| Steven
Forti
«L’operaio ha fatto tutto;
e l’operaio può distruggere
tutto, perché tutto può
rifare [1].»
Massimalismo, Biennio Rosso, Bologna,
Ercole Bucco |
In seguito ai fatti di Palazzo
d’Accursio, in un articolo de «La
Squilla» – il periodico socialista
bolognese – si legge:
... un uomo idolatrato, ciecamente seguito
da una massa lavoratrice che è
tra le più coscienti d’Italia:
un organizzatore di molti numeri per fare
presa sull’anima ingenua delle masse:
un propagandista che all’efficacia
della parola unisce l’autorità
del mandato polito. Insomma, come si direbbe,
un pezzo grosso del Partito [2].
Di chi si parla? Di Ercole Bucco, il dimissionario
segretario della Camera confederale del
Lavoro bolognese. Eppure il nome di Ercole
Bucco ai giorni nostri suona completamente
nuovo. Non lo si connette né ai “pezzi
grossi” del socialismo postbellico,
né ai rivoluzionari più carismatici.
Anzi, la storiografia repubblicana ha archiviato
il suo fascicolo in uno di quei polverosi
scaffali al di sotto dell’etichetta
recante la scritta “oblio”.
Nato a Firenze il 22 agosto 1886, si trasferisce
presto a Cento, in provincia di Ferrara,
dove nel 1905 si iscrive al PSI. Nel 1909
si reca in Svizzera, mentre nel 1911, a
Trieste, dirige il periodico «Gioventù
Socialista» [3]. Da subito molto attivo come organizzatore
e propagandista, ad inizio 1912 diviene
segretario della Camera del Lavoro di Cento,
che guida con mano ferma nella condanna
della guerra di Libia e del primo conflitto
mondiale [4]. Costretto al fronte dal novembre
1915, riprende la sua attività sindacale
nel 1919, divenendo anche propagandista
per la CdL di Ferrara, guidata da Zirardini.
Dalla primavera è presente nel bolognese
e dall’estate anche nel mantovano:
alle elezioni del 16 novembre 1919 si candida
in questa circoscrizione per la corrente
massimalista, in opposizione al riformista
confederale Dugoni, venendo eletto alla
Camera e, nella riunione della Direzione
del PSI del 28 novembre, alla carica di
segretario del Gruppo Parlamentare Socialista.
Per Bucco si apre così un’intensa
– seppur breve – stagione nella
quale gioca un ruolo di primo attore.
Nel 1920 ricopre anche la carica di segretario
confederale a Bologna, ma viene linciato
politicamente e moralmente in seguito agli
avvenimenti del 4 novembre di quell’anno,
passati presto in secondo piano rispetto
ai più gravi fatti di Palazzo d’Accursio
di meno di tre settimane dopo. Sfuggito
alle leggi fascistissime trova rifugio in
Francia, lavorando come manovale durante
i lunghi anni dell’esilio. Dopo un
breve e ambiguo rapporto con l’OVRA
in qualità di informatore, tenta
di tornare clandestinamente in Italia via
mare dall’Algeria: arrestato, nel
1938 viene condannato all’ergastolo
dal Tribunale speciale come sovversivo e,
dopo l’8 settembre, è deportato
in un lager nazista, dove trova, nemmeno
sessantenne, la morte.
Dopo il breve periodo in auge Bucco è
caduto al pari di molti altri nel dimenticatoio.
Cosa che non stupisce affatto. Quello che
semmai lascia dei dubbi è come questo
personaggio sia stato fagocitato dal pozzo
dell’oblio storiografico. Il suo nome
non è mai presente in alcuna ricerca
riguardante il socialismo italiano del primo
dopoguerra, se si eccettuano gli studi dedicati
alle vicende di Bologna in quegli anni.
Solo nell’indagine particolare [5] ci si è ricordati di Bucco,
tralasciando completamente il suo ruolo
a livello nazionale. Ma anche nelle valide
ricerche locali, lo spazio dedicato al segretario
del sindacato confederale di Bologna è
scarso e il giudizio fortemente negativo:
come spesso accade, il “dopo”
è utilizzato come metro per giudicare
il detto e il fatto precedentemente. E quindi
all’imputato dei fatti accaduti alla
sede della CCdL in via d’Azeglio 41
la notte del 4 novembre 1920 – oltre
che al futuro informatore della polizia
fascista – è toccata una memoria
fortemente rivisitata per il periodo del
biennio rosso. Perché allora impegnarsi a soffiare
via centimetri di polvere dal suo fascicolo
ingiallito? Perché dedicare un articolo
a questo personaggio (semi)sconosciuto?
La sua figura, per quanto non trovi certamente
posto nell’Olimpo del socialismo italiano,
è rivestita di un’importanza
speciale per un duplice ordine di motivi.
