Steven Forti
«L’operaio ha fatto tutto; e l’operaio
può distruggere tutto, perché tutto può rifare [1].»
Massimalismo, Biennio Rosso, Bologna, Ercole Bucco
In seguito ai fatti di Palazzo d’Accursio, in un articolo de «La Squilla» – il periodico socialista bolognese – si legge:
... un uomo idolatrato, ciecamente seguito da una massa lavoratrice che è tra le più coscienti d’Italia: un organizzatore di molti numeri per fare presa sull’anima ingenua delle masse: un propagandista che all’efficacia della parola unisce l’autorità del mandato polito. Insomma, come si direbbe, un pezzo grosso del Partito [2].
Di chi si parla? Di Ercole Bucco, il dimissionario segretario della Camera confederale del Lavoro bolognese. Eppure il nome di Ercole Bucco ai giorni nostri suona completamente nuovo. Non lo si connette né ai “pezzi grossi” del socialismo postbellico, né ai rivoluzionari più carismatici. Anzi, la storiografia repubblicana ha archiviato il suo fascicolo in uno di quei polverosi scaffali al di sotto dell’etichetta recante la scritta “oblio”.
Nato a Firenze il 22 agosto 1886, si trasferisce presto a Cento,
in provincia di Ferrara, dove nel 1905 si iscrive al PSI. Nel 1909 si reca in
Svizzera, mentre nel 1911, a Trieste, dirige il periodico «Gioventù
Socialista» [3]. Da subito molto attivo come organizzatore
e propagandista, ad inizio 1912 diviene segretario della Camera del Lavoro di
Cento, che guida con mano ferma nella condanna della guerra di Libia e del primo
conflitto mondiale [4]. Costretto al fronte dal novembre
1915, riprende la sua attività sindacale nel 1919, divenendo anche propagandista
per la CdL di Ferrara, guidata da Zirardini. Dalla primavera è presente
nel bolognese e dall’estate anche nel mantovano: alle elezioni del 16
novembre 1919 si candida in questa circoscrizione per la corrente massimalista,
in opposizione al riformista confederale Dugoni, venendo eletto alla Camera
e, nella riunione della Direzione del PSI del 28 novembre, alla carica di segretario
del Gruppo Parlamentare Socialista. Per Bucco si apre così un’intensa
– seppur breve – stagione nella quale gioca un ruolo di primo attore.
Nel 1920 ricopre anche la carica di segretario confederale a Bologna, ma viene
linciato politicamente e moralmente in seguito agli avvenimenti del 4 novembre
di quell’anno, passati presto in secondo piano rispetto ai più
gravi fatti di Palazzo d’Accursio di meno di tre settimane dopo. Sfuggito
alle leggi fascistissime trova rifugio in Francia, lavorando come manovale durante
i lunghi anni dell’esilio. Dopo un breve e ambiguo rapporto con l’OVRA
in qualità di informatore, tenta di tornare clandestinamente in Italia
via mare dall’Algeria: arrestato, nel 1938 viene condannato all’ergastolo
dal Tribunale speciale come sovversivo e, dopo l’8 settembre, è
deportato in un lager nazista, dove trova, nemmeno sessantenne, la morte.
Dopo il breve periodo in auge Bucco è caduto al pari di molti altri nel
dimenticatoio. Cosa che non stupisce affatto. Quello che semmai lascia dei dubbi
è come questo personaggio sia stato fagocitato dal pozzo dell’oblio
storiografico. Il suo nome non è mai presente in alcuna ricerca riguardante
il socialismo italiano del primo dopoguerra, se si eccettuano gli studi dedicati
alle vicende di Bologna in quegli anni. Solo nell’indagine particolare
[5] ci si è ricordati di Bucco,
tralasciando completamente il suo ruolo a livello nazionale. Ma anche nelle
valide ricerche locali, lo spazio dedicato al segretario del sindacato confederale
di Bologna è scarso e il giudizio fortemente negativo: come spesso accade,
il “dopo” è utilizzato come metro per giudicare il detto
e il fatto precedentemente. E quindi all’imputato dei fatti accaduti alla
sede della CCdL in via d’Azeglio 41 la notte del 4 novembre 1920 –
oltre che al futuro informatore della polizia fascista – è toccata
una memoria fortemente rivisitata per il periodo del biennio rosso.
Perché allora impegnarsi a soffiare via centimetri di polvere dal suo
fascicolo ingiallito? Perché dedicare un articolo a questo personaggio
(semi)sconosciuto? La sua figura, per quanto non trovi certamente posto nell’Olimpo
del socialismo italiano, è rivestita di un’importanza speciale
per un duplice ordine di motivi.
In primo luogo è esemplificativa di quel massimalismo definito spesso
parolaio e inconcludente che domina il socialismo nel primo dopoguerra, in aggiunta
alla sua inclusione – seppur in modo particolare, ambiguo e oltremodo
sfortunato – nella categoria dei transfughi
del periodo interbellico, dimenticati da tutti e da tutto. In secondo luogo,
fondamentale è il ruolo svolto da Bucco nel biennio rosso nel bolognese.
La sua attività alla segreteria della CCdL in quell’intenso 1920
è diretta al tentativo di instaurazione del nuovo ordine soviettista:
la riorganizzazione centralizzata del movimento sindacale e le spinte per legare
strettamente il sindacato al partito sono tese allo scopo di creare degli organismi
nuovi (Soviet) per un nuovo tipo di società (quella comunista).
