| Nicola
Antolini
Slavi e Latini in Istria tra cinquecento
e novecento: origini storiche e problemi
del contesto multietnico istriano |
Gli Slavi in Istria:
scorrerie o invasioni? Il problema delle
origini
Una delle caratteristiche
principali delle opere della storiografia
istriana del primo ’900, consiste
nel tentativo di presentare la componente
slava della regione come minoritaria e marginale.
Da un lato si assiste alla negazione della
presenza slava in Istria
prima dell’avvento di Venezia, che
ne avrebbe favorito e permesso l’accesso
per rivitalizzare un tessuto rurale sfibrato
e per rispondere alle esigenze produttive
del mercato locale; dall’altro, si
registra il tentativo di presentare l’immigrazione
slava come un ripiego, dopo che alcuni tentativi
di stabilire sul territorio istriano gruppi
di coloni italiani fallirono per le difficili
condizioni del territorio e per la diffusione
della malaria.
Una trattazione articolata dell’argomento
la si può trovare nell’opera
di Bernardo Benussi Nel Medioevo.
Obiettivo principale dello storico era quello
di negare il passaggio dei Croati in Istria
dalla Dalmazia e di confutare le tesi di
quegli storici, soprattutto tedeschi, che
volevano gli Slavi stanziati nella regione
già a partire dal VI secolo, in seguito
alle invasioni
e scorrerie dei Longobardi e degli Avari
[1].
De Franceschi, riguardo alla storia delle
migrazioni in Istria, lamentava che fosse
«tuttogiorno riguardo ai tempi più
remoti coperta di velo» [2]. La mancanza di dati certi e chiari
serviva all’autore per negare la presenza
di Slavi in Istria prima dell’anno
1006, quando alcuni coloni vennero «trasportati»
nell’entroterra dalla Dalmazia in
seguito ad una epidemia di peste che aveva
colpito Albona. Solo a partire dal 1300
il ripopolamento sarebbe divenuto una realtà,
a causa dell’interessamento di Venezia.
Alla luce della recente storiografia, l’intento
degli studiosi citati appare chiaro: l’Istria,
tra la fine dell’800 e l’inizio
del ’900, divenne teatro di un acceso
scontro politico e culturale di marca nazionalistica;
Slavi ed Italiani cominciarono a contendersi
possesso e paternità della regione
e, inserite in questo contesto, le teorie
degli storici assumono la forma di un tentativo
consapevole di fondare storicamente l’origine
etnica e l’essenza nazionale dell’Istria,
presentando gli insediamenti dell’“altro”
come un fattore determinato dalla volontà
e dalla concessione dell’“uno”:
la presenza del gruppo etnico slavo come
risposta ad uno stimolo e ad una serie di
esigenze materiali del ceppo latino. Le
argomentazioni utilizzate dagli storici
per fondare il loro punto di vista erano
essenzialmente tre:
1) la mancanza di prove e
dati certi sulla permanenza di abitanti
slavi nella penisola successivamente alle
incursioni ed invasioni di cui si resero
protagonisti tra il VI e VII secolo, a seguito
dei Longobardi e degli Avari, o degli sconfinamenti,
che pure vi furono, da parte dei Croati
della Dalmazia e del Quarnaro;
2) il testo di un antico documento
politico-legale, il Placito
del Risano, interpretato dagli storici
tradizionali come prova della cacciata degli
Slavi stanziati nella regione in seguito
al ritiro delle autorità carolingie;
3) il ruolo politico svolto
da Venezia nell’organizzare l’immigrazione
slava nella regione a partire dal Trecento.
L’idea che la presenza
slava in Istria sia frutto di una concessione
è stata recentemente messa in discussione
e in buona parte smentita sulla base di
argomentazioni storiche, induzioni, e scavi
archeologici.
Lo storico Sima Cirkovic, ad esempio, avvertendo
che le ondate migratorie slave anteriori
al X secolo sono meno note di altri fenomeni
sociali, a causa del fatto che si trattava
di un popolo privo di strutture statali
e di scrittura, fa risalire i primi insediamenti
croati in Dalmazia ad un periodo anteriore
al VII secolo. Contestualmente, vi sarebbero
stati insediamenti anche a nord dell’Istria,
nell’attuale entroterra sloveno ed
austriaco, «ai piedi delle Alpi, sui
confini della pianura friulana, sulla costa
adriatica a sud dell’Istria, dove
è il limite naturale della penisola
balcanica». Un confine, sostiene lo
storico, «che gli Slavi avrebbero
poi varcato, andando a popolare i territori
orientali del bacino adriatico». Gli
Sloveni ed i Croati, dunque, vengono indicati
come gruppi etnici integrati nel vasto contesto
del Mediterraneo fin dal Medioevo. Si trattò
di un movimento migratorio non omogeneo,
che diede luogo ad un’occupazione
poco uniforme del territorio. Una colonizzazione
discontinua, cui parteciparono altri gruppi
etnici con cui gli Slavi, parzialmente,
si fusero. Queste caratteristiche resero
il fenomeno meno riconoscibile, o meno evidente:
solo una recente stagione di scavi archeologici
avrebbe permesso di ricostruirne in parte
gli spazi e le forme [3]. Importanti mutamenti
politici e sociali sarebbero poi intervenuti
ad intensificare e stabilizzare le relazioni
tra gli Slavi e le popolazioni circostanti.
Immigrazione e insediamento:
la colonizzazione
Venezia e lo spopolamento
dell’Istria
Un forte impulso all’immigrazione
slava dalla Dalmazia e dai Balcani in Istria,
venne da Venezia.
Una serie di decisioni politiche fecero
da prologo alla colonizzazione e accompagnarono
le ondate migratorie dirette alla regione,
particolarmente intense dalla metà
del ’500 alla metà del secolo
successivo.
Nel 1349, le autorità venete decisero
che, per le terre circostanti Capodistria,
sarebbe stato necessario nominare un «Capitaneous
Sclavorum», con il compito di «vegliare
e tutelare gli Slavi del distretto»[4]. Si trattava di una delle prime
misure adottate da Venezia in merito, ma
non sono chiare le funzioni dell’ufficiale,
né è chiaro se si trattasse
di gruppi stanziati in Istria per effetto
della politica veneta, o per ragioni diverse.
È possibile che si trattasse di gruppi
già presenti sul territorio, per
effetto dei fenomeni migratori di origine
feudale, o legati ai rapporti commerciali
tra Capodistria ed il suo entroterra.
Tra il XIV ed il XVI Secolo, Venezia avrebbe
deliberato una serie di concessioni per
chi avesse voluto trasferirsi in Istria
per coltivare la terra: Le concessioni,
prevedevano la possibilità di trasferirsi
in campagna o nei pressi delle città,
ed una serie di esenzioni fiscali per chi
avesse deciso di occupare appezzamenti di
terreno per metterli a coltura. In fatto
di immigrazione, sostiene lo storico F.C.
