| Luca
Bufarale
Per
un socialismo di mercato.
Aspetti del dibattito economico in
URSS negli anni Sessanta
|
Obiettivo di questo contributo
è tentare una ricostruzione delle
questioni salienti del dibattito svoltosi
tra gli studiosi sovietici negli anni Sessanta
in occasione delle riforme economiche in
URSS, intraprese soprattutto a partire dal
1965 sotto l’egida del neo-presidente
del Consiglio dei ministri A. Kosygin.
Il tema ha trovato un certo
spazio negli studi degli anni ’60
e ’70 dedicati all’economia
e alla società sovietiche: nella
trattazione ci riferiremo soprattutto alle
opere di studiosi quali A. Nove [1], M. Lavigne [2] e R. di Leo [3]. Piuttosto rari sono, invece, i
contributi di carattere più prettamente
storiografico. Fa eccezione il lavoro, per
molti aspetti pionieristico, di M. Lewin,
Political Undercurrents in Soviet Economic
Debate. From Bukharin to the Modern Reformers
[4], uscito nel 1974 e tradotto in
italiano tre anni dopo. L’opera di
Lewin rimane però un caso abbastanza
isolato. La maggior parte delle trattazioni
storiche sulle riforme in Unione Sovietica
negli anni ’60 privilegia infatti
il confronto politico tra le differenti
posizioni dei leader del partito, mentre
gli aspetti del dibattito economico vengono
sovente trattati solo a margine. Un motivo
di tale sottovalutazione potrebbe essere
ritrovato nel progressivo arenarsi delle
riforme stesse già alla fine degli
anni ’60, che portò al fallimento
della maggior parte delle istanze sostenute
dagli economisti riformatori [5].
Tuttavia, nonostante gli esiti
del processo riformistico, è nostra
convinzione che il dibattito di quel periodo
rivesta una grande importanza, e non soltanto
limitatamente alla realtà socio-economica
dell’Unione Sovietica dell’epoca.
Esso, infatti, costituisce parte essenziale
di una discussione più ampia, avviata
a partire dalla seconda metà degli
anni ’50 in molti paesi dell’Est
europeo (Jugoslavia e Polonia in testa),
in merito al “socialismo di mercato”,
ovvero alla possibilità di rivedere
il modello di socialismo – sino ad
allora basato in quasi tutti i suoi settori
sulla pianificazione centralizzata e sull’allocazione
amministrativa delle risorse – attraverso
l’introduzione di relazioni di mercato
[6]. Come vedremo, il dibattito, pur
partendo da problemi di carattere tecnico-organizzativo,
sarà irresistibilmente portato a
toccare nodi fondamentali riguardanti la
concezione economica del socialismo e il
ruolo del partito nella società.
Molti dei temi affrontati
non erano certo nuovi. In Occidente, infatti,
il modello economico basato sulla pianificazione
era stato oggetto di critiche sin dal primo
piano quinquennale varato nel 1928, a dispetto
degli impressionanti risultati produttivi
vantati dal regime. Negli anni ’50,
tuttavia, le difficoltà del sistema
sovietico divennero maggiormente evidenti:
la causa di ciò risiedeva soprattutto
nel venir meno dei due fattori su cui si
era basato il modello di economia pianificata
seguito a partire dalla fine degli anni
’20, ovvero la grande disponibilità
di manodopera a basso costo e l’assoluta
preminenza dell’industria pesante
rispetto ai settori dei beni di consumo,
dell’agricoltura e dei servizi.
La questione di uno sviluppo
qualitativo – e non più
solo quantitativo dell’economia –
si faceva tanto più stringente quanto
più l’URSS si evolveva verso
un modello di società industriale
avanzata. Situazioni come la carenza di
merci utili e la sovrabbondanza di beni
inutili o l’imposizione dall’alto
di indici contradditori tra loro risultavano
meno accettabili in un paese dalla struttura
economica sempre più complessa e
con una società dai bisogni più
diversificati. L’attenuazione della
guerra fredda e della lotta ai cosiddetti
nemici interni, in seguito alla destalinizzazione
promossa da Chrušcëv, rendeva
inoltre meno giustificabile quel ricorso
continuo alle pressioni amministrative che
costituiva un elemento fondamentale del
modello economico staliniano.
La maggior parte degli esperti,
sia occidentali che sovietici, concorda
nel rilevare come punto centrale per la
comprensione delle difficoltà del
sistema pianificato l’eccessiva discrepanza
tra gli interessi economici dello Stato
e quelli delle singole aziende. Da un lato
il regime si rivolgeva alle imprese chiedendo
loro di gestire più economicamente
i fondi, migliorare la qualità dei
prodotti, non rimanere con scorte di beni
invenduti ecc… Dall’altro le
aziende non erano in grado o non erano stimolate
ad agire nella maniera voluta dal regime.
A che scopo un’azienda avrebbe dovuto
affannarsi a raggiungere un profitto se
questo sarebbe andato in gran parte allo
Stato? Perché preoccuparsi del deficit
accumulato se lo Stato avrebbe coperto le
perdite? Se un’azienda era decisa
ad adottare un comportamento diverso, migliorando
ad esempio la qualità della merce
o introducendo nuove tecnologie, non era
avvantaggiata: un mutamento della produzione
avrebbe potuto facilmente impedire la realizzazione
di uno degli indici imposti dalle autorità
pianificatrici.
Da questa contraddizione di
fondo nasceva una situazione permanentemente
conflittuale tra aziende e organi di piano.
Da un lato l’azienda era portata a
sottostimare le proprie effettive capacità
produttive, così da ricevere piani
facili da realizzare, e ad esagerare le
proprie necessità, in modo da ricevere
dal centro più input in
termini di materie prime e manodopera. Dall’altro
i pianificatori – sia per rispondere
ai sotterfugi delle imprese, sia per mancanza
di disponibilità di dati certi sulla
produttività di queste ultime –
spesso agivano in maniera del tutto arbitraria,
modificando gli obiettivi di produzione
dei piani in corso di realizzazione o diminuendo
la quota di risorse da destinare alle aziende.
Era una situazione comune che il piano di
produzione non fosse accompagnato da un
corrispondente cambiamento nel piano finanziario
o del lavoro: i russi indicavano con l’espressione
vodzušnyi val (letteralmente
“prodotto lordo fatto d’aria”)
quei piani per i quali gli organi della
pianificazione non avevano predisposto risorse
adeguate [7]. Tali difficoltà erano già
note nel periodo staliniano, ma diventarono
ancora più evidenti alla metà
degli anni ’50, una volta che l’URSS
era diventata in gran parte, a quasi trenta
anni dall’avvio del primo piano quinquennale,
una società industrializzata.
