| Mara
Casale
La
politica come esistenza autentica
e la storia come narrazione: Hannah
Arendt e l'esperienza totalitaria |
Nota in tutto il mondo come
filosofa politica, sebbene abbia sempre
preferito definirsi un «pensatore»
politico, Hannah Arendt è senza dubbio
una delle personalità intellettuali
più complesse e significative del
Novecento. Costantemente controversa e mai
allineata, testimone consapevole della tragedia
del proprio tempo, ella si è assunta
il difficile compito di impegnarsi nella
comprensione del male che ha segnato il
XX secolo e che ha fatto di lei, come di
milioni di altre persone, un’esule,
un’apolide, una sradicata. Le
origini del totalitarismo resta ancora
oggi la testimonianza più sofferta
e più lucida dello sforzo da lei
compiuto di illuminare l’evento più
tragico che l’umanità abbia
mai conosciuto, di rendere conoscibile ciò
che non sarebbe mai dovuto accadere e che
si configura come un momento estremo di
rottura nella storia occidentale: si può
dire che l’opera del ’51 costituisca
in un certo senso il momento fondamentale
del suo complesso percorso esistenziale
e intellettuale, l’esito maturo delle
riflessioni elaborate in Francia e proseguite
negli Stati Uniti, e nello stesso tempo
il punto di partenza dal quale costruisce
la sua teoria politica. Si può dire,
in sostanza, che tutta la produzione della
Arendt sia in qualche modo un’indagine
continua, affrontata da una prospettiva
in cui all’analisi degli elementi
storici si innestano costantemente teorizzazioni
di carattere filosofico e politico, del
fenomeno totalitario.
Le origini del totalitarismo è
un’opera che svela i suoi segreti
un po’ alla volta e che richiede molte
letture prima di essere compresa in profondità.
Ciò avviene perché la sua
complessa stratificazione risponde perfettamente
a un approccio metodologico che non può
essere definito propriamente “accademico”,
e che spazia liberamente tra molteplici
suggestioni di carattere storico, filosofico,
politico, letterario che si connettono tra
di loro secondo la modalità del racconto
che è propria dello stile e del pensiero
di Hannah Arendt, e che rispecchiano appieno
la sua ricca formazione intellettuale. A
tal proposito è necessario osservare
come tale formazione, benché stimolata
e arricchita dal confronto con la realtà
statunitense, avvenga essenzialmente in
Europa e si ispiri principalmente alla cultura
europea: pur rimanendo legata al nuovo paese
che la ospita e al quale guarda come un
esempio di democrazia in cui la nazionalità
dominante non si identifica con lo Stato,
la Arendt privilegia senza dubbio le fonti
europee a quelle americane in un percorso
che fa proprie con assoluta naturalezza
la filosofia politica dell’antica
Grecia, la poesia tedesca, la letteratura
dell’Europa orientale, la fenomenologia
tedesca e francese, la tradizione ebraica
dei pariah
e quella rivoluzionaria della partecipazione
diretta dei cittadini alla cosa pubblica.
L’eterogenea strutturazione di questo
strano capolavoro, che si snoda attraverso
l’intreccio di molteplici storie e
singoli episodi che improvvisamente si addensano
nell’evento totalitario, deriva quasi
certamente dalla presa di distanza dell’autrice
rispetto alle posizioni espresse dalla tradizione
storicistica tedesca, intendendo con ciò
non solo la dottrina, di ispirazione hegeliana,
che concepisce la storia come svolgimento
reale e necessario, o quella più
propriamente fideistica sostenuta da Troeltsch
e Meinecke; ma anche il dibattito degli
ultimi decenni dell’800, che riceve
un sostanziale contributo dal pensiero di
Max Weber, in merito ai problemi del metodo
e della spiegazione della realtà
storica, della storia intesa come un sistema
di connessioni causali concrete, del legame
che unisce ricerca storica e scienze sociali.
Sebbene il modello di spiegazione weberiano
non possa essere quello di una “deduzione”
degli avvenimenti da leggi generali, per
Weber ogni scienza si avvale sempre della
spiegazione causale, ed essa non può
fare a meno non soltanto di concetti generali,
ma anche di “regole empiriche”,
di leggi [1]. L’obiezione principale che la Arendt muove alle
scienze sociali presuppone il netto rifiuto
dell’autrice di assumere la storia
come insieme di eventi sottoposti a leggi
o a “regolarità”: le
scienze sociali, infatti, attraverso l’esercizio
della predizione e della ripetizione, negano
la novità dei fenomeni, come quello
totalitario, riconducendoli al già
noto e riconducendo sempre ad altro l’azione
umana, a cause psicologiche, sociali, culturali,
economiche [2]. Al contrario l’azione umana, col suo carattere
spontaneo e imprevedibile, si inserisce
in un contesto di relazioni già date
e difficilmente consegue lo scopo perseguito,
di conseguenza il fatto storico trascende
sempre i fattori che lo hanno determinato.
Scrive lei stessa in un articolo del 1954:
La causalità, comunque, è
una categoria assolutamente estranea e
ingannevole nelle scienze storiche. Non
solo il significato effettivo di ogni
evento in verità trascende qualsiasi
serie di cause passate che possiamo
attribuirgli […] ma questo stesso
passato viene alla luce solo con l’evento
stesso. Solo quando qualcosa di irrevocabile
è avvenuto possiamo cercare di
ricostruirne la storia: l’evento
illumina il proprio passato, non può
mai essere dedotto da esso [3].
In nota si legge:
Tra gli elementi del totalitarismo vanno
incluse anche le sue origini, se per origini
non intendiamo cause. Gli elementi in quanto
tali non causano mai nulla. Essi diventano
origini di eventi se e quando si cristallizzano
improvvisamente in forme immutabili e definite.