In primo luogo è esemplificativa
di quel massimalismo definito spesso parolaio
e inconcludente che domina il socialismo
nel primo dopoguerra, in aggiunta alla sua
inclusione – seppur in modo particolare,
ambiguo e oltremodo sfortunato – nella
categoria dei transfughi del periodo interbellico, dimenticati
da tutti e da tutto. In secondo luogo, fondamentale
è il ruolo svolto da Bucco nel biennio
rosso nel bolognese. La sua attività
alla segreteria della CCdL in quell’intenso
1920 è diretta al tentativo di instaurazione
del nuovo ordine soviettista: la riorganizzazione
centralizzata del movimento sindacale e
le spinte per legare strettamente il sindacato
al partito sono tese allo scopo di creare
degli organismi nuovi (Soviet) per un nuovo
tipo di società (quella comunista). Ossia, parlare di Ercole Bucco significa
prima di tutto parlare del socialismo massimalista
a Bologna nel biennio rosso.
A volo di gabbiano sul biennio
rosso: stato della questione, categorie
interpretative, prospettiva d’indagine
Sul biennio rosso nel bolognese si è
scritto molto nei decenni repubblicani.
L’analisi si è però
concentrata essenzialmente sulla strage
di Palazzo d’Accursio, individuata
come uno dei primi momenti della reazione:
la prospettiva è stata per lo più
quella della ricerca delle “origini
del fascismo”, per altro non a torto.
Ma in uno studio tutto incentrato sull’indagine
delle cause della seguente vittoria (politica
e militare) dei fascisti, in uno studio
dedicato alle colpe del socialismo massimalista
dominante, si è forse tralasciato
di indagare quale fosse il reale progetto,
la parte propositiva del detto e del fatto
massimalista, per quanto carente (o suicida)
potesse essere.Oltre ai cenni nei lavori
di S. Noiret [6] dedicati al massimalismo italiano
e alla figura di N. Bombacci, sono storici
locali come L. Arbizzani e N.S. Onofri a
parlare del ruolo del massimalismo a Bologna
[7]. Onofri indaga a fondo la realtà
bolognese: dedica parti notevoli alla situazione
ed alle problematiche interne al socialismo
locale, rivolgendo l’attenzione in
particolar modo alle lotte bracciantili
delle campagne ed al ruolo di Massarenti.
Del progetto rivoluzionario del massimalismo
e dei Soviet se ne tratta però solo
en passant, quale questione “esotica”
e distante dai problemi reali del proletariato.
Una tematica, questa, che non viene affrontata
nemmeno in una importante raccolta di saggi
sulla storia locale durante il biennio rosso
come quella curata da L. Casali [8].
È necessario, innanzitutto,
chiedersi cosa sia politicamente centrale
in questo frangente storico. O più
precisamente, quali siano le categorie di
interpretazione della politica indispensabili
per poter pensare ed agire in questi anni.
La guerra mondiale e la Rivoluzione russa
hanno sconvolto il mondo della politica
così com’era fino al 1914:
la caduta di imperi secolari e, soprattutto,
l’incredibile esperienza bolscevica
obbligano a cercare categorie nuove per
l’interpretazione della politica.
O come minimo, categorie interpretative
già conosciute devono essere ri-aggiornate.
È il caso del partito. Con
la nascita della II Internazionale non vi
può essere accesso alla politica
«se non mettendo in conto l’esistenza
almeno di un partito in rapporto allo Stato»:
il partito, nei decenni a cavallo del secolo,
«rappresenta una classe nei confronti
dello Stato e [...] dispone lo Stato come
insieme condizionato da relazioni tra sue
“parti” organizzate» [9]. Nel periodo che va dal 1917 al
1921, invece, il partito viene re-interpretato,
viene riletto alla luce della Guerra e dell’Ottobre,
di quella che fu la prima rivoluzione vittoriosa.
La questione partitica si allaccia alla
questione del potere, dalla quale fino ad
allora era disgiunta. Lenin insegna a pensare
il Partito organizzato da farsi Stato:
questa è la direttiva che tentano
di applicare i socialisti nel primo dopoguerra
(e che in Italia solo il fascismo saprà
mettere in pratica).
Alla categoria di partito l’inverno
del 1917 affianca altri due tasselli basilari.
Il primo dal tanto utilizzo aveva perso
una sua precisa connotazione: la categoria
di rivoluzione dalla presa del
Palazzo d’Inverno a Pietrogrado acquista
una sua specifica singolarità e forza.
Il secondo, piuttosto recente, si impone
con una potenza notevole in quei mesi in
tutto il globo terrestre: Soviet. Esso
diviene, per il socialismo europeo del biennio
rosso, il passe-partout ufficiale
per qualunque possibilità rivoluzionaria:
senza i Soviet – sistema consigliare
dal basso – non sembra possibile nemmeno
poter pensare la rivoluzione.
Partito, Rivoluzione, Soviet sono dunque
le tre password per poter accedere alla
storia politica d’Italia tra 1917
e 1921. Conditio sine qua non è
la guerra, categoria che si presenta
in diverse forme: opposizione alla guerra,
guerra combattuta, guerra vinta, vittoria
mutilata, trincerocrazia, pace... Senza
di essa non è possibile comprendere
né la maniera in cui si trasforma
la concezione partitica, né lo stesso
paradigma della rivoluzione vittoriosa.