Lane, Venezia aveva una lunga consuetudine,
che derivava dall’abitudine di integrare
il proprio tessuto sociale ed economico
con gli elementi produttivi di cui sentiva
maggiormente bisogno [5]: una mentalità che, trasferita
al contesto istriano, avrebbe cercato di
favorire in ogni modo l’inserimento
di nuovi elementi nel mondo rurale, maggiormente
bisognoso di essere integrato poiché
maggiormente spopolato, soprattutto a Sud.
Nel 1556 venne istituito il Magistrato per
i Beni Inculti, che si sarebbe preoccupato
della distribuzione delle terre tra i coloni
e delle priorità in fatto di aree
di mettere a coltura. In seguito ad una
serie di controversie e di conflitti, nel
1579 venne creata la carica di Provveditore
dell’Istria, che aveva facoltà
di distribuire le terre e di giudicare le
controversie che potevano insorgere tra
i nuovi abitatori delle campagne istriane,
o tra questi e i vecchi abitanti.
Nel 1592 le competenze del Provveditore
passarono al capitano di Raspo, ufficiale
veneto che, a differenza dei primi due,
risiedeva sul territorio.
I benefici fiscali erano significativi:
per cinque anni era concessa ai coloni l’esenzione
da ogni tributo; inoltre, Venezia concedeva
crediti per l’acquisto di bestiame,
sementi, e per la ristrutturazione delle
dimore. I crediti sarebbero stati recuperati
solo raramente, per le difficili condizioni
del contesto e per le grandissime capacità
elusive dei nuovi arrivati.
Un’accelerazione al fenomeno venne
determinata dall’espansione turca
nei Balcani, che causò la fuga di
diversi nuclei famigliari dalla regione.
Venezia reagì all’imprevisto
tentando di trasformare l’Istria in
un rifugio per le popolazioni minacciate:
la ricerca di coloni da parte di Venezia
fece da premessa e da incoraggiamento al
trasferimento di contadini e famiglie in
cerca di un luogo sicuro in cui risiedere
e di terra da coltivare [6].
Per quanto riguarda la precedenza che Venezia
avrebbe dato ai coloni italiani, basti dire
che uno dei primi insediamenti di Toscani
si ebbe solo nel 1304, prima della fase
di colonizzazione vera e propria (fine XIV
sec.), ma successiva ad altre immigrazioni
slave, documentate e certamente avvallate
dalle autorità e dalle comunità
locali.
Risulta evidente, da queste valutazioni,
la presenza stabile dell’elemento
slavo in Istria fin dall’Alto Medioevo.
Una presenza costante ed integrata nell’economia
del territorio, anche se in una posizione
subalterna rispetto agli abitanti latini
della regione, tradizionalmente detentori
della proprietà e delle posizioni
comportanti benefici e privilegi.
Le caratteristiche della
colonizzazione
La colonizzazione vera e propria
ebbe inizio a partire dalla fine del XIV,
sotto l’impulso politico e organizzativo
di Venezia. Il fenomeno migratorio era però
cominciato da prima, anche se in maniera
meno intensa e più spontanea.
Schematizzando, si possono individuare due
diverse fasi attraverso le quali l’immigrazione
finì per affermarsi come componente
fondamentale della storia istriana:
1) la prima, tra la fine del
XII e l’inizio del XVI secolo, durante
la quale le autorità incoraggiarono
e favorirono gli insediamenti, senza assumere
un ruolo diretto nel gestire i flussi migratori
e fornendo aiuti economici ai nuovi arrivati.
In questa fase si registrò un afflusso
moderato e spontaneo, dapprima di contadini
e commercianti sloveni provenienti dalle
terre circostanti e, a partire dal 1399,
di profughi bosniaci e balcanici, in fuga
dalle zone interessate all’avanzata
turca;
2) la seconda fase ebbe inizio
nel XVI secolo ed ebbe due caratteristiche
fondamentali: l’intensità del
flusso, con un numero di insediamenti sempre
crescente, dovuto ancora una volta all’espansionismo
della potenza turca ed il forte dirigismo
da parte di Venezia, che tentava di razionalizzare
gli insediamenti in base alle proprie esigenze.
Ingenti spese furono effettuate da Venezia
per organizzare convogli che permettessero
lo spostamento dei coloni dall’entroterra
e dalle coste slave alle campagne dell’Istria.
Il capitanato di Raspo divenne una sorta
di quartiere generale per l’immigrazione,
gestendo direttamente parte dei fondi che
arrivavano da Venezia [7]. L’incidenza della guerra
contro le potenze della Lega di Cambrai
e delle epidemie di peste sulla popolazione
dell’Istria giocarono probabilmente
un ruolo nel determinare fasi di accelerazione
del processo.
Molti degli insediamenti avvenuti tra ’300
e ’700 sono stati documentati, ma
è probabile che si tratti di dati
parziali. È verosimile, e a volte
documentato dalle fonti, che le singole
comunità di coloni venissero integrate
successivamente da gruppi di famigliari
determinati al ricongiungimento, o alla
mera fuga dalle zone di origine. Non sempre
questi innesti erano accompagnati dalla
documentazione che invece accompagnava la
creazione di una nuova comunità o
il ripopolamento di una valle deserta.