È la luce stessa dell’evento
che ci consente di distinguere i suoi elementi
reali da un numero infinito di possibilità
astratte, ed è sempre questa stessa
luce che deve guidarci all’indietro
nel passato sempre oscuro e incerto di questi
elementi stessi. In questo senso, è
corretto parlare delle origini del totalitarismo,
o di qualsiasi altro evento storico.
In tutta l’opera della
Arendt è possibile scorgere una sorta
di corrispondenza tra analisi degli avvenimenti
concreti e riflessione concettuale, in una
rete di rimandi e sollecitazioni imposte
dall’urgenza di confrontarsi con il
mondo reale e dalla necessità di
fornire risposte nell’ambito della
teorizzazione filosofico-politica. La storia
come narrazione è dunque l’espediente
che l’autrice utilizza per ricostruire
gli avvenimenti, mettendo in risalto la
loro singolarità e tracciando un
quadro che privilegia le azioni umane piuttosto
che le forze impersonali della storia: in
questo senso il rifiuto della processualità
configura l’evento come «crocevia
di itinerari possibili» [4], e rappresenta il perno attorno al quale ruota la generale
teoria politica dell’autrice. L’obiettivo
di questo lavoro, pertanto, è quello
di mettere in risalto la stretta connessione
tra la teoria politica arendtiana e la struttura
dell’opera.
La Arendt cominciò a scrivere Le
origini del totalitarismo negli Stati
Uniti tra il 1945 e il 1946, ma già
in Francia aveva in mente di intraprendere
un lavoro sull’ antisemitismo e sull’imperialismo,
una ricerca storica su quel fenomeno che
allora chiamava «imperialismo razziale»
[5], vale a dire l’oppressione delle minoranze nazionali
da parte della nazione dominante di uno
Stato sovrano. Il titolo provvisorio era
Gli elementi della vergogna: antisemitismo,
imperialismo e razzismo, e sarebbero
passati sei anni prima di giungere al titolo
definitivo e alla struttura tripartita che
conosciamo. I tre elementi, spiega la Arendt,
sono ciascuno espressione di un insieme
di problemi politici reali alla base del
fenomeno totalitario, sorti sullo sfondo
della disintegrazione dello Stato-nazione
ottocentesco e del collasso delle strutture
politiche e sociali. Proprio all’interno
di questa cornice si sviluppano gli elementi
che costituiscono la trama dell’opera:
la questione ebraica, la nuova organizzazione
dei popoli, l’organizzazione di un
mondo che diventa sempre più piccolo,
la nuova concezione del genere umano.
La trattazione del problema degli apolidi
in particolare, tema molto caro alla
Arendt anche in relazione alla sua esperienza
personale, è senza dubbio la più
rappresentativa per ciò che concerne
il nesso tra la concezione della storia
e della politica dell’autrice e la
peculiare struttura dell’opera. Le
considerazioni di Hannah Arendt sulla figura
dell’apolide muovono infatti dall’analisi
del fenomeno da un punto di vista storico-politico
per poi giungere a una riflessione critica
sulla questione dei diritti umani e sul
paradosso caratteristico della cittadinanza
moderna, cioè la coincidenza fra
quest’ultima e la nazionalità
come principio fondante dello Stato-nazione:
mentre le dichiarazioni dei diritti dell’uomo
di stampo illuminista proclamavano l’ammissione
di tutti gli individui al riconoscimento
sociale e giuridico, il mondo assisteva
sempre più all’aggravamento
dei fenomeni di esclusione, da un lato,
e allo slittamento del tentativo di inclusione
nella pratica dell’assimilazione dall’altro.
Per comprendere appieno la catastrofe che
si abbatte su individui che hanno perso
la tutela di un governo e la garanzia di
protezione dei diritti umani, è quindi
necessario estendere il discorso alla più
generale rappresentazione della politica
che fornisce Hannah Arendt: infatti, solo
inserita all’interno della sua riflessione
politica la condizione degli apolidi risalta
in tutta la sua drammaticità, perché
viene affrontato direttamente il problema
tragico della perdita del mondo. Punto di
partenza è la distinzione del rapporto
dell’uomo con il mondo secondo tre
modalità: l’attività
lavorativa, l’operare e l’agire,
che insieme costituiscono la vita activa.
La prima, l’attività lavorativa,
corrisponde allo sviluppo biologico del
corpo umano ed è legata al circolo
prescritto dal processo biologico all’organismo
vivente, nel quale tutto ciò che
il lavoro produce viene immesso e consumato
immediatamente per rigenerare il processo
vitale e riprodurre nuova forza lavoro.
Al lavoro corrisponde la figura dell’animal
laborans, l’uomo schiavo della
necessità e dei bisogni del suo corpo,
estraniato ed espulso dal mondo appunto
perché imprigionato nella privatezza
del proprio corpo. L’operare invece
è l’attività il cui
frutto corrisponde al mondo “artificiale”,
caratterizzato dalla durevolezza e nettamente
distinto dal mondo naturale; è l’attività
dell’homo faber che letteralmente
opera e fabbrica quell’infinita varietà
di oggetti che saranno innanzitutto oggetti
d’uso e solo secondariamente di consumo.
