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Maria Pia Casalena
Identità nazionali, identità
politiche.
“Canoni” e antitesi tra
moderno e contemporaneo
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1. Antinomie irrisolte
Democrazia vs Autoritarismo,
Rivoluzione vs Controrivoluzione,
Spagnolismo vs Antispagnolismo,
Eccezionalità meridionale vs
Unicità sostanziale della vicenda
italiana. A queste e ad altre coppie antitetiche
sono dedicati i quattro volumi che, tra
2003 e 2004, hanno inaugurato la collana
“Storiografica” diretta da
Da Benedictis, De Francesco e Musi [1].
I primi tre presentano gli atti di convegni
tenuti tra 1999 e 2002 a Potenza (La
democrazia alla prova della spada),
Salerno (Nazione e controrivoluzione
nell’Europa contemporanea),
Maiori (Antispagnolismo e identità
italiana), che hanno coinvolto studiosi
– in gran parte modernisti –
italiani, accanto a specialisti di diversi
paesi europei. Il quarto, a firma di De
Francesco, consiste in una sintetica quanto
densa e problematica ricostruzione del
1799 tra caso napoletano e dinamiche italiane
ed europee. Una triplice prospettiva di
analisi – internazionale, nazionale,
regionale – caratterizza tutti i
volumi, assieme al superamento critico
degli ‘steccati’ tra moderno
e contemporaneo in una indagine di lunga
durata su permanenze e mutamenti nei discorsi
e nelle pratiche politiche.
Il punto di partenza, o meglio, l’asse
attorno al quale ruota direttamente o
indirettamente la riflessione, è
la Rivoluzione francese. Questa è
intesa sia come grande – e non univoco
- spartiacque nella storia di quel paese,
sia come oggetto di una esportazione
in armi destinata a mutare scenari europei
ed extra-europei tramite complessi processi
di adesione, repulsione, appropriazione
selettiva e costruzioni di memorie collettive.
I testi, “classici” o “minori”,
del discorso politico e storiografico
sono dunque oggetto, nell’ambito
dei volumi e della collana, di una grande
attenzione che si traduce in uno sforzo
di contestualizzazione oltreché
di (re)interpretazione.
Ci si muove, nelle citazioni e nelle note
a piè di pagina, tra quei testi
e una gran copia di documenti d’archivio.
Nei saggi introduttivi si fa tra l’altro
il punto sul dibattito più recente,
offrendo in prima battuta percorsi “ragionati”,
per lo meno pluridecennali, di storia
della storiografia. Sembra prevalere,
in particolare in alcuni dei volumi e
nei saggi dedicati alla realtà
meridionale, un orientamento da «Annales»,
una particolare attenzione ai “caratteri
originali” e alla sociologia storica.
Nel più ‘modernista’
dei volumi, Alle origini di una nazione,
emergono come punti di riferimento la
Méditerranée di
Braudel e la storiografia di Giuseppe
Galasso.
Il fulcro del discorso, si diceva all’inizio,
è l’identità nazionale,
per come essa si è venuta plasmando,
nei paesi toccati dall’Armée,
tra antico regime e discorsi politici
otto-novecenteschi. Dal 1799, anno particolarmente
critico e dalla straordinaria valenza
periodizzante, prendono le mosse tre dei
quattro volumi.
La stagione “giacobina” e
l’età napoleonica hanno impresso
una forte accelerazione ai processi di
modernizzazione politica, socioeconomica
e culturale di quei paesi, senza però
liquidare definitivamente l’antico
regime, e senza scongiurare l’approfondirsi
di ferite, spaccature, contrapposizioni
destinate a riemergere periodicamente,
a dimostrazione della persistente vitalità
di discorsi e patrimoni identitari ‘altri’.
Rimossi dai processi di nazionalizzazione
messi in moto con i sistemi liberal-democratici,
confinati tra parentesi, o banalizzati,
o consegnati alla storia dei vinti da
testi e autori “canonici”
[2],
i termini negativi del confronto tra nuovo
e vecchio hanno in realtà
conservato una propria legittimità,
in primis su particolari scale
sociali o spaziali. Ciò che più
conta, hanno essi stessi informato in
senso costruttivo meditazioni critiche
che, minoritarie presso la liberal-democrazia
del secondo ’800, sono poi state
recuperate (in chiave di strumentalizzazione)
dai regimi antidemocratici del XX secolo,
fino a riemergere nell’agenda politica
attuale come problematiche irrisolte dentro
e fuori i confini degli Stati nazionali.
2. Libertà esportata,
Libertà tutelata
I ventisei saggi dedicati alla Esperienza
e memoria del 1799 in Europa si confrontano
in gran parte con il problema –
politico e storiografico al contempo –
della legittimità di porre il colpo
di stato napoleonico del 1799 a ‘modello’
di successivi regimi illiberali, che dalla
Costituzione di quell’anno avrebbero
mutuato sic et simpliciter l’inedita
e geniale sintesi tra espressione diretta
della volontà generale e sua reificazione
nella centralità assoluta dell’esecutivo
- a sua volta identificabile tanto con
l’imperatore o con il presidente
della repubblica quanto, soprattutto,
con i leader di regimi autoritari (fascismi,
dittature militari, ecc.) nati dalla soppressione
del parlamentarismo ‘classico’.
Implicitamente, si solleva un’altra
questione, più generale e probabilmente
resa più urgente da questioni di
stretta attualità. Al di là
delle opinioni e militanze ideologiche,
è plausibile teorizzare il connubio
tra democrazia e autoritarismo (o “tutela”
autoritaria della libertà), tra
diritto alla autodeterminazione dei popoli
e sua delega alle armi (per di più
straniere)?
Nelle prime due sezioni del volume, gli
autori, portando a sintesi ricerche talvolta
molto lunghe, si confrontano con gli scenari
politici, sociali ed economici sui quali
Brumaio andò ad innestarsi. Autore
di una recente monografia sulla temperie
di Brumaio, Gainot fa qui emergere in
tutta la loro - spesso dimenticata, o
al contrario esagerata - drammaticità
i problemi che la repubblicanizzazione
aveva procurato tanto in Francia quanto
fuori, laddove la ‘democratizzazione’
era inscindibile dall’azione di
generali sovente in contrasto col Direttorio
parigino [3].
L’instaurazione delle “repubbliche
sorelle” stava rapidamente evolvendo
in una – preoccupante, per Parigi
- tensione delle stesse verso l’autonomia
nazionale; mentre il contesto internazionale
e l’instabilità interna suggerivano
ai governanti della capitale francese
di mediare, in un cauto attendismo, tra
consolidamento in Francia e fermo controllo
sui territori portati alla “rigenerazione”.
Ovunque fosse arrivata la Rivoluzione,
si faceva comunque sentire il peso della
Carta del 1795, variamente aggirato ogni
qual volta i contrasti tra legislativo
ed esecutivo si esprimessero troppo acutamente.
Rivoluzione e nazionalità, volontà
generale e governabilità apparivano
ormai difficilmente sintetizzabili [4].