Una ricostruzione a posteriori
delle motivazioni di fondo che animavano
lo sforzo di riforma si trova nel saggio
dello studioso di economia V. Novoilov
dal titolo Una nuova fase della gestione
socialista dell’economia, pubblicato
nel 1968 [8].
L’economista sovietico
giustificava la liquidazione della NEP e
il passaggio a metodi amministrativi di
gestione avvenuti a partire dalla fine degli
anni ’20 con la necessità,
in condizioni di accerchiamento internazionale
da parte delle potenze capitaliste, di procedere
ad una industrializzazione a tappe forzate.
La rigida centralizzazione aveva permesso
di concentrarsi sui punti decisivi per l’avviamento
di uno sviluppo accelerato, ovvero la creazione
di un’industria pesante e la preparazione
di tecnici qualificati. Negli anni ’50,
però, le condizioni su cui si fondava
quel tipo di sviluppo erano ormai venute
meno: la diminuita disponibilità
di risorse naturali e umane rendeva più
urgente il problema di una loro utilizzazione
qualitativamente più elevata, le
migliorate condizioni di vita sollecitavano
maggiori consumi, e così via. Se
il modello staliniano aveva avuto il merito
di condurre la società sovietica
sulla strada dell’industrializzazione,
ora si trattava di passare ad uno stadio
più avanzato, e con strumenti diversi
da quelli delle requisizioni forzate e della
mobilitazione di massa.
Che caratteristiche avrebbe
avuto la nuova società socialista?
Come era possibile conciliare l’efficienza
e il calcolo economico con la gestione centralizzata?
Esistevano ancora nel socialismo i rapporti
di mercato? Se sì, che ruolo avevano?
Dalla fine degli anni Cinquanta a tutti
gli anni Sessanta su tali questioni si imperniò
un dibattito che coinvolse studiosi –
non solo specificamente di economia –
di molti paesi socialisti. All’avanguardia
si trovavano la Jugoslavia, che già
alla fine degli anni ’50 aveva inaugurato
uno degli esperimenti di gestione economica
più distanti dal modello sovietico,
e la Polonia di Gomulka. Più attardate
rimanevano l’Ungheria, la Germania
dell’Est e la Cecoslovacchia, in cui
il “disgelo” sul fronte del
dibattito economico si svolse in maniera
quasi parallela all’URSS. Gli studiosi
occidentali tendono per comodità
a distinguere tra “dogmatici”
e “riformisti”. Come vedremo,
le posizioni dei riformisti erano assai
diversificate, tuttavia si distinguevano
per una fondamentale caratteristica: la
loro analisi nasceva dal tentativo di studiare
la realtà delle trasformazioni
socio-economiche liberandosi il più
possibile dalle mistificazioni dell’ideologia
di partito. Solo così era possibile
fornire le basi teoriche per una riforma.
Per questo siamo convinti
che tale dibattito rivesta, dal punto di
vista storico, una grande importanza: le
nuove proposte misero in crisi i “dogmi”
su cui si reggeva l’economia di comando
staliniana, e lo fecero anche utilizzando
le analisi di un Marx e di un Lenin finalmente
depurate dalle semplificazioni cui erano
state fatte oggetto e restituite alla loro
originaria potenza critica. All’interno
di un discorso che si proponeva quasi sempre
come prettamente “tecnico”,
anche allo scopo di evitare uno scontro
aperto con l’ideologia ufficiale,
affioravano a latere osservazioni
critiche che implicavano una riconsiderazione
radicale della concezione del socialismo
allora imperante. In questo tentativo di
ripensare il socialismo – ed è
qui un elemento di grande interesse –
gli economisti sovietici non avevano guide
sicure cui affidarsi. Come scrive Lewin:
«nessuna teoria, occidentale o non,
è riuscita a fornire un quadro esauriente
della complessa struttura dei sistemi sociali
ed economici moderni tale da fornire ai
sovietici una guida autorevole nella soluzione
dell’intera gamma di problemi cui
si trovano di fronte» [9].
Se i primi dibattiti si svolsero
già dalla metà degli anni
’50, la proposte riformistiche conobbero
la loro ufficializzazione con la pubblicazione
dell’articolo Piano profitto e
premi [10] di E. Liberman sulla «Pravda»,
nel settembre 1962. L’autore, professore
di economia a Char’kov, in Ucraina,
diventò il portabandiera di quel
riformismo attento a discostarsi il meno
possibile dall’ortodossia del partito.
Del resto, prima di apparire sulla «Pravda»,
le sue proposte erano già passate
al vaglio dell’Accademia delle Scienze.
L’articolo si presentava come un semplice
contributo alla soluzione di un problema
già posto nell’ultimo programma
del PCUS: «organizzare un sistema
di pianificazione e di valutazione dell’attività
aziendale tale che le aziende siano profondamente
interessate a raggiungere traguardi produttivi
più elevati, ad adottare nuove tecniche
e a migliorare la qualità della produzione,
in una parola, alla massima efficienza nella
produzione» [11]. Fin qui, c’è poco
di nuovo. A ben guardare, però, tale
dichiarazione si basava sul riconoscimento,
neppure tanto implicito, di un dato di fatto:
il sistema non riusciva ad assicurare una
coincidenza sufficiente tra interessi dello
Stato e interessi dell’impresa. Per
decenni l’ideologia ufficiale aveva
sostenuto che l’impresa socialista,
appartenendo a tutto il popolo, per sua
natura non poteva avere interessi specifici.
Ora si diceva: di fatto l’impresa
socialista è ancora lontana da questa
coincidenza di interessi e bisogna lavorare
perché ci arrivi. Lo slogan utilizzato
da Liberman – ma anche da altri autori
– era: «ciò che è
vantaggioso alla società deve essere
vantaggioso a ogni singola azienda»
[12].
Come procedere? In primo luogo
urgeva una profonda revisione degli indicatori
imposti dal centro. Tutti gli indici usati
sino ad allora non erano riusciti ad incentivare
la produttività. Anche i nuovi indici
introdotti di recente erano risultati insoddisfacenti.
Ad esempio, l’indice del costo di
lavorazione, applicato nelle industrie di
abbigliamento dalla fine degli anni ’50
con l’intento di ridurre i costi,
aveva prodotto effetti deleteri: le aziende
erano spinte, per economizzare le spese
materiali, a confezionare indumenti con
tessuti di scarsa qualità che i consumatori
spesso rifiutavano. Secondo Liberman, il
problema era a monte: “Ogni tipo di
indice – sosteneva – verrà
alterato se imposto dall’alto”
[13].