Ossia, parlare di Ercole Bucco significa prima di tutto parlare del socialismo
massimalista a Bologna nel biennio rosso.
A volo di gabbiano sul biennio rosso: stato della questione, categorie interpretative, prospettiva d’indagine
Sul biennio rosso nel bolognese si è scritto molto nei decenni repubblicani. L’analisi si è però concentrata essenzialmente sulla strage di Palazzo d’Accursio, individuata come uno dei primi momenti della reazione: la prospettiva è stata per lo più quella della ricerca delle “origini del fascismo”, per altro non a torto. Ma in uno studio tutto incentrato sull’indagine delle cause della seguente vittoria (politica e militare) dei fascisti, in uno studio dedicato alle colpe del socialismo massimalista dominante, si è forse tralasciato di indagare quale fosse il reale progetto, la parte propositiva del detto e del fatto massimalista, per quanto carente (o suicida) potesse essere.Oltre ai cenni nei lavori di S. Noiret [6] dedicati al massimalismo italiano e alla figura di N. Bombacci, sono storici locali come L. Arbizzani e N.S. Onofri a parlare del ruolo del massimalismo a Bologna [7]. Onofri indaga a fondo la realtà bolognese: dedica parti notevoli alla situazione ed alle problematiche interne al socialismo locale, rivolgendo l’attenzione in particolar modo alle lotte bracciantili delle campagne ed al ruolo di Massarenti. Del progetto rivoluzionario del massimalismo e dei Soviet se ne tratta però solo en passant, quale questione “esotica” e distante dai problemi reali del proletariato. Una tematica, questa, che non viene affrontata nemmeno in una importante raccolta di saggi sulla storia locale durante il biennio rosso come quella curata da L. Casali [8].
È necessario, innanzitutto, chiedersi cosa sia politicamente
centrale in questo frangente storico. O più precisamente, quali siano
le categorie di interpretazione della politica indispensabili per poter pensare
ed agire in questi anni. La guerra mondiale e la Rivoluzione russa hanno sconvolto
il mondo della politica così com’era fino al 1914: la caduta di
imperi secolari e, soprattutto, l’incredibile esperienza bolscevica obbligano
a cercare categorie nuove per l’interpretazione della politica. O come
minimo, categorie interpretative già conosciute devono essere ri-aggiornate.
È il caso del partito. Con la nascita della II Internazionale
non vi può essere accesso alla politica «se non mettendo in conto
l’esistenza almeno di un partito in rapporto allo Stato»: il partito,
nei decenni a cavallo del secolo, «rappresenta una classe nei confronti
dello Stato e [...] dispone lo Stato come insieme condizionato da relazioni
tra sue “parti” organizzate» [9]. Nel periodo che va dal 1917 al
1921, invece, il partito viene re-interpretato, viene riletto alla luce della
Guerra e dell’Ottobre, di quella che fu la prima rivoluzione vittoriosa.
La questione partitica si allaccia alla questione del potere, dalla quale fino
ad allora era disgiunta. Lenin insegna a pensare il Partito organizzato
da farsi Stato: questa è la direttiva che tentano di applicare i
socialisti nel primo dopoguerra (e che in Italia solo il fascismo saprà
mettere in pratica).
Alla categoria di partito l’inverno del 1917 affianca altri due
tasselli basilari. Il primo dal tanto utilizzo aveva perso una sua precisa connotazione:
la categoria di rivoluzione dalla presa del Palazzo d’Inverno
a Pietrogrado acquista una sua specifica singolarità e forza. Il secondo,
piuttosto recente, si impone con una potenza notevole in quei mesi in tutto
il globo terrestre: Soviet.
Esso diviene, per il socialismo europeo del biennio rosso, il passe-partout
ufficiale per qualunque possibilità rivoluzionaria: senza i Soviet –
sistema consigliare dal basso – non sembra possibile nemmeno poter pensare
la rivoluzione.
Partito, Rivoluzione, Soviet sono dunque le tre password per poter accedere
alla storia politica d’Italia tra 1917 e 1921. Conditio sine qua non
è la guerra, categoria
che si presenta in diverse forme: opposizione alla guerra, guerra combattuta,
guerra vinta, vittoria mutilata, trincerocrazia, pace... Senza di essa non è
possibile comprendere né la maniera in cui si trasforma la concezione
partitica, né lo stesso paradigma della rivoluzione vittoriosa.
In Italia depositario del brevetto rivoluzionario sovietico e soggetto politico
competente delle password di interpretazione della politica si considera
il socialismo massimalista,
non senza contraddizioni. Tale eterogenea corrente si afferma con il nuovo protagonismo
delle masse ed integra tanto aspetti ideologici, politici e culturali del socialismo
della II Internazionale che aspetti della nuova politica dei riti e della liturgia
di massa divenuta essenziale nel primo dopoguerra [10]. Il massimalismo si caratterizza
principalmente in negativo, ossia come rifiuto categorico del riformismo e del
gradualismo socialista, mescolando ad una incessante violenza nelle parole una
preparazione rivoluzionaria del vero totalmente assente [11]. La riconfigurazione del partito,
la prospettiva soviettista, il mito russo permeano – bene o male –
tutto il socialismo italiano, ma conquistano decisamente quella corrente del
massimalismo che Mussolini e Turati definirono “nullista”, ovvero
sia l’ala più a sinistra facente capo a Bombacci, Gennari, Salvatori
e Bucco. Nell’anno che corre dallo sciopero internazionale del 20-21 luglio
1919 al II Congresso della IC dell’estate 1920 ne è chiara esemplificazione
il progetto rivoluzionario che ha come tappe il Partito, i Soviet, la Rivoluzione.
