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Isabella Soi
Il genocidio in Rwanda
Da guerra civile a guerra regionale
Dalla
guerra civile al genocidio
La reazione della comunità internazionale: le Nazioni Unite e le grandi potenze
La
crisi dei rifugiati e la diffusione del conflitto nella regione
La
caduta di Mobutu e la nascita della Repubblica Democratica del Congo
Le
“guerre mondiali” africane e il collasso del Congo
Il
processo di pace regionale: successi e ambiguità
Bibliografia
Dalla
guerra civile al genocidio
Il Rwanda fin dai tempi dell’indipendenza nel 1962 ha avuto una
serie di episodi di violenza, cosiddetta etnica. Si trattava per lo
più di strumentalizzazioni del governo centrale, solito
utilizzare le divisioni sociali per mantenere il potere, spingendo
alla contrapposizione i diversi segmenti della popolazione, bahutu,
batutsi, batwa, delle regioni settentrionali o
meridionali. La situazione politica, economica e sociale parve
normalizzarsi, durante la seconda repubblica, iniziata nel 1973 e
dominata dal presidente Juvenal
Habyarimana, facendo conoscere un periodo di relativa
tranquillità al piccolo stato africano. Il nuovo regime a
partito unico era autoritario ma apparentemente bonario, sollevando
la popolazione dal gravoso compito della gestione pubblica.
Tutti i cittadini rwandesi facevano parte del partito governativo, il
MRND (Mouvement Révolutionnaire National pour le
Développement), che controllava ogni aspetto della vita
rwandese garantendo quella tranquillità necessaria per
permettere anche un certo sviluppo economico, anche se la sua
economia rimaneva essenzialmente agricola, facendo soprattutto
affidamento su beni d’esportazione come il caffè e il
the e sugli aiuti internazionali. Il paese rimaneva sempre tra i più
poveri al mondo, ma gli fu garantito un certo grado di sviluppo
economico che determinò anche un miglioramento di servizi
pubblici quali l’istruzione e il sistema sanitario.
Dalla metà degli anni Ottanta però una serie di fattori
contribuirono all’aumento dell’insicurezza interna. La
carenza di terra fertile disponibile e l’aumento della
popolazione e delle sue esigenze alimentari, sommati alla crisi
mineraria, successiva alla chiusura nel 1985 di un’importante
miniera di stagno, al crollo dei prezzi del caffè sul mercato
internazionale, alle difficoltà del settore agricolo,
soprattutto nella coltivazione dei due prodotti principali, la
cassava e le patate dolci, non trovarono una risposta valida da parte
dello stato, sul quale pesavano anche le accuse di corruzione e mal
gestione della cosa pubblica, dovuta anche ad un’eccessiva
spesa militare. A queste difficoltà la comunità
internazionale rispose aumentando i fondi per gli aiuti allo sviluppo
al piccolo stato africano, fino all’accordo nel 1990 per il
piano di aggiustamento strutturale con Banca Mondiale e Fondo Monefbtario Internazionale.
Nella seconda metà degli anni Ottanta, quindi, la crisi
economica e la deriva autoritaria del governo causarono sempre forti
tensioni sociali che il regime stentava a controllare, soprattutto in
considerazione del sempre maggior peso assunto dalla sua fazione
estremista. Dal 1990, quindi, la situazione in Rwanda si complicò,
aggravata anche dalla tensione tra i vari gruppi sociali, dando vita
a nuovi episodi di violenza. Il governo di Kigali si trovò
quindi a essere minacciato dalla crisi economica e politica e,
contemporaneamente, a dover rispondere alle pressioni esercitate da
un nuovo nemico: il FPR – Fronte
Patriottico Rwandese. I profughi rwandesi,
soprattutto quelli in Uganda, iniziarono infatti a premere per
rientrare in patria. Il governo naturalmente non permise il loro
rientro, per certi versi esasperando gli animi dei rifugiati che si organizzarono in diverse organizzazioni, la più
famosa delle quali è appunto il FPR.