Nonostante l’incompletezza delle fonti,
è possibile richiamare alcune delle
caratteristiche di fondo dell’immigrazione
slava, per cercare di comprenderne l’incidenza
sul contesto demografico e per capire le
ragioni e l’organizzazione strutturale
della politica veneta finalizzata agli insediamenti:
1) continuità:
tra il 1400 ed il 1670, le immigrazioni
sul territorio istriano furono costanti
e continue, con brevi interruzioni all’inizio
del ’500 e nella prima metà
del secolo successivo, a causa delle guerre
e delle epidemie di peste. Tra il 1500 ed
il 1520, l’Istria aveva sofferto per
la guerra contro la Lega di Cambrai, ma
anche a causa di una serie di incursioni
da parte di equipaggi turchi, che può
darsi avessero inibito l’insediamento
nella regione da parte di popolazioni che
stavano cercando di fuggire proprio da quel
pericolo. L’inizio del ’600
segnò un altro momento di crisi e
di rallentamento del flusso migratorio a
causa della guerra degli Uscocchi e della
pestilenza del 1631. Tra il 1540 ed il 1615
il ritmo degli insediamenti fu particolarmente
intenso;
2) modalità
e organizzazione degli insediamenti:
le ragioni e le esigenze di Venezia influirono
molto sulla qualità e sul carattere
degli insediamenti slavi. La Repubblica
voleva dare riparo ai fuggitivi dei propri
territori dalmati, ripopolare e mettere
a coltura le terre dell’Istria e garantire
la sicurezza delle città e delle
strade che ne determinavano l’accesso,
attraverso la creazione di assembramenti
che potessero fare da cuscinetto nel caso
di incursioni nemiche. Nel contempo, aveva
necessità di governare gli insediamenti
e di regolare i possibili conflitti tra
gli abitanti della regione. A tale fine
istituì una serie di norme e di soggetti
istituzionali che finirono per influire
in modo determinante sul carattere delle
comunità dei coloni, ma anche sul
complesso delle strutture economiche e sociali
della regione: i coloni dovevano aggregarsi
in insediamenti, occupare villaggi, o porzioni
di abitati; essi non potevano scegliere
autonomamente la loro destinazione e non
potevano stabilirsi in proprietà
isolate; all’interno di ogni insediamento
doveva essere scelto un rappresentante che
facesse da riferimento per le autorità
e che garantisse l’ordine nella comunità;
l’organizzazione dei villaggi era
integrata dall’autorità del
capitano di Raspo, che distribuiva le terre
e giudicava delle controversie nate in seno
alle comunità. Ai gruppi di coloni
venivano concesse terre, abitazioni, e forme
di organizzazione autonoma: i rappresentanti,
gli “zuppani”, erano scelti
dalle collettività, attraverso assemblee
cui partecipavano tutti gli abitanti. Si
trattava di una forma organizzativa tipica
della civiltà slava [8], riconosciuta dalle autorità
e dagli statuti cittadini, in quanto funzionale
alle esigenze locali ed al mantenimento
dell’ordine. Le comunità erano
facilmente individuabili e visibili. Gli
Slavi si rapportavano al contesto in quanto
soggetto economico ed in ragione della loro
appartenenza ad una collettività
funzionale al contesto. Tale modalità
di organizzazione degli insediamenti, venne
certamente ad incidere sulle relazioni inter-etniche
del territorio istriano. Agli Slavi venivano
concessi diritti ed agevolazioni, ma le
comunità di coloni erano tenute separate
dalle altre comunità presenti sul
territorio: lo spazio fisico, ma anche la
cultura organizzativa, la struttura sociale
e lo spazio giuridico erano diversi. Così
come le funzioni economiche: l’immigrazione
slava era legata al lavoro nei campi, mentre
il ceppo etnico latino era legato alle città,
all’attività mercantile, alla
navigazione, alla produzione del sale e
al possesso della terra. Due realtà
separate, ma integrate sotto il profilo
economico, per quanto in posizioni diverse
relativamente alla distribuzione della proprietà
e dei privilegi [9];
3) le etnie slave
e la prevalenza dell’elemento “morlacco”:
le diverse cause e modalità di immigrazione
degli Slavi in Istria nelle diverse epoche
avevano dato vita ad un quadro composito,
all’interno del quale erano presenti
diverse nazioni slave, con i loro usi, costumi
e abitudini di vita materiale. Vi erano
Sloveni, Croati, e gruppi arrivati nella
regione a seguito dell’espansione
turca in Grecia e nei Balcani, la cui immigrazione
era stata accelerata dall’azione di
Venezia: Albanesi, Rumeni, Serbi e Croati,
Greci e Morlacchi. Su chi fossero effettivamente
i Morlacchi, il dibattito storiografico
sembra ancora aperto: Ivetic sostiene che
per quanto riguarda l’Istria, il termine
sarebbe stato usato impropriamente per indicare
tutti i gruppi immigrati dall’entroterra
dalmata e balcanico, mentre la storiografia
serba insisterebbe molto sul fatto che il
termine “morlacco” sarebbe da
riferirsi a gruppi di Serbi ortodossi originari
dei Balcani e dell’entroterra meridionale
della Dalmazia, anche sulla base di antichi
documenti pontifici. In realtà, sostiene
lo storico, il termine sarebbe da riferirsi
a gruppi diversi, a seconda delle zone e
delle epoche in cui venne utilizzato. “Morlacco”
era certamente un gruppo autoctono di abitanti
della Bosnia e dei Balcani, “slavizzatosi”
fra il ’300 e il ’400. “Morlacchi”
erano anche i gruppi serbi stabilitisi in
Dalmazia durante il Medioevo. I Croati della
costa, intorno al ’400 e ’500,
chiamavano “Morlacchi” i Croati
dell’entroterra, tanto che il termine
aveva assunto il significato corrente di
“pastore”, a causa della prevalente
attività economica in seno a quelle
collettività. Insomma, da un punto
di vista etimologico e filologico, “morlacchi”
sarebbero sia Serbi, che Croati, che Bosniaci.
Da un punto di vista storico, i Morlacchi
dell’Istria sarebbero soprattutto
Croati, in base alla zona d’immigrazione
ed ai decenni in cui la colonizzazione assunse
un carattere determinante per la composizione
etnica della regione [10]. È possibile che la formazione
di una “Morlacchia
istriana”, cioè di una
regione in cui tale gruppo etnico veniva
concentrato dall’azione delle autorità
venete, abbia complicato ulteriormente le
cose: Morlacchi sarebbero divenuti molti
degli abitanti della regione, in base al
punto di osservazione degli abitanti latini
ed alla contiguità degli insediamenti,
anziché alle zone di origine. La
prevalenza della pastorizia nell’Istria
centrale e meridionale, porterebbe comunque
a sostanziare il punto di vista di Ivetic
[11]. I flussi migratori e l’effetto
combinato delle generalizzazioni, avrebbero
reso questo gruppo etnico prevalente in
tutta la regione;
4) il numero:
circa il numero di immigrati slavi insediatisi
nella regione durante i secoli, non esistono
dati certi. In epoche diverse, ci furono
certamente episodi di migrazione spontanea
e non documentata. Sulla base di alcuni
dati
certi ed alcuni indicatori, gli storici
concordano nel definire il fenomeno come
un fenomeno di massa, tale da determinare
una forte incidenza dell’etnia slava
nella regione. È comunque significativo
il fatto che, prima della colonizzazione
incoraggiata da Venezia, l’elemento
etnico slavo nella regione rappresentasse
una realtà marginale, tale da poter
essere minimizzato dalla storiografia nazionalista
italiana dell’inizio del ’900.
È valutazione degli storici che l’azione
di Venezia fu fondamentale: l’inversione
di tendenza, il passaggio da una fase di
staticità demografica ad una fase
di espansione, se pure lenta, si ebbe all’inizio
del ’600, dopo più di un secolo
e mezzo di stanziamenti. In base ai dati
disponibili, Ivetic arriva a sostenere che
gli insediamenti di Slavi avviati da Venezia
avessero, di fatto, già spostato
gli equilibri demografici a favore della
crescita nel corso del ’400 quando
gli effetti di una contingenza pesantissima,
determinata dalle guerre e dalle pestilenze
di inizio ’500, bloccarono il processo,
contribuendo a prolungare la lunga fase
di staticità e declino economico
che la regione cominciò a superare
a fatica nel Seicento [12];
5) la distribuzione
sul territorio: la distribuzione
delle comunità di coloni sul territorio
istriano interessò in misura diseguale
tutta la regione. Essa investì le
campagne e lasciò totalmente estranee
le città, tanto che alcuni podestà,
durante il XVIII secolo, proposero al senato
di aprire una nuova fase di mobilità
interna alla regione, favorendo lo spostamento
di artigiani e operai nelle città,
ma anche di contadini, i quali avrebbero
potuto facilmente essere istruiti alle arti
della pesca, della navigazione ed alla manifattura,
in modo tale da rendere vive e attive realtà
urbane che continuavano ad essere quasi
disabitate in un mondo che andava ripopolandosi
[13]. Alcune
zone vennero interessate in modo particolare
dalle fasi iniziali del fenomeno: il Piguentino
e Montona, innanzitutto, in funzione della
vicinanza alla sede del capitano di Raspo,
della necessità di difendere i centri
nevralgici del confine e di proteggere e
rendere produttivi i boschi che servivano
gli arsenali di Venezia. A Nord vennero
favorite le zone limitrofe a Pirano, Capodistria
e Parenzo, le maggiori città della
costa. La
parte maggiormente interessata nel lungo
periodo, fu l’Istria centro-meridionale,
che un tempo produceva abbondanti riserve
alimentari per tutta la regione e non solo.