E a Bologna tale massimalismo filobolscevico e terzinternazionalista, concentrato
particolarmente sulla problematica soviettista, ha avuto il suo luogo.
La provincia felsinea è stata oggetto di una decisa attività tesa
alla centralizzazione e verticalizzazione delle organizzazioni del mondo proletario;
è stata terra di accesi dibattiti sulla costituzione dei Soviet in ambito
politico, sindacale e culturale; ha visto l’opera assidua di due massimalisti
di caratura nazionale tra i maggiori sostenitori della necessità dell’instaurazione
dei Soviet in Italia (Bucco e Bombacci); è stata scelta infine dalla
Direzione del Partito – insieme alla limitrofa Modena – come serra
in cui tentare l’innesto del nuovo organo russo sul vecchio tronco delle
organizzazioni socialiste italiane.Bologna risulta essere, quindi, un microcosmo
che meglio di qualunque altra realtà locale italiana offre una panoramica
completa su tali questioni. È un laboratorio politico a cui guardano
tutte le posizioni del variegato socialismo italiano – anche quelle più
all’avanguardia, come gli ordinovisti torinesi –, dove le diverse
componenti e categorie di interpretazione della politica di quel caldo biennio
si manifestano in maniera esponenziale.Alla lettura storiografica degli ultimi
sessanta anni di un biennio rosso visto soprattutto attraverso le lenti delle
origini del fascismo e della crisi del liberalismo, si vuole
proporre una prospettiva interpretativa differente: un’analisi di questo
cruciale momento della storia politica italiana che abbia come focus il soggetto
politico allora dominante: il socialismo massimalista. Con il suo detto ed il
suo fatto, con i suoi luoghi, tempi ed attori, con i suoi progetti e proposte,
risultati e fallimenti. Senza, per questo, dimenticarsi o sminuire gli altri
soggetti politici presenti allora: il socialismo riformista, il liberalismo
borghese, il movimento fascista in fieri.
Per poter tentare questa interpretazione è necessario andare direttamente
alle fonti di allora. La stampa socialista – «La Squilla»
– e i documenti d’archivio – le carte del Gabinetto di Prefettura
– riescono ad illuminare anfratti rimasti oscuri, pur senza eliminare
tutte le inevitabili ombre. Il progetto rivoluzionario di una parte del massimalismo
italiano, la parola Soviet e il nome di Ercole Bucco si avvicinano così
a riacquistare il loro valore, non per forza positivo, ma reale.
Quadro generale: il massimalismo italiano negli anni della Rivoluzione vittoriosa
Il settembre 1918 è un momento politico decisivo per il
socialismo italiano. A quella data segreteria e direzione del PSI sono già
in mano ai massimalisti:
è il periodo dell’unità nazionale post-Caporetto e del discorso
collaborazionista di Turati alla Camera. Al XV Congresso Nazionale del PSI (Roma,
1-5 settembre), la mozione della corrente massimalista prevale nettamente sulla
mozione riformista. Il Gruppo Parlamentare Socialista – ancora controllato
da Turati, Modigliani e Treves – viene richiamato alla disciplina dalla
Direzione del Partito, che nell’arco di tre settimane ottiene anche il
controllo delle sezioni provinciali socialiste, della Federazione Giovanile
Socialista e della Confederazione
Generale del Lavoro – cosa assolutamente impensabile fino a poco prima.
Con la fine dell’inverno 1919 che segna il ritorno alla pace e che vede
la morte nella gelata Berlino di R. Luxemburg e di K. Liebknecht, si suole far
iniziare nella penisola italiana quel biennio di scioperi, proteste e protagonismo
proletario comunemente detto biennio rosso. Soggetto politico decisivo è
il massimalismo. Almeno tre sono i momenti politici fondamentali in tale biennio:
tre tappe sulla via della realizzazione del progetto rivoluzionario proposto.
La prima tappa è il XVI Congresso Nazionale del PSI (Bologna, 5-8 ottobre
1919), in cui si stabilisce la definitiva dipendenza del GPS dalla Direzione
del Partito. Primo corollario a tale sanzione è la riforma dello statuto
del Partito sulla base del programma della frazione massimalista pubblicato
nell’agosto; secondo corollario è l’effettivo controllo massimalista
del GPS, in seguito al trionfo socialista alle elezioni politiche del 16 novembre.
La seconda tappa è l’accordo, formalizzato nel febbraio 1920, tra
Lega Nazionale delle Cooperative e PSI e la conseguente costituzione della Triplice
del Lavoro (PSI, CGdL, LNC), che comporta il completo controllo della Direzione
del Partito sulle grandi organizzazioni del movimento operaio italiano.
La terza ed ultima tappa è la proposta da parte di Bombacci – segretario
politico del Partito – del progetto di costituzione dei Soviet in Italia
al Consiglio Nazionale del PSI (Firenze, 11-13 gennaio 1920). Antecedente è
l’emendamento che lo stesso Bombacci legge in Parlamento il 13 dicembre
1919 in cui considera legittima la costituzione dei nuovi consigli dei lavoratori;
conseguenza ne è l’intenso dibattito che fino all’aprile
impegna tutto il mondo socialista italiano riguardo a tale questione chiave
per l’instaurazione della dittatura proletaria sul modello bolscevico.