Le vittorie della Seconda coalizione e
il crollo delle “repubbliche sorelle”,
nel 1799, davano ragione sia ai nemici
della modernità, sia a quanti,
all’interno del “giacobinismo”,
avvertivano da tempo la necessità
di nuove soluzioni costituzionali e istituzionali.
La ricerca della stabilità diventò
allora il primo punto all’ordine
del giorno. Brumaio aprì quella
transizione “dal Consolato all’Impero”
[5]
lungo la quale l’ordine repubblicano,
scisso dalla libertà, si sarebbe
dispiegato fin nella cornice della monarchia
amministrativa. Anch’essa, come
già la repubblica, fu ‘esportata’
al di là delle Alpi, e avrebbe
negli anni appagato parecchi “giacobini”
(auto)critici, preparando peraltro, nel
Mezzogiorno, la stagione rivoluzionaria
del 1820 [6].
Per altri, per il nocciolo duro del democratismo
tremendamente frustrato dall’esito
costituzionale del 1802, Brumaio avrebbe
dovuto invece evolvere in una ripresa
accelerata della ‘esportazione’
di democrazia, suggellata dalla proclamazione
di repubbliche indipendenti [7].
Per tutti comunque si apriva, auspicata
in Italia dal Saggio storico
di Cuoco, una lunga stagione di riflessione
che avrebbe condotto ad interrogarsi su
quanto di originale vi era nella
vicenda nazionale, e su come ciò
potesse conciliarsi con le novità
(troppo) violentemente e tempestosamente
imposte dai generali dell’Armée.
La riconciliazione di nazione e libertà
sarebbe passata attraverso altri nodi;
il concetto stesso di libertà avrebbe
definitivamente rotto i ponti, non solo
nel moderatismo, con la pregiudiziale
‘robespierrista’ che si vedeva
allignare nel “giacobinismo”
del Triennio e che contraddiceva all’origine
la buona eredità illuministica
e le sue possibilità di successo
[8].
Si pone, a questo punto, il problema della
memoria del 1799. Una memoria che, portandosi
dietro l’onere di dialettiche irrisolte
con la Grande Nazione e di processi di
repubblicanizzazione imposta con grande
celerità, si rivela necessariamente
divisa. La stagione “giacobina”
sopravvive concretamente in quello che
potrà rimanere in piedi dell’architettura
istituzionale rivoluzionaria e nelle priorità
del liberalismo ottocentesco. La libertà,
tuttavia, si salda in maniera più
stretta – e più diretta –
con la nazionalità, rendendo urgenti
strategie di ricomposizione e rielaborazione
condivisa. È quanto accade nella
Confederazione Elvetica, il cui Verfassungspatriotismus
si rivela però estremamente debole
nel suo tentativo di recuperare da una
parte le premesse autoctone e, dall’altra,
di post-datare la “rigenerazione”
nazionale al 1848 [9].
È quanto avviene in Olanda dopo
la restaurazione orangista, allorché
il ritorno del ‘principio nazionale’
monarchico permette, salva la buona eredità
rivoluzionaria, di superare il dissidio
tra filofrancesi e filobritannici nel
trionfo di un patriottismo scevro da compromettenti
connivenze internazionali [10].
E in Italia?
La memoria del 1799, è noto, ha
rappresentato uno dei nodi più
sofferti e controversi, intrecciata com’era
in modo estremamente critico alla storia
del Risorgimento nazionale. Essa forniva
d’altro canto al Mezzogiorno un
titolo di ammissione inestimabile ai primordi
del moto unitario, oltre che porgli un
plesso di quesiti cruciali circa i limiti
della propria ‘vocazione’
alla civiltà liberal-democratica.
A partire da Cuoco, il patriottismo risorgimentale
ha elaborato una memoria selettiva o apertamente
critica della fine del XVIII secolo, recuperando
piuttosto la stagione del riformismo autoctono.
Questo, a sua volta, dovette piegarsi
alla critica di un Villari, fautore di
una serrata – e fortunata, nella
mentalità e nella storiografia
- stigmatizzazione delle élites
meridionali [11].
Indigesto al sabaudismo trionfante, ma
anche al “conciliatorismo”
crispino e al mazzinianesimo della Società
per la storia del Risorgimento, il Novantanove
rimase tuttavia patrimonio genetico inestinguibile
per il Sud, anche in quelle province che
avevano sperimentato più drammaticamente
le insufficienze della repubblicanizzazione,
la persistenza dei poteri tradizionali,
l’incolmabilità della distanza
tra “patrioti” e “plebe”
[12].
La memoria del Novantanove servì,
adeguatamente corretta e ‘moderata’
a legittimare l’ascesa di dinastie
politiche [13];
a fornire ad élites democratiche,
defilate tra 1848 e 1861, gli strumenti
per rimpiazzare gradualmente i potentati
borbonici [14];
a corroborare di patrimonio simbolico
la battaglia contro le tentazioni autoritarie
di fine secolo [15].
Come nei cantoni cattolici della Svizzera,
come presso i cattolici tedeschi, il Triennio
“giacobino” si riassumeva
per i fedeli italiani nell’“oltraggio”
perpetrato a Pio VI. E di questa memoria
dolorosa si servirono abbondantemente
i pontefici della Restaurazione, allineati
al progetto “zelante” di ricristianizzazione
della società, fino a Pio IX, la
cui ‘fondazione’ del culto
mariano affondava le radici proprio nella
battaglia a tutto campo contro il repubblicanesimo
empio e invasore del 1798-99 e del 1849
[16].
Per la Francia, costruire la memoria del
1799 ha significato innanzi tutto provvedere
alla elaborazione di Brumaio.
Fortemente voluta dallo stesso Bonaparte,
essa presentò non pochi problemi
e, soprattutto, permise di aprire - tra
le pieghe di récits prudentemente
misurati – la breccia per più
di un lungimirante motivo critico. Le
interpretazioni furono tante e le “deduzioni”
variamente motivate: Brumaio come riparazione
alla irresponsabilità della borghesia,
Brumaio come unica soluzione alle esigenze
di politica internazionale, Brumaio come
provvidenziale saldatura tra libertà
e ordine [17].
Per gli storici di oggi, però,
si pone il problema di distinguere tra
modellizzazioni eccessivamente acritiche
e sistemi politici e costituzionali concretamente
esistiti (o esistenti). Così, mentre
è utile riprendere le tesi di Tocqueville
per spiegare il passaggio – ricorrente
nella storia francese – dalla democrazia
all’autoritarismo (nella forma del
cesarismo), pare altrettanto doveroso
abbattere ogni pretesa di continuità
ideale tra il giacobinismo rivoluzionario
e l’antiparlamentarismo conservatore.
Scisso dall’idea di libertà,
il secondo ha legami col primo solo in
quanto quest’ultimo è fatalmente
sfociato nello Stato amministrativo, delegando
all’esecutivo gran parte delle funzioni
originariamente riservate alle assemblee
espresse dalla volontà generale
[18].