L’agire, sostiene la Arendt, è
la sola attività che metta in rapporto
diretto gli uomini, e corrisponde alla condizione
umana della pluralità, «al
fatto che gli uomini, e non l’Uomo,
vivono sulla terra e abitano il mondo»
[6]; la pluralità è la condizione preliminare
di ogni vita politica ed è «il
presupposto dell’azione umana perché
noi siamo tutti uguali, cioè umani,
ma in modo tale che nessuno è mai
identico ad alcun altro che visse, vive
o vivrà» [7]. Quindi possiamo dire che l’azione politica è
l’attività specificamente umana,
il luogo dell’esistenza autentica
dove all’uomo è dato di realizzarsi
come uomo e che scaturisce dalla libertà
come potere di intraprendere qualcosa
di nuovo. Strettamente connessa all’azione
e categoria centrale del pensiero politico
è pertanto la natalità, perché
ogni nuova nascita dà inizio a qualcosa
di nuovo. Spiega Enegrén:
Prima di tutto la nascita come venire
al mondo è apparizione nel senso
più forte: ogni nascita è
l’inaugurazione di una linearità
unica che rompe con l’eterno ritorno
della natura poiché fa emergere
nel mondo un essere che prima non esisteva.
Similmente l’azione fa apparire
l’inedito. Ma il concetto di natalità
fornisce anche un punto d’appoggio
ontologico all’agire, in quanto
ogni azione si può intendere come
l’eco dell’inizio di una vita
essa stessa destinata a cominciare: la
condizione umana di natalità, a
questo titolo, si declina appunto al livello
delle azioni particolari di cui costituisce
l’archetipo metafisico. Se, infine,
l’azione è appunto la
risposta umana alla condizione di essere
nato [8], ciò accade in quanto la nascita è, più
originariamente, come matrice di tutte
le azioni, la libertà prima che
consente di rompere con il passato [9].
Solo nell’agire l’uomo
è libero dalle necessità naturali
e dagli imperativi della tecnica, e soprattutto
dal rapporto strumentale mezzo-fine che
introduce necessariamente un elemento di
violenza. L’azione non è mai
possibile nell’isolamento perché
la sfera politica sorge direttamente dall’agire-insieme
e dal confronto fra soggetti diversamente
opinanti che si incontrano in uno spazio
pubblico; questa pluralità è
contraddistinta dal duplice aspetto dell’eguaglianza
e della distinzione, dove all’eguaglianza
di condizione politica, che si esplica nell’accesso
di tutti allo spazio pubblico e nell’eguale
partecipazione al potere, si affianca la
distinzione intesa come possibilità
di distinguersi dagli altri manifestando
la propria peculiare identità. È
proprio perché con la nascita di
ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo
che ci si può attendere l’inatteso
dall’uomo: agire, ci fa notare la
Arendt, ha proprio il significato di iniziare,
come indica la parola greca archein,
incominciare, condurre, governare [10]; e scaturisce dalla pluralità di essere unici,
perché «se l’azione come cominciamento
corrisponde al fatto della nascita, […]
allora il discorso corrisponde al fatto
della distinzione, ed è la realizzazione
della condizione umana della pluralità»
[11]. Per la Arendt, dunque, il discorso e l’azione
sono le modalità essenziali attraverso
le quali riveliamo questa unicità
nella distinzione, come per Aristotele erano
le uniche due attività stimate politiche
e costitutive del bios politikos,
da cui trae origine il dominio degli affari
umani nel quale ogni considerazione sull’utile
o sulla necessità era rigorosamente
esclusa.
La concezione politica di Hannah Arendt
si ancora saldamente alla riflessione sull’esempio
storico della polis greca, dove
l’azione veniva innalzata al rango
supremo, perché essa «ha determinato
in misura decisiva, sul piano linguistico
e del contenuto, l’idea europea della
reale natura e del senso della politica»
[12]. Questo non significa che la Arendt vagheggi nostalgicamente
un ritorno a quel tipo di esperienza; il
suo scopo è quello di evidenziare
come nell’esperienza greca si disveli
uno spazio che può essere creato
solo da molti e nel quale ognuno si muove
tra i suoi pari, in contrasto con «l’espropriazione
moderna della politica»[13] e l’irresistibile ascesa della macchina amministrativa
contro la possibilità della politeia
intesa come cittadinanza diretta. Va aggiunto
che nel pensiero politico tradizionale Hannah
Arendt vede il progressivo affermarsi di
determinazioni non originarie dell’agire
e del politico, come evidenzia Franco Volpi:
Esse non sono originarie nel senso che
non poggiano su un coglimento genuino
e appropriato dei caratteri specifici
di tale campo fenomenico, ma lo comprendono
invece nel quadro di un implicito privilegiamento
della theoria, non messo in questione
[14].
Il filo conduttore che attraversa le motivazioni
originarie del progetto di Hannah Arendt
è l’intento di una decostruzione
del carattere teoretico del pensiero politico
tradizionale, la quale, mutuando da Aristotele
alcune strutture categoriali importanti,
mira a spianare il terreno per una comprensione
specifica dell’autenticità
dell’agire come determinazione fondamentale
del vivere umano.
Aristotele, ci dice la Arendt, distingueva
diversi modi di vita che gli uomini potevano
scegliere in libertà (la vita dei
piaceri corporei, la vita dedicata alla
polis e la vita del filosofo dedita
alla contemplazione delle cose eterne),
escludendo tutti quei modi di vita principalmente
dediti alla conservazione della vita stessa,
dunque l’attività lavorativa
e l’operare. Infatti, poiché
essi producevano ciò che era necessario,
erano costretti dalle necessità umane
e pertanto non potevano essere liberi, diversamente
dalla vita politica che si svolgeva in una
forma di organizzazione, la polis,
liberamente scelta, e che presupponeva la
costante presenza degli altri. Quindi, mentre
la libertà risiedeva esclusivamente
nella sfera politica, la necessità
era soprattutto un fenomeno prepolitico
caratteristico dell’organizzazione
domestica privata, in cui il capo della
casa reggeva la famiglia e i suoi schiavi.
