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Michele
Toss
La
cultura popolare tra storia e storiografia.
Spazi e discorsi della classe operaia
di Parigi (1830-1848) |
La prospettiva “dal
basso”
Le peuple admet
à sa table
Mes chansons et dit: Merci!
Je ne suis qu’un grain de sable,
Mais je suis utile aussi.
(Charles Gille)
L’intervento che segue è la
presentazione di una ricerca in corso sulla
sociabilità operaia e la canzone
popolare a Parigi tra il 1830 ed il 1848.
L’operaio viene presentato adottando
una prospettiva “dal basso”,
privilegiando la dimensione quotidiana per
individuare i luoghi dove si ritrova, si
diverte e agisce nel tessuto sociale. È
in quei luoghi che l’operaio si esprime,
il conflitto si manifesta nella sua fase
embrionale ed emerge l’engagement
politique populaire. Come ha dimostrato in maniera pionieristica
Maurice Agulhon, il cercle è il luogo
dove la borghesia apprende concetti e valori
della “sua” repubblica. Qui
si cercherà di mettere in luce come
cabaret, marchands de vins, associazioni
e corporazioni operaie siano i luoghi dove
prende vita il concetto di repubblica proprio
del popolo: la repubblica democratica-sociale.
Il saggio è diviso in due parti.
La prima verte sulle questioni teoriche
e di metodo, e sull’analisi delle
correnti storiografiche che si sono occupate
di questi argomenti. Si prenderanno in esame
le innovazioni introdotte dalla storia della
sociabilità, dalla microstoria, dal
linguistic turn nello studio del
linguaggio e delle forme d’espressione
popolari.
Nella seconda parte si entrerà più
direttamente nel tema. L’analisi si
concentrerà sulla sociabilità
popolare e sul rapporto che lega l’operaio
alla canzone, su come essa rappresenti un
mezzo d’espressione e di circolazione
del discorso dei lavoratori. La presentazione
della parole ouvrière ci
permetterà di accedere alla dimensione
culturale degli attori sociali presi in
esame, mettendo in luce alcune differenze
rispetto alla mentalità borghese.
L’analisi del concetto di politica
utilizzato e percepito dal popolo servirà
a dimostrare come il semplice lavoratore
facesse a suo modo attività politica.
Vedremo come la mentalità popolare
fosse intrisa di materialità, concretezza,
praticità ma anche di solidarietà.
I temi del lavoro, della dignità
operaia, dell’associazione, del salario
e della paura della fame e della povertà
sono fondamentali nelle canzoni e negli
scritti popolari, nei quali l’aspetto
sociale incontra quello politico.
Per una storia sociale del movimento operaio
A partire dagli anni ’70-80
del Novecento la sociabilità si è
configurata come uno strumento d’analisi
per studiare le società in modo nuovo
[1].
Quello di sociabilità è un
concetto complesso, mutevole, interdisciplinare,
che coinvolge la storia, la filosofia, la
sociologia e l’antropologia [2].
Jacques Rougerie ha dimostrato negli anni
’90 come per gli storici della cultura
popolare fosse ancora utile prendere le
mosse dalla definizione di Agulhon [3].
L’uomo vive in società, come
l’ape e l’elefante, ma (a differenza
dell’ape e dell’elefante) lo
fa in una certa maniera, che possiamo supporre
suscettibile di variazioni [4].
Questa maniera varia a seconda dello spazio,
del tempo, del genere, dell’età,
del contesto sociale nonché della
mentalità. L’interesse dello storico si appunta
direttamente sull’uomo e sulle relazioni
sociali che stabilisce con gli altri individui,
sulle modalità attraverso le quali
dialoga e vive in società. Nel momento
in cui ci allontaniamo dalla pura teoria,
veniamo in contatto con tutta una materialità
di rapporti. Registriamo un cambio di prospettiva,
poiché il fondamento stesso della
sociabilità non è l’universo
delle idee astratte, ma la sostanza concreta
della realtà [5]. L’approccio,
infatti, è di tipo etnografico. L’oggetto
della ricerca, come sostiene lo stesso Agulhon
non si riduce al fatto di costruire e di
dar vita a delle associazioni […].
Le relazioni codificate tra gli individui
esistono anche al livello assai informale
delle abitudini o delle convenienze, nel
focolare domestico, nella bottega o in ufficio,
per strada, allo spettacolo. Quella sociabilità
del quotidiano è di un’estensione
immensa, d’una varietà infinita,
senza essere per questo organizzata [6].
Non solo le associazioni, i circoli e i
salotti nobiliari [7] diventano oggetto delle
analisi storiche, ma anche la piazza, la
strada, la bottega; ed è all’interno
di questo settore che rientrano gli studi
sulle bettole, sulle osterie o, se vogliamo
utilizzare le denominazioni francesi, sulle
goguettes, sui marchands de vins, sui cafés
e cabaret. In Italia studi di questo tipo
sono stati condotti, tra gli altri, da F.
Ramella, M. Ridolfi [8], R. Monteleone [9]
e T. Merlin [10]. In queste ricerche, tra
gli altri aspetti, è stato evidenziata
l’importante funzione svolta dalle
osterie nel processo di politicizzazione
popolare. Sono le osterie i luoghi in cui
i tessitori biellesi studiati da Ramella
organizzavano gli scioperi, riuscivano a
coordinare il movimento dei lavoratori e
trovavano un conforto, sia economico che
morale, nei momenti più drammatici
della lotta [11]. È sempre al loro
interno che si fondano le prime sezioni
di partito e circolano i primi discorsi
politici. Credo possa essere utile riportare
questa lunga citazione di Renato Monteleone:
L’osteria era un centro di adunata
spontanea, per affollarsi non aveva bisogno
né di campane né di sirene:
la gente vi affluiva perché lì
si celebrava, davanti al bicchiere di vino,
il rito universale della comunicazione.
L’osteria è la famiglia, talvolta
la sola disponibile; è il rifugio
confidenziale dalla solitudine, una riserva
confortevole e quasi inesauribile di parlatori
e ascoltatori tra cui circolavano sentimenti
e idee, in un fecondo interscambio, spesso
altrimenti e altrove impensabile. […]
Nelle osterie o locali consimili, come circoli
vinicoli, mescite di vino e di birra, cantine
sociali ecc., si fondavano sezioni di partito,
si svolgevano riunioni sindacali, avevano
sede e recapito le società ricreative
operaie; lì gli operai si passavano
di mano i fogli di partito, discutevano
degli interessi comuni e le idee del socialismo
trapassavano nel fitto dei rapporti interpersonali [12].