In Italia depositario del brevetto rivoluzionario
sovietico e soggetto politico competente
delle password di interpretazione
della politica si considera il socialismo
massimalista, non senza contraddizioni.
Tale eterogenea corrente si afferma con
il nuovo protagonismo delle masse ed integra
tanto aspetti ideologici, politici e culturali
del socialismo della II Internazionale che
aspetti della nuova politica dei riti e
della liturgia di massa divenuta essenziale
nel primo dopoguerra [10]. Il massimalismo si caratterizza
principalmente in negativo, ossia come rifiuto
categorico del riformismo e del gradualismo
socialista, mescolando ad una incessante
violenza nelle parole una preparazione rivoluzionaria
del vero totalmente assente [11]. La riconfigurazione del partito,
la prospettiva soviettista, il mito russo
permeano – bene o male – tutto
il socialismo italiano, ma conquistano decisamente
quella corrente del massimalismo che Mussolini
e Turati definirono “nullista”,
ovvero sia l’ala più a sinistra
facente capo a Bombacci, Gennari, Salvatori
e Bucco. Nell’anno che corre dallo
sciopero internazionale del 20-21 luglio
1919 al II Congresso della IC dell’estate
1920 ne è chiara esemplificazione
il progetto rivoluzionario che ha come tappe
il Partito, i Soviet, la Rivoluzione.
E a Bologna tale massimalismo filobolscevico
e terzinternazionalista, concentrato particolarmente
sulla problematica soviettista, ha avuto
il suo luogo. La provincia felsinea
è stata oggetto di una decisa attività
tesa alla centralizzazione e verticalizzazione
delle organizzazioni del mondo proletario;
è stata terra di accesi dibattiti
sulla costituzione dei Soviet in ambito
politico, sindacale e culturale; ha visto
l’opera assidua di due massimalisti
di caratura nazionale tra i maggiori sostenitori
della necessità dell’instaurazione
dei Soviet in Italia (Bucco e Bombacci);
è stata scelta infine dalla Direzione
del Partito – insieme alla limitrofa
Modena – come serra in cui tentare
l’innesto del nuovo organo russo sul
vecchio tronco delle organizzazioni socialiste
italiane.Bologna risulta essere, quindi,
un microcosmo che meglio di qualunque altra
realtà locale italiana offre una
panoramica completa su tali questioni. È
un laboratorio politico a cui guardano tutte
le posizioni del variegato socialismo italiano
– anche quelle più all’avanguardia,
come gli ordinovisti torinesi –, dove
le diverse componenti e categorie di interpretazione
della politica di quel caldo biennio si
manifestano in maniera esponenziale.Alla
lettura storiografica degli ultimi sessanta
anni di un biennio rosso visto soprattutto
attraverso le lenti delle origini del
fascismo e della crisi del liberalismo,
si vuole proporre una prospettiva interpretativa
differente: un’analisi di questo cruciale
momento della storia politica italiana che
abbia come focus il soggetto politico allora
dominante: il socialismo massimalista. Con
il suo detto ed il suo fatto, con i suoi
luoghi, tempi ed attori, con i suoi progetti
e proposte, risultati e fallimenti. Senza,
per questo, dimenticarsi o sminuire gli
altri soggetti politici presenti allora:
il socialismo riformista, il liberalismo
borghese, il movimento fascista in fieri.
Per poter tentare questa interpretazione
è necessario andare direttamente
alle fonti di allora. La stampa socialista
– «La Squilla» –
e i documenti d’archivio – le
carte del Gabinetto di Prefettura –
riescono ad illuminare anfratti rimasti
oscuri, pur senza eliminare tutte le inevitabili
ombre. Il progetto rivoluzionario di una
parte del massimalismo italiano, la parola
Soviet e il nome di Ercole Bucco si avvicinano
così a riacquistare il loro valore,
non per forza positivo, ma reale.
Quadro generale: il
massimalismo italiano negli anni della Rivoluzione
vittoriosa
Il settembre 1918 è
un momento politico decisivo per il socialismo
italiano. A quella data segreteria e direzione
del PSI sono già in mano ai massimalisti:
è il periodo dell’unità
nazionale post-Caporetto e del discorso
collaborazionista di Turati alla Camera.
Al XV Congresso Nazionale del PSI (Roma,
1-5 settembre), la mozione della corrente
massimalista prevale nettamente sulla mozione
riformista. Il Gruppo Parlamentare Socialista
– ancora controllato da Turati, Modigliani
e Treves – viene richiamato alla disciplina
dalla Direzione del Partito, che nell’arco
di tre settimane ottiene anche il controllo
delle sezioni provinciali socialiste, della
Federazione Giovanile Socialista e della
Confederazione Generale del Lavoro – cosa assolutamente impensabile
fino a poco prima. Con la fine dell’inverno 1919 che
segna il ritorno alla pace e che vede la
morte nella gelata Berlino di R. Luxemburg
e di K. Liebknecht, si suole far iniziare
nella penisola italiana quel biennio di
scioperi, proteste e protagonismo proletario
comunemente detto biennio rosso. Soggetto
politico decisivo è il massimalismo.
