Torino, UTET, 2002, 7-73: 63.
[2] Vedi
H. J. Schoeps, Barocke Juden, Christen,
Judenchristen, Bern-München, Francke,
1965; R. M. Healey, The Jew in Seventeenth-Century
Protestant Thought, «Church History»,
46 (1977), 63-79; D. S. Katz, Philo-semitism
and the Readmission of the Jews in England
1603-1655, Oxford, Oxford University
Press, 1982; J.-F. Gilmont, La Réforme
et le livre: l'Europe de l'imprimé 1517-v.1570,
Paris, Cerf, 1990
[3] Vedi
R. H. Popkin, Some Aspects of Jewish-Christian
Theological Interchanges in Holland and
England 1640-1700, in J. van den Berg,
E. van der Wall (eds), Jewish Christian
Relations in the Seventeenth Century,
London, Kluwer Academic Publishers, 1988;
Id. (ed.), Millenarianism and Messianism
in English Literature and Thought,
Leiden, Brill, 1988.
[4] R.
H. Popkin, Jewish Anti-Christian Arguments
as a Source of Irreligion from the Seventeenth
to the Early Nineteenth-Century, in Atheism
from the Reformation to the Enlightenment,
ed. by Michael Hunter and David Wootton,
Oxford, Clarendon Press, 1992, 161-162.
[5] Cfr.
G Tarantino, Lo scrittoio di Anthony
Collins (1676-1729): 1. I libri e i tempi
di un libero pensatore; 2. Edizione del
catalogo manoscritto della biblioteca collinsiana
(1720), tesi di dottorato, Università degli
Studi di Firenze, 2004.
[6] [A. Collins], A Discourse of Free-Thinking, Occasion'd
by the Rise and Growth of a Sect Call'd
Free-Thinkers, London, 1713 (1st edn),
157.
[7] P.
Bernardini, Introduzione a John Toland,
Ragioni per naturalizzare gli ebrei in
Gran Bretagna e Irlanda (1714), Firenze,
Giuntina, 1998, p. 71. Sul paradigma
mosaico come alternativo a quello machiavelliano
nelle teorie repubblicane della prima età moderna
si vedano inoltre E. H. Kossman, Dutch
Republicanism, in L'età dei Lumi.
Studi storici sul Settecento europeo in
onore di Franco Venturi, 2 voll. Napoli,
I, 453-486; L. Campos Boralevi, Per
una storia della Respublica Hebraeorum come
modello politico, in V. I. Comparato,
E. Pii (eds.), Dalle 'Repubbliche' elzeviriane
alle ideologie del '900, Firenze, 1997,
17-33; Ead., Classical Foundational
Myths of European Republicanism: The Jewish
Commonwealth, in Republicanism:
A Shared European Heritage, ed. by
M. van Gelderen and Q Skinner, 2 voll.,
Cambridge, Cambridge University Press,
2002, I, 247-261.
[8] J
Champion, Legislators, Impostors, and
the Politic Origins of Religion: English
Theories of 'Imposture' from Stubbe to
Toland, in S Berti, F. Charles-Daubert,
R H. Popkin (eds.), Heterodoxy, Spinozism,
and Free Thought in Early-Eighteenth-Century
Europe: Studies on the Traité des Trois
Imposteurs, Dordrecht-Boston-London,
Kluwer Academic Publishers, 1996, 333-356:
356. Cfr. Id., Republican Learning cit.,
173 ss.; S. Suppa, L'ebraismo
nell'«Encyclopédie» di Diderot e D'Alembert.
Ovvero: regole, Scrittura e memoria, in
un ordine senza Stato, «Il Pensiero
Politico», XXXV (2002) [Politeia biblica,
a cura di L. Campos Boralevi e D. Quaglioni],
464-480: 477.
[9] G
Gragg, Reason and Authority in the Eighteenth
Century, Cambridge, Cambridge University
Press, 1964, 84.
[10] Si
pensi soltanto alla sconcertante omelia
contro la «dittatura del relativismo, che
non riconosce nulla come definitivo e che
lascia come ultima misura soltanto il proprio
io e le sue voglie», pronunciata durante
la messa 'Pro eligendo Romano Pontifice' da
Joseph Ratzinger e che tanto ha contribuito
alla sua elezione papale Cfr. M. L. Salvadori, La
nuova alleanza tra fede e ragione, «La
Repubblica», 10 settembre 2005, 15 e H.
W. Blom, Secularization in Dutch Political
Theory: Lambert Van Velthuysen (1622-1685),
in La formazione storica dell'alterità.
Studi di storia della tolleranza nell'età moderna
offerti a Antonio Rotondò, promossi
da H. Méchoulan, R. H. Popkin. G. Ricuperati,
L. Simonutti, Firenze, Olschki, 2001, 3
voll., II, 559-575: 559.
[11] Cfr.
S. Forti, Totalitarismo e religioni politiche,
in G. Paganini, E. Tortarolo (a cura di), Pluralismo
e religione civile: una prospettiva storica
e filosofica, Atti del Convegno di
Vercelli (Università del Piemonte orientale),
24-25 giugno 2001, Milano, Mondadori, 2004,
213-229: 228.
[12] G.
Ricuperati, Tolleranza come problema storiografico
della modernità, «I castelli di Yale.
Quaderni di filosofia», 7 (2004), 31-47:
47.