Nelle osterie prendevano vita
quegli ideali di libertà ed eguaglianza
che percorsero le lotte sociali di fine
’800, nelle quali si concretizzava
l’antica cultura di resistenza e combattività
bracciantile.
Questi esempi, che ritroveremo nella Parigi
del 1830-48, ci permettono di sottolineare
il nesso che si instaura tra sociabilità
e politica.
Quest’ultima viene considerata attraverso
una nuova prospettiva; il punto di vista
risulta completamente mutato. Ora sono la
società, l’uomo e le sue relazioni
i “contenitori” della formazione
e dello sviluppo del discorso politico [13]
La politica nasce nelle associazioni, nei
collettivi, nelle feste patronali, nelle
bettole, nelle strade: questa è la
grande intuizione di Agulhon. Malatesta
sostiene che «il sociale sia il terreno
di formazione della politica» [14].
l’uomo in tutta la sua grandezza e
semplicità è il motore di
questo processo.
Fin da queste prime battute emerge l’importanza
della quotidianità e la relazione
che la lega al concetto di sociabilità
[15].
L’interesse dello storico, di conseguenza,
si allarga a tutti quegli aspetti, all’apparenza
secondari, effimeri e ripetitivi, che in
realtà rappresentano il terreno di
coltura dei grandi avvenimenti [16].
Si deve partire dalla quotidianità
nascosta per leggere le rivoluzioni del
’48 europeo; è nella vita di
tutti i giorni che si formano i legami,
si interviene concretamente nel sociale,
poiché «il mondo della quotidianità
così come gli uomini l’affrontano,
ci agiscono e ci vivono è la realtà
suprema nell’esperienza umana»
[17].
Di fondamentale importanza risulta anche
il rapporto tra sociabilità e cultura.
Lo studio della sociabilità, dei
contenuti e della maniera dello stare assieme,
pone in evidenza alcuni aspetti dell’universo
mentale e dell’immaginario degli attori
sociali [18].
Anche le ricerche di Edward P. Thompson
sul movimento operaio inglese hanno contribuito
a gettare le basi del nuovo approccio [19].
Privilegiando altri settori della produzione
rispetto alla fabbrica, e non lasciandosi
trasportare dalle ideologie dominanti dell’epoca,
Thompson si è avvicinato allo studio
della classe lavoratrice in maniera nuova.
Ha messo in luce come sia stato l’artigianato
lo spazio della nascita del movimento dei
lavoratori [20].
Gli operai qualificati, i più specializzati,
i lavoratori dell’artigianato sono
i veri protagonisti delle prime lotte: «Lungi
dall’essere i primogeniti della rivoluzione
industriale gli operai di fabbrica ne furono
il prodotto tardivo» [21].
Attraverso questa intuizione, l’analisi
si è spostata dalla “classe
operaia” in quanto tale al suo farsi,
alla sua evoluzione dinamica [22].
Tutto ciò ha delle importanti conseguenze
nello studio del movimento operaio, poiché,
come ha messo in luce Sewell, «la
ricerca non può limitarsi esclusivamente
al periodo successivo alla rivoluzione industriale».
Thompson introduce importanti strumenti
teorici per analizzare i processi di mutamento
sociale, come la riflessione sul rapporto
tra persistenze
e cambiamento. Ricordiamo anche
la relazione, introdotta da Agulhon, tra
forma
e contenuto: un altro fondamentale
dispositivo teorico nato dall’indagine
empirica, che fa affiorare aspetti fino
ad allora trascurati.
L’interesse di Thompson a indirizzare
l’indagine fuori dalla fabbrica nasce
per reazione alla storiografia di stampo
marxista, che restringeva il campo ai movimenti
istituzionalizzati e impegnati in attività
politica [23].
I nuovi approcci, concentrandosi sull’uomo,
permettono di abbandonare le definizioni
astratte in favore di una history from
below [24].
Le biografie dei grandi pensatori o degli
strateghi della politica vengono posizionate
sullo sfondo della scena, il loro apporto
agli eventi non viene cancellato, ma ridimensionato
e interpretato diversamente [25].
L’obiettivo è di mettere in
luce il «ruolo attivo dei lavoratori,
il grado in cui essi contribuirono, con
sforzi coscienti, al farsi della storia»
[26].
Con l’introduzione della sociologia
e dell’antropologia, Thompson opera
una vera e propria rottura e una decostruzione
dei precedenti paradigmi storiografici [27].
In seguito al dialogo sempre più
stretto con l’antropologia, il rapporto
con l’economia inizia a inclinarsi.
Viene ridimensionata l’importanza
data al determinismo
economico, e al rapporto tra struttura
e sovrastruttura. Come sostiene Thompson,
«la struttura si trova nella singolarità
storica dell’“insieme delle
relazioni sociali”, e non in un rituale
particolare
o in una forma isolata da questo»
[28].
La cultura assume la stessa importanza dell’economia,
«ciò non significa negare l'importanza
delle esperienze economiche, al contrario
significa catturare quelle esperienze in
quanto portatrici di significati che devono
essere recuperati» [29].
Di fondamentale importanza sono le considerazioni
svolte da K. Polanyi ne La grande trasformazione
[30].
Il contributo dato dall’antropologia,
e in particolare dall’antropologia
culturale, è notevole. Il mutamento
sociale viene interpretato attraverso concetti
quali esperienza
e cultura. Ciò permette
di innovare radicalmente lo studio di uno
degli argomenti cardine della storiografia
marxista: la coscienza di classe. Nelle
nuove interpretazioni il formarsi
della classe
risulta dal modo in cui gli uomini e donne vivono le loro relazioni
produttive e da come sperimentano le loro
situazioni particolari entro l’insieme
delle relazioni sociali, col loro patrimonio
culturale e le loro speranze, e da come
traducono queste esperienze in modi culturali
[31].
Dal dialogo con l’antropologia
derivano anche il concetto di economia morale,
nonché il ribaltamento dell’interpretazione
dei moti
del caro-pane nel Settecento inglese.
Thompson, infatti, sostiene che non è
più possibile incasellare gli eventi
del passato attraverso griglie
interpretative derivate da prerogative
proprie della nostra società; né
si possono ricercare nel passato forme e
contenuti propri della società attuale [32].
Solo se teniamo presente quest’aspetto
comprendiamo l’importanza data negli
ultimi anni allo studio della cultura popolare,
e in particolare al suo rapporto con i recenti
mutamenti della nozione di politica [33].