La distribuzione dei nuovi abitanti sul
territorio si mantenne diseguale assumendo
proporzioni di rilievo in alcune zone mantenendosi
trascurabile in altre.
Al di là delle possibili valutazioni
e degli impatti nelle diverse aree sub-regionali,
è certo che si trattò di un
fenomeno imponente, di grande impatto sociale
e culturale.
L’aumento di popolazione nelle campagne
sembra testimoniare del successo, in termini
quantitativi, delle politiche venete tese
a favorire l’immigrazione e fondate
soprattutto sulla priorità della
redistribuzione delle terre incolte. Dal
punto di vista qualitativo, dello sviluppo
economico, i risultati raggiunti appaiono
più discutibili.
La componente slava delle comunità
di coloni fu un dato assolutamente prevalente
e ciò avrebbe finito per caratterizzare
in modo drammatico gli scontri politico
nazionalistici dell’inizio del ’900:
da questo punto di vista, il problema dell’integrazione
e della convivenza tra coloni e vecchi abitanti,
del sincretismo e della separazione tra
le comunità e le culture, appare
un tema particolarmente interessante e delicato,
con grandi implicazioni, anche in una prospettiva
storica più ampia, di natura politica
ed economica.
La società
dell’Istria moderna: Italiani e Slavi
tra integrazione e separazione
Egidio Ivetic, in una sua
ricerca degli anni Novanta, ha stabilito
che il 90% dei fatti di sangue riportati
nelle cronache e avvenuti tra 1660 ed il
1790, avevano avuto luogo all’interno
di ambienti etnicamente omogenei. In particolare,
molti degli scontri documentati ebbero luogo
in ambiente morlacco [14].
Come interpretare questo dato?
Si tratta di un elemento ambivalente: da
un lato sembrerebbe indicare, se non uno
stato di integrazione, almeno una situazione
di “buoni rapporti” tra Italiani
e Slavi, tra mondo urbano e mondo rurale,
interpretando la mancanza di conflitto come
indice di familiarità.
Ma esiste una seconda, possibile lettura,
che può contribuire a costruire un
quadro meno idilliaco e più inquietante:
l’assenza di conflitto trai due mondi,
può indicare un grado di separazione
e di mancanza di contatto? Un sintomo di
un rapporto formale e superficiale, basato
sull’integrazione economica delle
diverse comunità, ma carente di una
vera integrazione, in senso politico e sociale,
come noi la intendiamo oggi?
Lo storico, nella sua analisi, pone l’accento
sulle ragioni economiche dello scontro:
un conflitto sociale aspro, determinato
dalle condizioni materiali degli abitanti
delle campagne e dalla necessità
dello sfruttamento delle risorse naturali.
Da una parte i vecchi coloni, ormai abitanti
della regione a tutti gli effetti, uniti
nel tentativo di proteggere i propri interessi,
e dall’altra la nuova generazione
di immigrati, usurpatrice di terre e di
diritti e importatrice della mentalità
dell’hajduk, del “predone”,
che la portava ad appropriarsi anche di
ciò di cui non aveva diritto. Il
fatto che un solo gruppo etnico fosse coinvolto
in un conflitto che aveva per oggetto lo
sfruttamento delle risorse, porterebbe a
pensare che vi fosse un solo gruppo etnico
interessato al problema. Il dato materiale
sembra suggerire una realtà fatta
di distanze, più che di contatti,
tra latini e Slavi.
Ma è probabile che vi fosse anche
dell’altro: le ragioni sociali certamente
esistevano, ma il richiamo alla «mentalità
del predone» suggerisce la necessità
di indagare le caratteristiche culturali
delle comunità: il dolo, la violenza
e l’aggressività, possono essere
considerati come tratti culturali visibili
e facilmente individuabili del gruppo etnico
cui sono riferite?
Lo storico Francis Conte, nel descrivere
le popolazioni dei Balcani, Albanesi, Bulgari
e Serbi, parla del «diritto di faida»
o di «vendetta» come caratteristica
culturale di probabile origine albanese,
ma comune a tutte le componenti etniche
del contesto: l’aggressività
ed il conflitto interfamigliare come forma
di sincretismo culturale [15].
Era inevitabile che le autorità venete,
importando manodopera, importassero anche
mentalità e cultura: nelle relazioni
dei rettori è ricorrente la preoccupazione
per gli «spiriti feroci» e per
l’inclinazione alla violenza di Slavi
e Albanesi.
Ma esistevano anche valutazioni di segno
diverso: alcuni podestà proponevano
di rafforzare le cernide attraverso l’addestramento,
per approfittare del fatto che in tempi
recenti erano state integrate da componenti
«dalmatine e albanesi», agguerrite
e «inclinate all’arme»
[16].
In modo simile, in numerose relazioni venete,
è possibile rilevare grande preoccupazione
per la scarsa disciplina, dovuta alla mancanza
di capacità e di esperienza degli
ufficiali, mentre le truppe venivano lodate
per robustezza, tenacia, forza e coraggio.
Un potenziale umano accresciuto dai recenti
innesti, ma male utilizzato poiché
affidato ad ufficiali incapaci e dalla guida
insicura.
L’aggressività e la violenza,
dunque, sembravano rappresentare caratteristiche
definite e visibili della nuova componente
etnica, almeno agli occhi degli ufficiali
veneti.
Per Ivetic non si può parlare di
faide famigliari vere e proprie, poiché
i conflitti erano di natura diversa e le
ragioni materiali sembravano essere prevalenti.
Però il dato culturale emerge con
forza. È lo stesso storico a chiarire
che alcuni dei conflitti di villaggio nascevano
a causa della «deprecata abitudine
dei Morlacchi di rapire la ragazza che intendevano
sposare» [17]. È il «ratto delle
fanciulle» cui fa riferimento anche
Conte, usanza tipicamente serba, diffusa
nelle campagne slave nel XIV secolo, ma
ancora in uso in parte della realtà
rurale Jugoslava fino al XIX secolo[18].