Liberman proponeva di assegnare
alle aziende soltanto due indici. Il primo
riguardava il valore della produzione venduta:
bisognava fare in modo che l’azienda
producesse articoli richiesti dai consumatori.
Il secondo era l’indice di redditività,
ovvero il rapporto tra profitto e fondi
di produzione: l’azienda avrebbe dovuto
massimizzare il profitto riducendo l’impiego
dei fondi. La speranza di Liberman era di
mettere un argine alla tendenza allo spreco
da parte delle imprese. Nel nuovo modello
le aziende avrebbero deciso gli altri indici
e il premio sarebbe stato assegnato «sulla
base di una quota di partecipazione effettiva
al reddito creato: tanto maggiore è
il piano di redditività che elabora
l’azienda stessa, tanto maggiore sarà
anche il premio» [14]. Per combattere la prassi delle
aziende di “contrattare” la
riduzione dei piani si sarebbe concessa
maggiore autonomia decisionale alle aziende
nell’utilizzo dei fondi e nell’elaborazione
del piano di produzione. Ciò non
avrebbe sminuito il ruolo del piano, ma
ne avrebbe mutato la funzione: da ordine
amministrativo che agiva “a priori”
– quasi indipendentemente dalle esigenze
delle imprese – a stimolo economico,
che operava in parte “a priori”
(attraverso l’indice della produzione
venduta e l’indice di redditività),
in parte “a posteriori” coordinando
i vari piani decisi delle aziende. Infine,
per spingere i lavoratori a produrre di
più e meglio, Liberman proponeva
di legare gli incentivi materiali al profitto
dell’impresa, diminuendo la parte
fissa del salario e aumentando quella legata
ai risultati produttivi dell’azienda.
Le idee di Liberman non costituivano
una novità in sé: molte di
esse erano già emerse in precedenti
articoli e dibattiti. Di nuovo vi era il
fatto che apparivano esposte in maniera
organica e per di più in un giornale
come la «Pravda». Per non scontrarsi
con l’ideologia ufficiale lo studioso,
tuttavia, rimaneva nel vago quando si trattava
di spiegare in che maniera un modello del
genere potesse trovare applicazione. Che
senso aveva valutare l’impresa in
base all’indice di produzione venduta
se non le si concedeva prima la libertà
di scegliersi i fornitori e i clienti? Come
poteva ottenere un profitto se i prezzi
(anche quelli all’ingrosso) continuavano
ad essere determinati dal centro? Liberman
accennava alla necessità di costruire
un sistema più elastico di prezzi
che tenesse conto della richiesta del mercato,
ma non specificava come crearlo.
L’economista V. Nemcinov,
in un articolo apparso due settimane dopo
sempre sulla «Pravda», dal titolo
Obiettivo pianificato e incentivo materiale
[15], proponeva, per risolvere questi
nodi, la costituzione di un commercio statale
dei beni di produzione – che sinora
erano forniti alle aziende quasi gratuitamente
– abolendo il sistema delle assegnazioni
statali. L’autonomia delle imprese
e il nuovo ruolo del piano sarebbero stati
realizzati in questo modo: le aziende avrebbero
presentato diverse varianti di piano e gli
enti di pianificazione avrebbero scelto,
sulla base del vantaggio economico, le aziende
cui ordinare determinate forniture di merci.
Si stabiliva, dunque, un principio di selezione
tra le imprese. Nemcinov giustificava così
questo cambiamento: se la pianificazione
era essenziale al modo di produzione socialista,
la funzione degli incentivi materiali andava
mutata parallelamente alle nuove esigenze
dello sviluppo. Mentre negli anni ’30
e ’40 la necessità di creare
in breve tempo un’industria nazionale
e un’agricoltura collettiva non aveva
permesso di tenere conto degli interessi
della singola azienda, ora «la produzione
socialista ha raggiunto un tale livello
di sviluppo che se il piano non viene integrato
con un nuovo e più efficiente sistema
di incentivi materiali, non possono essere
mobilitate e utilizzate tutte le risorse
e riserve produttive disponibili»
[16].
Nel suo contributo su un numero
di «Kommunist» del 1964 intitolato
Gestione economica socialista e pianificazione
della produzione [17], Nemcinov precisava le caratteristiche
del nuovo modello. Si partiva dalla considerazione
per cui l’economia socialista era
un sistema composto da sistemi minori (settori
produttivi, regioni economiche), a loro
volta suddivisi in unità produttive
(aziende) e di consumo (famiglie). Il vecchio
modello si dimostrava inadeguato perché
concepiva il sistema economico maggiore
come la «pura somma dei sistemi economici
primari» [18], senza tenere conto delle interconnessioni
reciproche ma anzi comprimendole in senso
rigidamente verticistico. Più l’economia
diventava complessa, più risultava
controproducente gestirla in quella maniera.
Il modello proposto, invece, era fondato
su un connubio tra piano e chozrašcët
(ovvero, “calcolo economico”).
Le aziende avrebbero proposto i loro progetti
su come eseguire le ordinazioni del piano,
gli enti della pianificazione avrebbero
scelto di assegnare le ordinazioni a chi
offriva i vantaggi maggiori. La pianificazione
veniva trasformata da operazione puramente
amministrativa a scelta basata sul calcolo
economico, e l’impresa era indotta
ad operare non sulla base di imposizioni
ma seguendo il proprio utile. Nemcinov criticava
la scarsa responsabilizzazione degli organi
centrali nei confronti delle imprese
le aziende di base
si vedono continuamente assegnare dall’alto
determinati obblighi percentuali (per l’aumento
del volume di produzione e della produttività
di lavoro, per la riduzione dei costi ecc.),
mentre le istanze superiori non assumono
di solito alcuna responsabilità di
fronte alle aziende per la sproporzione
del piano [19].
Questa unilateralità
degli obblighi andava superata a favore
di impegni contrattuali bilaterali tra aziende
ed enti economici superiori. Ancora una
volta lo slogan era: «il vantaggio
della società deve essere anche il
vantaggio dell’azienda, e viceversa».
Affinché questo sistema
funzionasse, bisognava cambiare due cose.