La cultura popolare è una cultura
politica? Qual’è il concetto
di politica utilizzato dal popolo? [34]
Attraverso la nouvelle démarche
historique gli studiosi hanno iniziato
a privilegiare una scala di analisi più
ridotta, di tipo locale [35].
A partire dagli anni Settanta del ’900
si è sviluppata, attorno alla rivista
«Quaderni storici», una nuova
corrente: la microstoria [36].
Nella microstoria l’oggetto non viene
inquadrato con strumenti teorici precostituiti:
essi vengono creati sul campo. La storia
incontra l’etnografia.
Lo storico parte dai documenti e della realtà
materiale per stabilire modelli, verificare
teorie e arricchire la conoscenza del sociale.
Queste piste di ricerca permettono di comprendere
il processo storico non più attraverso
un monismo causale, bensì abbracciando
una complessa molteplicità di variabili.
Un metodo che giochi con scale differenti
d’analisi, che prenda in considerazione
le discontinuità [37], che sia aperto
agli approcci in chiave di sociabilità
e di mentalità, e in cui si tenda
alla moltiplicazione dei punti di vista
è in completa contraddizione con
un approccio unico alla storia [38].
Esso implica per lo storico la libertà
concreta di sperimentare ed arricchire la
conoscenza delle società passate
e presenti [39].
In conclusione vorrei soffermarmi su un’importante
corrente di studi che si è sviluppata
a partire dagli anni ’80 in Inghilterra:
il linguistic turn. Essa ha eroso
il paradigma marxista, concentrando l’attenzione
sul linguaggio
[40],
sui contenuti del discorso e sui mezzi di
comunicazione, mettendo in discussione il
concetto stesso di “classe”.
… la notion de classe n’est
plus considérée comme une
réalité fondatrice mais comme
un artefact du discours, position qui a
mis un terme à l’hégémonie
de l’approche anglo-marxiste de l’histoire
ouvrière et sociale [41].
La classe e la coscienza di
classe non rappresentano più i concetti
universali con cui interpretare le differenti
lotte dell’800 [42]. Si inizia, infatti,
a parlare di pratiche politiche del popolo
e di milieu populaire.
Inoltre nota Joyce, il concetto di classe
ha una natura marcatamente economica, socialmente
esclusiva e connessa direttamente a una
idea di conflitto; di contro il concetto
di “popolo” indirizza verso
una serie di discorsi e identità
che sono extraeconomici, inclusivi e universalizzanti
nel loro rinvio sociale, a cui non sono
estranee nozioni di giustizia e conciliazione
sociale [43].
Sociabilità
e cultura popolare
A partire da questi approcci,
offriamo qui una panoramica dei luoghi di
comunicazione e delle forme d’espressione
popolare: dalla parole ouvriére
dei giornali “operai” ai discorsi
nelle osterie, passando per le canzoni delle
goguettes parigine, per le grida
sediziose notturne, fino ad arrivare all’azione
con l’associazionismo, lo sciopero
e l’insurrezione. L’analisi darà spazio al contenuto
di quelle fonti, a metà tra l’oralità
e la vera e propria scrittura, per mettere
in evidenza come l’operaio “normale”,
a partire dalla sua quotidianità,
vive i processi sociali in atto, come percepisce
e rielabora la sua realtà e quella
esterna e quali idee propone per creare
un’alternativa al sistema dominante.
È una storia fatta, oltre che di
collettività, di uomini e donne,
che con le loro scelte individuali (per
quanto condizionate dal contesto e dalla
comunità) hanno tentato di cambiare
il corso della storia. I luoghi della sociabilità
di un artigiano del XIX secolo a Parigi
sono essenzialmente cinque: la casa,
l’atelier, la strada, il
marchand de vin e l’associazione. Le mescite di vino, la guinguette,
i cabaret e la goguette sono i principali
spazi della sociabilità operaia a
partire dai primi decenni dell’800 [44].
Qui gli operai si ritrovano al termine della
giornata lavorativa e nei fine settimana
per rilassarsi e divertirsi.
Dans l’état actuel des choses,
le cabaret est le TEMPLE de l’ouvrier,
c’est le seul lieu où il puisse
aller. L’église il n’y
croit point; au théâtre, il
n’y comprend rien [45].
Questi spazi non sono adibiti
al solo divertimento. Qui ci si riuniva
per discutere, condividere problemi, sogni
e speranze, ma anche per concludere affari
e procurarsi utili informazioni. L’osteria
era al centro di un fitto reticolo di relazioni
sociali [46]. Nell’impossibilità,
o semplicemente nella non utilità
da parte del lavoratore di affittare una
stanza per coltivare i propri interessi,
essa divenne il punto d’incontro privilegiato
del popolo. Politica, gioco e divertimento
si mescolavano assieme in una combinazione
di chiarezza, semplicità e spontaneità [47]. Le mescite di vino preoccupavano
la polizia, poiché costituivano il
luogo dove il discorso politico prendeva
vita, si rafforzava e diffondeva; «[…]
Ce souffle révolutionnaire que nous
respirons au café Momus nous empêchait
de perdre l’espoir de voir un jour
la réalisation de notre rêve,
c’est-à-dire l’avènement
de la République» [48]. A tal
proposito gli archivi della Prefettura di
Parigi offrono uno spaccato abbastanza
eloquente. Il gioco alle carte e il bicchiere di vino
- oggetti sacri della cultura popolare -
erano elementi insostituibili nel processo
di socializzazione [49]. Nella maggior
parte dei casi però, rappresentavano
non gli scopi principale della frequentazione
dell’osteria, bensì erano mezzi
per favorire la comunicazione. Particolarmente
importante, a questo proposito, era il ruolo
della canzone, «expression
emblématique de la voix du peuple» [50].
La canzone era un ottimo vettore
di politicizzazione. In un ambiente intriso
ancora di analfabetismo e di un rapporto
difficile con la parola scritta, il suo
essere a metà strada tra l’oralità
e la scrittura, il ritmo, la cadenza e il
gioco delle rime, le permettevano di raggiungere
un pubblico
vastissimo ed avere una diffusione larghissima[51].
Gli arresti di cui abbiamo detto portavano,
nella maggior parte dei casi, a perquisizioni
in abitazioni o in luoghi frequentati dagli
arrestati. È proprio attraverso questa
documentazione che possiamo comprendere
l’importanza della canzone come strumento
di propaganda delle idee popolari.
Il popolo, la canzone e la politica erano
gli ingredienti fondamentali di uno dei
luoghi principi della sociabilità
popolare: la
goguette[52].