Considerando la regolarità e la
correttezza con cui si svolgevano le elezioni
politiche e la garanzia dell’assunzione
di responsabilità, assieme alla
durata limitata del mandato presidenziale,
sembra inoltre scorretto ammettere tra
i cesarismi anche il gaullismo. Per questo,
conviene coniare piuttosto la definizione
di “repubblica autoritaria”,
che rende giustizia al ruolo non formale
assicurato alla “volontà
generale” [19].
3. Nazione, Nazioni
Percorso tortuoso, quello della liberal-democrazia
originata dalla Rivoluzione francese.
Continuamente minacciata dalle contraddizioni
che essa stessa ha lasciato irrisolte
– tanto che è ancora necessario
interrogarsi e interrogare i testi per
comprendere appieno il significato e il
posto attribuiti alla “libertà”
e alla “volontà generale”
-, essa ha subito ovunque riformulazioni,
interruzioni, negazioni, dolorose quanto
necessarie per avvincerla più indissolubilmente
all’idea moderna di nazione politica. Anche quest’ultima, peraltro, si
rivela essere un patrimonio tutt’altro
che unanimemente condiviso e ineluttabilmente
trionfante, se solo ci si accosta con
occhio disincantato ai discorsi sulla
crisi dello Stato nazionale e se ne rintracciano
le radici (socioeconomiche, ma anche culturali)
sette-ottocentesche.
L’individuazione, con prosopografica
esattezza, dei già molto denunciati
limiti del “giacobinismo”
italiano, e in particolare di quello meridionale,
introduce di per sé il quesito
su quanto avveniva – dando prova
di coriacea resistenza - al di fuori di
quel perimetro. Nel caso teramano, in
un contesto di totale contrapposizione
tra realtà urbana e dominante componente
rurale, proprio le lacune del riformismo
borbonico avevano predisposto le basi
materiali dell’incomunicabilità
tra “giacobini” e antico regime,
tra democratici e masse popolari [20].
La controrivoluzione godeva, qui e altrove,
di autonome forme organizzative e discorsivo-simboliche,
che nel tempo – con evidente accelerazione
a datare dal regicidio d’Oltralpe
– avevano saputo incamerare, mutuare
e tradurre in un controcanto per nulla
pedissequo certe manifestazioni della
modernità auspicate già
dall’illuminismo, come le forme
accademiche e il latomismo massonico.
Del campo avverso una struttura controrivoluzionaria
come l’Accademia Sebezia poteva
recuperare anche una parte della composizione
sociale; per il resto, si trattava di
una associazione rigidamente gerarchizzata
che, aprendo la “base” anche
alle donne, ospitava ai massimi vertici
i portavoce del legittimismo nobiliare
e clericale, e annoverava tra i membri
onorari niente meno che i Borboni e il
pontefice in persona [21].
Emancipata dalle teleologie forgiate dai
vincitori, la contemporaneità
si presenta anche come terreno di scontro
tra la Rivoluzione e la Controrivoluzione
[22]. Matrice del liberalismo politico
e culla della democrazia la prima, la
seconda si è prestata ad una indebita
liquidazione come fenomeno circoscritto
nel tempo e nello spazio, residuale in
ogni sua manifestazione. E in effetti,
nella gran parte dei casi, i programmi
e la memoria controrivoluzionari non hanno
conservato nel XX secolo che consensi
risicati o fruizioni riservate a nicchie
defilate e autoreferenziali, inidonee
a misurarsi con le regole della democrazia
e quindi destinate, tranne che in caso
di reviviscenze eclatanti, all’oblio
degli osservatori e dell’opinione
pubblica.
La storiografia ha condiviso solo in parte
tale oblio. L’interesse per la controrivoluzione,
come per ogni altra tematica, è
oscillato assieme all’alternarsi
di orientamenti e approcci tanto sul piano
politico quanto su quello più interno
alla comunità dei professionisti.
Ad introduzione della raccolta su Nazione
e controrivoluzione nell’Europa
contemporanea (1799-1848), Di Rienzo
si sofferma sui contributi apparsi tra
le due guerre, quando l’appropriazione
del Risorgimento rappresentò oggetto
di contesa non ‘solo’ tra
fascisti e antifascisti ma anche all’interno
degli opposti schieramenti.
Le insorgenze antifrancesi acquistarono
allora titoli di legittimità come
patrimonio genetico del patriottismo/nazionalismo
spontaneo delle “plebi”, e
come manifestazione la più chiara
dei limiti della rivoluzione ‘importata’.
Non solo un problema e un ostacolo da
superare, dunque, com’era stato
per Cuoco e per la democrazia ottocentesca:
le insorgenze potevano prestarsi ad arricchire
il discorso del fascismo di sinistra,
ridare linfa al cattolicesimo intransigente,
essere persino ammesse - oculatamente
selezionate - nella memoria liberal-democratica
e nel dna resistenziale. Di più:
della riflessione gramsciana poteva giovarsi,
dopo il tramonto dell’unità
ciellenista, l’antirisorgimentismo
comunista. In seguito, a parere di Di
Rienzo, hanno avuto la meglio le letture
pregiudizialmente univoche dellla storiografia
liberal-moderata ‘ortodossa’,
di quella “demoradicale” e,
sulla scorta di Gramsci, di quella che
viene definita la “sinistra storiografica”
e verso cui sono espressi qui giudizi
a nostro avviso affatto ingenerosi [23].
Di contro, certo favorita dalla pressione
dell’attualità, una nuova
storiografia, disposta a recepire la dimensione
internazionale, la capacità organizzativa,
l’importanza della collocazione
spaziale, il pragmatismo discorsivo e
operativo della controrivoluzione, si
è fatta strada nel dibattito europeo
acquisendo infine piena dignità
istituzionale [24].
Interessato al Mezzogiorno d’Italia,
De Francesco rintraccia nella cultura
politica otto-novecentesca l’epifania
di un nesso causale frettolosamente tracciato
fra la “naturale” indole antidemocratica
– poi antirisorgimentale tout
court – attribuita a quelle
“plebi” e l’immane consenso
raccolto dal sanfedismo. Si tratta di
un nesso improprio che, estraneo al patrimonio
democratico ottocentesco (da Mazzini a
Pisacane), equivocamente anticipato dalla
apologia nazionalista delle insorgenze
antifrancesi (da Rodolico al fascismo
“di sinistra”), ha finito
per confluire nello strumentario dell’antirisorgimento.
Al contempo, nel campo avverso non si
sono colte le riflessioni di Lumbroso [25]
sulla natura classista delle insorgenze,
né si sono approfondite le critiche
dei Ferrero, Lombroso, Turiello e Salvemini
che, da diversa posizione, stigmatizzavano
piuttosto l’accentramento amministrativo
e la passività del democratismo
autoctono di fronte a direttive e modelli
francesi [26]. Il pionieristico e a lungo inimitato
approccio lumbrosiano rivive nel lungo
saggio che Cirillo dedica al sanfedismo [27].
Qui si pone particolarmente l’accento
sul risultato conseguito dalla controrivoluzione
– grazie anche al ‘cemento’
della religione - nella ricerca di un’adesione
diversificata: ciò che di fatto
non riuscì ai “giacobini” [28].