Fenomeni sociali, quindi, ma anche tratti
culturali che contribuirono a fare delle
comunità slave dell’Istria
gruppi umani facilmente individuabili e
distinguibili.
Sul grado di integrazione tra le comunità
latine e le comunità slave nell’Istria
moderna, il dibattito tra gli storici è
aperto. Per ora il tema è stato affrontato
in modo marginale, ed il numero delle ricerche
pubblicate sull’argomento è
piuttosto esiguo.
Spesso si è parlato dell’Istria
come di un luogo in cui le diverse etnie
hanno convissuto per secoli pacificamente.
Si tratta di una rappresentazione che ha
molti punti di contatto con la realtà.
Ma se la mancanza di conflitto sia dipesa
in misura maggiore da un buon livello di
integrazione, o da una forte separazione
tra i diversi gruppi, rimane ancora da stabilire.
Gli indicatori di
separazione
Cercare di comprendere la
natura dei rapporti tra le diverse comunità,
distinguendo il tratto etnico-culturale
dalle funzioni economiche e sociali, è
un compito difficile: la rappresentazione
classica delle relazioni interetniche identifica
gli Slavi come contadini, i latini come
proprietari e mercanti, e ne fa discendere
tutte le conseguenze del caso, in termini
soprattutto economici e sociali. Una ricerca
di Miroslav Bertosa porterebbe considerare
la possibilità di rivedere il giudizio,
almeno per quanto riguarda i villaggi e
le piccole cittadine rurali, dove fenomeni
di integrazione sociale non erano così
rari e poteva capitare che la proprietà
passasse nelle mani dei coloni di vecchia
generazione [19]. Ma si tratta di ricerche ancora
limitate, sia per quanto riguarda l’arco
di tempo considerato, sia per quanto riguarda
lo spazio. Per ora il quadro complessivo
appare diverso e la distanza tra il mondo
rurale ed il mondo urbano, quasi incolmabile.
Per quanto riguarda il risultato finale
del processo, Bertosa stesso ritiene che
il dato prevalente fosse rappresentato dalla
formazione e dalla sedimentazione di un
patrimonio culturale croato in Istria, o
dalla formazione di un’«Istria
croata» [20]: un patrimonio etnico evidente
in un mondo in cui le diverse componenti
comunicavano, ma evitavano di fondersi e
rimanevano separate.
L’immigrazione
secondo Venezia
Nel descrivere gli Slavi dell’Istria,
il medico istriano Prospero Petronio, parlava
di «coltivatori ed arratori»,
a causa delle esigenze socio-economiche
della dominante, che avevano finito per
relegare i nuovi arrivati nelle campagne
[21]. Essi godevano speciali privilegi,
ma rivestivano un ruolo secondario nella
scala gerarchica della società. Avevano
un loro capo, le cui modalità di
elezione ed il cui titolo erano di chiara
derivazione slava, e nei primi cinque anni
successivi all’insediamento erano
sottoposti alla giurisdizione del Capitano
di Raspo: separati giuridicamente e geograficamente
dagli abitanti delle città, autorizzati
a forme di autogoverno, gli Slavi si erano
trovati ad abitare vere e proprie comunità
etniche, villaggi e cittadine che avevano
nell’economia rurale e nell’origine
degli abitanti le loro caratteristiche più
evidenti. È abbastanza naturale pensare
che questa modalità di gestione degli
insediamenti favorisse la costituzione e
la sedimentazione di comunità chiuse,
etnicamente omogenee, in cui fosse possibile,
se non facile, conservare tratti culturali
tipici originari dei luoghi di provenienza.
La stessa realtà politico istituzionale
dei villaggi slavi dell’Istria, in
parte, veniva importata dai luoghi di origine
degli abitanti. In generale, allargando
la visuale all’intero contesto, è
possibile affermare che il mero dato organizzativo,
creando e mantenendo separazione, finisse
per incidere sul quadro di civiltà
e per contribuire a comporre il complesso
dei riferimenti culturali e delle relazioni
sociali delle componenti etniche dell’Istria.
Attività produttive,
costumi famigliari ed usi privati
Alcune fonti sull’Istria
del ’600 descrivono con gusto documentario,
o con un misto di apparente meraviglia,
sconcerto e biasimo, le abitudini, i costumi
e i tratti culturali dei nuovi arrivati.
Da questo punto di vista una fonte molto
nota e molto sfruttata dagli studiosi dell’Istria
è rappresentata dall’opera
scritta nel 1681 dal medico istriano Prospero
Petronio, Memorie sacre e profane dell’Istria.
Si tratta di un’opera in cui l’autore
articolava una lunga descrizione della regione,
in parte frutto delle proprie conoscenze
ed osservazioni, in parte riprendendo e
riportando gli scritti e le opinioni di
altri autori, Tomasini in particolare [22]. Nel testo di Petronio, si trova
una lunga trattazione sulla popolazione
dell’Istria, descrittiva degli usi,
dei costumi e dei riti della quotidianità
delle diverse “nazioni” che
abitavano il contesto. Gli abitanti erano
descritti nei comportamenti e nelle usanze
che scandivano la loro vita: dalla nascita
alla crescita dei bambini, dal matrimonio
alle feste di villaggio, ai riti e miti
relativi alla dimensione della morte. Impossibile,
in quest’ottica, non soffermarsi sulla
descrizione delle caratteristiche e dei
riti di Schiavi, Schiavoni, Morlacchi
e Albanesi, secondo le espressioni
dello stesso Petronio.
La prima parte della trattazione del Petronio
era dedicata alle varie componenti dell’Istria,
ed alle loro principali occupazioni ed attività
produttive: gli Schiavi, innanzitutto,
«ch’altri chiamano Slavi»,
descritti come «popoli forti ed atti
alle fatiche […] Agricoltori ed Arratori
della Terra, che perciò abitano le
campagne»; agli Slavi si aggiungevano
i «popoli della Carnia…[…]…uomini
industriosi», che basavano il loro
sostentamento sulla manifattura tessile,
di semplice o semplicissima fattura: «lavorano
la lana, tessono grisi e rasse per vestire
il popolo minuto»; ad essi bisognava
poi aggiungere gli Schiavoni (Sloveni),
definiti semplicemente Antichi
e cioè residenti in Istria da molti
anni e gli «abitatori novi venuti
dall’Albania», di cui si ricordava
semplicemente lo status giuridico di gruppo
privilegiato in quanto sottoposto alla giurisdizione
del capitano di Raspo «da centinaia
d’anni» [23].