La prima grande offensiva militare del FPR contro il regime di
Habyarimana, per tornare in Rwanda, iniziò nell’ottobre
1990, ma dopo meno di un mese di combattimenti i miliziani del Fronte
furono sconfitti, ritirandosi in Uganda. Le cause della sconfitta
sono molteplici, la sottovalutazione da parte dei guerriglieri
dell'esercito rwandese, addestrato da belgi e francesi; la
convinzione, errata, che un attacco del FPR avrebbe causato la
ribellione contro il governo di Kigali; e, infine, gli aiuti della
comunità internazionale al presidente del Rwanda per
fronteggiare la crisi.
Le conseguenze dell'incursione, invece, furono essenzialmente tre:
una nuova ondata di violenze sulla popolazione tutsi presente in
Rwanda, l'accusa all'Uganda di aiutare i ribelli e il cambio di
strategia del Fronte stesso. Il FPR venne quindi riorganizzato e il
comando fu affidato a Paul Kagame che già aveva combattuto al fianco del presidente
ugandese Museveni.
Il nuovo comandante cambiò tattica e iniziò una lunga
guerriglia di logoramento per conquistare una porzione di territorio
da poter usare come base per i successivi assalti militari. Per
conquistare il Rwanda venne deciso di affiancare all'aspetto militare
anche quello propagandistico, in modo da indebolire la struttura
politica all'interno del paese, e cercare di guadagnare simpatie
all'esterno. Fu così che dopo appena un anno venne condotta
un'azione con lo scopo di prendere le città di Ruhengeri e
Byumba, futuro quartiere generale del movimento. Il primo obiettivo,
quello di ottenere una porzione di territorio, venne, quindi,
raggiunto in meno di due anni.
Nonostante gli aiuti esterni avuti dal governo rwandese, la
situazione del paese non migliorò, né economicamente né
politicamente. All’aumento delle violenze, conseguenza anche
del tentativo di invasione del FPR, la comunità internazionale
non rispose tagliando i fondi ma chiedendo che venissero concesse
delle aperture democratiche, come il sostegno al sistema giudiziario
e alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e la
liberalizzazione della stampa. La svolta si ebbe soprattutto nel
giugno 1990 con il summit Franco-Africano a La Baule, dove il
presidente Mitterrand annunciò che la Francia avrebbe
accordato aiuti solo agli stati africani che avessero avviato un
reale processo di democratizzazione.
Le pressioni interne ed esterne per un’apertura democratica del
regime di Habyarimana portarono, nel 1990, alla dichiarazione da
parte de Presidente che annunciava l’abolizione del sistema a
partito unico, ufficializzata poi dall’adozione della nuova
costituzione nella primavera del 1991. Nonostante questi passi, i
rapporti politici all’interno del paese rimasero tesi,
soprattutto tra il partito di governo e i neonati partiti
d’opposizione, facendo capire al Presidente che non sarebbe
stato semplice formare una coalizione politica d’impronta hutu
per combattere in modo effettivo il FPR. La conseguenza
dell’inasprirsi dei rapporti all’interno della scena
politica fu l’acutizzarsi di metodi violenti da parte del
governo contro chiunque gli si opponesse.
Nei primi anni Novanta il governo rwandese doveva quindi fronteggiare
diversi problemi: l’opposizione interna, il tentativo del FPR
di conquistare il paese, la crisi economica, e la questione degli
sfollati e dei rifugiati, il cui numero era in costante crescita.
Tutti questi fattori determinarono l’atteggiamento ostile del
Presidente nei confronti dei numerosi tentativi di mediazione
internazionale, soprattutto per paura che il suo partito perdesse
potere a favore delle nuove forze. Nonostante il suo tentativo di
resistere, dovette accettare di negoziare con i suoi nemici, primo
fra tutti il FPR, con cui vennero firmati diversi cessate il fuoco,
il primo dei quali nell’ottobre del 1990. Il vero processo di
pace iniziò, però, solo nell’agosto 1992, con
l’inaugurazione delle negoziazioni di Arusha, Tanzania, che
terminarono con il Protocollo omonimo che venne emanato un anno
dopo.
L’accettazione dei protocolli di Arusha da parte del
Presidente, e la loro mancata applicazione, anziché aiutare il
processo di pace fornirono indirettamente un’arma ai gruppi
estremisti presenti all’interno del governo. Questi ultimi,
infatti, per paura che le aperture decise ad Arusha determinassero la
loro perdita del potere iniziarono ad organizzare una controffensiva.