Il massimalismo, dunque, nel giro di venti mesi controlla praticamente tutto
il mondo socialista italiano: dal partito ai sindacati, dalle cooperative all’amministrazione
locale. Nello stesso periodo, e grazie alla situazione dinamica del primissimo
dopoguerra, ottiene un potere decisamente rilevante nel complesso
di tutta la società italiana.
Mediante un preciso progetto rivoluzionario, promosso in primo luogo dal filobolscevico
Bombacci, la corrente più a sinistra del socialismo massimalista giunge
alla costituzione di un vero e proprio Stato (proletario) nello Stato (borghese).
L’ ultima tappa, prima della rivoluzione armata – che del vero mai
viene pensata, né organizzata –, è la costituzione del tassello
conclusivo della legalità proletaria: i soviet. Ma tanto ritrosie e forti
negative all’interno della stessa sinistra socialista come nuove (ed apparentemente
contraddittorie) direttive
moscovite portano al rinvio della realizzazione del sistema consigliare
ed al suo conseguente fallimento. Al Consiglio Nazionale del PSI (Milano, 18-22
aprile 1920) segue, in settembre, l’occupazione delle fabbriche –
allo stesso tempo culla e feretro della rivoluzione proletaria italiana –
conclusasi con l’accordo di Roma e la fine di qualunque realizzabile sogno
rivoluzionario. Il contenzioso tra Serrati e Lenin riguardo alle 21 condizioni
di ammissione all’Internazionale Comunista diviene il chiodo che squarcia
il traballante quadro massimalista: dall’ottobre, con la conclusione dell’occupazione
delle fabbriche e il ritorno della missione politico-economica socialista dalla
Russia, la eterogenea frazione del PSI si spacca. Serrati – con la maggioranza
del massimalismo e appoggiato da quel che resta del riformismo – si schiera
contro l’ingerenza terzinternazionalista nelle questioni nazionali, tranciando
così le gambe alla prospettiva soviettista dei Bombacci, dei Gennari,
dei Bucco e togliendo immediatamente tutte le posizioni di potere ai rappresentanti
di quel massimalismo, bollato come quinta colonna bolscevica. Dalla metà
di ottobre la strada per Livorno è già segnata.
Prove di dittatura proletaria: ascesa e declino del massimalismo (Bologna, 1919-1920)
La corrente “intransigente-rivoluzionaria” nasce nella
città felsinea nel 1917 per opera di C. Pini e E. Magnelli, mentre ad
A. Marabini se ne devono fondazione ed immediata forza ad Imola.
La vita del massimalismo nella provincia rossa può essere raccontata
per fasi o momenti. Alla fondazione seguono, nell’arco
di tre anni, almeno cinque macromomenti, che ne riflettono la condizione a livello
nazionale: sviluppo, affermazione, apogeo, declino, morte. Ognuno di essi racchiude
una precisa dinamica del soggetto politico massimalista esaminato.
Lo sviluppo è databile tra l’estate 1918 e l’inizio
di giugno 1919: la corrente massimalista si rafforza, iniziando a contare politicamente.
N. Bombacci, comprendendo l’importanza del controllo della provincia rossa,
è spesso nel bolognese in questo periodo. Al Congresso Provinciale Socialista,
conclusosi il 26 gennaio con un plateale «Bisogna essere o imperialisti
o rivoluzionari, o con Sonnino o con Lenin!», l’odg del vicesegretario
del PSI ottiene 800 voti, mentre la mozione riformista di Bentini solo 150.
Anche all’assemblea dell’Unione Socialista Bolognese (23 gennaio),
l’odg massimalista di L. Tarozzi aveva battuto quello riformista dello
stesso Bentini e di Zanardi.Con l’inizio del nuovo anno il massimalismo
consegue la sua prima duplice vittoria, che comporta un ricambio politico nel
socialismo locale: A. Valeri diviene segretario della Federazione Provinciale
Socialista, R. Tega – con Tarozzi – direttore de «La Squilla»
e il Comitato Direttivo della FPS diviene a maggioranza massimalista.
L’affermazione avviene tra giugno e dicembre 1919: il massimalismo
ottiene il controllo di tutte le organizzazioni socialiste provinciali. La guida
della Camera Confederale del Lavoro è affidata il 13 luglio al massimalista
P. Venturi, già segretario della USB, dopo le dimissioni del riformista
C. Gaviglio. Questi, duramente attaccato dai massimalisti al congresso provinciale
della CCdL (1 giugno), subisce il colpo di grazia per mano degli anarchici che,
in seguito agli avvenimenti del 15-16
giugno, invadono la sede confederale. Il nodo politico tra riformisti e
massimalisti è sciolto nella seconda metà di settembre, dopo le
tensioni dovute al mezzo fallimento dello sciopero
internazionale in difesa delle rivoluzionarie Russia e Ungheria. Il massimalismo
ottiene una vittoria schiacciante sia in ambito cittadino sia in ambito provinciale.
Dopo la spaccatura all’assemblea della USB con l’abbandono dell’aula
da parte dei riformisti (13 settembre), il referendum indetto tra gli iscritti
per la designazione dei candidati al seguente congresso provinciale è
un vero e proprio plebiscito per la corrente di Bombacci e Serrati.