La prima era, come già accennato,
il sistema di forniture. La frequente scarsità
di risorse materiali era dovuta al fatto
che «continuiamo a considerare i rifornimenti
non come prodotti, con le loro leggi di
scambio equivalente, ma come oggetti di
scambio diretto» [20]. Nemcinov proponeva di sostituire
questa sorta di ‘tesseramento’
con un commercio statale all’ingrosso
delle forniture. La seconda era il modo
di fissare i prezzi. La pianificazione di
questi, infatti, avveniva centralmente e
risultava in genere assai poco flessibile:
molti prezzi rimanevano fissi per anni ed
era lo Stato a colmare la differenza tra
i prezzi stabiliti e quelli che sarebbero
scaturiti dal rapporto domanda–offerta.
Nemcinov distingueva a questo
proposito tre tipi di beni. Per alcuni prodotti
essenziali al mantenimento di un certo livello
di vita delle persone, i prezzi sarebbero
stati fissati ancora in questo modo. Gli
altri, invece, sarebbero stati elaborati
dalle aziende e sottoposti poi all’approvazione
del Consiglio superiore dell’economia.
Altri ancora sarebbero stati di competenza
diretta delle aziende. «Attraverso
prezzi stabili ed elastici al tempo stesso
le cellule produttive della società
avranno a disposizione un criterio sicuro
per la scelta del regime ottimale di attività,
in cui l’ottimo locale potrà
coincidere perfettamente con l’ottimo
generale» [21].
Gli autori di queste proposte
si rendevano conto del rischio di essere
bollati come ‘revisionisti’
dalle fazioni più conservatrici del
partito. Per questo si preoccupavano di
presentare le loro riflessioni come qualcosa
di puramente “tecnico” al servizio
dell’ideologia ufficiale, avente l’unico
scopo di perfezionare i rapporti socialisti
di produzione. Paradossalmente, proprio
questo sforzo di sottolineare gli elementi
di continuità rispetto al vecchio
modello di gestione, evitando il più
possibile i contrasti con l’ideologia,
conduceva gli economisti ad affrontare anche
questioni di carattere più teorico.
In un sistema dominato dal culto ufficiale
del marxismo-leninismo, infatti, non potevano
limitarsi a proporre il profitto come molla
dell’agire economico, la parziale
flessibilità dei prezzi e l’introduzione
del mercato in alcune sfere della distribuzione,
ma dovevano anche giustificare
l’uso di questi dispositivi all’interno
di una società socialista. Per farlo,
avevano bisogno di fornire un’analisi
del socialismo così come si era
realmente sviluppato e non come, secondo
l’ideologia, si sarebbe dovuto
sviluppare. Indubbiamente, la ripresa di
certe teorie di Lenin consentiva di muoversi
‘con le spalle coperte’. Ma
non bastava: nessuno – né Lenin
né tanto meno Marx – aveva
mai elaborato un modello organico di socialismo
cui fare riferimento, per la semplice ragione
che proporre un modello ideale avrebbe leso
il carattere scientifico che il socialismo
marxiano proclamava di avere: l’obiettivo
per Marx era analizzare la società
esistente e le sue tendenze, e non pronosticare
i caratteri della futura società.
D’altro canto, l’invito di Lenin
ad evitare di costruire dei modelli ideali
che prescindano dall’analisi dello
condizioni di fatto in cui si opera era
citato di frequente a sostegno delle nuove
analisi del sistema economico.
Riguardo alla spinosa questione
del profitto, ad esempio, Liberman precisava
che la sua utilizzazione nel socialismo
non aveva nulla a che fare col capitalismo:
«il profitto, quando siano pianificati
i prezzi dei prodotti del lavoro e il reddito
netto sia utilizzato a favore dell’intera
società, è il risultato e
nello stesso tempo il misuratore (in forma
monetaria) dell’efficienza reale dell’impiego
di lavoro» [22]. In condizioni di socializzazione
dei mezzi di produzione, insomma, il profitto
era il misuratore del lavoro effettivamente
prestato, e non il frutto del plusvalore.
In un articolo apparso su
«Voprosy ekonomiki» nel 1963,
dal titolo Remunerazione dei fondi produttivi
e profitto dell’azienda [23], gli economisti L. Vaag e S.
Zakharov riprendevano questo problema, richiamandosi
ad una controversia tra Bucharin e Lenin.
Alla tesi di Bucharin, secondo cui il profitto
agiva solo nel capitalismo mentre nel socialismo
la produzione soddisfaceva direttamente
i bisogni sociali, Lenin aveva replicato
che anche il profitto, nelle condizioni
del socialismo, soddisfaceva quei bisogni
[24]. Si noti, per inciso, che le
idee di Bucharin riprese da Vaag e Zakharov
con accento denigratorio erano quelle del
primo Bucharin, espresse soprattutto nel
volume sull’Economia del periodo
di trasformazione del 1920 [25]: il Bucharin successivo diventerà,
infatti, uno dei più accesi fautori
del connubio tra socialismo e mercato.
Queste analisi eludevano,
tuttavia, la questione fondamentale. Se
il profitto era ancora essenziale come molla
per soddisfare i bisogni sociali, ne conseguiva
che nel sistema sovietico non si realizzavano
semplicemente beni ma si producevano
merci. Il Capitale di
Marx si apre, come è noto, con la
celebre frase: «la ricchezza delle
società, nelle quali predomina il
modo di produzione capitalistico, appare
come una immensa raccolta di merci»
[26]. Secondo l’ideologia sovietica,
la socializzazione dei mezzi di produzione
costituiva il primo passo verso il superamento
del sistema fondato sulla «produzione
di merci a mezzo di merci». Perché,
allora, a dispetto dell’ideologia
ufficiale, le merci e i rapporti di mercato
non erano in via di sparizione?
Il problema viene sfiorato
da Nemcinov nell’articolo del ’64
esaminato poco fa. L’economista sovietico
metteva in luce il legame tra i rapporti
monetari-mercantili (un’espressione
che molti preferivano rispetto a “rapporti
di mercato” per evidenti ragioni ideologiche)
e il processo di divisione del lavoro, che
si approfondiva man mano che la struttura
socio-economica – con le sue interne
stratificazioni e interconnessioni –
diventava più complessa.
Nel socialismo la
moneta e la merce non esprimono l’appropriazione
del prodotto addizionale e lo sfruttamento
dei lavoratori, come nel capitalismo. Ma
esse continuano ad esercitare anche nella
società socialista una funzione importante.
Quando si approfondisce il processo di divisione
sociale (settoriale e territoriale) del
lavoro, acquista importanza decisiva la
produzione di merci destinate al consumo
di altre cellule della società [27].
L’evoluzione del socialismo,
con l’approfondimento della divisione
sociale del lavoro e lo sviluppo dei consumi
non portava, dunque, alla sparizione dei
rapporti merce-moneta: semmai, apriva ad
essi nuovi spazi.