Poiché la polis rappresentava
la forma più alta di convivenza umana,
essere liberi e vivere in una polis
erano in un certo senso la stessa cosa:
tuttavia, per essere partecipe di questa
esperienza, occorreva in primo luogo che
l’uomo fosse già libero; non
poteva essere né uno schiavo soggetto
all’altrui coercizione né un
lavoratore manuale soggetto al bisogno di
guadagnarsi il pane quotidiano. Il mezzo
decisivo per acquisire la libertà
che avrebbe permesso la partecipazione alla
vita politica e alla polis era
la schiavitù, il potere di costringere
altri ad assumersi l’onere del vivere
quotidiano:
La polis si distingueva dalla sfera domestica
in quanto si basava sull’eguaglianza
di tutti i cittadini, mentre la vita familiare
era il centro della più rigida disuguaglianza.
Essere liberi significava sia non essere
soggetti alla necessità della vita
o al comando di un altro, sia non essere
in una situazione di comando. Significava
non governare né essere governati.
[…] Essere liberi voleva dire essere
liberi dalla disuguaglianza connessa a ogni
tipo di dominio e muoversi in una sfera
dove non si doveva né governare né
essere governati [15].
Nella sfera domestica, quindi,
non esisteva libertà, ma privazione
dell’autenticità: in essa si
realizzava l’emancipazione prepolitica
per la libertà nella polis,
e il capofamiglia era considerato libero
solo in quanto aveva il potere di lasciare
la propria casa per accedere alla sfera
politica costituita dai suoi pari. Questa
sfera, in cui si muovono uomini uguali,
è caratterizzata dall’isonomia,
dal pari diritto all’attività
politica, che nella polis era prevalentemente
un’attività dialogica. L’atto
libero del discorso, nel mondo greco, è
un surrogato del fare, o meglio, non vi
è distinzione tra parlare e agire:
in Omero infatti «chi compie grandi gesta
deve sempre proferire anche grandi parole,
e non solo perché le grandi parole
devono accompagnare a mo’ di spiegazione
le grandi gesta, che altrimenti, mute, cadrebbero
nell’oblio, ma perché lo stesso
parlare era considerato a priori
un modo di agire” [16].
La capacità di dialogare, di comunicare
con i molti e di esperire quella pluralità
complessiva che è il mondo era l’effettivo
contenuto del politico, perché soltanto
nella libertà di dialogare il mondo
appare nella sua obiettività visibile:
per questo la vita privata ai greci appariva
«idiota”, perché le era negata
quella pluralità di discorrere e
con essa l’esperienza della realtà
del mondo. Discorso ed azione venivano considerati
equivalenti, e ciò significava che
l’azione più politica si realizzava
nel discorso, perché trovare le parole
opportune al momento opportuno era l’unica
risposta ai colpi inferti dagli dei. Essere
politici, vivere nella polis, significava
che tutto si decideva con le parole: per
questo alla famosa definizione aristotelica
dell’uomo come zoon politikon
si affianca l’altra, altrettanto famosa,
dell’uomo come zoon logon ekhon,
un essere vivente capace di discorso. In
base a questa determinazione, lo schiavo,
il barbaro, chiunque si trovasse al di fuori
della polis era considerato aneu
logou, «privo, naturalmente,
non della facoltà di parlare, ma
di un modo di vita nel quale solo il discorso
aveva senso e nel quale l’attività
fondamentale di tutti i cittadini era di
parlare tra loro» [17]. A garantire che la realtà fosse discussa e affermata
da tutti e che tutti i pari avessero la
possibilità di sperimentare effettivamente
le condizioni di eguaglianza e libertà
era lo spazio pubblico, l’elemento
comune in cui tutti si raccolgono e in cui
tutti gli oggetti possono risaltare nella
loro poliedricità. La facoltà
argomentativa, sostiene la Arendt, consisteva
nella facoltà di vedere realmente
le cose da diversi lati, cioè di
assumere sul piano politico le tante possibili
posizioni presenti nel mondo reale da cui
la stessa cosa può essere osservata;
lo spazio pubblico è il luogo nel
quale una cosa può essere vista e
udita da tutti, e vivere insieme significa
essenzialmente «che esiste un mondo di cose
tra coloro che lo hanno in comune […];
il mondo, come ogni in-fra (in-between),
mette in relazione e separa gli uomini nello
stesso tempo»[18]. La realtà della sfera pubblica si fonda sulla
presenza simultanea di innumerevoli prospettive;
ciascuno può essere visto e udito
perché ciascuno vede e ode da una
diversa posizione, e questo multiprospettivismo
è l’unica garanzia della realtà
del mondo, perché «solo dove le cose
possono essere viste da molti in una varietà
di aspetti senza che sia cambiata la loro
identità, […] la realtà
del mondo può apparire certa e sicura»
[19]. Parzialità e pluralità di prospettive
sono due concetti essenziali che la Arendt
condivide del resto con Merleau-Ponty, il
quale ci suggerisce un’esperienza
del mondo nel senso di una totalità
aperta la cui sintesi è interminabile
e in cui gli oggetti sono reali perché
penetrati da tutti i lati da un’infinità
di sguardi: la pluralità di prospettive,
che assicura la realtà e l’identità
del mondo, «se è il mezzo che gli
oggetti hanno per dissimularsi, è
anche il mezzo che essi hanno per svelarsi.
[…] In altri termini: guardare un
oggetto significa venire ad abitarlo, e
da qui cogliere tutte le cose secondo la
faccia che gli rivolgono» [20]. La facoltà di osservare la stessa cosa dai punti
di vista più disparati fa sì
che alla propria posizione determinata l’uomo
sostituisca quella degli altri con i quali
condivide il mondo:
Il cogito altrui – continua
Merleau-Ponty – destituisce di ogni
valore il mio proprio cogito
e mi fa perdere la sicurezza, che avevo
nella solitudine, di accedere all’unico
essere per me concepibile, all’essere
così come viene intenzionato e
costituito da me. […] In realtà,
l’altro non è chiuso nella
mia prospettiva sul mondo poiché
questa prospettiva stessa non ha limiti
definiti e scivola spontaneamente in quella
altrui, poiché sono entrambe raccolte
in un unico mondo al quale noi tutti partecipiamo
come soggetti anonimi della percezione
[21].