D’altra parte l’autore, esperto
conoscitore della realtà socio-economica
di antico regime [29], insiste pure sulla
specificità del retroterra pre-rivoluzionario,
già minato dall’emergere
dell’individualismo agrario e dalla
lotta tra clan feudali in crisi. Il familismo
e il clientelismo, in altre parole, devono
spiegare gran parte delle oltre cinquantamila
adesioni su cui poté contare l’esercito
sanfedista. Che gli stessi fossero poi
alla base di un’agenda di rivendicazioni
per nulla compiacenti verso Ferdinando
IV, lo dimostra il fatto – su cui
finora si è forse troppo poco insistito
– che lo zelo controrivoluzionario
fu presentato come credito da riscuotere
proprio presso la legittima monarchia,
come ‘servizio’ da barattare
con lo sconfessamento del riformismo da
parte del Borbone [30].
Familismo e localismo furono determinanti
anche nel caso della prima rivolta vandeana,
assieme al malessere sociale e ad un attaccamento
alla religione tradizionale che, di fatto,
costituisce la cifra distintiva di questo
fenomeno antirivoluzionario [31].
Già autore di importanti studi
sulla costruzione del “mito”
vandeano [32],
anche in questo contributo Martin prosegue
oltre l’epoca della prima –
e più famosa - guerra vandeana,
per seguire le mutazioni ottocentesche
della cultura politica regionale. Essa
diventa pienamente controrivoluzionaria
solo presso le élites, il cui ralliement
completo alla dinastia borbonica si fa
attendere sino all’avvento al trono
di Carlo X, e che dopo le Tre Gloriose
tornano ad organizzare, generosamente
finanziate dalla duchessa di Berry, il
malcontento popolare all’interno
di un progetto nazionale antagonista.
All’indomani della pacificazione
(1832), élites e masse rientrano
nei rispettivi ranghi, destinate a incontrarsi
solo allorché eventi particolari
spingano le prime all’interventismo.
Ormai avviate ad una politicizzazione
autonoma, maturata oltre il ricorso al
legittimismo filoborbonico e alla religione
cattolica, le comunità rurali della
Vandea andarono ad ingrossare, nel corso
del secolo, le ‘truppe’ dei
miguelisti e dei carlisti, partecipando
ad una autentica “internazionale
controrivoluzionaria” [33]
ben organizzata e soprattutto forte di
un progetto di nation building in
grado di superare le motivazioni particolaristiche
di natura socio-economica.
Legittimismo, cattolicesimo, xenofobia
popolare: puntelli teorici e programmatici
condivisi dal carlismo spagnolo, noto
per aver sostenuto vere e proprie guerre
civili (1833-40 e 1872-76) contro le forze
liberali e i loro “tutori”
britannici [34].
A differenza di altri movimenti, tuttavia,
il carlismo è stato in grado di
penetrare presso i ceti urbani e di integrare
le voci del capitalismo atterrito dagli
‘spettri’ della democrazia.
Sono coesistiti dunque un carlismo rurale-popolare
e un carlismo borghese. Insieme, essi
hanno assicurato al partito carlista buona
parte dei voti del malcontento di destra
e di sinistra. La sfida elettorale poteva
risolversi così positivamente solo
a costo (o in virtù) di una estrema
generalizzazione dell’agenda politica,
ridottasi in pratica all’opposizione
sistematica alle forze di governo; e tramite
il ricorso a strategie speculari, dalla
costituzione di un corpo paramilitare
(una sorta di guardia nazionale sui
generis) alla diffusione di associazioni
e circoli, all’elaborazione di una
moderna propaganda [35]. Di un tale pragmatismo e mimetismo non
furono invece capaci i miguelisti, il
cui partito non sopravvisse agli anni
1880. Prodotto della convergenza dei nemici
della monarchia liberale, come il carlismo,
ma tenuto assieme da un legittimismo assai
più tenue e discutibile, il miguelismo
non superò davvero la prova della
guerra civile, dalla quale uscì
sconfitto nel 1834. I suoi ‘quadri’
si barcamenarono in seguito tra progetti
insurrezionali e via parlamentare. Né
i primi né la seconda potevano
però aver successo, data l’esiziale
incapacità – e qui sta lo
scarto dirimente rispetto al carlismo
- di captare l’ostilità allo
Stato liberale pur massicciamente manifestata
da diverse frange popolari [36].
4. La costruzione dell’“altro”:
una variabile nel tempo e nello spazio
I case-studies analizzati dagli
storici delle controrivoluzioni, al pari
di quelli presi in esame dagli autori
che hanno dato conto del 1799 in miniatura
– così si intitola la terza
sezione degli atti curati da De Francesco
– obbligano a riflettere sulle scale
diverse e talvolta concorrenti sulle quali
si sono articolati, nel dopo-Rivoluzione
francese, sentimenti di appartenenza e
patrimoni identitari.
La nazione non surclassa la patria, come
è stato già dimostrato.
La patria, anzi, può a sua volta
fungere da punto di partenza per un nuovo
discorso nazionale. Ciò è
avvenuto non solo nel campo illiberale.
Dall’ottica ‘locale’,
al contrario, sono scaturiti programmi
di prima fila del Risorgimento italiano,
da quello dei moderati toscani ai federalismi
democratici. Le identità, si potrebbe
dire, si distribuiscono – diversificate
e talvolta antitetiche – sulla mappa
spaziale, nazionale ed europea, concretandosi
quasi come prodotto vettoriale di profili
sociali, vocazioni produttive e memorie
storiche. Rispetto ai discorsi politici
dominanti e alle master narratives
storiografiche, ogni comunità politica
sub-nazionale denuncia scarti peculiari,
variabili nel tempo tra i poli opposti
(ma invero più ideali che reali)
del pieno conformismo e del dissenso radicale.
La democrazia ha rappresentato tra XVIII
e XIX secolo il motivo di un confronto
particolarmente energico tra questi campi
in tensione, muovendo ad ogni livello
a complesse elaborazioni positive o negative
del patrimonio rivoluzionario, del “fenomeno
giacobino”, della espansione francese
in armi. La presenza tangibile o incombente
dell’“altro”, in questo
caso la Francia, è stata determinante
per la nascita dei movimenti nazionali,
e ha contribuito non poco a forgiare attitudini
e comportamenti rispetto alla democrazia
prima, alla monarchia amministrativa poi.
Nella cultura politica della penisola,
comunque, un altro travagliato processo
di interpretazione e riassorbimento
era in atto nel XVIII secolo, e avrebbe
affiancato in epoca romantica la riflessione
sull’età francese.