Il Congresso Provinciale Socialista (20-21 settembre), al culmine delle tensioni
tra le due correnti, assegna all’odg massimalista di Alvisi il triplo
dei voti di quello riformista di Bentini. Il nuovo comitato federale di 10 membri
– che rappresenterà la FPSB al congresso nazionale – conta
6 massimalisti e la segreteria della FPS passa a Venturi, in seguito alle dimissioni
di Valeri.
L’autunno del 1919 segna, attraverso il Congresso Nazionale del PSI e
le elezioni politiche, l’affermazione del massimalismo a livello nazionale.
Un risultato ancor più evidente nella provincia rossa. Proprio nella
Sala del Bibbiena del Teatro Comunale si tiene il XVI C. N. del partito: la
mozione massimalista elezionista di Serrati raccoglie oltre il doppio dei voti
di quella centrista di Lazzari. E alle elezioni del novembre è un tripudio
socialista nel capoluogo emiliano: il PSI – che a livello nazionale ottiene
oltre il 32% delle preferenze – raccoglie il 62,9% dei voti in città
e il 68,6% in provincia. Su otto candidati socialisti ne vengono eletti sette:
quattro sono massimalisti ed il primo – con oltre 100 mila voti –
è proprio Bombacci, che in ottobre viene nominato segretario politico
del PSI.
Già da settembre, comunque, il massimalismo controlla tutte le maggiori
organizzazioni del socialismo bolognese e P. Venturi ne diviene leader incontrastato,
ricoprendo contemporaneamente la carica di segretario della FPSB, della USB
e della CCdL.
Le calde giornate di fine
1919 modificano però questa situazione. Il 21 dicembre, difatti,
Venturi rassegna le dimissioni da tutti e tre i segretariati. Un avvenimento
che sembra frenare l’ascesa massimalista, in realtà, promuove quella
parte del massimalismo che guarda ancora più a sinistra, ossia al faro
sovietico e alla società bolscevica.
Il 1 gennaio 1920 vengono nominati i sostituti di Venturi alla guida delle organizzazioni
proletarie: E. Bucco – alla CCdL –, G.
Martini – alla FPS –, C. Pini – alla USB –: due
massimalisti bombacciani e un astensionista bordighiano.
Il 21 aprile 1920, al Consiglio Nazionale del PSI tenutosi a Milano, Bucco –
in qualità di segretario del GPS – e Fiorelli – in qualità
di consigliere nazionale per la FPSB – portano il sostegno alla corrente
soviettista più radicale. Favorevoli alla linea di Bombacci – respinta
quasi all’unanimità – per l’allargamento della costituzione
dei Soviet a tutta Italia (emendamento Polano-Toscani), devono ripiegare sulla
proposta della Direzione, che si accontenta dell’esperimento sovietico
solo “in determinate plaghe” (odg Sardelli-Mombello).
Il periodo compreso tra questi due estremi può considerarsi l’apogeo
del massimalismo nel bolognese: circa quattro mesi in cui il massimalismo bombacciano
(filobolscevico e terzinternazionalista) tenta di rendere realtà il progetto
rivoluzionario soviettista, controllando il mondo proletario e influenzando
pesantemente gran parte della società. Ossia, 100 giorni di prove di
dittatura proletaria.
La proposta bombacciana di costituzione di un sistema consigliare (Firenze,
13 gennaio 1920) accende subito gli animi sotto le due torri. Bucco scrive al
segretario del Partito (21 gennaio) chiedendo la possibilità di volgarizzare
immediatamente i principi soviettisti e chiedendo copia del “programma
costitutivo” per poter essere il primo “a portare sul terreno della
propaganda e del dibattito le idee che informano il vostro progetto.”
Bombacci, apertamente criticato su tutti i fronti, ne invia copia, ma è
costretto a prendere tempo [12], vista l’impreparazione
del partito sulla questione e la decisione di sospensiva del Consiglio Nazionale
socialista.
La pubblicazione del progetto su «La Squilla» (31 gennaio) rappresenta
l’incipit di una trama politica il cui nodo essenziale riguarda l’immediata
creazione dei Soviet. I fautori bolognesi del nuovo ordine soviettista portano
in ogni possibile assemblea e congresso il loro verbo allo scopo di trasformare
il massimalismo da sterile “nullismo” a gravido “realizzatore”.
Il Soviet è visto come l’ingrediente
essenziale della ricetta bolscevica, l’ultimo imprescindibile stadio
prima della rivoluzione armata per l’instaurazione della dittatura del
proletariato.
Come mai prima, le organizzazioni socialiste sono protagoniste nella promozione
di attività politiche, sociali e culturali: Martini propone una scuola
di cultura proletaria per propagandisti ed organizzatori, mentre il direttore
del periodico socialista bolognese G.
Fiorelli si presta ad un’opera divulgativa dei principi socialisti
che va dalla volgarizzazione sulla stampa alla organizzazione di cicli di conferenze
ed incontri per la cittadinanza e di convegni per rendere competenti gli stessi
dirigenti di partito locali. Bucco presenta un rivoluzionario programma d’azione
– disciplina delle leghe ed educazione spirituale e tecnica del proletariato
– per l’instaurazione del nuovo sistema soviettista (28 febbraio,
congresso provinciale della CCdL).