[13] Ibid., p.
39. Cfr. C. Borghero, Il giuramento
dell'infedele: stato di diritto, tolleranza
e obbligazione politica, ibid.,
9-29: 10: «Da qualche tempo stanno prendendo
piede versioni conciliatrici, come se
la tolleranza fosse scaturita da una
sorta di autolimitazione, conseguenza
di uno spontaneo riconoscimento dei diritti
degli altri, e non sia stata invece il
risultato drammatico di un processo di
limitazione dell'ingerenza delle chiese
nella sfera pubblica o, per dirla con
linguaggio hegeliano, il risultato di
una lunga lotta del rischiaramento contro
il fanatismo e la superstizione» Si considerino,
per la Gran Bretagna, gli opposti orientamenti
storiografici documentati in A. Houston & S.
Pincus (eds.), A Nation Transformed.
England After the Restoration (Cambridge-New
York, Cambridge University Press,
2001), J. C. D. Clark, English Society
1660-1832. Religion, Ideology and Politics
during the Ancient Regime (Cambridge,
Cambridge University Press, 2000) e W.
Gibson & R. G. Ingram (eds.), Religious
Identities in Britain, 1660-1832 (London,
Ashgate, 2005). O, ancora, si confrontino
D. M. McMahon, Enemies of the Enlightenment.
The French Counter-Enlightenment and
the Making of Modernity, New York,
Oxford University Press, 2001 e S. J.
Barnett, The Enlightenment and Religion.
The Myths of Modernity, Manchester,
Manchester University Press, 2003.
[14] Giuntini,
Introduzione a Opere di John Toland cit.,
54-56, 65, 71.
[15] Taranto, Du
déisme à l'athéisme cit., 344.
Cfr. I. Rivers, Reason, Grace, and
Sentiment, Cambridge, Cambridge
University Press, 2 voll, II, 2000,
64-65; J. Harris, Of Liberty and
Necessity: The Free Will Debate in
Eighteenth-Century British Philosophy,
Oxford, Clarendon Press, 2005, 62,
63.
[16] Ibid.,
416-417. Cfr. Borghero, Il giuramento
dell'infedele cit., 25-26.
[17] Cfr.
A Thomson, Le Discourse of Free-Thinking d'Anthony
Collins et sa traduction française, «La
Lettre clandestine», 9 (2000), 95-116:
95.
[18] Vedi
D. Berman, Deism, Immortality, and
the Art of Theological Lying, in Deism, Masonry,
and the Enlightenment: Essays honoring
Alfred Owen Aldridge, ed. by J. A.
Leo Lemay, Newark: University of Delaware
Press/London and Toronto: Associated
University Presses, 1987, pp. 61-78:
61 Cfr. Perez Zagorin, Ways of Lying:
Dissimulation, Persecution, and Conformity
in Early Modern Europe, Cambridge
MA/London, Harvard University Press,
1990, 10-11
[19] Cfr. G. Mori, Revue
de Pascal Taranto, Du déisme à l'athéisme:
la libre pensée d'Anthony Collins (Paris:
Champion, 2000), «La Lettre clandestine»,
9 (2000), 394-395: «Pour ce qui concerne
la pensée philosophique de Collins,
il s'agit d'une pensée anti-dogmatique,
qui se fonde sur une attaque résolue
contre les principes de la méthaphysique
chrétienne. Collins n'offre pas une 'preuve
de l'inexistence de Dieu', sinon sous
forme 'apagogique', c'est-à-dire en
se fondant 'sur la faillite du théisme' chrétien
(p. 267). L' 'athéologie' de Collins
(p. 331) est donc surtout une anti-théologie,
qui n'est pas très éloignée en tant
que telle de celle de Pierre Bayle,
dont Collins suit la démarche de manière
constante et indéniable. En effet,
l'athéisme naît selon Collins à partir 'des
propes présupposés du théisme' (p.
432) - ce qui constitue la conclusion
même de l'itinéraire philosophique
baylien. [...] Si Collins fut un 'stratonicien
moderne' (p. 381), ce fut aussi grâce à sa
lecture très attentive du Dictionnaire et
de la Continuation des pensées diverses».
[20] Cfr. J. I. Israel, Radical
Enlightenment. Philosophy and the Making
of Modernity 1650-1750, Oxford
University Press, 2001, 11-12.
[21] Cfr.
M. Mori, Libertà, necessità, determinismo,
Bologna, Il Mulino, 2001, 16, 17; Harris, Of
Liberty and Necessity cit., 10-11.
[22] Champion, Republican
Learning cit., 123, 124; cfr. ibid.,
p. 110.
[23] «Toleration
was the source of 'science', persecution
('the root of ignorance') produced 'sedition
and troubles'. Establishing an entire
liberty was then not only virtuous, but
politically expedient too 'as it furnishes
the King with more hearts, and the nation
with more hands», ibid., 147;
cfr. 127-8, 144.
[24] «Far
from withering away into the foothills
of the 'Enlightenment', theological culture
and authority retained a persistent social
power into the nineteenth century. While
reinforcing the point of how deeply entrenched
theological perspectives on the world
were in the early eighteenth century,
this work will also explore how it was
possible to unpick some of the power
of these discourses and institutions.
To acknowledge the persistence of theological
imperatives is not the same as claiming
it was either unchangeable or uncontested», ibid.,
6.
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