L’“altro” in questione
era ovviamente la Spagna asburgica, che
tra XVI e inizio XVIII secolo aveva dato
il tono alla vita politica italiana, e
alla quale andava attribuita una metà
della responsabilità dell’alleanza
Trono-Altare ripugnante alla mentalità
illuminista. Come sottolinea Musi nel
saggio introduttivo alla raccolta su Antispagnolismo
e identità italiana [37],
questi rilievi critici hanno conosciuto
una fase di univoca esaltazione piuttosto
circoscritta nel tempo, e non unanimemente
condivisa nello spazio. Vale a dire che
il paradigma della decadenza, consegnato
alle giovani generazioni dello Stato liberale
dalla Storia di Francesco De
Sanctis, rappresenta un motivo tipicamente
risorgimentale, complementare al medievalismo
romantico e alla riscoperta storiografica
e politica della civiltà comunale.
Come la cultura antigiacobina e nazionalista
con le insorgenze antifrancesi, così
il movimento liberal-patriottico ottocentesco
ha edificato sull’antispagnolismo
una galleria del protonazionalismo popolare
o illustre – da Masaniello a Galilei
– sorvolando sul contesto generale
e ancor più sulle pieghe meno addomesticabili
dei fatti.
L’antispagnolismo, promosso allora
ad autentico stereotipo, poteva in seguito
fornire anche una (facile) spiegazione
dell’indole antidemocratica, immobilista,
spontaneamente reazionaria del Mezzogiorno
in generale, delle sue aristocrazie e
delle sue “plebi” in particolare.
La dominazione spagnola era stata dunque
all’origine di tutti i mali, ossia
della decadenza morale e addirittura antropologica
prima ancora che economica, politica e
intellettuale di buona parte della nazione
italiana. Di ciò, sosteneva il
patriottismo risorgimentale, sarebbero
stati consapevoli per primi i razionalisti
del ’700, ai quali non casualmente
si doveva il conio del termine “Risorgimento”.
Il discorso antispagnolista, come detto,
era destinato ad ampia e fortunata diffusione;
e, a metà ’900, esso sarebbe
confluito – auspice l’opera
di Gabriele Pepe [38]
– nella storiografia gramsciana-marxista.
Tuttavia è agevole dimostrare,
tornando con occhio critico sulle scene
e sugli scritti dei due secoli precedenti,
che lo stesso ebbe dei limiti non meno
significativi delle dimensioni del suo
successo.
Oggetto di una disamina squisitamente
tecnico-amministrativa da parte dei razionalisti
e riformatori meridionali del primo ’700
– una critica più forte emerge
solo nella fase tanucciana e solo presso
specifiche realtà borghesi, diventando
radicalismo in epoca ormai “giacobina”
[39]
– la dominazione spagnola era un
vero e proprio problema per altri
italiani: per quanti, dalla Roma arcadica
alla Lombardia al Veneto, si confrontarono
con l’ostilità e la diffidenza
della Repubblica europea delle lettere.
La legittimazione della tradizione culturale
nazionale è ancora l’esigenza
che determina il pronto accoglimento delle
tesi di Mme de Stael e di Simonde de Sismondi
nell’Italia degli anni 1810, attraversata
dai fremiti dell’anelito unitario
e indipendentista [40].
Motivi simili, del resto, erano stati
alla base dell’antispagnolismo portato
a Roma dai gesuiti ispano-americani scacciati
nel 1767. Anch’esso aveva attraversato
la parabola dall’illuminismo al
romanticismo, e da disamina “tecnica”
del malgoverno spagnolo si era tradotto
ad inizio ’800 in una critica del
colonialismo tout court quale
oltraggio al diritto di autodeterminazione
dei popoli e delle nazioni [41].
La legittimazione alla libertà
politica, ricercata dal patriottismo italiano
attraverso la cultura storica (fino alla
sublimazione romanzesca de I Promessi
Sposi), l’indipendentismo latino-americano
la stava vivendo, tra anni 1810 e 1820,
come moto di liberazione da un dominatore
ormai straniero. Il “canone” antispagnolista
romantico-risorgimentale fu fatto proprio
dalla cultura genovese tramite l’opera
di Michele Giuseppe Canale, giornalista
mazziniano passato poi nel campo filosabaudo
e dal 1857 primo presidente della Società
ligure di storia patria. Il medievalismo,
essenziale contraltare dialettico dell’antispagnolismo,
consisteva in questo caso nella glorificazione
della repubblica marinara e della potenza
commerciale, ‘svendute’ al
tiranno iberico dall’ignavia e dalla
corruzione dell’oligarchia cinquecentesca.
Paradigma chiaramente democratico e squisitamente
borghese, esso doveva incontrare qualche
confutazione nell’opera di Massimiliano
Spinola, portavoce da parte sua di una
memoria patrizia che molto teneva a riabilitare
la figura di Doria e la condotta dell’élite
repubblicana nell’età di
Filippo II [42].
Lo spagnolismo “cetuale” di
Spinola non trovò zelanti prosecutori
e la lezione di Canale passò facilmente
a vulgata dominante. Nella cultura
veneta l’antispagnolismo denunciava,
al contrario, una forte matrice patrizia,
trascorsa senza problemi dall’autocelebrazione
della decaduta oligarchia alla storiografia
romantica di Gabotto, e ancor viva presso
la prima generazione della storia ‘scientifica’
della Serenissima - da Ivo Raulich a Roberto
Cessi [43]. La ferrea tenuta dell’antispagnolismo,
e la sua diffusione affatto ‘trasversale’
si spiegano, in questo caso, con la storia
del governo veneziano di età moderna:
a differenza di quello genovese, il patriziato
lagunare contava infatti su una memoria
di fiero autonomismo, unico nella penisola
di epoca barocca, rispetto alla potenza
asburgica. Venezia non aveva in fondo
troppo condiviso la decadenza che aveva
piegato il resto d’Italia. L’antispagnolismo,
e con esso l’età moderna,
potevano così essere assunti come
patrimonio identitario unanimemente condiviso,
in piena continuità con splendori
medievali. L’antispagnolismo tanto funzionale
alle élites veneziane risultava
invece alieno a quelle siciliane allineate
nel fronte secessionista. La memoria del
Parlamento di Palermo aveva sostenuto
ogni manifestazione di questi gruppi,
a datare dalla Costituzione del 1812 e
dalla sollevazione antinapoletana di quella
‘capitale’ nel 1820. Al secessionismo
palermitano faceva anzi comodo lo spagnolismo,
dato che i veri oltraggi alla dignità
isolana si erano consumati per altre mani,
da quelle murattiane a quelle piemontesi.
Infatti, la Società storica palermitana
non tardò ad assumere un volto
peculiare nell’arcipelago delle
istituzioni di storia locale: poco medievalista,
essa privilegiò la memoria di età
moderna, mettendo a tacere le deboli voci
dissenzienti. Di questo spagnolismo -
non del tutto artificiosamente opportunista
- si sarebbe servito il separatismo degli
anni 1940, e lo stesso avrebbe sostenuto
col suo repertorio simbolico la costituzione
della regione autonoma (1946) [44].
Nel caso sardo, a sua volta eccentrico,
l’antispagnolismo doveva fare tutt’uno
con l’antipiemontesismo presso le
opposizioni democratiche o, all’opposto,
presso i ceti vittime della defeudalizzazione;
mentre per le élites dello Stato
e per il moderatismo nobiliare il 1720
segnava – coerentemente con la vulgata
risorgimentale - la fine della decadenza,
tanto isolana quanto nazionale [45].