L’aprile è il momento cruciale: al maggiore impegno, all’attacco
finale segue, immediata, la frustrazione della sconfitta. In vista del Consiglio
Nazionale socialista di Milano – dove si attende l’imprimatur definitivo
per l’inizio della rivoluzione –, Bucco ottiene oltre il 90% dei
voti alla riunione della USB (3 e 10 aprile) con un odg, presentato con Martelli,
che ribadisce “l’improrogabile necessità” [13] della costituzione dei Soviet.
Al Congresso provinciale socialista (14-15 aprile) l’odg di Bucco, concordato
con Alvisi, ottiene 4474 voti favorevoli e solo 60 contrari.
La decisione del maggiore consesso socialista – una scelta a metà,
o meglio una non-scelta, che finisce per essere un rinvio, una posticipazione
del problema – apre una fase di lento, inizialmente quasi impercettibile,
declino per il massimalismo bolognese. Il controllo dei centri di potere
proletari è ancora saldo, ma mancano inventività, progetti, prospettive
politiche, che non siano la semplice amministrazione. La crisi non sta nell’autunno
– la fase terminale, evidente della malattia –, bensì nella
non-scelta dell’aprile e nella risposta (povera di contenuti) che gli
si dà. Dal maggio, la rivoluzione soviettista e i Soviet rimangono ancora
vivi nelle parole, ma sono già morti, seppelliti dalle incertezze della
Direzione del Partito e dai diktat moscoviti. Da maggio è come se si
cercasse di rincorrere il detto precedentemente nel tentativo di metterlo
in pratica: ma proprio la ripetizione continua, quasi a leitmotiv psicologico,
del già detto, mostra come non vi sia più alcuna inventività
politica.
Si ha l’impressione che la questione soviettista venga quasi data per
scontata. Il fatto che il Partito stesso abbia preso una decisione definitiva
al riguardo pare smorzi tutto quell’entusiasmo dei mesi precedenti. Sarebbe
a dire che deliberare che i Soviet si costituiscano, seppur solo in determinate
plaghe, sembra significhi già di per sé l’effettiva creazione
dell’organismo consigliare proletario. A Bologna – e così
nelle altre realtà locali italiane – l’attenzione si concentra
più che altro sulle prossime elezioni amministrative, dove notevole è
l’impegno per la vittoria elettorale nei Comuni e dominante la confusione
tra “conquista del Comune” e “creazione dei Soviet”.
L’ultimo spiraglio è dato da quel settembre 1920, arcinoto per
l’occupazione delle fabbriche. Ma all’enfasi rivoluzionaria bisogna
purtroppo affiancare la definitiva sconfitta proletaria. Una pesante debacle
che il massimalismo soviettista bolognese rappresenta pienamente, tanto in ambito
sindacale che in ambito partitico.
Al Consiglio Nazionale della CGdL (Milano, 11 settembre) Bucco, con Schiavello,
presenta un odg proponente il passaggio dall’occupazione alla rivoluzione,
che esce però sconfitto (409.564 voti favorevoli e 591.245 contrari).
La CGdL si avvia così all’accordo sulla compartecipazione operaia
firmato a Roma il 19 ed approvato il 25 settembre. La CCdL è costretta
a rispettare le direttive nazionali.
A livello di partito, settembre segna un turn-over di ampie proporzioni che
rende evidente il declassamento del massimalismo più radicale, filosoviettista,
terzinternazionalista convinto, fino ad allora alla guida dei posti chiave del
socialismo bolognese. Mentre la segreteria della FPS e la direzione de “La
Squilla” – Fiorelli si dimette a fine agosto – sono affidate
al massimalista serratiano, S. Alvisi, unitarista ed anti-bombacciano, il congresso
provinciale socialista appoggia la frazione riformista nel braccio di ferro
coi massimalisti soviettisti riguardo alla nomina dei candidati alle elezioni
amministrative. Un piccolo smacco che chiarisce il nuovo rapporto di poteri.
Con l’ottobre la morte cerebrale del paziente massimalista è
un fatto. Il successo del PSI nelle amministrative (48 consiglieri su 60 in
Comune, 47 su 50 in provincia) con diversi massimalisti bombacciani eletti è
solo la risposta di un mastodontico corpo senza vita all’ultimo tentativo
di salvarlo con uno shock elettrico. Ma è ormai troppo tardi. La morte
fisica del massimalismo soviettista avviene nella notte
tra il 3 ed il 4 novembre con l’assalto fascista alla sede confederale
ed il seguente linciaggio politico e morale di E. Bucco – e con lui di
G. Martini –, ultimo isolato tassello di quell’equipe massimalista-bolscevica
del bolognese voluta con forza da Bombacci ad inizio 1920.
Un secondo avvenimento segna con il sangue quel tragico mese. La strage di Palazzo
d’Accursio, il 21 novembre, fa entrare in coma tutto il socialismo italiano,
dal riformismo alla frazione comunista. E sposta, questa volta correttamente,
la prospettiva d’indagine su un altro soggetto politico e su un’altra
questione: il fascismo e le sue origini.
Il biennio rosso a Bologna: pensiero ed invenzione politica
Ho proposto qui una lettura del biennio rosso come sequenza politica in cui soggetto principale è il socialismo massimalista. Ritengo indispensabile affiancare all’analisi fattuale di tale ascesa e declino l’analisi del pensiero politico, ossia dei termini, delle parole e delle categorie più ricorrenti che hanno reso possibile l’invenzione di una peculiare politica. Difatti, tale momento risalta ancora di più per lo spessore teorico di chi in quel momento gestiva il potere e controllava l’organizzazione della politica socialista. E Bologna, anche in questo, riflette la situazione nazionale. In sostanza: cosa dicono, cosa propongono, cosa teorizzano i personaggi principali di tale sequenza in questo determinato luogo?