Per questo motivo il senso
comune è definito il senso politico
per eccellenza, che a sua volta assume a
modello il giudizio estetico kantiano espresso
nella Critica del giudizio, il
quale riguarda un oggetto assolutamente
particolare (giudizio riflettente). Esso
si radica «in una specie di sensus communis»
come facoltà di giudicare che tiene
conto, nella sua riflessione, del modo di
rappresentare di tutti gli altri uomini,
per mantenere il proprio giudizio nei limiti
della ragione umana nel suo complesso e
per evitare l’illusione di ritenere
oggettive delle condizioni particolari e
soggettive. Il senso comune occupa un posto
così rilevante nella gerarchia delle
qualità politiche perché tramite
esso i nostri cinque sensi riescono ad aderire
alla realtà complessiva delle cose.
Così il giudizio estetico-politico
di Kant ci porta inevitabilmente agli altri
(la Arendt parla di otherdirectedness,
l’eterodirezione fondamentale del
giudizio) grazie al senso comune tramite
il quale gli uomini comunicano; infatti,
sebbene il giudizio sia segnato da interessi
soggettivi,
[…] il dibattito decanta e moltiplica
questa soggettività che, invece di
relativizzarsi, si conferma incessantemente
nello scambio e acquista un’oggettività
di nuovo genere, poiché il mondo
che si offre nella discussione è
interamente presente negli aspetti infinitamente
diversi che presenta. […] Giudicare
è scoprire un senso nel mondo, allo
scopo di orientarsi in esso per un’azione
il cui ambiente naturale è la contingenza
nella quale essa deve sempre aprirsi un
cammino, imprevedibilmente [22].
La parola, sostiene pertanto
la Arendt, è rivelatrice, ed è
anche manifestazione di colui che parla,
il quale si scopre e si espone agli altri:
egli è l’attore esposto
agli occhi di tutti e che ha come testimoni
coloro insieme ai quali agisce, che non
è nulla senza l’eco che gli
rimandano i suoi pari; in lui, essere-al-mondo
e per-il-mondo, si intrecciano desiderio
di vedere e desiderio di essere visto insieme
all’incessante premura di distinguersi.
Il singolo, nel suo isolamento, non è
mai libero e la libertà, pertanto,
trae sempre origine dall’infra
che si crea soltanto dove si radunano molte
persone e che può sussistere soltanto
finché esse rimangono insieme; così,
nel mondo greco, essa era limitata spazialmente
dalle mura della città, coincideva
con la polis al di fuori della
quale non era possibile essere uomini politici.
«L’infra – suggerisce
la Arendt – è ciò che
è autenticamente storico-politico
[…]: non è l’uomo a essere
uno zoon politikon, o a essere
storico, ma gli uomini, nella misura in
cui si muovono nell’ambito che sta
tra di loro» [23]. Attraverso il recupero
dell’etimo originario della parola
“agire”, la Arendt vuole mostrare
anzitutto la stretta connessione tra azione
e inizio, e quindi, tra azione e novità,
nel senso che solo agendo si può
imprimere una svolta alla storia: per questo
tutta la sua concezione politica si determina
negativamente in rapporto alla natura, luogo
della ineluttabilità in cui la spontaneità
non riesce mai a collocare un elemento d’incertezza:
Solo nella sfera politica – commenta
Paolo Flores d’Arcais – l’uomo
attinge la propria «natura»,
si sottrae e contrappone cioè alla
natura. Solo politicamente
vive fino in fondo il tratto peculiare
che, entro il mondo della natura, lo qualifica
come uomo, lo individua rispetto alla
spora e all’unicorno. Privato della
politica, l’uomo è privato
di ciò che appartiene solo a lui
e che perciò gli è proprio,
gli appartiene in modo eminente: la differenza
[24].
La natura è sinonimo
di un incessante trascorrere, di un ordine
necessario in cui la spontaneità
assoluta, «il segno della possibilità
essenziale dell’essere liberi»
[25], non trova espressione. Perciò l’azione
è essenzialmente contro natura, nel
senso che si sottrae alla in-differenza.
Dal carattere innovativo e libero che la
Arendt imputa all’azione derivano
i suoi esiti problematici e irrazionali,
vale a dire la sua imprevedibilità
e la sua irrevocabilità. Poiché
imprevedibile, l’azione entra in modo
del tutto inatteso in collisione con altre
iniziative comportando ripercussioni non
dominabili; essa possiede una straordinaria
capacità di propagazione e innesta
catene di conseguenze che sfuggono totalmente
alle intenzioni degli attori. Poiché
irrevocabile, ogni azione determina conseguenze
incancellabili nelle quali impegnamo la
nostra responsabilità, sebbene nessuno
di noi sia in grado di valutare il senso
oggettivo della propria azione, non perché
non ne siamo del tutto gli autori, ma perché
«essa è sempre interazione che suscita
effetti di composizione perfettamente inattesi»
[26]. L’intuizione fondamentale della Arendt consiste
nel pensare che l’azione non dev’essere
rappresentata secondo il rapporto strumentale
mezzo-fine che governa la fabbricazione:
per questo l’azione è essenzialmente
energeia, “attualità”,
nel senso di essere in atto, termine che
Aristotele impiegava per designare tutte
le attività che non perseguono un
fine, ma esauriscono il loro significato
nell’esecuzione stessa. L’azione
è dunque fine a se stessa, perché
il suo fine si trova nella stessa attività
e perché esiste solo in pura attualità.