Essa era una société
chantante, imitazione delle associazioni
bacchiche e letterarie di tipo borghese
come il Caveau.
Qui venivano ad esibirsi gli chansonniers:
tra i tanti ricordiamo il celebre Béranger
[53]
e Charle Gille [54],
noto soprattutto negli anni ’40. Non
erano semplici cantanti, bensì attori
del processo di politicizzazione ed emancipazione.
Tra il riformatore socialista e il semplice
operaio vi era una gamma di figure sociali
che, grazie a spazi di questo tipo, stimolavano
riflessioni individuali e collettive e sollecitavano,
attraverso la lettura, la discussione e
il canto, una maggior presa di coscienza
da parte della popolazione [55]
(Histoire
de la chanson).
Questa sociabilità non prendeva vita
a partire solo da spazi chiusi, come il
cabaret, la goguette o, come vedremo in
seguito, l’atelier e l’associazione,
ma anche da tutte le relazioni quotidiane
che si svolgevano nei luoghi pubblici come
la strada e la piazza [56].
Il borghese e l’uomo del popolo percepivano
questi luoghi in modi diversi. Se l’élite
vi vedeva delle semplici vie di comunicazione,
degli spazi da abbellire, dei punti d’incontro
e di divertimento e, soprattutto dopo il
calar del sole, dei luoghi di pericolo e
di paura, il popolo vi trovava dell’altro.
Ogni mattina centinaia di lavoratori si
recavano sulla place de Grève
o sulla place de l’Hotel de ville
con la speranza di trovare un’occupazione.
Nelle lunghe attese si faceva amicizia,
ci si confrontava, si discuteva e ci si
univa [57].
La strada, ma soprattutto i muri cittadini,
erano importanti per favorire discussioni
e dibattiti. Il popolo faceva crocchio di
fronte ai manifesti pubblici affissi per
la città (affiches), commentandoli
e scambiandosi - talvolta in maniera vigorosa
- opinioni e punti di vista [58].
Erano spazi vivi, importanti, controllati
attentamente sia dal popolo che dalle forze
dell’ordine.
La strada, inoltre, era il luogo delle barricate,
della lotta, dell’azione e del coraggio
del popolo. Qui si svolgevano manifestazioni,
scioperi ed insurrezioni. Uniti, ma raggruppati
per mestiere, ci si recava nei luoghi principali
per farsi ascoltare dagli altri gruppi sociali,
ci si mostrava, si gridava; è qui
che incontriamo la politica popolare. La
nozione stessa di politica è
racchiusa in questi luoghi aperti, partecipativi,
spontanei. Aspetto questo da contrapporre
alla mentalità democratico-borghese
che individuava nel parlamento e nei partiti
i luoghi-simbolo del cambiamento e del “progresso”;
difficilmente il popolo, attorno al 1848,
ne aveva un’analoga percezione.
Anche il luogo di lavoro facilitava lo sviluppo
di forme di solidarietà e di unione.
Abbiamo testimonianza di riunioni che si
svolgevano, in molte occasioni con la complicità
del maître, all’interno
dell’atelier [59],
durante le pause oppure al termine della
giornata lavorativa. Si trattava di incontri
amicali, privi di un preciso scopo politico
ma dove di certo la politica non era esclusa
dalla conversazione.
Queste differenti forme di sociabilità
si sviluppano attraverso la spontaneità
e quotidianità dei rapporti sociali:
esse non possedevano statuti, non erano
ufficiali, ma non per questo erano
poco stabili, profonde e importanti. A partire
dagli anni ’20-30 dell’Ottocento,
registriamo la nascita di associazioni “istituzionalizzate”,
di gruppi di lavoratori che si uniscono
dandosi degli statuti e delle regole. È
qui che nasce la grande importanza dell’associazione,
parola chiave durante il periodo del 1848
a Parigi. Questo processo deriva principalmente
da due fattori: l’imitazione
della forma borghese e la ripresa di forme
precedenti di unione, come ad es. le
corporazioni e il compagnonnage.
L’associazione divenne il modello
ufficiale delle forme di sociabilità,
il punto più alto di rielaborazione
teorica; ed è al suo interno che
si coagulano in maniera innovativa ed esplosiva
i contenuti di tutte le riunioni informali
già analizzate. La critica al sistema,
i sogni e le speranze, argomenti delle discussioni
nei cabaret e delle canzoni nelle goguettes,
rappresentano il suo asse portante, la sua
stessa esistenza. La cultura popolare plasmava
quei contenuti e, attraverso l’associazione,
si presentava e agiva nel contesto sociale;
essa era il grande contenitore di tutto
l’universo immaginativo popolare.
Possiamo comprendere la grande
importanza di questo concetto durante il
’48 parigino. Non sembra che l’idea
popolare trovi una sua espressione e un
riferimento forte all’interno di luoghi
quali l’Assemblea generale, l’Hotel
de ville, le associazioni interclassiste
come la Société des droits
de l’homme, negli scritti di Luois
Blanc e nemmeno nell’urna elettorale.
Essa, invece, esce prepotentemente nell’azione
concreta, negli scioperi, nella strada,
nelle barricate, ai cabaret e in particolar
modo nell’associazione.
Abbiamo visto come nella strada, nella goguette
e nell’atelier avveniva un’importante
circolazione del discorso politico. Cosa
che ritroviamo in maniera ampliata ed ufficializzata
nell’associazione. Al suo
interno, infatti, avviene ciò che
Rougerie chiama la «montée
des masses vers la politique» [60].
L’associazione [61] rappresentava un
vettore di politicizzazione per i lavoratori:
il suo stesso meccanismo interno favorisce
la nascita di modelli alternativi, come
la repubblica democratica-sociale. L’idioma
corporativo era in netta contrapposizione
con i mutamenti socio-economici verificatisi
a partire dalla Rivoluzione francese: concorrenza,
isolazionismo ed “egoismo”.
Il popolo, a partire dalla sua cultura,
comprende e rielabora queste trasformazioni,
proponendo l’associazione come rimedio
a questi mali. La progressiva erosione delle
precedenti forme di protezione sociale,
il tentativo di sviscerare l’economia
dagli altri fattori della vita pubblica
e l’inizio di un complesso processo
di rivendicazioni socio-politiche, sono
elementi cardine nella formazione del ’48
parigino.