Si trattava di un rovesciamento
della concezione tradizionale dell’economia
socialista, codificata nei Problemi
economici del socialismo di Stalin
[28]. In quest’opera, pubblicata
nel 1952, Stalin aveva sostenuto che i rapporti
mercantili permanevano soltanto nel settore
dei beni di consumo (vendite delle fattorie
allo Stato o ai singoli consumatori, vendite
delle imprese al dettaglio ai consumatori),
nella proprietà agricola ancora non
statalizzata (si tratta delle fattorie collettive
o kolchozy) e nel commercio con
l’estero. I prodotti che non rientravano
in queste sfere erano da considerarsi beni
soggetti a scambi, e non merci. Per Stalin,
dunque, l’economia era divisa in due
branche. Alla prima appartenevano il settore
della produzione colcosiana (unico settore
in cui permanevano mercati liberi legalmente
autorizzati) e quello della produzione e
circolazione dei beni di consumo individuali:
qui sopravvivevano, entro certi limiti,
i rapporti di mercato e, dunque, agiva ancora
la legge
del valore. In questa sfera, pertanto,
i pianificatori avrebbero tenuto conto dei
rapporti di valore e della legge della domanda
e dell’offerta. L’altra branca
era costituita dal settore dei mezzi di
produzione, dove la ripartizione e la destinazione
dei beni si effettuava direttamente, attraverso
l’allocazione amministrativa decisa
in base a priorità destinate a soddisfare
i bisogni sociali, senza l’influenza
del mercato e della categoria del valore.
La limitatezza del campo d’azione
della legge del valore nell’URSS era
garantita dalla conquista fondamentale del
bolscevismo, la socializzazione di gran
parte dei mezzi di produzione. Con la trasformazione
dei kolchozy in sovchozy
(fattorie statali), la fine della scarsità
dei beni (che avrebbe ridimensionato il
meccanismo domanda – offerta [29]) e l’estensione del socialismo
negli altri paesi, sarebbe scomparsa la
produzione mercantile e, con essa, la categoria
del valore [30]. Intanto, comunque, la “legge
dello sviluppo proporzionale dell’economia”,
attuata grazie alla pianificazione, proteggeva
il paese dall’anarchia della produzione
tipica del capitalismo [31].
Nemcinov rifiutava questa
concezione, rimproverandole di non tenere
conto delle articolazioni interne di una
struttura economica costituita da migliaia
di cellule – le imprese e i consumatori
individuali – relativamente indipendenti
tra loro. Era la separazione tra unità
produttive – le quali, in base ad
una certa divisione del lavoro, producevano
beni diversi ed avevano differenti necessità
– a far sì che i rapporti fra
tali unità tendessero a svolgersi
attraverso la compravendita di merci [32]. La scarsità di beni
che affliggeva l’economia sovietica
contribuiva a rendere il ricorso al mercato
ancora più impellente. I sostenitori
della pianificazione ad ogni costo
si erano illusi di poter eliminare il mercato,
sostituendolo con un sistema di distribuzione
di beni governato dal centro, ed avevano
creduto in tal modo di costruire la “base
materiale del comunismo”, ovvero l’abbondanza
di beni. Ma i costi economici –
senza parlare di quelli sociali –
erano, appunto, troppo alti e come risultato
si era avuta la scarsità invece che
l’abbondanza. L’effetto era
di spingere le aziende a produrre soltanto
ciò che veniva imposto dal piano
e non ciò che le diverse unità
economiche (imprese o consumatori individuali),
mosse da interessi differenti come differente
era il loro reddito e il loro rispettivo
ruolo nella produzione, richiedevano.
Come nota M. Lavigne, la concezione
staliniana ebbe effetti deleteri nella formazione
dei prezzi [33]. La destalinizzazione segnò
in questo campo una svolta piuttosto radicale.
La riscoperta del ruolo della legge del
valore in tutti i settori dell’economia,
compreso quello dei mezzi di produzione,
fu al centro dei dibattiti già nel
1956: la teoria marxiana del valore venne
utilizzata per attaccare la gestione amministrativa
dell’economia, soprattutto nel campo
della formazione dei prezzi. Nel 1959 l’Accademia
delle Scienze nominò una commissione
di economisti per discutere dell’argomento,
in occasione della generale revisione dei
prezzi che sarebbe iniziata l’anno
dopo. In base al modello staliniano i prezzi
avevano, nella maggioranza dei settori economici,
una funzione soltanto di contabilità
e di verifica [34]. Ma le proposte di riforma,
accomunate dall’idea di conferire
al profitto dell’azienda un ruolo
di incentivo, richiedevano che i prezzi
riflettessero la scarsità e l’utilità
dei beni.
Su questo problema sorsero
almeno tre scuole di pensiero [35]. La proposta più ‘ortodossa’
era sostenuta da S. Strumilin, un economista
che nei decenni precedenti aveva appoggiato
attivamente la pianificazione staliniana.
Strumilin proponeva di fissare i prezzi
proporzionalmente ai costi di lavoro dei
prodotti (ovvero ai salari). Su posizioni
più ‘eretiche’ si trovavano
Novoilov e Kantorovic, che si rifacevano
all’ impostazione dei marginalisti.
L’analisi marginalista, tuttavia,
partendo dal presupposto della soggettività
del valore, si opponeva alla concezione
“classica” (ricardiana e marxiana)
dell’economia e, pertanto, veniva
considerata con sospetto dalla maggior parte
degli economisti sovietici. Maggiormente
rispettosa dell’ideologia appariva
la posizione di Nemcinov. Egli sosteneva
l’inapplicabilità della teoria
di Strumilin in un’economia avanzata,
nella quale, ai fini dell’aumento
della produttività, cresceva il ruolo
degli investimenti di capitale. Per questo,
i prezzi dovevano essere fissati aggiungendo
al costo di produzione un surplus proporzionale
all’ammontare dei capitali investiti.
Per corroborare la sua tesi Nemcinov si
richiamava al “prezzo di produzione”,
che Marx aveva descritto nel terzo libro
del Capitale come la forma trasformata del
valore risultante dall’eguagliamento
dei saggi di profitto tra i vari settori:
l’economista sovietico sosteneva che
tale forma di valore continuava a sussistere
nel socialismo, sia pure con caratteristiche
“sociali” differenti dal capitalismo.
La teoria dei prezzi di produzione
veniva ripresa nell’opera Valore
sociale e prezzo pianificato [36], pubblicata postuma nel 1969,
cinque anni dopo la scomparsa dell’autore.