Le password del biennio rosso – Partito, Soviet
e Rivoluzione: le tre categorie senza le quali non è possibile pensare
e fare la politica, accompagnate dalla Guerra, modus vivendi et politicandi
che segna un’epoca – sono centrali nel detto dei Bucco, dei Fiorelli,
dei Martelli, dei Tega. Si teorizza e si propone con un occhio a ciò
che si dice in altre realtà, rilanciando le possibilità politiche
che rischiano di spegnersi: propagandando, imitando, inventando. Soprattutto
ci si sforza di pensare (per poi mettere in pratica) il progetto rivoluzionario
massimalista, che proprio su queste categorie politiche si fonda. La costituzione
di un nuovo Stato (nello Stato), nodo gordiano del progetto, diviene il punto
cruciale di ciò che si pensa e si dice.
Il pensiero politico massimalista si divide in una pars destruens ed
in una pars construens, sovente intersecate. Molti sono i “nemici”
da criticare ed attaccare. Accusato di immedesimazione nella funzione legalitaria,
il riformismo – nemico in casa – è affiancato ai Nembrot,
Fialte ed Anteo del mondo proletario: Parlamento,
Democrazia e Borghesia.
«Noi abbiamo sempre sentito ribrezzo della democrazia, noi l’abbiamo sempre ritenuta una schifosissima cosa, capace di piagare il corpo sociale [...]. Noi nell’edificio borghese intendiamo portare l’opera nostra di restauratori. Quando la casa sta per crollare è bene lasciarla crollare. È dalle fondamenta che bisogna cominciare la costruzione altrimenti si avrà sempre un edificio pieno di rattoppature e di stucchi e con le fondamenta marce...» [14]
La risposta concreta è nell’«ultimo strumento
per riparare le disuguaglianze e reintegrare le parti su basi più giuste»
[15], la violenza
politica , «sana, liberatrice per creare, generare, produrre»
[16].
Fiorelli offre un’analisi esemplare della situazione. La guerra ha «dimostrato
la fallacia dei vecchi metodi» ed «imposto dei nuovi problemi»:
Zimmerwald è la tappa sulla via delle repubbliche soviettiste. Marx ha
insegnato come la democrazia sia «la negazione del trionfo del proletariato»,
per cui il Partito socialista «deve essere antidemocratico». Il
mezzo per la conquista del potere è la rivoluzione, che «non è
fatta di uno scoppio improvviso, tumultuoso [ma] da un lungo periodo di piccole
manifestazioni» [17].
Il mondo borghese si supera solo con la conquista «del potere politico
ed economico, e con la conseguente abolizione della forma di produzione borghese.
[...] Non si tratta, perciò, di riformare, bensì di spezzare e
sostituire gli attuali ordinamenti capitalistici.» [18]
All’iniquo nuovo ordine disegnato a Versailles la risposta proletaria
non può essere che Mosca: “il futuro protocollo – secondo
Bucco – lo firmeranno i popoli con un unico cerimoniale: quello della
rivoluzione” [19]. Di modo che
gli operai debbono gestirsi il prodotto della loro fatica. Borghesia, militarismo, preti, grisi e simili vergogne non debbono più aver diritto a vivere se non si metteranno in mente di lavorare per vivere, lavorare per tutti, non per sé ed a detrimento degli altri [20].
Il massimalismo deve dunque divenire «affermatore e ricostruttore
del mondo, [...] pratico e realizzatore». Non è sufficiente «gridare
evviva la Russia, evviva Lenin: occorre imitare la Repubblica dei Soviety nelle
opere di ricostruzione e nello sforzo quotidiano e tenace per dare un assetto
comunista alla società» [21].
Il proletariato ha innanzitutto bisogno di una minoranza
audace rivoluzionaria”. Solo in tal modo si può creare una
nuova società:I futuri deputati socialisti avranno un altro Parlamento,
quello dei Consigli degli operai, ad esso ubbidiranno, in esso disputeranno.
Il proletariato italiano renderà esecutive, con la sua volontà,
con la sua forza, in contrasto, in dissenso, in conflitto assoluto e violento
con l’altro Parlamento, che abita a Montecitorio, le proprie deliberazioni.
Ed i deputati dei lavoratori saranno con i lavoratori per i lavoratori. Così
si istituirà uno Stato socialista nello Stato borghese [22].
Bucco parte dalle basi del marxismo per una proposta politica che è imitazione
del nuovo (ossia, dell’Ottobre russo) e tentativo di un suo rilancio.
Presupposto è che solo la lotta di classe è il mezzo per l’emancipazione
del proletariato. L’organizzazione operaia deve abbandonare i metodi attuali
organizzandosi «più che come categoria di mestiere come classe
dominante»: i lavoratori devono acquistare la coscienza «di essere
potenzialmente lo Stato, di avere in loro le origini del potere». Per
questo deve svolgersi opera di demolizione da una parte e di ricostruzione di
un nuovo edificio sociale dall’altra: «l’opera di ricostruzione
e di preparazione va svolta nei Consigli di fabbrica o di mestiere sotto il
controllo politico del Partito Socialista che lo eserciterà con i Soviety».