A partire dagli anni ’20-30, l’operaio
è il protagonista di un’importante
processo
di politicizzazione e d’emancipazione
sociale (Aux riches). Partendo
dalla sua quotidianità, egli inizia
a comprendere i cambiamenti radicali apportati
dal sistema capitalistico e dalla società
borghese: questo processo è evidente
nelle strofe di alcune canzoni: Les
accapareurs, La République
bourgeoise, Les vieux ouvriers,
Les
mineurs d’Utezel, Le Salaire,
Les
Démolisseur, Le peuple.
Parole come egoismo,
sfruttamento,
dignità [62],
concorrenza, individualismo
, assumono contorni nuovi e sono oggetto
di discussioni e di critiche. Il rapporto
col padrone inizia ad inclinarsi, e
per la prima volta vi è la volontà
di distinguersi dalle altre classi sociali:
non più sottomissione al re o al
maître, ma rivendicazione
di diritti di istruzione, d’uguaglianza
e di libertà.
Particolarmente importanti, in questo processo,
sono le giornate del luglio 1830, nelle
quali il popolo, lottando sulle barricate,
cercò di creare una società
diversa. Il sistema economico-politico uscito
da quell’esperienza era però
in contraddizione con le aspirazioni, ancora
generali e confuse, degli operai [63]. Il
periodo 1830-1833 venne considerato come
un tradimento, ed ebbe ripercussioni importanti
sulla mentalità operaia, contribuendo
alla nascita di una nuova coscienza.
Tali elementi fanno comprendere la grande
importanza del fenomeno associativo quale
risposta concreta del lavoratore al sistema
di potere.
Presenteremo brevemente alcune caratteristiche
delle nuove società di operai, i
loro scopi e il loro funzionamento. Queste
osservazioni ci permetteranno di introdurre
il concetto di repubblica democratica-sociale
e di interrogarci sulla nozione di politica
utilizzata dal popolo.
Prima di addentrarci nell’analisi,
dobbiamo sottolineare che tali associazioni
sono legate alla nozione di métier.
In ogni professione, infatti, venivano costituite
corporazioni o associazioni che tentavano
di regolare la produzione. Anche il lavoro,
come molti altri aspetti della società,
stava subendo radicali trasformazioni [64].
Gli obiettivi delle corporazioni operaie
erano principalmente quelli di prestare
soccorso agli associati, nei periodi di
malattia o difficoltà economica,
e di imporre delle tariffe
per limitare la concorrenza industriale.
All’interno di queste unioni l’operaio
discuteva le varie opinioni e contribuiva
a promuovere decisioni importanti circa
le sue esigenze materiali e i problemi concreti
che incontrava quotidianamente [65].
Possiamo affermare che l’incontro
tra propaganda democratica e contenuto della
cultura popolare è avvenuto proprio
all’interno delle associazioni. Il
meccanismo col quale si prendevano le decisioni
era democratico: il valore
del suffragio universale era una caratteristica
importante. Questi meccanismi permettono
l’acculturation politique e
conducono a veri e propri comportamenti
di tipo politico, soprattutto dopo il febbraio
1848. Le associazioni e le corporazioni non possedevano
solo un ruolo pratico; esse iniziavano a
permeare la vita socio-politica dell’operaio [66].
Progressivamente, diventavano il contenuto
della forma repubblicana. Si delinea un
nuovo soggetto, contrapposto alla repubblica
borghese e in alcuni casi anche di stampo
socialista. Vogliamo fermare l’attenzione sulla
percezione della repubblica propria degli
operai coinvolti nelle barricate del giugno
1848 [67].
Per democratica intendo che
tutti i cittadini siano elettori e per sociale
che sia permesso a tutti i cittadini di
associarsi col lavoro. In ogni corpo di
mestiere dovrebbe esserci una cassa comune
nella quale ognuno dovrebbe versare una
piccola somma grazie alla quale i malati
e gli operai disoccupati riceverebbero degli
aiuti [68].
E ancora:
Cavel padre. Professione di fede. Che i
lavoratori siano liberi di formare delle
associazioni. Dieudonné: la Repubblica
Democratica e Sociale, penso che era il
diritto di associazione. Papin: Dall’insieme
dei regolamenti che le associazioni si saranno
date, è certo che potranno nascere
le basi certe e razionali di un’organizzazione
generale [69].
Le aspirazioni operaie del febbraio e del
giugno ’48 tendevano a una
rivoluzione che fosse politica e sociale,
non al solo miglioramento della condizione
lavorativa o a un passaggio formale dalla
monarchia alla repubblica. Per gli operai
non poteva esistere una repubblica che non
fosse democratica e sociale allo stesso
tempo: «senza la libertà dalla
fame la libertà politica è
inutile» [70].
Il popolo percepisce il modello
repubblicano che si sviluppava a partire
dal febbraio 1848 come lontano dalle aspirazioni
che aveva elaborato nel ventennio precedente.
Non vi era corrispondenza tra quella forma
politica e il contenuto sociale
auspicato dai lavoratori. Si profila uno
iato tra la democrazia borghese e una democrazia
popolare di tipo diretto, garantita dall’associazione.
L’unica dimensione politica per il
popolo è quella legata alla
materialità e alla concretezza della
vita lavorativa quotidiana, «parce
que le social et le politique ne sauraient
être, arbitrairement, disjoints»” [71].
Poco importa chi regna e governa,
che sia ministro questo e non quello; ciò
di cui abbiamo bisogno tutti non è
un cambiamento di persone, non è
un mutamento di potere da destra a sinistra
né da sinistra a destra. Ognuno lo
avverte: la politica è solo un mezzo;
la democrazia verso la quale tendiamo tutti
è solo una strada per arrivare al
fine comune, il benessere [bonheur]
universale [72].
Attraverso questo aspetto,
comprendiamo bene le parole di Marche, operaio
che il 24 febbraio 1848 penetrò all’interno
dell’Hotel de Ville per portare le
istanze dei lavoratori ai membri del governo
provvisorio.
Ce que j’ai réclamé
dès le principe, j’en ai demandé
plus tard l’exécution et je
saisirai toutes les occasions favorables
pour le réclamer, parce que je suis
logique, parce que je suis l’interprète
du désir des travailleurs, parce
que, loin d’être un homme politique,
je ne suis qu’un ouvrier désireux
de voir réaliser enfin les améliorations
si solennellement promises [73].