Le divisioni all’interno del governo (ma anche
dell’opposizione) si fecero sempre più evidenti, fino
alla creazione di due correnti trasversali ai diversi partiti
politici, una più estremista a favore di una soluzione
definitiva del problema che garantisse il mantenimento del potere
nelle mani dell’elite hutu, e una seconda composta da forze
moderate e pronta al dialogo con i diversi gruppi per la costituzione
di un governo di coalizione che avrebbe dovuto guidare il Rwanda alle
prime elezioni democratiche.
La presunta apertura democratica e i negoziati di Arusha quindi non
furono vissuti come un miglioramento delle condizioni del paese. Il
malcontento era diffuso, anche perché il Presidente aveva
accettato il FPR come interlocutore, in qualche modo legittimandolo
come parte attiva nella vita rwandese. Questo fatto venne visto da
molti come un tradimento da parte sua, tanto che Habyarimana perdette
parte degli appoggi che gli avevano permesso di mantenere il potere,
e venne vissuto inoltre come il primo passo per la tanto temuta
invasione tutsi che venne utilizzata dalle frange più
estremiste del governo di Kigali per dare il via alla preparazione
per la soluzione definitiva del problema. Dal 1990 erano in atto dei
piani per permettere al Rwanda di difendersi dall’invasione del
FPR, vista da molti come il tentativo tutsi di riconquistare il
paese. Venne messa a punto una vera e propria strategia di autodifesa
della popolazione che, nella mente degli organizzatori, doveva essere
coinvolta il più possibile per difendere il Rwanda nel momento in cui i batutsi avessero deciso
di portare avanti l’attacco finale.
Bisognava quindi identificare il nemico, compilando delle liste di
nomi, e organizzare le milizie per la difesa, addestrando parte della
popolazione e distribuendo nuove armi.
La
situazione precipitò nella primavera del 1994. La sera del 6
aprile l’aereo su cui viaggiavano il presidente Habyarimana e
Cyprien Ntaryamira, presidente del Burundi, più altre
personalità rwandesi e burundesi, venne abbattuto sul cielo di
Kigali, dando il via ai massacri.
Tre mesi dopo quella notte si contavano circa 800.000 morti e diversi
milioni di rwandesi risultavano rifugiati o sfollati. Militarmente,
il genocidio terminò con la vittoria del FPR che, anche grazie
all’intervento internazionale, ancora oggi gestisce il potere
in Rwanda.
La
reazione della comunità internazionale: le Nazioni Unite e le
grandi potenze
Durante le prime settimane, il genocidio in corso in Rwanda venne per
lo più ignorato dalla comunità internazionale. Anche le
Nazioni Unite non intervennero in modo deciso e, anzi, si trovarono a
dover affrontare il ritiro delle truppe belghe, in seguito
all’uccisione di 10 soldati assegnati alla protezione del Primo
Ministro Agathe Uwilingiymana, e alla richiesta da parte di molti
stati membri di proteggere prima di tutto le vite dei peacekeepers.
Il 21 aprile, con la risoluzione 912 del Consiglio di Sicurezza, il
contingente ONU venne quindi ridotto a 270 elementi con il compito di
agire come intermediari tra le parti, nel tentativo di raggiungere un
accordo per un cessate-il-fuoco, assistere nelle operazioni
umanitarie, e monitorare gli sviluppi della situazione compresa la
sicurezza dei civili sotto la loro protezione.
Le Nazioni Unite continuarono la loro attività diplomatica e
il 17 maggio 1994, con la risoluzione 918 del Consiglio di Sicurezza,
venne deciso di rivedere, ampliandolo, il mandato dell'UNAMIR
– Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per il Rwanda, in modo da consentire la protezione di rifugiati e civili,
la creazione di aree umanitarie, la protezione delle operazioni di
sostegno, l'aumento del contingente, e l’imposizione di un
embargo sulla vendita d'armi. L’UNAMIR II però venne
autorizzata con notevole ritardo e il suo pieno dispiegamento non era
previsto prima di luglio. Per questo motivo il Consiglio di Sicurezza
si disse disponibile ad accettare l’offerta francese di
organizzare una missione militare internazionale per proteggere i
civili e gli sfollati dal conflitto in corso.