Dopo il 1861, la presunta monoliticità
dell’antispagnolismo romantico si
trovò costretto anche altrove a
fare i conti con la ricezione della “piemontesizzazione”.
La causa delle identità poteva
eleggere, a seconda del vissuto storico,
altrettanto bene la Spagna e lo Stato
sabaudo a poli negativi, a fautori della
decadenza regionale. I tempi della storia
locale, insomma, erano stati diversi e
concretamente irriducibili alle scansioni
del passato comune codificate
a partire da Mme de Stael e da Sismondi.
L’impatto, al contempo critico e
innovatore, che sulla storia locale siciliana
o genovese ebbe la Méditerranée
di Braudel [46],
sulla storia della Lombardia spagnola
fu esercitato a partire dalle ricerche
di Chabod e dall’affermazione di
un nuovo approccio socio-istituzionale
votato alla confutazione di miti protonazionalisti
che non tenevano conto dell’osmosi
intervenuta tra istituzioni asburgiche
ed élites dominate. Un tale “revisionismo”
contribuiva ad allineare la nuova storiografia
lombarda alla lezione affermatasi con
Galasso per il Mezzogiorno, obbligando
a individuare nella loro effettiva consistenza
e importanza tanto le interazioni tra
dominante e dominati, quanto lo specifico
dei contesti sub-regionali [47]. È
dunque riemersa, a partire dagli anni
1970, la tesi già crociana sull’importanza
della ‘statalizzazione’ come
portato positivo dell’età
spagnola. Al contempo si consumavano gli
ultimi fasti del paradigma – desanctisiano
e poi gentiliano, nelle sue massime espressioni
- della decadenza; ed entrava in crisi
anche quello gramsciano. La vicenda storica e culturale italiana
ha potuto e dovuto uscire dal “dorato”
isolamento a cui l’ha costretta
l’ipoteca risorgimentale, e confrontarsi
con discorsi finora pressoché ignorati:
quello al contempo anti-asburgico e anti-imperiale
dei giuristi di Salamanca (vivace fin
dal XVI secolo); o lo speciale spagnolismo
forgiato al cadere del ’700 dagli
oppositori della rivoluzione “giacobina”;
o il contro-mito della Leyenda Negra,
col quale gli spagnoli di inizio ’900
hanno tentato di demolire alle radici
l’ingrato antispagnolismo italiano [48].
5. Il Novantanove napoletano:
l’evento e il discorso tra Mezzogiorno,
Italia ed Europa
L’antispagnolismo romantico si
diffuse nella cultura liberale napoletana
dopo il fallimento e la soppressione del
nonimestre costituzionale, ma divenne
incontrastato nelle sue declinazioni antiborboniche
solo all’indomani del tragico 15
maggio 1848. Scatenando le masse popolari
contro il Parlamento e dando il via alla
feroce repressione nelle province, Ferdinando
II ‘meritò’ di concentrare
su di sé e sui propri discendenti
il patrimonio di critiche (e ora anche
di “miti”) che escludevano
la conciliabilità tra l’ingresso
del Mezzogiorno nella modernità
e la permanenza della legittima dinastia.
Liquidata con questa anche la stagione
del riformismo, si ricorreva a Cuoco e
a Sismondi per postulare la necessità
di una rottura completa col passato e
col presente, nella nuova coscienza –
estranea al ceto murattiano e allo spagnolismo
romantico che aveva celebrato la Costituzione
di Cadice – delle conseguenze particolarmente
nefaste prodotte dalla ‘lunga decadenza’
sul Mezzogiorno [49].
Il 1848 segnerebbe dunque il termine a
quo dell’allineamento, definitivo
e incontrastato, del liberal-democratismo
meridionale al “canone” del
movimento unitario. Il 1848, d’altra
parte, sarà chiamato a segnare,
in tanta memoria post-unitaria, l’inizio
autentico del Risorgimento come eclatante
manifestazione di una unanime tensione
alla libertà e all’unità.
Già accantonate le origini “giacobine”,
crollato ora il neoguelfismo, imminente
il tramonto del repubblicanesimo mazziniano
e l’esito tragico dell’insurrezionalismo
meridionalista di Pisacane, di
lì a poco il consenso si sarebbe
appuntato sul Piemonte cavouriano: su
un Nord che molto faceva pesare
il ritardo del Sud, i legati
esiziali della rifeudalizzazione e le
ripetute prove della ingovernabilità
delle sue masse.
Accantonate nella vulgata le
più fini analisi socio-economiche,
rigettate le critiche alla “piemontesizzazione”,
il Mezzogiorno avrebbe pagato, come detto,
lo scotto della deriva antropologizzante
di certo antispagnolismo romantico. E
la memoria del Novantanove, con i suoi
martiri della libertà, con i suoi
promotori di un Risorgimento al contempo
meridionale e nazionale, si sarebbe trovata
esposta ad una non facile contesa contro
le liquidazioni di chi guardava acriticamente
al trionfo del sanfedismo, alla sollevazione
del 15 maggio, alla tragedia di Sapri
e all’indomito dilagare del brigantaggio
anti-unitario.
Non pochi, a partire da Croce, si assunsero
l’onere e la missione di reintegrare
appieno il Sud nell’epopea risorgimentale;
e la memoria “giacobina”,
abbiamo visto, fu oggetto di rivendicazione
da parte della classe politica meridionale,
o servì a questa per legittimarsi
come ceto dirigente locale [50].
La controrivoluzione del 1799, lungi dall’essere
ricostruita e spiegata nella sua natura
al contempo anti-riformista e anti-democratica,
fu piegata alle più varie strumentalizzazioni
che, tutte, convergevano nell’attribuire
al Mezzogiorno l’ingrata qualifica
di culla dell’antirisorgimento.
Su tutti questi nodi si sofferma la rilettura
della Repubblica napoletana presentata
da De Francesco, sicuramente uno tra i
maggiori studiosi del democratismo europeo
tra Grande Révolution
e cultura politica romantica [51],
già presente con propri contributi
nei tre convegni. Come a sottolineare
più fortemente la continuità
con gli altri titoli della collana, l’autore
accoglie le esigenze critiche e analitiche
emerse negli incontri del 1999-2002, e
molto si sofferma a ripercorrere, contestualizzandoli,
i principali discorsi storiografici che
l’hanno preceduto.
L’evento-Novantanove è qui
(ri)collocato nella più lunga durata
dell’apogeo e crisi del riformismo
borbonico; il Mezzogiorno è analizzato
al contempo come realtà specifica
e come parte di un sistema nazionale e
internazionale dalle tante variabili;
i lazzari e i sanfedisti sono considerati
come componente di un fenomeno –
le insorgenze antifrancesi – comune
all’Europa repubblicanizzata. Si
pongono così con maggior chiarezza
altri e più generali problemi,
peraltro non solo meridionali e già
individuati da Cuoco o da Croce: la resistenza
all’affermazione dello Stato moderno,
le ragioni strutturali dell’inquietudine
delle masse, il sottovalutato dinamismo
del fronte controrivoluzionario.