Gli operai avevano eretto,
subito dopo le giornate di febbraio, un
sistema che si opponeva frontalmente al
capitalismo. Le priorità
dei lavoratori erano il controllo della
produzione attraverso le unioni, l’eliminazione
della concorrenza attraverso l’introduzione
di una tariffa unica, e la sostituzione
della mentalità individualistica
con i valori della solidarietà e
del mutuo soccorso. Nel momento
in cui fu proclamata la Repubblica e garantito
loro il diritto al lavoro, gli operai si
impegnarono nella risoluzione dei conflitti
[74],
come dimostrano anche, all’interno
della Commissione del Luxemburg,
il tentativo di sostituire il tricolore
con il drapeau rouge o la mozione per la
creazione di un ministero del Lavoro. Essi - spontaneamente e probabilmente,
come afferma Marx, non pienamente
coscienti di tutte le conseguenze dei loro
discorsi e delle loro azioni sul luogo di
lavoro - cercavano di porre immediatamente
una soluzione materiale ai conflitti
presenti in ogni mestiere.
L’analisi della forma
e del contenuto della repubblica
democratica-sociale e il concetto di politica
utilizzato dal popolo rimandano, dunque,
a una configurazione culturale in cui materialità,
concretezza e azione costituiscono gli elementi
portanti: gli elementi che caratterizzarono
il giugno 1848 e che furono all’origine
della frattura con la mentalità borghese,
e in alcuni casi anche socialista.
Questo articolo si
cita: M. Toss, La cultura popolare
tra storia e storiografia. Spazi e discorsi
della classe operaia di Parigi (1830-1848),
«Storicamente», 3 (2007), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/03toss.htm
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Note
[1]
M. Agulhon, La sociabilité est-elle
un objet d’histoire?, in: Sociabilité
et société bourgeoise en France,
en Allemagne et en Suisse (1750-1850), Paris,
Editions Recherche sur les Civilisations, 1986,
18. Cfr. M. Malatesta (ed.), Sociabilità
nobiliare, sociabilità borghese, «Cheiron»,
5/9-10 (1988).
[2] Cfr. M. Agulhon, op. cit., e l’Introduzione
a: G. Gemelli, M. Malatesta (eds.), Forme di sociabilità
nella storiografia francese contemporanea, Milano,
Feltrinelli, 1982.
[3] J. Rougerie, Le mouvement associatif populaire
comme facteur d’acculturation politique
a Paris de la Révolution aux années
1840: continuité, discontinuité,
«Annales historiques de la Révolution
Française», 66 (1994), 493-516.
[4] M. Agulhon, La sociabilità come categoria
storica, «Dimensioni e problemi della ricerca
storica», 1 (1992), 41.
[5] Maiullari sostiene che «la sociabilité
come mezzo aderisce alla fonte, non le si sovrappone».
M.T. Maiullari, La sociabilité: un mezzo
o un fine, «Dimensioni e problemi della
ricerca storica», 1 (1992), 58. Dall’articolo
sopracitato di Agulhon sembra che la definizione
del concetto di sociabilità sia nata a
posteriori. «La nozione … era ora
di occuparsene! Ho fatto ciò solo in un
secondo momento» (41).
[6] Ibid., 45-46. Cfr. M. Agulhon, Conclusion
du colloque in Sociabilité, pouvoirs et
société – Actes du colloque
de Rouen, 24-26 novembre 1983.
[7] M. Malatesta
(ed.), Sociabilità nobiliare cit.;
A. Lilti, Le monde des salons. Sociabilité
et mondanité à Paris au XVIIIe siècle,
Paris, Fayard, 2005.
[8] Per il
ruolo di osterie e bettole nella nascita del movimento
repubblicano cfr.: M. Ridolfi, Il circolo
virtuoso. Sociabilità democratica, associazionismo
e rappresentanza politica nell’ottocento,
Firenze, Centro editoriale toscano, 1990, 103
ss.; Id., Sociabilità e politica in
Italia durante l’800: aspetti dello sviluppo
associativo del movimento repubblicano fra restaurazione
e primi anni post-unitari, in: M.T. Maiullari
(ed.), Storiografia francese ed italiana a
confronto sul fenomeno associativo durante XVIII
e XIX secolo, Torino, Fondazione Einaudi,
1990.
[9] «A Bologna, il Circolo Pisacane si
insediò nell’osteria della “Garibaldena”
e alla fine del 1871 il Fascio operaio si costituì
alle “Tre zucchette”. A Imola Andrea
Costa fondò la prima Sezione internazionale
nell’osteria “Ed Campett” e
il settimanale democratico e socialista “Il
moto” fu concepito ai tavoli dell’osteria
“Ed Chicon”. In un’altra osteria
imolese, “Ed Zelest Bartolotti”, un’assemblea
operaia decise di aderire alla locale sezione
del Partito dei lavoratori italiani.[…]».
R. Monteleone, Socialisti o “ciucialiter”?
il PSI e il destino delle osterie tra socialità
e alcoolismo, in Proletari in osteria
– Movimento operaio e socialista 1
(1985), 12.
[10] «In
verità l’osteria è il luogo
dove il borgo si crea le proprie opinioni. Lì
si decide se e quando partire, si discute se vale
la pena o no cercare lavoro in un determinato
posto, lì si passa il tempo bevendo e giocando
[…]. L’osteria diventa anche il luogo
dove si coagula il dissenso del paese contro la
possidenza, dove il dissenso trova un’elaborazione
ideologica, se non proprio politica». T.
Merlin, L’osteria, gli anarchici e la
«boje» nel basso Veneto, «Annali
Istituto A. Cervi» 6/1984, 184-85. Cfr.
anche Id., Il ruolo sociale e politico dell’osteria
nel veneto meridionale, in Proletari
in osteria cit.
[11] «Non era dunque soltanto la beffa
di un buontempone la scritta apparsa nella seconda
metà degli anni settanta sulla porta di
un’osteria […] all’indomani
della distribuzione a tutti gli operai delle maggiori
fabbriche della regione di un libretto di risparmio
di una lira. L’iniziativa […] era
diretta a incrementare il risparmio fra le classi
popolari: ma […] era successo che, ricevuto
il libretto, i tessitori di un lanificio in sciopero
si fossero recati immediatamente ad estinguerlo.