Poiché non mira ad alcun bene tangibile,
essa, come direbbe Lévinas, «richiede
a coloro che la esercitano una posta a fondo
perduto»[27]: in altre parole, «il mezzo per conseguire il fine sarebbe
già il fine; e questo fine, d’altro
canto, non può esser considerato
come un mezzo anche a diverso titolo, perché
non c’è nulla di più
elevato da raggiungere che questa stessa
attualità» [28].
La «triplice frustrazione» connessa
all’agire – imprevedibilità
dell’esito, irreversibilità
del processo e anonimità degli autori
– è il prezzo che l’uomo
paga per poter esperire la realtà,
e deriva in prima istanza dalla condizione
umana della pluralità, il requisito
preliminare di quello spazio dell’apparenza
che è la sfera pubblica, lo spazio
di visibilità in cui gli uni appaiono
agli altri e si riconoscono a vicenda, che
in sostanza costituisce la condizione di
possibilità dell’essere-insieme.
Poiché ognuno detiene una propria
posizione delimitata nel mondo, la caratteristica
dello spazio pubblico è quella di
unire e separare allo stesso tempo, cioè
di «articolare la pluralità attraverso
relazioni che non siano né verticali
né gerarchiche né di tipo
fusionale» [29]. Colpisce subito come la Arendt definisca il suo concetto
di politica a partire da una concezione
puramente orizzontale del potere, prodotto
dell’interazione discorsiva e pratica
di individui liberi ed eguali, che esclude
ogni tipo di professionalizzazione della
politica ed ogni tentativo di sottrazione
della sfera pubblica. Ciò che mantiene
in vita la sfera pubblica è il potere
che si genera dal vivere insieme delle persone,
dal condividere parole e azioni; esso corrisponde
in primo luogo alla condizione della pluralità
e per questa ragione può essere diviso
senza che diminuisca: «Potere corrisponde
alla capacità umana non solo di agire
ma di agire di concerto. Il potere non è
mai proprietà di un individuo; appartiene
a un gruppo e continua a esistere soltanto
finché il gruppo rimane unito»
[30]. Il potere, quindi, consiste nella coesione dello spazio
politico che si crea tra uomini che condividono
parole e azioni, e pertanto non presuppone
affatto la possibilità di sottomettere
la volontà altrui. Anziché
caratterizzare il politico secondo le categorie
dominio/obbedienza, per Hannah Arendt non
esiste politica dove c’è dominio:
come per i greci la relazione tra governare
ed essere governati era considerata identica
a quella tra padrone e schiavo e di conseguenza
precludeva ogni possibilità di azione,
così la Arendt intende qualsiasi
forma di assoggettamento come il sintomo
di una perdita di potere dei cittadini riuniti
che assume connotazioni fondamentalmente
antipolitiche. La violenza è un principio
opposto e incompatibile con il potere, non
sarà mai potere, ma solo dispotismo
e prevaricazione (sebbene la Arendt ammetta
il ricorso alla violenza qualora l’uomo
venga offeso nei fondamenti più elementari
della sua dignità).
Per questo motivo propone un modello della
politica che si ispira alla democrazia consiliare,
individuando le molteplici occasioni in
cui i cittadini hanno tentato spontaneamente
di dar vita a forme di partecipazione diretta
alla vita pubblica: le sezioni parigine
della Rivoluzione francese, la Comune del
1871, i soviet del 1905 e del 1917, i Räte
della Germania del primo dopoguerra, e infine
i consigli della Rivoluzione ungherese del
1956. Il modello della democrazia dei consigli
si delinea come un tentativo di frammentazione
del potere, che si configura così
come un potere con-diviso, «il
che non vuol dire semplicemente distribuito
fra tutti, ma fra tutti partecipato a partire
da divisione, punti di vista parziali
(di parte!), opinioni che per definizione
non aspirano affatto a oggettività»
[31]. L’estensione del potere deve avvenire attraverso
una condivisione che prevenga la sua degenerazione
in una forza monopolizzabile, proprio perché
il potere è pluralità; in
questo senso i consigli (e qui ancora una
volta avvertiamo l’influenza di Rosa
Luxemburg) sono stati la testimonianza di
un movimento interamente politico che cercava
di assicurare la partecipazione attiva delle
masse popolari in una democrazia
senza limiti. Come la Luxemburg, Hannah
Arendt insiste sul fatto che la buona organizzazione
non precede l’azione ma ne è
il prodotto, e proprio per questo nei suoi
scritti non troviamo altro che indicazioni
sparse intorno all’idea di un’organizzazione
orizzontale del potere, ma mai un programma
preciso o uno schema stabilito che, come
osserva Enegrén, «ipotecherebbe una
creazione che non può che essere
inattesa» [32].
Questo, a grandi linee, è lo sfondo
che determina la riflessione della Arendt
in merito al problema degli apolidi. È
chiaro che, inserita in questo contesto,
la condizione dei senza patria si carica
di un senso tragico che deriva dall’essere
considerati, una volta persi i diritti nazionali,
nient’altro che nuda vita. Oltre ad
aver perso la patria, vale a dire l’ambiente
circostante, il tessuto sociale in cui si
sono creati un posto nel mondo, e la protezione
del governo con la conseguente perdita dello
status giuridico in tutti i paesi, essi
sono costretti a vivere al di fuori di ogni
comunità. Per loro non esiste più
nessuna legge: essi sono diventati perfettamente
«superflui», perché «la privazione
dei diritti umani si manifesta soprattutto
nella mancanza di un posto nel mondo che
dia alle opinioni un peso e alle azioni
un effetto» [33]. Su un numero crescente di persone si è abbattuta
la sventura di aver perso una comunità
disposta a garantire qualsiasi diritto:
perdendo la comunità, essi sono considerati
aneu logou, privi della capacità
di instaurare ogni tipo di relazione umana
e di intraprendere un’azione politica.