Il Consiglio di Sicurezza dette l’autorizzazione agli Stati
membri di condurre le operazioni necessarie per raggiungere gli
obiettivi stabiliti il 22 giugno con la risoluzione 929. La Francia
chiese quindi aiuto all’Unione Europea Occidentale e poi si
rivolse ai singoli stati, ricevendo però una serie di rifiuti
all’intervento armato, decidendo quindi l’intervento da
sola. L'operazione Turquoise, iniziata il 23 giugno e
terminata il 21 agosto,
servì per la creazione di una zona umanitaria sicura nel
triangolo costituito tra le città di
Cyangugu-Kibuye-Gikongoro, nel Rwanda sud-occidentale, da un'idea
della Santa Sede del 2 giugno, che per questo si rivolse alle Nazioni
Unite in modo da costituire un’area protetta per i superstiti.
Il successo sul campo della missione francese fu però
parzialmente oscurato dalle motivazioni ambigue che spinsero il paese
europeo ad intervenire. Il governo di Parigi era, infatti, uno dei
maggiori alleati del Rwanda di Habyarimana, e da molti considerato un
complice indiretto dei genocidiari.
Se da un lato, è stata indubbia l’utilità della
missione francese per mettere in salvo molti superstiti, dall’altro
lato la zona di sicurezza è stata pure utilizzata da molti
esponenti del governo di Kigali come corridoio per poter lasciare
indisturbati il paese, nel tentativo di sfuggire alle possibili
rappresaglie del Fronte o alle accuse di genocidio.
Al di là delle motivazioni c’è da riconoscere,
però, che la Francia fu l’unico paese che intervenne
militarmente in Rwanda. Gli altri interventi, infatti, quando ci
furono, si limitarono a misure di soccorso, soprattutto nel tentativo
di alleviare la condizione delle centinaia di migliaia di rifugiati
nell’ex Zaire e in Tanzania. Una delle operazioni più
note è la statunitense Support Hope che, dal 24 luglio al 31
agosto 1994, fornì parte del materiale necessario per
potabilizzare l’acqua per i campi di rifugiati, facilitò
i ponti aerei per l’invio di aiuti umanitari e fornì la
logistica per le operazioni di soccorso. Il grande limite di tale
operazione, come di molte altre, fu di non tenere conto di una delle
esigenze fondamentali di molti campi per i rifugiati e di molti degli
assistenti umanitari presenti in Rwanda in quei mesi, ossia la
necessità di operare in stato di sicurezza. Nessuna grande
potenza, infatti, inviò sul campo gli uomini necessari per
mettere in sicurezza il paese.
In campo africano lo stato che fu maggiormente coinvolto nel
genocidio fu l’ex Zaire, attuale Repubblica Democratica del
Congo. Il paese, governato dal 1965 da Mobutu Sese Seko, dopo diversi
anni di fedele alleanza con il blocco occidentale, con la fine della
guerra fredda si trovò diplomaticamente abbastanza isolato, a
causa della politica autoritaria del suo Presidente. Tale condizione
mutò con l’acuirsi della crisi rwandese e, soprattutto,
con la sua conclusione che vedeva coinvolto uno dei suoi massimi
alleati, la Francia. Mobutu, infatti, non si fece trovare impreparato
dalla crisi e la sfruttò per poter dimostrare la sua fedeltà
all’alleato europeo, offrendo le sue truppe nella regione del
Kivu, al confine tra Zaire e Rwanda, nel tentativo di aiutare la
missione francese. Gli obiettivi del Presidente erano diversi: Mobutu
mirava soprattutto a riprendere il controllo della regione orientale,
da sempre teatro di periodiche crisi e richieste di autonomia o
indipendenza. Ma il fattore che più di tutti portò lo
Zaire ad essere coinvolto nella crisi fu il pericolo costituito
dall’afflusso all’interno del proprio territorio di
centinaia di migliaia di rifugiati che, nonostante i ripetuti
tentativi dell’esercito di Mobutu di rimpatriarli, restarono
nei campi dell’ex Zaire.