Quel giorno stesso, appunto, era comparsa ben
in vista, accanto all’insegna di una taverna,
la “triste epigrafe” cui si è
gia accennato. Essa diceva: “Cassa di risparmio
dell’operaio”». F. Ramella,
Terra e telai. Sistemi di parentela e manifattura
nel biellese dell’800, Torino, Einaudi,
1983, 183-4
[12] R. Monteleone, Socialisti o “ciucialiter”?
cit., 12
[13] Questa interpretazione rovescia le precedenti
analisi che individuavano nei partiti e nello
Stato i primi e principali centri di formazione
della politica. «Gli studi sulla sociabilità,
come sappiamo, hanno la peculiare caratteristica
di riproporre l’analisi della formazione
e della circolazione del “discorso politico”
[…] in modo che sia possibile superare lo
“scarto” fra società e istituzioni
e che se ne ritrovino i contenuti nel “sociale”
e nel vivo delle relazioni di gruppo. Gli studi
sulla sociabilità […] dovrebbero
soffermarsi maggiormente su elaborazione, circolazione
e diffusione del “politico” al di
fuori delle istituzioni, degli apparati ideologici
tradizionali della comunicazione e delle stesse
organizzazioni politiche». M. Ridolfi, Il
circolo virtuoso cit., 17
[14] M. Malatesta, Il concetto di sociabilità
nella storia politica italiana dell’ottocento,
in «Dimensioni e problemi della ricerca
storica», 1 (1992), 61
[15] Cfr. M. Agulhon, Préface à
Pénitents et Francs-maçons de l’ancienne
Provence, Paris, Fayard, 1984, VI.
[16] Lo
stesso Aghulon sollecita un incontro più
forte tra la storia quotidiana e quella del movimento
dei lavoratori, poiché «les ouvriers
se sont affirmés en se révoltant,
notamment parce que leur vie quotidienne était
insupportable; étudier leur vécu
fait donc partie de la recherche des causes mêmes
de leur action collective». M. Agulhon,
Classe ouvrière et sociabilité
avant 1848 cit., 60-61; per l’importanza
della quotidianità, si vedano P. Vigier,
La vie quotidienne en province et à
Paris pendant les journées de 1848,
Paris, Hachette, 1982; H. Burstin, Francia
1789: La politica e il quotidiano, Torino,
Einaudi, 1994 e Id., Une révolution à
l’oeuvre: le faubourg Saint-Marcel (1789-1894),
Champ Vallon, 2005
[17] C.
Geertz, Interpretazione di culture, Bologna,
il Mulino, 1988, 324.
[18] «La sociabilità aristocratica
[…] corrisponde ancora in linea di massima
ad un livello superiore di cultura, nel quale
si leggono i libri; la sociabilità borghese
[…] ospita un livello inferiore, nel quale
si leggono i giornali; anche più in basso
non si legge. […] ci interessa soltanto
comprendere – anche a costo di sistematizzarla
un po’ – la realtà di un’epoca
nella quale i vari piani della sociabilità
non riflettevano solo i livelli sociali, ma anche
i livelli culturali. La corrispondenza tra quadri
della sociabilità e livelli sociali richiama
una stratificazione di “culture” nel
senso antropologico del termine». Cfr. M.
Agulhon, Il salotto il circolo e il caffé.
I luoghi della sociabilità nella Francia
borghese (1810-1848), Roma, Donzelli, 1993, 107
ss.; Id., La sociabilité est-elle un objet
d’histoire? cit., 18.
[19] Oltre
Thompson bisogna ricordare anche gli storici che
si riunirono attorno alla rivista «Past
and Present»: E.J. Hosbawm, Ch. Hill, R.C.
Cobb e G.F. Rudé. Questo gruppo non praticava
un «marxismo duro. […] Il loro principale
centro d’interesse non era l’approccio
tipicamente marxista tra “forze” e
“rapporti di produzione”, ma la formazione
della classe, della lotta di classe ed il periodo
delle rivolte e delle rivoluzioni». Cfr.
G. Stedman Jones, De l’histoire sociale
au tournant linguistique et au-delà. Où
va l’historiographie britannique?,
«Revue d'histoire du XIXe siècle»,
33 (2006), 147.
[20] «Il
movimento dei lavoratori del diciannovesimo secolo
nacque nel laboratorio dell’artigianato
e non nell’«oscura e satanica fabbrica».
W. Sewell, Lavoro e rivoluzione in Francia.
Il linguaggio operaio dall’ancien règime
al 1848, Bologna, il Mulino, 1987, 9. Questa
analisi vale anche per il contesto francese del
1830-48: gli uomini che animarono quelle lotte
appartenevamo prevalentemente alla sfera dell’artigianato.
Tra gli insorti del giugno 1848 vi erano soprattutto
tessitori, filatori, calzolai, sarti, conciatori,
ebanisti, falegnami, carpentieri, meccanici, fabbri
ferrai e muratori. Cfr. M.G. Meriggi, L’invenzione
della classe operaia : conflitti di lavoro, organizzazione
del lavoro e della società in Francia intorno
al 1848, Milano, Angeli, 2002, 258-59.
[21] E.P. Thompson, Rivoluzione industriale
e classe operaia in Inghilterra, Milano,
il Saggiatore, 1969, I:260.
[22] Rivelatore
di questo aspetto è il titolo stesso dell’opera
di Thompson: The making of the English working
class (London, Penguin Books, 1968).
[23] «Prima
del 1960 la nostra conoscenza [della classe operaia]
era confinata quasi esclusivamente entro tre argomenti:
la storia istituzionale del movimento dei lavoratori,
lo sviluppo intellettuale dell’ideologia
socialista e le dimensioni, le stagnazioni e gli
aumenti dei salari reali dei lavoratori, quest’ultimo
considerato come un indice delle sofferenze e
dello sfruttamento dei lavoratori». Sewell,
Lavoro e rivoluzione cit., 18. Cfr. G.
Montroni, Il tramonto del concetto di classe e
le vicende della storiografia sociale britannica,
in «Memoria e ricerca», 10 (2002),
26 ss.
[24] L. Hinker, La politisation des milieux populaires
en France au XIXe siècle : constructions
d’historiens. Esquisse d’un bilan
(1948-1997), in «Revue d’histoire
du XIXe siècle», 1 (1997), 89.
[25] «Nel momento in cui i principali attori
della storia – politici, pensatori, imprenditori,
generali – si allontano dalla nostra attenzione,
ecco che si fa avanti un’innumerevole massa
di sostegno, composta da coloro che avevamo pensato
fossero dei semplici subalterni in questo processo».
E.P. Thompson, Società patrizia e cultura
plebea, Torino, Einaudi, 1981, 314.
[26] E.P. Thompson, Rivoluzione industriale e
classe operaia cit., I:12.
[27] Cfr. W. Sewell, Lavoro e rivoluzione cit.,
15 ss.
[28] E.P. Thompson, Società patrizia e
cultura plebea cit., 324.
[29] W.H. Sewell, Lavoro e rivoluzione cit.,
29.