Particolarmente interessante era la parte
dedicata agli usi, ai costumi ed alle superstizioni
degli immigrati slavi, che venivano riportati
senza distinguere tra i diversi gruppi etnici
e messi in evidenza come caratteristici
di una cultura aliena dal contesto. Il testo
di Petronio è molto ricco di descrizioni
e di esempi e qualunque sintesi rischia
di risultare limitativa. Basti una breve
rassegna delle situazioni narrate dallo
scrittore, suddivise per tema, in modo da
rendere più agevole la trattazione:
1) il matrimonio:
relativamente ai matrimoni, alle cerimonie,
ai riti ed alle credenze ad essi collegati,
il Petronio dedicava ampio spazio. Innanzitutto,
vi erano differenze tra le zone dell’Istria,
e tra gli usi delle popolazioni che le
abitavano: «Li sponsalitii dei Gentil’Huomini
della Provintia superiore sono assai comuni
con quelli della Lombardia». Vi
era tuttavia qualche differenza rilevante,
tra cui l’usanza, da parte dei convitati,
di fare offerte di denaro alla sposa,
non diffusa nell’Italia settentrionale
[24]. Nel resto della provincia vi
erano costumi assai diversi, determinati
dalle diverse tradizioni dei gruppi etnici
che la abitavano. Nei matrimoni tra Slavi,
ad esempio, la sposa veniva condotta all’altare
dal fratello dello sposo, o «da
un altro dei più prossimi parenti»
scelto da lui. Al termine della cerimonia,
tutti gli invitati usavano recarsi a casa
della sposa per un banchetto danzante
al ritmo della chitarra e del violino,
che durava l’intera giornata, ed
era comprensivo di un pranzo, di una merenda
e di un discorso da parte di un portavoce
degli amici dello sposo, il Compare
delle Nozze, che invitava tutti «a
donare alcuna cosa alla Novizia»,
in misura «conforme alle possibilità
di ciascuno».
Finito il banchetto, la sposa veniva accompagnata
dai parenti a casa dello sposo e gli stessi
facevano il loro ingresso nella futura
casa della donna con le spade sguainate,
in modo da impedire simbolicamente l’ingresso
a chiunque altro, mentre il padre dello
sposo usava accogliere la nuora facendole
dono di vesti o di un appezzamento di
terreno. Tale dono, la naranza,
era proprietà esclusiva e privilegiata
della donna, che ne riceveva il possesso
vita natural durante; al donativo seguiva
un brindisi tra la sposa ed i futuri suoceri;
le libagioni e le danze duravano per tutta
la sera e per il giorno successivo, ma
erano interrotte dalla prima notte di
nozze, durante la quale poteva capitare
che tra li Novizzi si coricasse
«una delle Parente più attempate»
per istruire la sposa circa i doveri coniugali
[25].
2) giovani e fanciulli,
il battesimo, i balli, le feste:
caratteristiche dei battesimi nella regione,
erano i ricchi banchetti e i riti che
accompagnavano il sacramento. Alla funzione
religiosa, seguiva il rito di lavare
i figliuoli, che in alcune zone avveniva
attraverso l’immersione dei bambini
in acqua molto fredda, in modo che potessero
destarsi e rafforzarsi. Un’ulteriore
usanza, che Petronio definiva «bellissima
e levata dagli Antiqui», era quella
di offrire un’ulteriore banchetto
in occasione della prima tonsura del
bambino, che veniva fatta «un
mese o poco più che il fanciullo
habbi fatto un poco di capelli in capo».
Il rito era accompagnato dalle orazioni
del Salmo di David nel Schiavetto,
cioè in una delle variabili della
lingua slava diffuse nella zona [26].
Uno dei passatempi preferiti da giovani
e fanciulle era rappresentato dal ballo,
che per Petronio era antica usanza avesse
luogo in occasione delle festività
e delle feste, sagre e fiere di paese.
È possibile che, data la natura
sociale e commerciale delle feste, non
ci fossero divisioni e differenze rilevanti
tra i riti dei diversi gruppi etnici.
La restante trattazione del medico istriano
era dedicata alla descrizione delle singole
sagre di paese, ai giochi ed alle attività
che vi avevano luogo. L’impressione
che se ne trae, è che si trattasse
di momenti e spazi di grande socializzazione,
in cui l’antica tradizione locale
prendeva il sopravvento su usi e costumi
diversi, presenti nella regione, ma spesso
confinati in una dimensione famigliare
o di villaggio. È significativo
che Petronio non faccia riferimento alcuno
a separazioni etniche, o a balli, danze
e feste tipiche di qualche gruppo di habitanti
novi dell’Istria.
3) le donne slave:
a testimonianza sia della differenza dei
costumi, che dei momenti di possibile
integrazione e socializzazione può
essere utile considerare quanto il commentatore
diceva a proposito delle donne slave:
Le donne delle Ville,
che la maggior parte sono Schiave, sono
di robusto temperamento, et sono applicate
alla coltura dei terreni et al governo
degli animali non men che gli huomini,
onde riescono selvatiche, barbare, lorde
e prive di ogni buon costume.
Abituate al duro lavoro
nei campi, erano riconoscibili fin dalle
vesti:
portano una camisa ben
grossa increspata intorno al collo,
e le più commode l’hanno
intorno al collo e d’avanti circa
mezzo palmo sopra, una veste di griso
del color della lana, lunga fino ai
piedi con le maniche strette, aperta
davanti per lungo, la quale allacciano
intorno al petto; in capo, un faciolo
involto in modo che le copra tutti i
capeli e l’orecchie, che paiono
tanti turbanti.
Le giovani, però,
potevano essere «di bellissimo sangue».
Esse coglievano ogni occasione per andare
in chiesa o alle sagre di paese, dove
potevano avvenire incontri e dove erano
frequenti gli scambi e la comunicazione
inter-etnica [27]. Sebbene i momenti e gli spazi
di socializzazione fossero numerosi, mancano
ricerche a proposito dell’integrazione
realizzata, per esempio, attraverso il
matrimonio. La mancanza del meticciato
tra le caratteristiche prevalenti dell’Istria
moderna e contemporanea farebbe pensare,
ancora una volta, ad un significativo
indice di separazione tra le comunità.
4) la morte:
parte della trattazione di Petronio era
dedicata ai riti con cui gli Slavi accompagnavano
il distacco dai loro cari; il pianto delle
donne alla cerimonia poteva assumere intensità
tale da rendere necessario l’intervento
dell’autorità: «le
donne piangono con molto rumore e con
querelle in schiavo così forte,
che formano un confuso canto, onde convien
con l’autorità rimediarli
altrimenti li sacerdoti non possono far
il loro officio».
La tumulazione non incontrava il favore
del commentatore: «non usano questi
poner li corpi in casse di legno come
fanno le persone civili, ma cavano una
fossa nei Cemeteri profonda quasi un passo
et vi pongono il cadavere» [28]. Lo scritto continuava con la
descrizione delle credenze collegate alla
morte ed al viaggio dei defunti nell’aldilà:
essi venivano vestiti con roba nuova,
poiché gli abiti erano l’unico
bene che avrebbero potuto continuare a
possedere dopo la morte. I convenuti avrebbero
poi messo loro in mano frutta fresca,
da regalare ai parenti che avrebbe incontrato
dopo la tumulazione. Era tradizione fare
banchetti per ricordare il defunto dopo
alcuni giorni. In tali occasioni, ripetute
in occasione dei diversi anniversari,
si aveva particolare cura per le vivande
e nell’accoglienza da riservare
ai religiosi [29].