La
crisi dei rifugiati e la diffusione del conflitto nella regione
A causa delle periodiche crisi e attacchi contro la minoranza tutsi,
il Rwanda ha avuto, già da prima dell’indipendenza,
parte della propria popolazione all’estero, con lo status più
o meno ufficiale di rifugiato. Tale problema però assunse
proporzioni inimmaginabili nel 1994, quando a causa della guerra
civile e del genocidio, circa due milioni di persone lasciarono il
paese per rifugiarsi nei paesi vicini,
molti dei quali nella zona di Goma, in Zaire. I rifugiati del 1994 si
possono dividere in due gruppi: quelli che lasciarono il Rwanda
all'inizio dei combattimenti e quelli che lasciarono il paese
d'estate, alla fine della guerra vera e propria. Il primo gruppo era,
infatti, composto sostanzialmente da batutsi e oppositori al regime
che scapparono per sfuggire al genocidio; mentre del secondo facevano
parte civili bahutu, che scapparono per paura dei soldati del Fronte
Patriottico, e coloro che avevano partecipato attivamente al
genocidio, quindi soldati e anche alti ufficiali e politici.
Contemporaneamente alla fuga dei bahutu ci fu il rientro di circa
700.000 rifugiati tutsi, che andarono ad occupare le case lasciate
dai bahutu o si rifugiarono nei campi profughi allestiti in diverse
zone del paese. Un altro problema derivante dagli scontri e dalla
distruzione di moltissime case, fu quello degli sfollati. In base ai
dati raccolti dall'Alto Commissariato dell'ONU per i Rifugiati
(UNHCR) i rwandesi costretti a lasciare le loro case, ma che rimasero
in Rwanda, furono circa 500.000 anche se il numero potrebbe essere
molto più elevato considerato che prima che il FPR avanzasse,
gli sfollati erano circa 1,2-1,5 milioni, molti dei quali si
rifugiarono all'estero.
Il problema dei rifugiati non era però l’unico che il
Rwanda con l’aiuto della comunità internazionale si
trovò a dover risolvere. C’era da ricostruire il paese,
politicamente, fisicamente ma anche socialmente. Considerato il
numero delle vittime, degli sfollati, dei rifugiati e di coloro che
materialmente compierono i massacri, gran parte della popolazione
risultava essere coinvolta direttamente nel genocidio, come vittima o
carnefice. Uno dei primi passi fu quindi quello di garantire che la
giustizia potesse fare il suo corso. Il sistema giudiziario nazionale
era completamente da ricostruire, le condizioni delle carceri erano
disastrose ed era essenziale cercare di garantire un clima di
sicurezza e giustizia nel paese. All’inizio del 1995 divenne
operativa la Human Rights Field Operation in Rwanda – HRFOR,
con il compito tra gli altri di investigare sul genocidio e le
violazioni dei diritti umani e dare vita ad una serie di programmi
per la ricostruzione del paese, compreso il sistema giudiziario.
Proprio il bisogno di indagare i fatti e punire i colpevoli spinsero
alla creazione di due differenti corti di giustizia, da affiancare al
sistema giuridico nazionale, il Tribunale Penale Internazionale per
il Rwanda e le gacaca, le cosiddette corti tradizionali popolari.
Per la sua natura internazionale, data dalla necessità di
superare un confine tra stati, il problema dei rifugiati assunse ben
presto un carattere regionale, determinando una gravissima crisi
della Regione dei Grandi Laghi. Gli stati maggiormente coinvolti furono lo Zaire, la
Tanzania, l’Uganda e il Burundi. Il primo soprattutto vide la
propria storia fortemente influenzata dalla crisi. Nel 1994,
all’arrivo della maggioranza dei rwandesi, il paese non era
pronto ad accogliere un tale numero di rifugiati. L’Alto
Commissariato dell’ONU per i Rifugiati, con l’aiuto di
diverse organizzazioni internazionali, creò diversi campi
nello Zaire orientale dove pare fossero ospitati più di un
milione di rwandesi.
Si trattava di civili che scappavano da massacri, ma anche di
militari e esponenti del mondo politico che lasciavano il paese a
causa della sconfitta sul campo. In base alle stime riportate dalle
Nazioni Unite, alla fine del genocidio pare che fossero presenti in
Zaire 230 leader politici rwandesi, 50.000 membri dello staff dell’ex
governo e più di 10.000 miliziani armati. Furono proprio
questi ultimi che in poco tempo riuscirono ad ‘impadronirsi’
dei campi, usandoli per riorganizzarsi e dare vita ad un movimento
ribelle contro il nuovo governo di Kigali, quello del FPR.