Almeno tre sono i momenti politici fondamentali
in tale biennio: tre tappe sulla via della
realizzazione del progetto rivoluzionario
proposto. La prima tappa è il XVI Congresso
Nazionale del PSI (Bologna, 5-8 ottobre
1919), in cui si stabilisce la definitiva
dipendenza del GPS dalla Direzione del Partito.
Primo corollario a tale sanzione è
la riforma dello statuto del Partito sulla
base del programma della frazione massimalista
pubblicato nell’agosto; secondo corollario
è l’effettivo controllo massimalista
del GPS, in seguito al trionfo socialista
alle elezioni politiche del 16 novembre. La seconda tappa è l’accordo,
formalizzato nel febbraio 1920, tra Lega
Nazionale delle Cooperative e PSI e la conseguente
costituzione della Triplice del Lavoro (PSI,
CGdL, LNC), che comporta il completo controllo
della Direzione del Partito sulle grandi
organizzazioni del movimento operaio italiano. La terza ed ultima tappa è la proposta
da parte di Bombacci – segretario
politico del Partito – del progetto
di costituzione dei Soviet in Italia al
Consiglio Nazionale del PSI (Firenze, 11-13
gennaio 1920). Antecedente è l’emendamento
che lo stesso Bombacci legge in Parlamento
il 13 dicembre 1919 in cui considera legittima
la costituzione dei nuovi consigli dei lavoratori;
conseguenza ne è l’intenso
dibattito che fino all’aprile impegna
tutto il mondo socialista italiano riguardo
a tale questione chiave per l’instaurazione
della dittatura proletaria sul modello bolscevico. Il massimalismo, dunque, nel giro di venti
mesi controlla praticamente tutto il mondo
socialista italiano: dal partito ai sindacati,
dalle cooperative all’amministrazione
locale. Nello stesso periodo, e grazie alla
situazione dinamica del primissimo dopoguerra,
ottiene un potere decisamente rilevante
nel complesso di tutta la società
italiana. Mediante un preciso progetto rivoluzionario,
promosso in primo luogo dal filobolscevico
Bombacci, la corrente più a sinistra
del socialismo massimalista giunge alla
costituzione di un vero e proprio Stato
(proletario) nello Stato (borghese). L’
ultima tappa, prima della rivoluzione armata
– che del vero mai viene pensata,
né organizzata –, è
la costituzione del tassello conclusivo
della legalità proletaria: i soviet.
Ma tanto ritrosie e forti negative all’interno
della stessa sinistra socialista come nuove
(ed apparentemente contraddittorie) direttive
moscovite portano al rinvio della
realizzazione del sistema consigliare ed
al suo conseguente fallimento. Al Consiglio
Nazionale del PSI (Milano, 18-22 aprile
1920) segue, in settembre, l’occupazione
delle fabbriche – allo stesso tempo
culla e feretro della rivoluzione proletaria
italiana – conclusasi con l’accordo
di Roma e la fine di qualunque realizzabile
sogno rivoluzionario. Il contenzioso tra
Serrati e Lenin riguardo alle 21 condizioni
di ammissione all’Internazionale Comunista
diviene il chiodo che squarcia il traballante
quadro massimalista: dall’ottobre,
con la conclusione dell’occupazione
delle fabbriche e il ritorno della missione
politico-economica socialista dalla Russia,
la eterogenea frazione del PSI si spacca.
Serrati – con la maggioranza del massimalismo
e appoggiato da quel che resta del riformismo
– si schiera contro l’ingerenza
terzinternazionalista nelle questioni nazionali,
tranciando così le gambe alla prospettiva
soviettista dei Bombacci, dei Gennari, dei
Bucco e togliendo immediatamente tutte le
posizioni di potere ai rappresentanti di
quel massimalismo, bollato come quinta colonna
bolscevica. Dalla metà di ottobre
la strada per Livorno è già
segnata.
Prove di dittatura proletaria:
ascesa e declino del massimalismo (Bologna,
1919-1920)
La corrente “intransigente-rivoluzionaria”
nasce nella città felsinea nel 1917
per opera di C. Pini e E. Magnelli, mentre
ad A. Marabini se ne devono fondazione ed
immediata forza ad Imola.
La vita del massimalismo nella provincia
rossa può essere raccontata per fasi
o momenti. Alla fondazione seguono,
nell’arco di tre anni, almeno cinque
macromomenti, che ne riflettono la condizione
a livello nazionale: sviluppo, affermazione,
apogeo, declino, morte. Ognuno di essi racchiude
una precisa dinamica del soggetto politico
massimalista esaminato.
Lo sviluppo è databile tra
l’estate 1918 e l’inizio di
giugno 1919: la corrente massimalista si
rafforza, iniziando a contare politicamente.
N. Bombacci, comprendendo l’importanza
del controllo della provincia rossa, è
spesso nel bolognese in questo periodo.