[30] L’autore sostiene infatti che «L’eccezionale
scoperta delle recenti ricerche storiche ed antropologiche
è che l’economia dell’uomo,
di regola, è immersa nei suoi rapporti
sociali». K. Polanyi, La grande trasformazione.
Le origini economiche e politiche della nostra
epoca, Torino, Einaudi, 1974, 61.
[31] E.P. Thompson, Società patrizia e
cultura plebea cit., 360.
[32] Cfr.
E. Thomas, Voix d’en bas. La poésie
ouvrière du XIXe siècle, Paris,
Maspero, 1979, 15 ss. ; cfr. l’Avant-propos
e l’Introduction in: M. Riot-Sarcey,
Le réel de l’utopie. Essai sur
la politique au XIXe siècle, Paris,
Albin Michel, 1998.
[33] Per
l’importanza del un nuovo concetto di politica
cfr. l’Avant-propos e l’Introduction
in: Riot-Sarcey, Le réel de l’utopie
cit.; J. Rougerie, L. Hincker, Introduction,
«Revue d’histoire du XIXe siècle»,
33 (2006) [mis en ligne le 23.12.2006]. Questi
lavori partono da una rilettura dell’opera
di Claude Lefort e in particolare dagli Essais
sur le politique XIXe – XXe siècle,
Paris, Seuil, 1986.
[34] L. Hinker, La politisation des milieux populaires
cit.; G. Stedman Jones, De l’histoire sociale
cit., 154 ss.
[35] Si
vedano ad es. le indagini sul quartiere: B. Haim,
Une révolution à l’œuvre
cit.; L. Clavier, «Quartier»
et expériences politiques dans les faubourgs
du nord-est parisien en 1848, «Revue
d'histoire du XIXe siècle», 33 (2006).
[36] J. Revel (ed.), Jeux d’échelles:
la micro-analyse à l’experience,
Paris, Gallimard-Seuil, 1996. Ricordiamo per l’Italia
Carlo Ginzburg, Giovanni Levi, Carlo Poni, Edoardo
Grendi. J. Revel, nell’introduzione alla
traduzione francese di Levi, interpreta la povertà
di testi teorici sulla microstoria come «la
rivendicazione di principio di un diritto alla
sperimentazione in storia, che non separerà
l’affermazione di proposizioni generali
dall’analisi particolare». J. Revel,
L’historie au ras du sol préface
a G. Levi, Le pouvoir au village : histoire d’un
exorciste dans le Piémont du XVIIe siècle,
Parigi, Gallimard, 1989, X e XXIV.
[37] Per l’importanza della discontinuità
nel processo storico cfr. l’Introduction
in: Le réel de l’utopie cit.
[38] Esso, inoltre, sarebbe incompatibile con
la varietà e complessità della realtà
sociale poiché, come sostiene Feyerabend,
«non esiste una sola teoria che sia d’accordo
con tutti i fatti conosciuti all’interno
del proprio ambito». P.K. Feyerabend, Contre
la méthode. Esquisse d’un théorie
anarchiste de la connaissance, Paris, Seuil, 1979,
28.
[39] «Pour moi, l’historie est la
somme de toutes les histoires possibles –
une collections de métiers et de points
de vue, d’hier, d’aujourd’hui,
de demain. Le seul erreur, à mon avis,
serait de choisir l’une de ces histoires
à l’exclusion des autres. Ce fut,
ce serait l’erreur historisante».
F. Braudel, La longue durée, in: Ecrits
sur l’histoire, Paris, Flammarion, 1969,
55. Cfr. anche B. Lepetit, Les formes de l’expérience.
Une autre histoire sociale, Paris, Albin Michel,
1995.
[40] «Puisque l’accès au passé
ne peut se faire que par l’intermédiaire
des textes, cela signifie, concrètement,
qu’il est légitimité de lire
les textes comme des documents, comme des sources
d’information non seulement constitutives
mais aussi explicatives de réalités
historiques passées». G. Stedman
Jones, De l’histoire sociale cit., 154.
[41] Ivi, 155.
[42] Per quanto riguarda la tendenza attuale
della storia sociale di creare nuove categorie
interpretative cfr. J. Rougerie, L. Hincker, Introduction
cit.; Introduction à Le réel de
l’utopie cit., 33 ss.
[43] G. Montroni, Il tramonto del concetto di
classe cit., 37.
[44] Cfr. C. Condemini, Le café-concert
à Paris de 1849 à 1914. Essor et
déclin d’un phénomène
social, Thèse de doctorat, EHESS Paris,
1989.
[45] F. Tristan, L’Union ouvrière
(Paris 1844) cit. in M. Agulhon, Classe ouvrière
et sociabilité avant 1848, in Histoire
vagabonde, Paris, Gallimard, 1988, I:69.
[46] Rougerie
calcola 3.000 (o 4.300) cabaret a Parigi nel 1793
e 4.408 marchands de vins cabaretiers,
753 limonadiers, 94 débitants
d’eau-de-vie, 725 marchands de
liqueurs, 1255 gargotiers nel 1853.
Cfr. Le mouvement associatif cit., 496.
[47] Si veda l’importanza della thick description
in C. Geertz. Interpretazioni di culture cit.
[48] Rougerie, Le mouvement associatif cit.,
496.
[49] Cfr. R. Monteleone, Socialisti o “ciucialiter”?,
cit., 3-4.
[50] H. Millot, N. Vincent-Munnia, M.C. Schapira,
M. Fontana (eds.), La poésie populaire
en France au XIXe siècle. Théories,
pratiques et réception, Charente, Du Lérot,
2005.
[51] Cfr. ivi, e F. Tabaki-Iona, Chants de liberté
en 1848, Paris, l’Harmattan, 2001.
[52] I nomi
delle goguette sono per lo più
inventati ed insignificanti, ad es: Animaux, Gamins,
Lapins, Oiseaux, Insects, Lutins, Ménestrels,
Bons Vivants, Bons Enfants o Amis de la pipe,
de la chanson, du siècle, de l’étoile,
du progrès. Cfr. Rougerie, Le mouvement
associatif cit.; Thomas, Voix d’en
bas cit.; H. Millot, Légitimité
et illégitimité de la voix du peuple:
Charles Gille et la production chansonnière
des goguettes de 1848, in: H. Millot, C.
Saminadayar-Perrin (eds.), 1848, une révolution
du discours, Saint-Etienne, Editions des
Cahiers intempestifs, 2001.
[53] Thomas, Voix d’en bas cit., 31 ss.
[54] Millot,
Légitimité et illégi |
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