Come messo in risalto nei contributi sulla
Repubblica Romana, sugli esuli e su Foscolo
[52],
una pregiudiziale nazionale era già
ben presente nel “giacobinismo”
della penisola ante-Brumaio. Questa ispirò
non solo i modi e le forme della repubblicanizzazione
tra 1797 e 1799. Determinò gli
orientamenti di politica internazionale,
contribuì alla dialettica tra generali
e Direttorio parigino, promosse presso
Bonaparte una causa indipendentista frustrata
dall’evoluzione verso l’accentramento
imperiale.
Il “giacobinismo” napoletano,
lungi dall’essere sprovveduto e
temerario, fin dagli anni della Convenzione
partecipava ad una rete internazionale
con importanti agganci nell’opposizione
radicale francese; e intratteneva dal
1796 intensissimi scambi con il democratismo
cisalpino [53].
Già nel 1798 i “patrioti”
napoletani erano diffidenti verso il governo
della Grande Nation tanto quanto
erano ostili alla monarchia borbonica.
Quest’ultima, da parte sua, aveva
avvertito che l’unitarismo propugnato
a Milano poteva rivelarsi anche più
pericoloso della politica tutto sommato
cauta del Direttorio; e provvedette, entrando
nella Seconda Coalizione, a garantire
la propria sopravvivenza. Ferdinando IV
aveva visto bene, ma azzardò troppo
allorché mosse guerra alla Repubblica
Romana, finendo, suo malgrado, per rinsaldare
la tenue intesa tra democratismo italiano
ed esecutivo parigino.
La Repubblica Napoletana fu l’esito,
molto forzato dalla spregiudicatezza di
Championnet, della esigenza di auto-difesa
da parte della Grande Nation,
opportunamente sfruttata dal “giacobinismo”
meridionale per condurre in porto il proprio
progetto. Non voluta da Parigi, essa si
ritrovò presto debole e isolata
nel contesto internazionale, mentre nessuno
si nascondeva le particolari asperità
cui sarebbe incorso il processo di democratizzazione
in quelle regioni [54].
Lo stesso radicalismo locale – impersonato
da anni dal ‘mitico’ Lauberg
– cercò prima di ogni altra
cosa la pacificazione e l’avvicinamento
dei ceti urbani. Quanto alle masse popolari,
spiazzate dalla fuga di Ferdinando IV
al seguito degli inglesi, esse non riconobbero
il nuovo governo così come non
avevano riconosciuto il “provvisorio”
autoproclamatosi all’arrivo dei
francesi. La distanza tra ceti dirigenti
e “plebi” era resa incolmabile
da decenni di riforme sorde alle rimostranze
delle comunità. Il mirabile sforzo
pedagogico dei “giacobini”
muoveva appunto in questa direzione; ma,
da solo, non poteva ovviamente por rimedio
a certi problemi.
Inviso a Parigi, instabile all’interno
e contrapposto ad una realtà sociale
particolarmente ostica, il “giacobinismo”
napoletano non aveva scelta migliore,
dunque, che quella di mediare tra le opposte
direttive di ordine e libertà,
di consolidamento e democratizzazione.
La Costituzione preparata da Mario Pagano
(già ‘diffidato’ dal
Direttorio parigino per il suo radicalismo)
era tutto questo. Essa era, cioè,
la traduzione della Rivoluzione in un
contesto che si sapeva peculiare ma di
cui non si disperava l’emancipazione.
Si prevedeva infatti l’incentivazione
della “pedagogia patriottica”
fino ad esiti repressivi addirittura robespierristi;
e, per il presente, ci si rifugiava nel
suffragio censitario postulato dalla Carta
dell’Anno III. Un nuovo istituto,
l’Eforato, avrebbe provveduto a
dirimere le controversie tra esecutivo
e legislativo, facendo tesoro della lezione
offerta dalla Francia post-termidoriana,
ma anche arginando gli effetti dell’‘immaturità’
dell’elettorato [55].
Un lavoro alacre, quello dei legislatori
napoletani, al quale si affiancò
lo zelo della pubblicistica e del giornalismo
educativo. Muovendosi (o barcamenandosi?)
tra radicalismo e moderatismo, il “giacobinismo”
preparava il radicamento della rivoluzione
nelle province. Queste, irrisolta ancora
l’eversione della feudalità,
avevano subito una dipartimentalizzazione
che, abbiamo visto, non aveva se non minimamente
penalizzato attori e reti feudali dalle
grandi risorse [56].
Le basi materiali dell’antirivoluzione,
già riferite da Cirillo, erano
pressoché intatte al di fuori delle
mura napoletane; pressoché invariato
anche l’isolamento delle sparute
pattuglie “patriottiche” nelle
realtà urbane [57].
Scoppiata la guerra tra Parigi e la Coalizione,
venuto meno il supporto militare francese,
la sorte della Repubblica era definitivamente
segnata – come quella, del resto,
delle altre “repubbliche sorelle”.
Ma qui doveva porsi il problema dello
straordinario successo numerico del sanfedismo,
la cui soluzione va ricercata tanto in
quelle basi materiali, quanto nella particolare
abilità dispiegata dal legittimismo
meridionale nell’imitare strutture
e “pedagogie” massonico-latomistiche.
La vicenda della Sebezia indagata da Sannino
[58]
acquista ora tutto il suo significato.
Come il “patriottismo” meridionale
era componente organica di un evoluto
movimento democratico-nazionale, così
alla controrivoluzione dev’essere
riconosciuto il ‘rango’ di
formazione politica dalla notevolissima
capacità di presa, naturalmente
proiettato verso un progetto e verso finalità
che superavano di molto la contingenza
o la fedeltà alla persona
di Ferdinando IV.
Per scongiurare il ripetersi di quel drammatico
successo, avrebbe suggerito Cuoco, occorreva
estirpare le radici dell’ingovernabilità
attraverso strategie di “rigenerazione”
mirate e diversificate. Dopo il 1821,
anche la via della “democrazia autoritaria”
sfociata nella monarchia amministrativa
del Decennio si sarebbe prestata a molte
e feroci critiche nel campo patriottico.
La storia del Mezzogiorno contemporaneo
si sarebbe risolta, agli occhi del liberalismo
nazionale, in una sequela di errori e
improvvisazioni, il cui fallimento era
determinato all’origine dal portato
di tanti secoli sulla mentalità
delle masse. Semplificazioni e banalizzazioni
di un discorso patriottico già
denso di miti e stereotipi all’indomani
del Quarantotto, esse avrebbero posto
una pesantissima ipoteca cui assai poco
avrebbe giovato la ‘rivalutazione’
nazional-populista tra le due guerre.
La reintegrazione nella storia nazionale
ed europea del “secolo della libertà”
è stata resa possibile –
paradossalmente ma non troppo –
dal tramonto del mito stesso del Risorgimento.