Al Congresso Provinciale Socialista, conclusosi
il 26 gennaio con un plateale «Bisogna
essere o imperialisti o rivoluzionari, o
con Sonnino o con Lenin!», l’odg
del vicesegretario del PSI ottiene 800 voti,
mentre la mozione riformista di Bentini
solo 150. Anche all’assemblea dell’Unione
Socialista Bolognese (23 gennaio), l’odg
massimalista di L. Tarozzi aveva battuto
quello riformista dello stesso Bentini e
di Zanardi.Con l’inizio del nuovo
anno il massimalismo consegue la sua prima
duplice vittoria, che comporta un ricambio
politico nel socialismo locale: A. Valeri
diviene segretario della Federazione Provinciale
Socialista, R. Tega – con Tarozzi
– direttore de «La Squilla»
e il Comitato Direttivo della FPS diviene
a maggioranza massimalista.
L’affermazione avviene tra
giugno e dicembre 1919: il massimalismo
ottiene il controllo di tutte le organizzazioni
socialiste provinciali. La guida della
Camera Confederale del Lavoro è affidata
il 13 luglio al massimalista P. Venturi,
già segretario della USB, dopo le
dimissioni del riformista C. Gaviglio. Questi,
duramente attaccato dai massimalisti al
congresso provinciale della CCdL (1 giugno),
subisce il colpo di grazia per mano degli
anarchici che, in seguito agli avvenimenti
del 15-16 giugno, invadono la
sede confederale. Il nodo politico tra riformisti
e massimalisti è sciolto nella seconda
metà di settembre, dopo le tensioni
dovute al mezzo fallimento dello sciopero
internazionale in difesa delle rivoluzionarie
Russia e Ungheria. Il massimalismo
ottiene una vittoria schiacciante sia in
ambito cittadino sia in ambito provinciale.
Dopo la spaccatura all’assemblea della
USB con l’abbandono dell’aula
da parte dei riformisti (13 settembre),
il referendum indetto tra gli iscritti per
la designazione dei candidati al seguente
congresso provinciale è un vero e
proprio plebiscito per la corrente di Bombacci
e Serrati.
Il Congresso Provinciale Socialista (20-21
settembre), al culmine delle tensioni tra
le due correnti, assegna all’odg massimalista
di Alvisi il triplo dei voti di quello riformista
di Bentini. Il nuovo comitato federale di
10 membri – che rappresenterà
la FPSB al congresso nazionale – conta
6 massimalisti e la segreteria della FPS
passa a Venturi, in seguito alle dimissioni
di Valeri.
L’autunno del 1919 segna, attraverso
il Congresso Nazionale del PSI e le elezioni
politiche, l’affermazione del massimalismo
a livello nazionale. Un risultato ancor
più evidente nella provincia rossa.
Proprio nella Sala del Bibbiena del Teatro
Comunale si tiene il XVI C. N. del partito:
la mozione massimalista elezionista di Serrati
raccoglie oltre il doppio dei voti di quella
centrista di Lazzari. E alle elezioni del
novembre è un tripudio socialista
nel capoluogo emiliano: il PSI – che
a livello nazionale ottiene oltre il 32%
delle preferenze – raccoglie il 62,9%
dei voti in città e il 68,6% in provincia.
Su otto candidati socialisti ne vengono
eletti sette: quattro sono massimalisti
ed il primo – con oltre 100 mila voti
– è proprio Bombacci, che in
ottobre viene nominato segretario politico
del PSI.
Già da settembre, comunque, il massimalismo
controlla tutte le maggiori organizzazioni
del socialismo bolognese e P. Venturi ne
diviene leader incontrastato, ricoprendo
contemporaneamente la carica di segretario
della FPSB, della USB e della CCdL.
Le calde giornate di fine 1919
modificano però questa situazione.
Il 21 dicembre, difatti, Venturi rassegna
le dimissioni da tutti e tre i segretariati.
Un avvenimento che sembra frenare l’ascesa
massimalista, in realtà, promuove
quella parte del massimalismo che guarda
ancora più a sinistra, ossia al faro
sovietico e alla società bolscevica.
Il 1 gennaio 1920 vengono nominati i sostituti
di Venturi alla guida delle organizzazioni
proletarie: E. Bucco – alla CCdL –,
G. Martini – alla FPS –,
C. Pini – alla USB –: due massimalisti
bombacciani e un astensionista bordighiano.
Il 21 aprile 1920, al Consiglio Nazionale
del PSI tenutosi a Milano, Bucco –
in qualità di segretario del GPS
– e Fiorelli – in qualità
di consigliere nazionale per la FPSB –
portano il sostegno alla corrente soviettista
più radicale. Favorevoli alla linea
di Bombacci – respinta quasi all’unanimità
– per l’allargamento della costituzione
dei Soviet a tutta Italia (emendamento Polano-Toscani),
devono ripiegare sulla proposta della Direzione,
che si accontenta dell’esperimento
sovietico solo “in determinate plaghe”
(odg Sardelli-Mombello).
Il periodo compreso tra questi due estremi
può considerarsi l’apogeo del
massimalismo nel bolognese: circa quattro
mesi in cui il massimalismo bombacciano
(filobolscevico e terzinternazionalista)
tenta di rendere realtà il progetto
rivoluzionario soviettista, controllando
il mondo proletario e influenzando pesantemente
gran parte della società. Ossia,
100 giorni di prove di dittatura proletaria.