La base teorica di partenza era analoga
a quella espressa nell’articolo uscito
su «Kommunist»: il sistema economico
sovietico non costituiva una semplice somma
di parti ma una pluralità di cellule
con una loro autonomia e reciproche interconnessioni.
Analizzando il processo di formazione delle
valutazioni economiche, Nemcinov scriveva:
l’economia sociale
diviene un’unica fabbrica e un unico
ufficio, ma le sue singole componenti conservano
autonomia patrimoniale. Le imprese
statali ricevono a propria disposizione
i fondi fissi e circolanti e sono responsabili
della loro utilizzazione razionale e completa
[37].
Nemcinov precisava che, come
nel sistema capitalista descritto da Marx,
anche nel socialismo la determinazione dei
prezzi aveva carattere oggettivo e si sarebbe
dovuta basare sulla forma trasformata del
valore (ovvero sul prezzo di produzione):
«la forma trasformata del valore sorge
anche nelle condizioni del socialismo, in
relazione alla necessità di realizzare
o accumulare il valore del plusprodotto
non solo in tutta la società, ma
anche in ciascuna cellula produttrice»[38].
L’autonomia (non la
totale indipendenza!) delle unità
produttive era, dunque, per Nemcinov alla
base delle analogie nella formazione dei
prezzi tra capitalismo e socialismo, a prescindere
dal carattere sociale o privato della proprietà[39].
Lo scontro tra conservatori
e riformisti si giocava, dunque, anche nella
maniera diversa di rifarsi a Marx.
Stalin citava della teoria
marxiana del capitalismo solo quegli aspetti
che, nelle condizioni di un socialismo ancora
immaturo, egli riteneva fossero rimasti
come residuo del vecchi rapporti di produzione.
È il caso della legge del valore,
la quale, come abbiamo visto, agiva secondo
Stalin solo nei settori non completamente
“socializzati”. Per il resto,
però, Stalin diffidava esplicitamente
dall’utilizzare, nell’analisi
del socialismo, quei concetti che Marx aveva
elaborato specificamente per studiare il
capitalismo.
Marx analizzava
il capitalismo per mettere in luce la fonte
dello sfruttamento della classe operaia,
il plusvalore, e dare alla classe operaia,
priva di mezzi di produzione, l’arma
spirituale per l’abbattimento del
capitalismo. Si capisce che Marx si serve
nel far ciò di concetti (categorie)
che rispondono perfettamente ai rapporti
capitalistici. Ma sarebbe più
strano servirsi di tali concetti oggi che
la classe operaia non solo non è
priva di potere e dei suoi mezzi di produzione,
ma al contrario, ha nelle sue mani il potere
e possiede i mezzi di produzione [40].
Ad esempio, era assurdo secondo
Stalin usare la categoria “merce”
in riferimento alla forza lavoro sovietica:
come poteva la classe operaia, padrona dei
mezzi di produzione, vendere se stessa come
forza lavoro?
Nemcinov, al contrario, riprendeva
Marx per evidenziare che, contrariamente
ai dogmi ideologici, anche nel socialismo
permanevano alcune categorie (la merce,
il prezzo di produzione, il ruolo non soltanto
“contabile” della moneta) usate
da Marx per descrivere il capitalismo.
Per Stalin l’equazione
«socializzazione dei mezzi di produzione
= fine della soggezione della classe operaia»
costituiva una realtà indiscutibile.
Nella sfera in cui la collettività
era padrona dei mezzi di produzione non
potevano esistere contrasti di interesse
oggettivi. Ma era proprio tale interpretazione
semplificata della teoria marxiana che si
incrinava progressivamente nel pensiero
economico sovietico degli anni Sessanta.
Date queste premesse, perché
le imprese tendevano così frequentemente
ad aggirare le direttive della pianificazione?
Si trattava di un comportamento riducibile
a errori di singoli o non era piuttosto
un segno oggettivo di un contrasto fra interessi
divergenti? Se questa ultima ipotesi era
confermata, come era possibile che si sviluppasse
un conflitto di interessi in un contesto
di socializzazione dei mezzi di produzione?
La questione è affrontata da O. Antonov,
un ingegnere aeronautico autore di un interessante
libro sulle storture del sistema pianificato
pubblicato in URSS nel 1965 [41].
«A quanto
pare – scriveva Antonov – la
proprietà sociale dei mezzi di produzione,
che in complesso e in sostanza garantisce
la comunanza di interessi dei produttori,
consente al tempo stesso l’esistenza
di certe contraddizioni, di certi contrasti
di interesse. E’ evidente che la proprietà
sociale dei mezzi di produzione elimina
automaticamente solo le contraddizioni connesse
alla proprietà privata dei mezzi
di produzione. Ma non elimina assolutamente
le contraddizioni che la forma stessa di
proprietà dei mezzi di produzione
comporta» [42].
Evitare di analizzare questi
aspetti o ricondurli a cause soltanto soggettive
era giustamente considerato dall’autore
come un comportamento profondamente antimarxista.
Antonov citava Engels: «le cause sociali
messe in movimento dagli uomini avranno
in misura predominante e sempre crescente
le conseguenze che essi desiderano»[43]. Far finta di niente, dunque,
poteva essere molto pericoloso.
Ma da dove derivavano quei
contrasti inerenti alla «forma stessa
di proprietà», che nemmeno
la socializzazione era riuscita a liquidare?
Per quale ragione l’obiettivo di una
convergenza tra l’interesse del singolo
e quello dell’azienda da un lato e
l’interesse dello Stato dall’altra
non era stato raggiunto? Per rispondere
a questa domanda, Antonov avrebbe dovuto
analizzare le caratteristiche della nazionalizzazione
come forma di socializzazione e la posizione
di chi gestiva (ovviamente per conto dei
lavoratori!) i mezzi di produzione. Si trattava
di passare, quindi, da un esame limitato
solo alle teorie e ai processi economici
ad uno studio sul ruolo del partito comunista
e dei suoi apparati nella gestione dell’economia.
È facilmente comprensibile come tali
questioni fossero di difficile trattazione
in URSS. Su questi aspetti i teorici sovietici
rimasero indietro rispetto ai loro colleghi
jugoslavi e polacchi [44]. La destalinizzazione chrusceviana,
del resto, aveva sì eliminato il
terrore di massa, ma non certo il regime
di polizia; né si era mai messo in
discussione il ruolo del partito nella gestione
dell’economia.
Alla fine degli anni ’60,
tuttavia, alcuni autori, pur senza arrivare
ad un’analisi critica della burocrazia
partitica, sviscerarono più compiutamente
il problema del rapporto tra la pluralità
di interessi sociali e la forme sovietica
di proprietà socialista.