La dittatura del proletariato può affermarsi solo se il lavoratore diventa
«per mezzo del Consiglio di Fabbrica e di Mestiere un produttore che controlla
il suo prodotto ed è pronto a gestirlo per la collettività lavoratrice».
L’operaio diventa così «massa potentemente coesa»,
non attraverso l’organizzazione di categoria di mestiere, ma attraverso
«l’intensificazione della produzione che tende alla sua sovranità
assoluta» [22].
È dunque necessario «indirizzare diversamente la produzione», «rovesciare i valori del sistema di produzione» ovvero fare in modo che la gestione passi «dalle mani di chi non produce a quelle di chi produce»: una conquista economica a cui segue una conquista politica. Il logico epilogo della lotta di classe si risolve dunque nel fatto che «il produttore della ricchezza sarebbe anche il detentore della ricchezza», un proprietario nuovo: non l’individuo, ma l’unione degli individui. Bucco lancia così una gravida parola d’ordine:
chi non lavora per produrre cosa utile alla società, non abbia diritto a mangiare. In sostanza, per aver diritto di cittadinanza fra gli uomini, deve imporsi, come condizione essenziale, l’obbligo al lavoro. [...] Ad ognuno il diritto a vivere, pari ai doveri sociali da compiere. Chi trarrà giovamento, morale e fisico, da questo nuovo stato di cose, sarà il lavoratore, perché sarà stata celebrata finalmente la grande verità: chi fa lavoro utile per la società, ha diritti da far valere [24].
Questo articolo si cita: S. Forti, «L’operaio ha fatto tutto; e l’operaio può distruggere tutto, perché tutto può rifare». Massimalismo, Biennio Rosso, Bologna, Ercole Bucco, «Storicamente», 2 (2006), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/02forti.htm
Note
[1] E. Bucco, Chi non lavora non mangi, Bologna, Camera del Lavoro di Cento, 1919, 13.
[2] n. f., Omertà, «La Squilla», 18 dicembre 1920, 2.
[3] F. Andreucci, T. Detti (eds.), Il Movimento Operaio Italiano. Dizionario Biografico (1853-1943), Roma, Editori Riuniti, vol. I, Bucco Ercole, 410-411.
[4] A. Caselli, E. Ramponi, Il movimento operaio e socialista a Pieve di Cento e la Camera del Lavoro di Cento (1860-1920), Bologna, Clueb, 1984, 123-169.
[5] Il lavoro di A. Caselli ed E. Ramponi sopra citato.
[6] Vedasi soprattutto S. Noiret, Massimalismo e crisi dello stato liberale. Nicola Bombacci (1879-1924), Milano, Franco Angeli, 1992.
[7] N.S. Onofri, La strage di palazzo d’Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese 1919-1920, Milano, Feltrinelli, 1980; L. Arbizzani (ed.), Il sindacato nel bolognese. Le Camere del Lavoro di Bologna dal 1893 al 1960, Bologna, Clueb, 1988.
[8] L. Casali, Bologna 1920. Le origini del fascismo, Bologna, Cappelli, 1982. Un argomento legato a doppio filo alla questione soviettista è indagato dal saggio di B. Della Casa, Composizione di classe, rivendicazioni e professionalità nelle lotte del “biennio rosso” a Bologna.
[9] V. Romitelli, M. Degli Esposti, Quando si è fatto politica in Italia? Storia di situazioni pubbliche, Catanzaro, Rubbettino, 2001, 70, 71.
[10] S. Noiret, Protagonismo delle masse e crisi dello stato liberale, «Intersezioni», 2 (1988), 269-299.
[11] A. Benzoni, V. Tedesco, Soviet, Consigli di fabbrica e “preparazione rivoluzionaria” del PSI (1918-1920), «Problemi del socialismo», 1971, 188-210, 637-665.
[12] Telegramma di E. Bucco alla Direzione del PSI, 21 gennaio 1920, e risposta di N. Bombacci alla CdL di Bologna, 27 gennaio 1920, Asb, Gab. di Pref., 1920, b. 1322.
[13] La discussione sui Soviety all’Unione Socialista, «La Squilla», 14 aprile 1920, 2.
[14] E. Bucco, Giolitti, «La Squilla», 19 giugno 1920, 1.
[15] H. L. Nieburg, La violenza politica, Napoli, Guida Editori, 1974, XXIV.
[16] E. Bucco, I Consigli a Bologna, «L’Ordine Nuovo», 21 febbraio 1920, 297-298.
[17] Il Congresso della Federazione Provinciale Socialista, «La Squilla», 17 aprile 1920, 1.
[18] Noi (R. Tega), Alla vigilia del Congresso camerale, «La Squilla», 31 maggio 1919, 1.
[19] E. Bucco, Il Processo è finito, «La Squilla», 19 luglio 1919, 2.
[20] E. Bucco, La svalutazione del lavoro, «La Squilla», 27 settembre 1919, 1-2 [Corsivo mio].
[21] G. Fiorelli, Massimalismo realizzatore, «La Squilla», 31 gennaio 1920, 1.
[22] E. Bucco, A la sbarra, «La Squilla», 25 ottobre 1919, 2. [Corsivo mio].
[23] E. Bucco, I Consigli a Bologna, «L’Ordine Nuovo», 21 febbraio 1920, 297-298.
[24] E. Bucco, Chi non lavora non mangi, Bologna, CdL di Cento, 1919, 36, 37, 38, 45-46. [Corsivo mio].