In questo senso, si trovano condannati a
vivere una condizione di superfluità
che deriva dal fatto di non poter vedere
né essere visti all’interno
dello spazio pubblico, di essere privati
della capacità di muoversi tra i
propri pari e di riconoscersi come membri
di una comunità composta di individui
liberi ed uguali. Per i greci, un uomo che
non poteva accedere alla sfera pubblica,
che non poteva apparire, come lo
schiavo o il barbaro, non era pienamente
umano: questa è anche la condizione
degli apolidi che, una volta costretti a
vivere al di fuori di ogni comunità,
sono confinati nella loro condizione naturale
e ridotti a null’altro che rappresentanti
della propria diversità assolutamente
unica, l’astratta nudità dell’essere-nient’altro-che-uomo
spogliata di ogni significato perché
privata dell’azione in un mondo comune.
La perdita della comunità politica
pertanto equivale, nella concezione della
Arendt, alla perdita dell’umanità:
e «poiché soltanto i selvaggi non
hanno più nulla da esibire all’infuori
del minimo dell’origine umana, gli
apolidi si aggrappano disperatamente alla
loro nazionalità, che li distingue
da quelli, pur non assicurandogli più
né protezione né diritti»
[34], perché rappresenta l’unico superstite
legame con l’umanità. Dal momento
che il concetto di politeia significa
appartenenza attiva ad una comunità
di uomini liberi, l’uomo può
essere protetto solo da una comunità
politica che permette di eguagliare le differenze
e consente l’azione paritaria di individui
e popoli diversi. La vita politica si fonda
sul presupposto dell’instaurazione
dell’eguaglianza attraverso l’organiz-
zazione, poiché, sostiene la Arendt,
non si nasce eguali, «ma si diventa eguali
come membri di un gruppo in virtù
della decisione di garantirsi reciprocamente
eguali diritti» [35]. Solo la politica, intesa come impegno contrario al
ripiegamento nella sfera individuale, può
ridare il mondo agli uomini: nella nuova
congiuntura storica del primo dopoguerra,
chi non possiede la nazionalità è
come se non fosse nemmeno umano; l’espulsione
dal mondo, la privazione di quello che la
Arendt ha definito lo spazio dell’apparenza,
sono come «un invito all’omicidio,
in quanto che la morte di uomini esclusi
da ogni rapporto di natura giuridica, sociale
e politica, rimane priva di qualsiasi conseguenza
per i sopravviventi» [36].
La Arendt osserva che con la scomparsa dell’antica
città-stato il termine vita activa
perdette il suo significato originario e
specificamente politico a favore di una
concezione contemplativa della vita (bios
theoretikos) che veniva elevata ad
attività suprema dell’uomo
e indicata come il solo modo di vita veramente
libero. La superiorità della vita
contemplativa ha origine nella filosofia
politica di Platone, dove la riorganizzazione
utopistica della vita della polis
non ha altro scopo che rendere possibile
il modo di vita del filosofo:
Platone, il padre della filosofia politica
occidentale, ha tentato in vario modo
di contrapporsi alla polis e
alla sua idea di libertà. Lo ha
fatto ricorrendo a una teoria politica
in cui i criteri del politico sono desunti
non dalla politica stessa ma dalla filosofia,
a una dettagliata stesura di una costituzione
le cui leggi corrispondono alla idee accessibili
soltanto ai filosofi [37].
L’evento decisivo fu
il conflitto tra il filosofo e la polis
che data dalla morte di Socrate: con Platone
si è affermato il primato del bios
theoretikos e del modo di vita filosofico
in opposizione alla futilità delle
cose umane, poiché «nessuna opera
prodotta dalle mani dell’uomo può
eguagliare in bellezza e verità il
kosmos fisico, che ruota nell’eternità
immutabile senza alcuna interferenza o assistenza
dall’esterno»[38]. La supremazia della contemplazione dell’eterno
fa dell’apolitia una categoria
privilegiata che riceverà la sua
consacrazione dal cristianesimo. L’antipoliticità
cristiana infatti, con il suo ripiegarsi
sulla vita privata e sull’interiorità,
si basava sull’assunto che il mondo
non sarebbe durato, e fu in un certo senso
la risposta destinata a tenere insieme una
comunità di persone che avevano perduto
il loro interesse nel mondo comune. Il cristianesimo,
con la sua fede in una vita futura, invitava
all’astensione dal mondo; poiché
è questo, e non più l’uomo,
ad essere mortale, è preferibile
vivere calmi, occuparsi dei propri affari
e rinviare qualsiasi forma di attività
alle necessità della vita terrestre:
L’attività politica, che fino
allora aveva derivato il suo più
grande stimolo dall’aspirazione all’immortalità
mondana, piombava ora al basso livello di
un’attività soggetta alla necessità,
destinata a riparare le conseguenze dello
stato di peccato dell’uomo da una
parte, e a provvedere ai legittimi bisogni
e necessità della vita terrena, dall’altra
[39].
L’insistenza cristiana sulla sacralità
della vita tendeva oltretutto a livellare
le antiche distinzioni all’interno
della vita activa e a considerare
il lavoro, l’opera e l’azione
come tre modalità egualmente soggette
alla necessità del presente.