5) credenze e superstizioni:
un capitolo del testo di Petronio veniva
dedicato alle credenze e alle superstizioni
degli abitanti delle campagne. Il tema
era inserito in un discorso più
ampio, in cui il medico riassumeva gli
sforzi storicamente compiuti per estirpare
l’idolatria dalle popolazioni
della regione ed esprimeva preoccupazione
che la «discesa de Slavi»
potesse diffondere «altre superstizioni»
non ancora «estirpate» dalla
loro cultura. L’autore passava in
rassegna tutte le credenze e le pratiche
maggiormente in uso nel contesto. Per
come viene contestualizzato, il discorso
sembra implicare una preoccupazione in
merito alla possibile diffusione per comportamenti
che, per quanto innocui ed ingenui, erano
pur sempre espressione di una mentalità
pagana. Colpisce, al di là di questo
discorso introduttivo, l’assenza
di commenti o giudizi, relativamente ai
fenomeni descritti. L’aspetto psicologico
sul quale Petronio insisteva maggiormente
era l’ingenuità [30].
Le superstizioni erano elencate in modo
sparso: nel giorno delle nozze gli sposi
di sesso maschile, per evitare di ricevere
diabolici legamenti, non potevano
indossare «cosa alcuna di groppo,
ovver di nodo», e gli sposi si presentavano
all’altare con le scarpe slacciate;
era convinzione comune che si potessero
chiamare persone o animali lontani sussurrandone
il nome; esistevano riti da compiere con
pietre ed aghi di pino per evitare che
i vermi mangiassero la frutta, o i topi
il grano; gli effetti personali dei contadini
malati erano mandati a donnicciole
che, attraverso la lettura dei carboni
ardenti, individuavano la causa del disturbo
in qualche maleficio e suggerivano spezie
e aromi per depurare gli ambienti e annullare
l’incanto; era diffuso il timore
nei confronti di persone nate sotto certe
costellazioni e si usava mangiare aglio
per proteggersi dai loro possibili malefici
ed incantesimi, volti quasi tutti a danneggiare
le colture e i raccolti; si credeva che
potessero continuare a vagare e ad esercitare
i loro poteri anche dopo morti e, perché
ciò non accadesse, i loro cadaveri
venivano trafitti con aghi di biancospino
prima di essere sepolti.
Troppe le superstizioni, scriveva
poi Petronio, per elencarle tutte. E invitava
il lettore a passare ad altro [31].
Come interpretare questi passi
del testo di Petronio? Che cosa possono
suggerire, o permetterci di conoscere?
Alcuni dei riti descritti,
appaiono molto simili ad usi la cui descrizione
si può trovare anche nelle pagine
dell’opera di Conte Gli Slavi,
con riferimento alla cultura e alle usanze
degli Slavi del Sud e degli abitanti delle
aree balcaniche [32].
Se lo storico cercava di essere
estremamente preciso ed accurato nell’attribuzione
dei singoli comportamenti ai diversi gruppi
etnici, o alle diverse aree dei Balcani,
lo stesso non può dirsi di Petronio,
che offriva una successione indistinta di
riti, usanze e situazioni.
Ciò che conta in questo caso, però,
non è tanto l’accuratezza della
ricerca antropologica e culturale del medico
istriano, quanto sottolineare il fatto che
in Istria, alla fine del ’600, molti
dei tratti distintivi e originari delle
comunità slave erano vivi e presenti,
conservati e distinguibili. Evidentemente,
le caratteristiche del contesto rendevano
possibile questo fenomeno.
Di per sé, la differenziazione delle
culture tra etnie diverse che abitano uno
stesso territorio, non necessariamente deve
indicare separazione: si tratta comunque
di un elemento significativo che, solo se
messo in relazione con altri, può
contribuire a ricostruire il quadro delle
relazioni inter-etniche entro la regione.
Il plurilinguismo
in Istria
L’Istria moderna era
un incrocio di nazionalità e di lingue.
Nonostante il mondo slavo abbia lingue nazionali
ben codificate, nella regione esistevano
molte variabili, frutto della tradizione
locale: nella zona di Pisino ed Albona si
parlava la lingua antica dei gruppi slavi
autoctoni, il Ciakavo; al nord, vicino a
Capodistria, una sorta di dialetto sloveno,
che aveva finito per prevalere presso tutte
le componenti etniche di recente immigrazione.
Il fatto che in alcune zone le lingue autoctone
prevalessero sulle lingue di fresca importazione
viene letto da Egidio Ivetic come un indice
di integrazione ed acculturazione, se non
tra Latini e Slavi, almeno tra elementi
autoctoni e comunità recentemente
immigrate. In altre aree vi furono fenomeni
di sovrapposizione linguistica a partire
dal ’400-500, per venire a compimento
nel XIX secolo. Nel Piguentino, ad esempio,
si sviluppò un idioma sloveno-ciakavo,
mentre nell’area del Quieto si svilupparono
una serie di parlate istro-venete-ciakave,
diverse tra loro, ma indicate comunemente
con il nome di “schiavetto”.
C’erano poi le parlate latine: il
veneto, l’istro-veneto e le derivazioni
dialettali locali.
Si tratta di un quadro di riferimento attendibile,
ma generico ed incompleto. Il giudizio è
dello stesso storico istriano, che si è
occupato della questione marginalmente ai
suoi studi a proposito della popolazione
dell’Istria. Per comprendere la reale
situazione etno-linguistica dell’Istria
moderna, bisognerebbe partire dalla dimensione
locale della villa, della podesteria
e della signoria, poiché
gli esempi di molte singole realtà
sfuggono ad ogni classificazione, così
come, un tempo, sembravano sfuggire ad ogni
contaminazione. È il caso di Villa
di Rovigno, ad esempio, immersa in un contesto
a fortissima maggioranza istro-veneta, ma
mantenutasi e definita sentinella croata
fino alla fine della seconda guerra mondiale
[33].
Come leggere questi
dati?
Certamente non vi fu italianizzazione
delle minoranze e non vi fu alcuna integrazione
forzata, caratterizzata dall’annullamento
delle differenze linguistiche. Il fatto
che gli idiomi prevalenti fossero quelli
delle componenti slave di più antico
insediamento sembra deporre a favore di
forme di integrazione spontanea, facilitate
dalla contiguità etnico-linguistica:
se è vero che gli idiomi slavi sono
diversi a seconda delle regioni d’Europa,
è altrettanto vero che molti dei
vocaboli di origine più antica, riferibili
alla vita quotidiana ed alla civiltà
materiale, sono comuni all’intero
bacino delle parlate nazionali slave [34].
È possibile che tali
similitudini, anche tra gruppi etnici diversi,
abbiano facilitato forme di comunicazione
ed integrazione culturale e materiale.