Compromesso dalle appropriazioni del fascismo,
ulteriormente indebolito dalla ripresa
della linea antirisorgimentale del PCI,
offerto dall’ortodossia gramsciana
ad una critica serrata e a tutto campo,
approfondito con diversi strumenti d’analisi
il suo esito istituzionale, nuovi orientamenti
sono emersi nella storiografia sulla penisola
tra Sette e Ottocento. Sgravata di molti
stereotipi relativi all’età
moderna a partire dalla lezione di Braudel,
alla storia del Mezzogiorno è stato
infine ‘restituito’ il posto
dovuto anche in seno ad un nuovo Risorgimento,
sgravato a sua volta dai più vetusti
schematismi delle opposte teleologie storicistiche.
Questo articolo
si cita: M.P. Casalena, Identità
nazionali, identità politiche.
“Canoni” e antitesi tra moderno
e contemporaneo, «Storicamente»,
2 (2006), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/casalena.htm
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[1]
A. De Francesco (ed.), La democrazia
alla prova della spada. Esperienza e memoria
del 1799 in Europa, Milano, Guerini,
2003, pp. 580; A. Musi (ed.), Alle origini
di una nazione. Antispagnolismo e identità
italiana, Milano, Guerini, 2003, pp.
447; Eugenio Di Rienzo (ed.), Nazione
e controrivoluzione nell’Europa contemporanea
(1799-1848), Milano, Guerini, 2004, pp.
271; A. De Francesco, 1799. Una storia
d’Italia, Milano, Guerini, 2004,
pp. 170.
[2] Mutuiamo
qui la definizione di “canone”
discorsivo proposta da A.M. Banti ne La
nazione del Risorgimento. Santità,
onore e parentela alle origini dell’Italia
unita, Torino, Einaudi, 2000.
[3] Cfr.
B. Gainot, I paradossi della democratizzazione
delle repubbliche sorelle, in A. De Francesco
(a cura di), La democrazia alla prova
della spada. Esperienza e memoria del 1799
in Europa, Milano, Guerini, 2003, pp.
33-43. Di Gainot cfr. anche 1799, un nouveau
jacobinisme? La démocratie represéntative,
une alternative à Brumaire, Paris,
CTHS, 2001.
[4] Sulle
tensioni tra Direttorio parigino e patriottismo
locale, cfr: il saggio di M.P. Donato sulla
Repubblica Romana, La questione dell’estremismo,
in A. De Francesco (a cura di), La democrazia
alla prova della spada cit., pp. 45-59
(e della stessa, cfr. la monografia dedicata
alla Repubblica instaurata nel 1798: D. Armando,
M. Cattaneo, M.P. Donato, Una rivoluzione
difficile. La Repubblica Romana del 1798-99,
Pisa, IEPI, 2000); la ricostruzione delle
travagliate vicende della Renania, inglobata
come dipartimento di frontiera e sacrificata
nelle sue aspirazioni nazional-autonomiste
da ovvie considerazioni geopolitiche (M. Gilli,
Indépendance ou Annexion? Une République
mort-née, la République Cisrhénane,
ivi, pp. 61-82).
[5] cui
si vedano le raccolte di studi pubblicate,
anche qui a partire dal bicentenario, da J.-P.
Jessenne e H. Leuwers, e in particolare Brumaire
dans l’histoire du lien politique et
de l’Etat-nation, Villeneuve-d’Ascq,
CHREN-O, 2001.
[6] Alle
riflessioni di Pietro Colletta e Luigi Blanch,
autori di una critica del 1799 quale spettacolo
di ‘improvvisazione’ totalmente
avulso dal contesto socio-storico meridionale
e, per contro, fautori del Decennio in quanto
fase di pacifica e meditata transizione, è
dedicato il contributo di A. Spagnoletti,
I felici giorni del nostro nuovo vivere:
il 1799 nella quiete della Restaurazione,
in A. De Francesco (a cura di), La democrazia
alla prova della spada cit., pp. 259-275.
[7]
Cfr. il saggio di A.M. Rao, I patrioti
italiani di fronte a Brumaio, ivi, pp.
163-187. Della stessa si veda il volume dedicato
al dibattito interno al giacobinismo in esilio
(Esuli. L’emigrazione politica italiana
in Francia, 1799-1802, Napoli, Guida,
1992). Cfr. anche il contributo di Ch. Dal
Vento, Ugo Foscolo tra riflessione sulla
tragedia del 1799 e dibattito politico cisalpino,
pp. 229-258, dove si presentano in sintesi
i risultati di recenti ricerche sul patriota
di Zante (Ch. Dal Vento, Un allievo della
rivoluzione. Ugo Foscolo dal noviziato letterario
al nuovo classicismo, 1795-1806, Bologna,
Clueb, 2003).
[8] Cfr. la densa riflessione di P. Viola
su L’eredità giacobina nella
democrazia ottocentesca, ivi, pp. 345-355,
nella quale si mettono molto bene in luce
i processi di elaborazione e appropriazione
selettiva della Grande Révolution
compiuti nel campo democratico francese; e
dove si confutano le tesi della storiografia
marxista francese che, maxime con
Soboul e Furet, avrebbe individuato un nesso
improprio tra giacobinismo e totalitarismo,
sottovalutando l’importanza centrale
che nel primo aveva e conservò sempre
la libertà. Di Viola si vedano anche
le monografie dedicate alla stagione politica
e costituzionale rivoluzionaria: Il trono
vuoto. La transizione della sovranità
nella Rivoluzione francese, Torino, Einaudi,
1989 e Il crollo dell’antico regime:
politica e antipolitica nella Francia della
rivoluzione, Roma, Donzelli, 1993.
[9] Cfr.
C. Moos, Il significato della stagione
napoleonica nella eccezionalità politico-istituzionale
della Svizzera, in A. De Francesco (a
cura di), La democrazia alla prova della
spada cit., pp. 83-99.
[10]
Cfr. A. Jourdan, La République
Batave en l’an VIII, ivi, pp. 101-117
e J. Rosendaal, Les Pays-Bas devant l’invasion
anglo-russe, ivi, pp. 119-125.
[11]
Cfr. A. Musi, Il significato del 1799
nella tradizione storico-politica dell’Italia
liberale, ivi, pp. 331-344. Sui limiti
del riformismo borbonico e sulla formazione
di élite tecnocratiche e radicali nelle
province tardo settecentesche, cfr. M. Morano,
La fucina della rivoluzione: le accademie
agrarie nel Mezzogiorno di fine Settecento,
ivi, pp. 383-429.
[12]
Ad esempio, nelle municipalità lucane:
cfr. A. Lerra, Le municipalità
democratiche e popolari nella Basilicata del
1799, ivi, pp. 431-460. Alla realtà
lucana Lerra aveva già dedicato lo
studio su L’albero e la croce: istituzioni
e ceti dirigenti nella Basilicata del 1799,
Napoli, ESI, 2001.
[13]
Cfr. R. Pittella, Cinquanta anni di unità
nazionale: tra il 1861 e il 1911 Montalbano
Jonico ricorda Francesco Lomonaco, in
A. De Francesco (a cura di), La democrazia
alla prova della spada ci |
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