In seguito, nell’età moderna,
l’opera prese il posto della vita
contemplativa al culmine della gerarchia
dei modi d’essere, conseguenza della
rivoluzione galileiana che faceva coincidere
il fare e il sapere e garantiva il trionfo
dell’homo faber, il cui modello
artificialista si sarebbe imposto anche
nel pensiero politico con l’introduzione
del rapporto strumentale mezzo-fine. A questo
proposito la Arendt parla di alienazione
e di perdizione dell’individuo nel
genere, dell’opinione politica nella
regola tecnica, del luogo pubblico nell’universo
della fabbricazione in cui vige, sopra tutti,
il principio di utilità. Gli atteggiamenti
tipici dell’homo faber, la
sua strumentalizzazione del mondo, la sua
fiducia negli strumenti e nella portata
onnicomprensiva della categoria mezzo-fine,
la sua convinzione che ogni motivazione
umana possa essere ridotta al principio
di utilità, hanno portato inevitabilmente
ad una identificazione acritica della fabbricazione
con l’azione. Infine, a partire dalla
rivoluzione industriale, anche gli ideali
dell’homo faber, il costruttore
del mondo, sono stati sacrificati a favore
di quelli dell’animal laborans
che, con l’emancipazione del lavoro
e l’avvento della società,
è stato messo nella condizione di
occupare la sfera pubblica: nella società
moderna del consumo, infatti, rimaneva solo
la forza del processo vitale, alla quale
tutti gli uomini e tutte le attività
umane erano egualmente sottomesse e il cui
solo scopo era la sopravvivenza della specie
dell’animale umano. L’apparizione
e la visibilità del ciclo biologico
del lavoro e del consumo in ultima analisi
conducono al livellamento di tutte le possibilità
di vita activa che viene ridotta
alla pura soddisfazione delle necessità
della vita. Nel ciclo produzione-consumo
l’uomo non ottiene altro che un benessere
istupidito:
L’ultimo stadio della società
del lavoro, – afferma la Arendt –
la società degli impiegati, richiede
ai suoi membri un duplice funzionamento
automatico, come se la vita individuale
in effetti fosse stata sommersa dal processo
vitale della specie e la sola decisione
attiva ancora richiesta all’individuo
fosse di lasciare andare, per così
dire di abbandonare la sua individualità,
la fatica e la pena di vivere sentiti ancora
individualmente, e di adagiarsi in un attonito,
tranquillizzato, tipo funzionale di comportamento
[40].
La critica di Hannah Arendt
verte principalmente sulla moderna scomparsa
della sfera pubblica e della sua sostituzione
con la sfera sociale: quest’ultima,
che non è né privata né
pubblica, è un fenomeno relativamente
nuovo che ha coinciso con il sorgere dell’età
moderna e ha trovato piena espressione politica
nello Stato nazionale. Ciò che la
Arendt intende quando parla di questo ibrido
che è il sociale è l’estensione
della comunità domestica (oikia),
e delle attività economiche ad essa
connesse, al dominio pubblico, e la gestione
collettiva di faccende che precedentemente
rientravano nella sfera familiare: «La collettività
di famiglie economicamente organizzate come
facsimile di una famiglia superumana è
ciò che chiamiamo società,
e la sua forma politica di organizzazione
è la nazione»[41]. Fin dal principio la società è definita
come una forma di comunità in cui
l’economico, usurpando lo spazio prima
riservato al politico, è trasportato
nella visibilità del pubblico, e,
come la sfera domestica, esclude la possibilità
dell’azione che viene ora assorbita
da un «potere amministrativo» sempre
più esteso. Naturalmente questo avvento
della società ha preteso da ciascuno
dei suoi membri la conformazione a un certo
genere di comportamento, arrogandosi il
diritto di stabilire regole e norme per
«normalizzare» la loro condotta e
per designare come «anormale» chiunque
sfugga alle tipologie stabilite: la società
di massa è riuscita anche ad estinguere
la sfera privata, controllando tutti i membri
della comunità in maniera uniforme
e con la stessa forza. L’eguaglianza
moderna, riflette la Arendt, non è
altro che il riconoscimento politico e giuridico
del fatto che la società ha conquistato
l’ambito pubblico, è cioè
basata sul conformismo e sul fatto che «il
comportamento ha sostituito l’azione
come modalità primaria di relazione
fra gli uomini» [42]. La critica alla società di massa condotta dalla
Arendt si incentra sul problema della mancanza
di responsabilità politica dei singoli
e sui pericoli di una delega dell’azione
politica a pochi esperti, tutti fattori
che conducono ad una pericolosa chiusura
degli uomini nella loro sfera lavorativa
e alla perdita del mondo comune.
È proprio a partire da questo vasto
quadro di riferimento che la peculiare struttura
dell’opera, frutto di un complesso
procedimento a ritroso teso a rintracciare
i fattori che in qualche misura si sono
cristallizzati nell’evento totalitario,
appare motivata e in conformità con
la visione politica della Arendt: infatti,
l’assunzione e la descrizione della
storia come insieme di eventi sottoposti
a leggi – e la conseguente sottomissione
alla coerenza che sottende il ragionamento
logico e che è impossibile trovare
nel reale –, significherebbe cancellare
lo spazio per l’azione libera che
sceglie, prodotta da individui che comunicano
tra di loro. Non vi sarebbero più
esistenze, ma solo le eterne leggi dell’essere
nel suo processo causale: se vi è
Storia, commenta allora Flores d’Arcais,
non vi è futuro. Perché le
filosofie della storia e la filosofia
politica hanno in comune il fatto di
non cogliere mai il nocciolo della politica:
l’uomo che agisce come essere-con-gli-altri
superando tutti i calcoli e le aspettative.
Il pensiero politico di Hannah Arendt muove
da premesse diverse: la vicenda umana è
il luogo dell’inatteso, delle conseguenze
impreviste e non pianificabili, e la contingenza
degli eventi è il prezzo che si deve
pagare se si vuole mantenere la libertà,
l’«abisso della libertà»
dove il giudizio diventa la prassi della
responsabilità.
Questo articolo si
cita: M. Casale, La
politica come esistenza autentica e la storia
come narrazione: Hannah Arendt e l'esperienza
totalitaria, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/02casale_2.htm
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