La
caduta di Mobutu e la nascita della Repubblica Democratica del Congo
La presenza nello Zaire orientale delle truppe di Mobutu e dei
rwandesi destabilizzarono definitivamente il paese, in crisi da
diversi anni e fortemente indebolito dalla politica neo-patrimoniale
del suo presidente. In trent’anni di governo, Mobutu aveva
ampiamente sfruttato le reti clientelari per mantenersi al potere e
le varie tensioni locali per impedire la formazione di un’opposizione
unita. Questi fattori interni, uniti alla sua politica
neo-patrimoniale, crearono le condizioni ottimali affinché la
destabilizzazione della regione orientale dello Zaire, determinata
dalla crisi rwandese, diventasse in poco tempo un vero e proprio
conflitto che aiuterà la caduta dello stesso regime di Mobutu.
Tra i rwandesi che si rifugiarono in Zaire c’erano anche i
leader politici organizzatori del genocidio, un vero e proprio
governo rwandese in esilio che controllava una parte del territorio
zairese, e iniziarono ad attaccare i batutsi presenti in Zaire e a
combattere per destabilizzare il nuovo governo e riprendere il potere
in Rwanda. Gli attacchi contro i batutsi inizialmente si
concentrarono nel Nord Kivu, dove le milizie rwandesi, aiutate
dall’esercito dello Zaire, riuscirono ad avere la meglio,
costringendo la maggior parte dei batutsi a fuggire, molti dei quali
in Rwanda. Dal Nord poi si spostarono nel Sud Kivu, dove però
le cose andarono diversamente, perché i batutsi riuscirono a
trovare alleati e, quindi, resistere. I batutsi del Sud Kivu, che si
identificano come Banyamulenge, trovarono sostegno direttamente dal governo di Kigali e
dai ribelli zairiani di Laurent-Desiré
Kabila, che da anni combatteva contro Mobutu. Il
governo del FPR era, infatti, stanco dei continui attacchi che
partivano dai campi di rifugiati dello Zaire, e decise quindi di
aiutare la resistenza tutsi, ma soprattutto di attaccare i campi nel
tentativo di mettere in sicurezza il confine.
Nell’ottobre 1996 l’esercito rwandese entrò nel
Kivu con l’intento di neutralizzare i ribelli, facendo leva
sulla loro partecipazione al genocidio, in modo da non suscitare
grandi reazioni internazionali. Per la loro azione si avvalsero del
sostegno dell’Uganda, storico alleato del FPR, di alcuni
combattenti angolani, presenti nella regione dai tempi della guerra
in Katanga, e
dell’AFDL (Alliance of Democratic Forces for the Liberation of
Congo/Zaire), un’organizzazione ribelle nata dall’associazione
di quattro diversi movimenti, tra cui quello di Kabila, dando il via
alla prima Guerra del Congo. L’azione militare fu da subito
efficace, causando però il rientro obbligato e precipitoso in
Rwanda di molti rifugiati superstiti o la loro fuga verso le regioni
più interne dello Zaire;
ottenne però anche che il governo in esilio si ritirasse dalla
regione, ma, soprattutto, in pochi mesi gli alleati furono in grado
di rovesciare il regime di Mobutu, entrando a Kinshasa nel maggio
1997. La guerra, quindi, raggiunse il doppio scopo di spingere
lontano dal confine i ribelli rwandesi e di liberare lo Zaire dal suo
padrone. Il paese fu ribattezzato Repubblica Democratica del Congo
(RDC) e Kabila nominato presidente della repubblica.