La proposta bombacciana di costituzione
di un sistema consigliare (Firenze, 13 gennaio
1920) accende subito gli animi sotto le
due torri. Bucco scrive al segretario del
Partito (21 gennaio) chiedendo la possibilità
di volgarizzare immediatamente i principi
soviettisti e chiedendo copia del “programma
costitutivo” per poter essere il primo
“a portare sul terreno della propaganda
e del dibattito le idee che informano il
vostro progetto.” Bombacci, apertamente
criticato su tutti i fronti, ne invia copia,
ma è costretto a prendere tempo [12], vista l’impreparazione
del partito sulla questione e la decisione
di sospensiva del Consiglio Nazionale socialista.
La pubblicazione del progetto su «La
Squilla» (31 gennaio) rappresenta
l’incipit di una trama politica il
cui nodo essenziale riguarda l’immediata
creazione dei Soviet. I fautori bolognesi
del nuovo ordine soviettista portano in
ogni possibile assemblea e congresso il
loro verbo allo scopo di trasformare il
massimalismo da sterile “nullismo”
a gravido “realizzatore”. Il
Soviet è visto come l’ingrediente
essenziale della ricetta bolscevica,
l’ultimo imprescindibile stadio prima
della rivoluzione armata per l’instaurazione
della dittatura del proletariato.
Come mai prima, le organizzazioni socialiste
sono protagoniste nella promozione di attività
politiche, sociali e culturali: Martini
propone una scuola di cultura proletaria
per propagandisti ed organizzatori, mentre
il direttore del periodico socialista bolognese
G. Fiorelli si presta ad un’opera
divulgativa dei principi socialisti che
va dalla volgarizzazione sulla stampa alla
organizzazione di cicli di conferenze ed
incontri per la cittadinanza e di convegni
per rendere competenti gli stessi dirigenti
di partito locali. Bucco presenta un rivoluzionario
programma d’azione – disciplina
delle leghe ed educazione spirituale e tecnica
del proletariato – per l’instaurazione
del nuovo sistema soviettista (28 febbraio,
congresso provinciale della CCdL).
L’aprile è il momento cruciale:
al maggiore impegno, all’attacco finale
segue, immediata, la frustrazione della
sconfitta. In vista del Consiglio Nazionale
socialista di Milano – dove si attende
l’imprimatur definitivo per l’inizio
della rivoluzione –, Bucco ottiene
oltre il 90% dei voti alla riunione della
USB (3 e 10 aprile) con un odg, presentato
con Martelli, che ribadisce “l’improrogabile
necessità” [13] della costituzione dei Soviet.
Al Congresso provinciale socialista (14-15
aprile) l’odg di Bucco, concordato
con Alvisi, ottiene 4474 voti favorevoli
e solo 60 contrari.
La decisione del maggiore consesso socialista
– una scelta a metà, o meglio
una non-scelta, che finisce per essere un
rinvio, una posticipazione del problema
– apre una fase di lento, inizialmente
quasi impercettibile, declino per
il massimalismo bolognese. Il controllo
dei centri di potere proletari è
ancora saldo, ma mancano inventività,
progetti, prospettive politiche, che non
siano la semplice amministrazione. La crisi
non sta nell’autunno – la fase
terminale, evidente della malattia –,
bensì nella non-scelta dell’aprile
e nella risposta (povera di contenuti) che
gli si dà. Dal maggio, la rivoluzione
soviettista e i Soviet rimangono ancora
vivi nelle parole, ma sono già morti,
seppelliti dalle incertezze della Direzione
del Partito e dai diktat moscoviti. Da maggio
è come se si cercasse di rincorrere
il detto precedentemente nel tentativo
di metterlo in pratica: ma proprio la ripetizione
continua, quasi a leitmotiv psicologico,
del già detto, mostra come non vi
sia più alcuna inventività
politica.
Si ha l’impressione che la questione
soviettista venga quasi data per scontata.
Il fatto che il Partito stesso abbia preso
una decisione definitiva al riguardo pare
smorzi tutto quell’entusiasmo dei
mesi precedenti. Sarebbe a dire che deliberare
che i Soviet si costituiscano, seppur solo
in determinate plaghe, sembra significhi
già di per sé l’effettiva
creazione dell’organismo consigliare
proletario. A Bologna – e così
nelle altre realtà locali italiane
– l’attenzione si concentra
più che altro sulle prossime elezioni
amministrative, dove notevole è l’impegno
per la vittoria elettorale nei Comuni e
dominante la confusione tra “conquista
del Comune” e “creazione dei
Soviet”.
L’ultimo spiraglio è dato da
quel settembre 1920, arcinoto per l’occupazione
delle fabbriche. Ma all’enfasi rivoluzionaria
bisogna purtroppo affiancare la definitiva
sconfitta proletaria. Una pesante debacle
che il massimalismo soviettista bolognese
rappresenta pienamente, tanto in ambito
sindacale che in ambito partitico.