Una delle prime teorie organiche
sui rapporti tra economia e politica nel
sistema sovietico fu fornita dall’esperto
di diritto V.P. Škredov, autore del
testo Ekonomika i pravo (Economia
e diritto): si tratta di un’opera
assai poco conosciuta in occidente e mai
tradotta dal russo, la cui importanza viene
però particolarmente sottolineata
da Lewin [45]. Servendosi dell’analisi
marxiana, Škredov mostrava la contraddizione
tra rapporti di proprietà e rapporti
di produzione. La concezione sovietica
ortodossa si basava sull’idea che
il cambiamento, avvenuto grazie alla collettivizzazione,
nel soggetto che deteneva la proprietà
comportasse quasi automaticamente un mutamento
nel modo di produzione. In questo modo,
tuttavia, si sarebbe dovuta ammettere la
preminenza dei rapporti di proprietà
(di natura giuridica e, quindi, formale)
rispetto ai rapporti di produzione (di carattere
economico, dunque sostanziale).
Per assurdo, quindi, anche in una società
tecnologicamente poco avanzata la proprietà
sociale dei mezzi di produzione avrebbe
garantito la nascita di forme produttive
di ricchezza simili a quelle di una società
industriale. Un’idea del genere aveva
assai poco a che spartire non solo con Marx,
ma anche con il materialismo storico più
spicciolo.
Škredov non negava al
diritto una certa importanza: il suo ruolo
nella vita economica si faceva sentire nella
misura in cui era sostenuto dall’autorità
statale. Ma, come avevano sostenuto Marx
ed Engels, lo Stato difficilmente poteva
ostacolare i mutamenti nei rapporti di produzione:
se avesse tentato di farlo, i risultati
sarebbero stati, alla lunga, controproducenti
per la sua stessa sopravvivenza e disastrosi
per lo sviluppo economico. Il potere statale,
che fosse esercitato con il diritto o con
la forza, aveva la possibilità di
promuovere i rapporti produttivi
che scaturivano dall’evoluzione economica
– modificando ad esempio la distribuzione
della risorse, come era avvenuto dopo la
rivoluzione – ma non quella di creare
nuovi modi di produzione.
L’impostazione di Škredov
forniva strumenti preziosi per spiegare
il problema della sopravvivenza di interessi
contrastanti in un regime socialista. Se
la produzione non coincideva con la proprietà,
era perfettamente comprensibile che quest’ultima
assumesse forme diverse: la proprietà
cooperativa o anche quella personale non
erano meno “socialiste” della
proprietà statale. Quanto alla sopravvivenza
dei rapporti merce-moneta, questa era dovuta
al fatto che la socializzazione formale-giuridica
si era svolta prima che la trasformazione
della forma capitalistica di produzione
nel nuovo modo socialista fosse pienamente
compiuta. L’arretratezza tecnico-produttiva
del paese faceva sì che si sovrapponessero
due tipi di rapporti. Nei settori più
avanzati, laddove si era raggiunto un elevato
grado di interdipendenza tra le diverse
unità produttive, il rapporto fra
queste si svolgeva proficuamente attraverso
una gestione centralizzata, senza bisogno
di rapporti di mercato. Nei settori in cui
l’interdipendenza tra le imprese era
ancora scarsa, era inevitabile che le unità
produttive allacciassero, fra loro e con
lo Stato, rapporti mercantili. Anziché
ostinarsi a ridurre il secondo tipo di rapporto
al primo attraverso misure coercitive che
alla lunga sarebbero risultate scarsamente
efficaci, Škredov proponeva di lasciare
ai rapporti di mercato lo spazio che era
consentito loro dal livello raggiunto di
sviluppo produttivo.
Tentare immediatamente il
passaggio a rapporti di produzione basati
sullo scambio diretto dei beni, senza tenere
conto delle esigenze delle unità
produttive, avrebbe prodotto soltanto danni
all’economia e, oltretutto, non sarebbe
stato per nulla conforme alla concezione
marxiana della costruzione del socialismo.
Quando l’azione politica, infatti,
si svolgeva indipendentemente dalla configurazione
del processo produttivo, si cadeva inevitabilmente
nel «volontarismo». La pianificazione,
pertanto, doveva svolgersi in un quadro
giuridico rispettoso dell’autonomia
effettiva dell’azienda, e non diventare
essa stessa una norma coercitiva. La prassi
dimostrava ampiamente, del resto, che il
monopolio statale della proprietà
non assicurava affatto il controllo reale
sulla produzione. Constatata la pluralità
di interessi differenti, frutto di una società
in cui convivevano rapporti produttivi di
diverso tipo, secondo Škredov non era
affatto contrario al socialismo «far
partecipare le grandi masse lavoratrici
al monopolio delle risorse (introducendo
anche l’appropriazione del plusprodotto
da parte degli individui)» [46]. Come si vede, le idee già
espresse da Nemcinov ricevevano ora una
base teorica ancora più salda.
Il trattato di Škredov
si manteneva su un piano abbastanza astratto,
evitando di scendere in proposte specifiche.
La sua analisi, tuttavia, scardinava molti
presupposti che giustificavano la configurazione
assunta dal sistema sovietico. La funzione
del partito-stato (nei paesi socialisti,
come anche nella grande maggioranza delle
dittature a partito unico del ’900
le due istituzioni erano difficilmente distinguibili
con chiarezza) veniva, di fatto, messa in
discussione. Se lo Stato doveva rinunciare
alla pretesa di forzare l’evoluzione
economica pretendendo di creare rapporti
di produzione non rispondenti alle condizioni
del paese, la sua interferenza nell’attività
economica delle aziende andava drasticamente
ridimensionata. Per Škredov lo Stato
doveva passare dall’amministrazione
dell’economia alla sua direzione tramite
gli strumenti legislativi. Il partito avrebbe
conservato un ruolo guida, a condizione
di rispettare le regole previste dal suo
statuto e le leggi vigenti [47].
Una problematica del genere
allargava di molto la prospettiva delle
riforme: l’analisi critica non si
limitava più ai rapporti tra Stato
e singole unità produttive ma investiva
le strutture della società sovietica
nel loro complesso. Per ottenere cambiamenti
incisivi e duraturi non era sufficiente
una politica di riforme guidata dall’alto
ma occorreva un cambiamento radicale nelle
strutture politiche. Alla fine degli anni
’60 la questione che emergeva maggiormente,
sia pure in maniera non sempre esplicita,
riguardava proprio il ruolo del partito-stato:
il dibattito, da economico che
era all’inizio, diventava anche politico.