Le
“guerre mondiali” africane e il collasso del Congo
Poco dopo aver spodestato Mobutu, Kabila dimostrò di non voler
dividere il potere, eliminando possibili concorrenti. Si trovò,
quindi, esposto a violente critiche da parte dell’opposizione
che iniziò ad attaccarlo per l’aiuto ricevuto dai
Banyamulenge e dalle forze straniere e, soprattutto, per gli
incarichi da loro rivestiti all’interno dell’entourage
del Presidente. Kabila decise, quindi, di affrancarsi dai batutsi,
prima iniziando una campagna contro di loro e poi allontanandoli da
tutte le cariche, arrivando alla richiesta di lasciare immediatamente
il paese. Il ‘tradimento’ di Kabila, sommato alla
continua minaccia dei ribelli hutu al confine, portò il Rwanda
a decidere di avviare una nuova campagna contro il Congo. Nell’agosto
1998 truppe rwandesi, aiutate dal solito alleato ugandese,
attaccarono il vicino che, invece, si rivolse allo Zimbabwe, alla
Namibia e all’Angola, dando vita alla Seconda Guerra del
Congo.
La tattica adottata da Rwandesi e Ugandesi era sempre la stessa,
aiutare i ribelli del Congo orientale, nel tentativo di rovesciare il
regime a Kinshasa. Anche le motivazioni erano sempre le stesse,
cercare di mettere in sicurezza il confine col Congo in modo da
eliminare il pericolo di incursioni ribelli in territorio rwandese e
ugandese. Le ragioni di Zimbabwe e Namibia erano, invece, legate alla
comune appartenenza al SADC (Southern African Development Community),
e alla volontà di difendere uno dei suoi membri, ma
soprattutto alla volontà di Mugabe di rivestire un ruolo di
leader regionale, offuscato da Mandela e dai due “uomini nuovi”
dei Grandi Laghi, Museveni e Kagame;
mentre l’Angola era preoccupata che un nuovo governo a Kinshasa
avrebbe permesso nuovi attacchi di ribelli angolani. Inoltre, contro
i Rwandesi erano ancora attivi sul campo di battaglia le milizie
Interahamwe, responsabili di molti dei crimini commessi durante il
genocidio. Aldilà delle motivazioni iniziali, comunque, nel
giro di poco tempo fu chiaro che tutti avevano una ragione comune:
riuscire a sfruttare parte delle immense ricchezze del Congo.
L’anno successivo, però, il fronte rwandese si spaccò.
Prima il gruppo dei ribelli banyamulenge del RCD (Rassemblement
Congolais Pour la Démocratie) si divise in due tronconi: il
RCD – Mouvement de Libération, appoggiato dall’Uganda,
e il RCD – Goma, sostenuto dal Rwanda. Successivamente i due
vecchi alleati arrivarono addirittura a scontrarsi militarmente a
Kisangani, per diverse ragioni tra cui interessi contrastanti nello
sfruttamento delle risorse congolesi e differenti visioni nelle
strategie militari da attuare nella guerra. Inoltre, un terzo gruppo
nacque, grazie all’aiuto ugandese, il MLC (Mouvement de
Libération du Congo).
Il
processo di pace regionale: successi e ambiguità
Gli sforzi diplomatici per far terminare le ostilità
risultarono negli Accordi di Lusaka del luglio 1999, firmati dai sei
stati africani coinvolti e successivamente dai 3 movimenti ribelli,
il MLC e i due RCD.
I punti principali degli Accordi erano il cessate-il-fuoco e il
dispiegamento di una missione delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto
garantire il buon fine del processo di pace. Nonostante le firme,
quasi nessuno voleva effettivamente la fine della guerra, nemmeno il
presidente Kabila, ancora legato ad una gestione non democratica del
potere. Il cessate-il-fuoco venne rispettato solo nella linea del
fronte ufficiale della guerra, ma nel Congo orientale le diverse
parti in gioco continuarono a confrontarsi. Intanto, nel febbraio
2000, le Nazioni Unite, con la Risoluzione 1291, autorizzarono
l’invio di 5.500 uomini, tra le altre cose per monitorare il
cessate-il-fuoco e facilitare le operazioni umanitarie, con mandato
d’agire sotto il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.
All’inizio del 2001, però, ci fu un nuovo cambio di
equilibri, in gennaio il presidente Laurent venne ucciso e il suo
posto venne occupato da uno dei suoi figli, Joseph, appena trentenne.
Il nuovo presidente sembrò da subito più interessato
del padre alla pace,
cercando di raggiungere degli accordi con tutte le parti in gioco.