Al Consiglio Nazionale della CGdL (Milano,
11 settembre) Bucco, con Schiavello, presenta
un odg proponente il passaggio dall’occupazione
alla rivoluzione, che esce però sconfitto
(409.564 voti favorevoli e 591.245 contrari).
La CGdL si avvia così all’accordo
sulla compartecipazione operaia firmato
a Roma il 19 ed approvato il 25 settembre.
La CCdL è costretta a rispettare
le direttive nazionali. A livello di partito, settembre segna un
turn-over di ampie proporzioni che rende
evidente il declassamento del massimalismo
più radicale, filosoviettista, terzinternazionalista
convinto, fino ad allora alla guida dei
posti chiave del socialismo bolognese. Mentre
la segreteria della FPS e la direzione de
“La Squilla” – Fiorelli
si dimette a fine agosto – sono affidate
al massimalista serratiano, S. Alvisi, unitarista
ed anti-bombacciano, il congresso provinciale
socialista appoggia la frazione riformista
nel braccio di ferro coi massimalisti soviettisti
riguardo alla nomina dei candidati alle
elezioni amministrative. Un piccolo smacco
che chiarisce il nuovo rapporto di poteri.
Con l’ottobre la morte cerebrale
del paziente massimalista è un fatto.
Il successo del PSI nelle amministrative
(48 consiglieri su 60 in Comune, 47 su 50
in provincia) con diversi massimalisti bombacciani
eletti è solo la risposta di un mastodontico
corpo senza vita all’ultimo tentativo
di salvarlo con uno shock elettrico. Ma
è ormai troppo tardi. La morte fisica
del massimalismo soviettista avviene nella
notte tra il 3 ed il 4 novembre
con l’assalto fascista alla sede confederale
ed il seguente linciaggio politico e morale
di E. Bucco – e con lui di G. Martini
–, ultimo isolato tassello di quell’equipe
massimalista-bolscevica del bolognese voluta
con forza da Bombacci ad inizio 1920. Un secondo avvenimento segna con il sangue
quel tragico mese. La strage di Palazzo
d’Accursio, il 21 novembre, fa entrare
in coma tutto il socialismo italiano, dal
riformismo alla frazione comunista. E sposta,
questa volta correttamente, la prospettiva
d’indagine su un altro soggetto politico
e su un’altra questione: il fascismo
e le sue origini.
Il biennio rosso a Bologna: pensiero
ed invenzione politica
Ho proposto qui una lettura del biennio
rosso come sequenza politica in cui soggetto
principale è il socialismo massimalista.
Ritengo indispensabile affiancare all’analisi
fattuale di tale ascesa e declino
l’analisi del pensiero politico,
ossia dei termini, delle parole e delle
categorie più ricorrenti che hanno
reso possibile l’invenzione di una
peculiare politica. Difatti, tale momento
risalta ancora di più per lo spessore
teorico di chi in quel momento gestiva il
potere e controllava l’organizzazione
della politica socialista. E Bologna, anche
in questo, riflette la situazione nazionale.
In sostanza: cosa dicono, cosa propongono,
cosa teorizzano i personaggi principali
di tale sequenza in questo determinato luogo?
Le password del biennio
rosso – Partito, Soviet e Rivoluzione:
le tre categorie senza le quali non è
possibile pensare e fare la politica, accompagnate
dalla Guerra, modus vivendi et politicandi
che segna un’epoca – sono centrali
nel detto dei Bucco, dei Fiorelli, dei Martelli,
dei Tega. Si teorizza e si propone con un
occhio a ciò che si dice in altre
realtà, rilanciando le possibilità
politiche che rischiano di spegnersi: propagandando,
imitando, inventando. Soprattutto ci si
sforza di pensare (per poi mettere in pratica)
il progetto rivoluzionario massimalista,
che proprio su queste categorie politiche
si fonda. La costituzione di un nuovo Stato
(nello Stato), nodo gordiano del progetto,
diviene il punto cruciale di ciò
che si pensa e si dice.
Il pensiero politico massimalista si divide
in una pars destruens ed in una
pars construens, sovente intersecate.
Molti sono i “nemici” da criticare
ed attaccare. Accusato di immedesimazione
nella funzione legalitaria, il riformismo
– nemico in casa – è
affiancato ai Nembrot, Fialte ed Anteo del
mondo proletario: Parlamento,
Democrazia e Borghesia.
«Noi abbiamo sempre sentito ribrezzo
della democrazia, noi l’abbiamo
sempre ritenuta una schifosissima cosa,
capace di piagare il corpo sociale [...].
Noi nell’edificio borghese intendiamo
portare l’opera nostra di restauratori.
Quando la casa sta per crollare è
bene lasciarla crollare. È dalle
fondamenta che bisogna cominciare la costruzione
altrimenti si avrà sempre un edificio
pieno di rattoppature e di stucchi e con
le fondamenta marce...» [14]
La risposta concreta è nell’«ultimo
strumento per riparare le disuguaglianze
e reintegrare le parti su basi più
giuste» [15], la violenza politica
, «sana, liberatrice per creare,
generare, produrre» [16].