Se da un lato i conservatori combattevano
le riforme promosse da Kosygin paventando
il pericolo di una diminuzione del controllo
del partito sulla società e portando
come esempio negativo la “primavera
di Praga” di Dubcek, dall’altro
gli innovatori, delusi dal progressivo arenarsi
delle riforme, si rendevano conto che nessun
processo di riforma poteva risultare efficace
senza una radicale revisione del ruolo guida
del partito e una generale liberalizzazione
della società [48]. Tale ‘sconfinamento’
dall’economia alla politica apriva
prospettive molto più vaste al dibattito
ma si scontrava con l’indirizzo conservatore
impresso da un gruppo dirigente sempre più
dominato dalla figura di Brenev e
da correnti di partito conservatrici o addirittura
neo-staliniste. Tuttavia, come già
notava Lewin nel suo lavoro del ’74,
il dibattito degli anni ’60 aveva
inaugurato, sotto molti aspetti, «tendenze
irreversibili nella vita economica del paese»
[49]. Poco più di dieci anni
dopo e, con la perestrojka, molti
dei temi affrontati negli anni ’60
– in primis la problematica
del rapporto tra riforme economiche e riforme
politiche – ritorneranno in auge.
Ci preme sottolineare, infine,
un ultimo aspetto. All’inizio avevamo
notato come i riformatori sovietici nella
loro critica al modello staliniano di socialismo
non avessero modelli precisi a cui rifarsi.
Tuttavia, come viene ripetutamente sottolineato
da Lewin [50], vari esponenti del dibattito
si richiamavano di frequente, specialmente
a partire dalla fine degli anni ’60,
alla NEP,
la politica economica, avviata a partire
dalla primavera del 1921 e proposta dallo
stesso Lenin, che permetteva l’esistenza
della piccola proprietà privata ed,
entro certi limiti, delle relazioni di mercato.
Tale sistema di economia mista capace di
coniugare piano e mercato appariva a molti
come un esempio da seguire.
L’economista A. Birman,
ad esempio, nell’articolo Sulla
riforma, pubblicato nel 1968 su «Novyi
Mir», ricostruendo le ragioni delle
proposte riformistiche, ricordava che Lenin
– che pure nel periodo rivoluzionario
non aveva scartato la possibilità
di introdurre lo scambio diretto dei prodotti
senza la mediazione del mercato –
alla fine della guerra civile, «sulla
base di un’analisi conseguentemente
marxista dello sviluppo dell’economia
nazionale, giunse alla conclusione che non
si poteva abbattere il capitalismo con un
“attacco di guardie rosse”,
che era necessario un cammino più
lento, ma allo stesso tempo più realistico
che ci avrebbe condotto con successo sulla
via del socialismo proprio sfruttando il
commercio, la finanza, il credito, ecc.»
[51]. Birman si riferiva probabilmente
ai discorsi e agli scritti di Lenin del
periodo 1921-23, in cui il leader sovietico
aveva difeso la NEP come l’unico modello
in grado di garantire la tenuta del potere
bolscevico e lo sviluppo economico, facendo
leva sugli incentivi personali e il calcolo
economico [52]. Pensare di liquidare il mercato
subito dopo la presa del potere si era rivelato
pericolosamente illusorio. Occorreva, invece,
dare spazio alle spinte dal basso, potenziando
al tempo stesso gli strumenti regolativi
dello Stato. Come è noto, all’inizio
Lenin aveva presentato il nuovo modello
come una «ritirata strategica»
rispetto alle prospettive del socialismo
[53]. Man mano che l’esperimento
economico andava avanti, tuttavia, Lenin,
anziché preparare la ‘controffensiva’,
continuava a difendere il ruolo del mercato
e degli incentivi materiali, come fece,
ad esempio, in uno dei suoi ultimi scritti,
Sulla cooperazione, apparso sulla
«Pravda» nel maggio 1923, più
di due anni dopo l’avvio della NEP
[54]. Su queste basi i riformisti
contestavano l’idea che la NEP fosse
spiegabile soltanto come un rimedio temporaneo
alla crisi economica del dopoguerra o allo
scarso consenso del partito presso i contadini.
Essa si configurava, dal loro punto di vista,
come un modello radicalmente alternativo
rispetto a quello perseguito a partire dalla
fine degli anni ’20 e, per molti aspetti,
ancora valido per il presente [55].
Il contesto in cui la NEP
fu concepita era ovviamente assai diverso
da quello degli anni Sessanta. Per Lenin
il problema primario era ridare slancio
ad un’economia prostrata dalla guerra.
Per i nuovi riformatori, si trattava, invece,
di rivitalizzare una struttura economica
soffocata non da un conflitto ma dalla permanenza
di un modello di un’economia di guerra
sui generis, come l’economista
polacco marxista O. Lange aveva definito
l’economia staliniana [56]. In entrambi i casi, però,
veniva abbandonata l’idea di realizzare
il socialismo attraverso la distruzione
dei rapporti di mercato e la creazione di
un’economia totalmente amministrata
dal centro. La riscoperta della NEP intesa
come elaborazione di un modello diverso
di socialismo – e non come semplice
parentesi temporanea come sostenuto dalla
versione ufficiale – e il richiamo
a Lenin che l’aveva fortemente voluta,
costituivano, quindi, una valida giustificazione
ideologica delle nuove proposte di riforma
da contrapporre al conservatorismo della
dirigenza breneviana e alle tendenze
neo-staliniste. A partire dalla fine degli
anni ’60 fino alla prima metà
degli anni ’80 la prevalenza delle
correnti conservatrici, il lento ma progressivo
accantonamento del processo riformistico
e l’irrigidimento della censura contribuirono,
se non ad arrestare il dibattito, quantomeno
a togliergli quegli sbocchi pratici che
gli avevano dato impulso all’inizio.
Come già sottolineato, tuttavia,
numerosi aspetti del dibattito furono ripresi
durante la perestrojka. In entrambi
i casi, fatte salve le numerose differenze
di ordine politico ed economico, la rivisitazione
del modello della NEP e degli scritti di
Lenin del periodo 1921-23 giocarono un importante
ruolo, la cui analisi potrebbe costituire
materia interessante per lo studio non solo
della storia dell’Unione Sovietica
ma, più in generale, dell’intero
pensiero economico socialista.
Questo articolo si
cita: L. Bufarale, Per un socialismo
di mercato.
Aspetti del dibattito economico in URSS
negli anni Sessanta, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/02bufarale.htm
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