Si tratta di un dato che porterebbe a pensare
ad una possibile separazione tra mondo latino
e mondo slavo, con gli immigrati di più
antica generazione a svolgere un ruolo di
mediazione e di “cerniera” tra
i nuovi arrivati ed il contesto. Lo sviluppo
di linguaggi di tipo nuovo, caratterizzati
dalla sovrapposizione di elementi slavi
ad elementi istro-veneti, farebbe invece
pensare ad una forte integrazione. Le differenze
territoriali e le unicità locali,
testimoniate in numerose fonti, sembrano
complicare ulteriormente il quadro della
situazione.
Anche l’elemento linguistico sembra
quindi prestarsi ad una duplice lettura:
da un lato può essere letto come
espressione di un atteggiamento di tolleranza
e di non conflittualità. Dall’altro
come indicatore di separazione, lontananza
tra due mondi determinati e necessitati
a convivere per ragioni pratiche ed economiche,
ma che, al di là di questa dimensione
“strumentale”, difficilmente
riuscivano a parlarsi. Si tratta di due
punti di vista differenti, ma non necessariamente
inconciliabili.
Per quanto riguarda la civiltà
materiale e le forme dell’economia,
non esistono studi che possano permettere
di determinare il peso dell’influenza
slava sul contesto, anche se alcuni dati
suggerirebbero la necessità di considerare
la questione.
Conclusione: Slavi e Latini
in Istria tra mondo moderno ed età
contemporanea
Le vicende inter-etniche dell’epoca
moderna, seppure complesse, possono essere
efficacemente rappresentate attraverso le
caratteristiche principali delle relazioni
tra i maggiori gruppi che abitavano la penisola.
In estrema sintesi, potremmo dire che, nonostante
vi fossero molti rapporti di natura economica
ed il contesto fosse caratterizzato da un
basso livello di conflittualità,
tra le componenti etniche dell’Istria
sussistevano separazioni e discriminazione
di natura politica, economica ed ambientale,
con gli Italiani legati al contesto urbano
e gli Slavi confinati soprattutto nei villaggi
di campagna.
Nel considerare il tema, è necessario
tenere presente che non esiste un’auto-rappresentazione
degli Slavi in Istria in età moderna:
gli Slavi dell’Istria moderna erano
oggetto di rappresentazione da parte di
altri soggetti e, per il contesto istriano
del Sei e Settecento, sembrerebbe riprodursi
il problema alto-medievale del popolo slavo
come popolo senza storia, cioè senza
voce per raccontarla, senza scrittura.
Si trattava di una situazione perdurante
nei secoli, ma destinata a mutare, gradualmente,
dalla fine del XVIII secolo, quando gli
ambienti slavi cominciarono a produrre ricchezza,
ideologia e rivendicazioni politiche e sociali.
Una sintesi efficace relativa agli eventi
ed ai fenomeni storici dell’800 e
del ’900 la si può trovare
nell’opera di Ernesto
Sestan, in cui l’autore delinea
un quadro efficace delle politiche austriache
ed italiane rivolte alla componente slava
dell’Istria e dei problemi ad esse
connessi. Nella sua opera, Sestan individua
tre periodi estremamente critici nella storia
delle relazioni inter-etniche della penisola:
1) la forte discriminazione
economica e politica ai tempi del dominio
veneto e sotto il dominio austriaco, durante
i quali la povertà degli Slavi coincise
con una fattiva esclusione dai diritti sociali
e politici;
2) la forte repressione cui
furono sottoposte le minoranze negli ultimi
anni del dominio austro-ungarico, che effettuò
la “decapitazione” dei movimenti
patriottici italiano e slavo dai rispettivi
capi;
3) la durezza
della posizione italiana nei confronti
delle rivendicazioni della minoranza slava
dopo il primo conflitto mondiale e la feroce
repressione cui vennero sottoposti gli Slavi
durante gli anni del fascismo, in particolare
tra 1930 e 1945, con il tentativo di italianizzazione
forzata di tutta la popolazione della Venezia
Giulia.
A questo quadro è necessario
aggiungere, a partire dalla metà
dell’800, il tentativo austriaco di
utilizzare il nazionalismo slavo come arma
di difesa contro l’autonomismo ed
il nazionalismo italiano e giuliano, incoraggiati
dai successi politici e militari di Cavour
e dei successori.
Non è obiettivo di questo lavoro
stabilire se sia lecito o meno individuare
linee di continuità tra le vicende
contemporanee, anche le più drammatiche
e la stratificazione sociale che venne a
comporsi in Istria dalla fine del ’500;
guardare al passato partendo dai problemi
della contemporaneità può
causare fraintendimenti. Certamente, la
storia delle relazioni inter-etniche nel
contesto istriano presenta ancora molte
vicende da chiarire e zone d’ombra
da illuminare.
Si tratta di precisazioni doverose, fatte
le quali risulta difficile non tentare di
rileggere il passato dell’Istria alla
luce di quanto sappiamo a proposito del
presente, il passato remoto alla luce del
passato più recente.
Alla luce delle vicende contemporanee e
dei dati storici precedenti, non sembra
azzardato sostenere che l’Istria moderna
fosse un concentrato multietnico, un coacervo
di nazionalità, in cui i diritti
e le possibilità non erano uguali
per tutti e le discriminazioni, di fatto,
fortissime.
I rapporti economici erano quotidiani, ma
la vita delle diverse comunità si
svolgeva all’insegna di una netta
separazione, che vedeva gli Slavi in una
condizione di forte inferiorità nella
distribuzione dei diritti e delle risorse
economiche: si trattava di discriminazioni
su base etnica e di una stratificazione
sociale su base nazionale che avrebbero
avuto lunghissima durata.
È possibile che gli Slavi d’Istria
venissero discriminati non in quanto “forestieri”,
ma in quanto ultimi arrivati, ospiti su
terre altrui, nelle quali potevano ottenere
dimora e sostentamento in cambio di lavoro:
la mancanza di conflittualità sembrerebbe
avvallare in qualche modo questa ipotesi.
La situazione si sarebbe però protratta
più del necessario, mantenendo un
divario che il mutamento dei regimi e dello
status giuridico-economico dei coloni non
avrebbero colmato e non avrebbero potuto
giustificare.
La seconda guerra mondiale sarebbe intervenuta
a definire in modo traumatico e violento
una storia secolare, in cui il conflitto
e lo scontro si erano ormai sostituiti in
modo stabile al linguaggio delle piattaforme
politiche e del confronto dialettico.
Pensare che la sperequazione economica e
la mancanza di diritti delle minoranze slave,
originate nei secoli della dominazione veneta,
non abbiano avuto alcun ruolo in questa
vicenda, risulta ancora oggi difficile [35].
Questo articolo si
cita: N. Antolini, Slavi e
Latini in Istria tra cinquecento e novecento:
origini storiche e problemi del contesto
multietnico istriano, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/02antolini.htm
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