Fiorelli offre un’analisi esemplare
della situazione. La guerra ha «dimostrato
la fallacia dei vecchi metodi» ed
«imposto dei nuovi problemi»:
Zimmerwald è la tappa sulla via delle
repubbliche soviettiste. Marx ha insegnato
come la democrazia sia «la negazione
del trionfo del proletariato», per
cui il Partito socialista «deve essere
antidemocratico». Il mezzo per la
conquista del potere è la rivoluzione,
che «non è fatta di uno scoppio
improvviso, tumultuoso [ma] da un lungo
periodo di piccole manifestazioni»
[17].
Il mondo borghese si supera solo con la
conquista «del potere politico ed
economico, e con la conseguente abolizione
della forma di produzione borghese. [...]
Non si tratta, perciò, di riformare,
bensì di spezzare e sostituire gli
attuali ordinamenti capitalistici.»
[18]
All’iniquo nuovo ordine disegnato
a Versailles la risposta proletaria non
può essere che Mosca: “il futuro
protocollo – secondo Bucco –
lo firmeranno i popoli con un unico cerimoniale:
quello della rivoluzione” [19]. Di modo che
gli operai debbono gestirsi il prodotto
della loro fatica. Borghesia, militarismo,
preti, grisi e simili vergogne non debbono
più aver diritto a vivere se non
si metteranno in mente di lavorare
per vivere, lavorare per tutti,
non per sé ed a detrimento degli
altri [20].
Il massimalismo deve dunque divenire «affermatore
e ricostruttore del mondo, [...] pratico
e realizzatore». Non è sufficiente
«gridare evviva la Russia, evviva
Lenin: occorre imitare la Repubblica dei
Soviety nelle opere di ricostruzione e nello
sforzo quotidiano e tenace per dare un assetto
comunista alla società» [21].
Il proletariato ha innanzitutto bisogno
di una minoranza audace
rivoluzionaria”. Solo in tal modo
si può creare una nuova società:I
futuri deputati socialisti avranno un altro
Parlamento, quello dei Consigli degli operai,
ad esso ubbidiranno, in esso disputeranno.
Il proletariato italiano renderà
esecutive, con la sua volontà, con
la sua forza, in contrasto, in dissenso,
in conflitto assoluto e violento con l’altro
Parlamento, che abita a Montecitorio, le
proprie deliberazioni. Ed i deputati dei
lavoratori saranno con i lavoratori per
i lavoratori. Così si istituirà
uno Stato socialista nello Stato borghese
[22].
Bucco parte dalle basi del marxismo per
una proposta politica che è imitazione
del nuovo (ossia, dell’Ottobre russo)
e tentativo di un suo rilancio. Presupposto
è che solo la lotta di classe è
il mezzo per l’emancipazione del proletariato.
L’organizzazione operaia deve abbandonare
i metodi attuali organizzandosi «più
che come categoria di mestiere come classe
dominante»: i lavoratori devono acquistare
la coscienza «di essere potenzialmente
lo Stato, di avere in loro le origini del
potere». Per questo deve svolgersi
opera di demolizione da una parte e di ricostruzione
di un nuovo edificio sociale dall’altra:
«l’opera di ricostruzione e
di preparazione va svolta nei Consigli di
fabbrica o di mestiere sotto il controllo
politico del Partito Socialista che lo eserciterà
con i Soviety».
La dittatura del proletariato può
affermarsi solo se il lavoratore diventa
«per mezzo del Consiglio di Fabbrica
e di Mestiere un produttore che controlla
il suo prodotto ed è pronto a gestirlo
per la collettività lavoratrice».
L’operaio diventa così «massa
potentemente coesa», non attraverso
l’organizzazione di categoria di mestiere,
ma attraverso «l’intensificazione
della produzione che tende alla sua sovranità
assoluta» [22].
È dunque necessario «indirizzare
diversamente la produzione», «rovesciare
i valori del sistema di produzione»
ovvero fare in modo che la gestione passi
«dalle mani di chi non produce a quelle
di chi produce»: una conquista economica
a cui segue una conquista politica. Il logico
epilogo della lotta di classe si risolve
dunque nel fatto che «il produttore
della ricchezza sarebbe anche il detentore
della ricchezza», un proprietario
nuovo: non l’individuo, ma l’unione
degli individui. Bucco lancia così
una gravida parola d’ordine:
chi non lavora per produrre cosa utile
alla società, non abbia diritto a
mangiare. In sostanza, per aver diritto
di cittadinanza fra gli uomini, deve imporsi,
come condizione essenziale, l’obbligo
al lavoro. [...] Ad ognuno il diritto
a vivere, pari ai doveri sociali da compiere.
Chi trarrà giovamento, morale e fisico,
da questo nuovo stato di cose, sarà
il lavoratore, perché sarà
stata celebrata finalmente la grande verità:
chi fa lavoro utile per la società,
ha diritti da far valere [24].
Questo articolo si
cita: S. Forti, «L’operaio
ha fatto tutto; e l’operaio può
distruggere tutto, perché tutto può
rifare». Massimalismo, Biennio Rosso,
Bologna, Ercole Bucco, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/02forti.htm
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