Nel 2002 verranno, infatti, firmati diversi accordi di pace, uno a
luglio con il Rwanda, uno a settembre con l’Uganda e uno a
dicembre con i gruppi ribelli, con la promessa di creare un governo
allargato. Ma quello stesso anno nasce il FDLR (Forces Démocratique
du Libération du Rwanda), gruppo di ribelli hutu estremisti,
determinando un nuovo motivo di preoccupazione per il Rwanda e la
sicurezza del suo confine.
Nel 2003 iniziò la transizione, con l’approvazione di
una nuova costituzione e la nomina di un nuovo governo, in carica
fino alle elezioni, previste per il 2005. Anche i ribelli prestano
giuramento e la maggior parte si arruola nell’esercito
regolare, altri invece rifiutano, come per esempio il generale
Laurent Nkundaz. La calma è solo apparente e
in pochi mesi gli scontri con i ribelli riprendono, probabilmente
aiutati dal Rwanda che però nega ogni suo coinvolgimento.
Intanto nasce un nuovo gruppo ribelle per difendere i tutsi
congolesi, il CNDP (Congrès national pour la défense du
peuple), guidato proprio dal generale Nkunda.
Gli anni seguenti le vicende del Congo continuano seguendo
essenzialmente due binari: quello della ricostruzione dell’apparato
statuale e quello degli sviluppi altalenanti del conflitto. Dal punto
di vista della ricostruzione dello stato, Kabila continuò
sulla strada della redazione di una nuova costituzione, che verrà
promulgata nel febbraio 2006, pochi mesi prima delle prime libere
elezioni del Congo. Le elezioni, che si tennero in luglio con
ballottaggio a novembre, furono motivo di molte tensioni, arrivando,
in alcuni casi, allo scontro armato tra le fazioni dei due
contendenti, Kabila e Bemba. Alla fine, il vincitore, non a sorpresa, fu Joseph Kabila,
garantendo un minimo di continuità nella politica di
rifondazione dello stato.
Sul fronte bellico, invece, le sorti del paese sono state più
incerte. Se da un lato, infatti, continuarono gli scontri con i
ribelli, dall’altro lato, però, iniziarono a essere
riconosciute le responsabilità di alcuni stati, come per
esempio l’Uganda, riconosciuta colpevole, e condannata alla
compensazione, dal Tribunale Penale Internazionale di violazione dei
diritti e saccheggio delle risorse della Repubblica Democratica del
Congo dal 1998 al 2003. Nello stesso periodo, tra la fine del 2005 e
l’inizio del 2006, sono inoltre state presentate le prime
accuse ufficiali per l’utilizzo di bambini soldato. Ma gli
scontri, purtroppo, non si arrestarono, causando nuovi profughi e
nuove tensioni con gli stati vicini, soprattutto con l’Uganda
che accusava il vicino di dare asilo ai ribelli del Lord’s
Resistance Army.
Ma fu soprattutto il nuovo gruppo ribelle a creare tensioni,
soprattutto con i soldati della MONUC, in dicembre 2006, infatti, in
nord Kivu si scontrano le forze UN con quelle del rinnegato generale
Nkunda, costringendo alla fuga 50.000 persone. La situazione in Congo
orientale continuò a deteriorarsi, causando una sempre
maggiore instabilità della regione, peggiorata anche da una
nuova epidemia di ebola e dal sempre più grande numero di
rifugiati. Gli scontri con i ribelli del CNDP si fecero sempre più
frequenti, fino all’apice raggiunto, forse, tra l’estate
e l’autunno del 2008, quando l’azione di Nkunda si fece
sempre più efficace, tanto che la DRC accusò il Rwanda
di aiutare il generale ribelle, fatto però sempre negato dal
piccolo vicino, che, in un gesto dimostrativo, consegnò il
generale alla giustizia, forse decidendo, in una sorta di gesto di realpolitik, di sacrificare un combattente irregolare per
salvare i rapporti regionali e il ruolo di possibile ago della
bilancia.
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www.un.org/en/peacekeeping/missions/past/unamir.htm.
| How to cite this article : Isabella Soi,
Il genocidio in Rwanda.
Da guerra civile a guerra regionale, «Storicamente», 6 (2010), art. #25,
DOI 10.1473/stor88 http://www.storicamente.org/04_comunicare/soi_genocidio_rwanda_1994.htm |
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