Maria Pia Casalena
Identità nazionali, identità politiche.
“Canoni” e antitesi tra moderno e contemporaneo

 

1. Antinomie irrisolte

Democrazia vs Autoritarismo, Rivoluzione vs Controrivoluzione, Spagnolismo vs Antispagnolismo, Eccezionalità meridionale vs Unicità sostanziale della vicenda italiana. A queste e ad altre coppie antitetiche sono dedicati i quattro volumi che, tra 2003 e 2004, hanno inaugurato la collana “Storiografica” diretta da Da Benedictis, De Francesco e Musi [1].
I primi tre presentano gli atti di convegni tenuti tra 1999 e 2002 a Potenza (La democrazia alla prova della spada), Salerno (Nazione e controrivoluzione nell’Europa contemporanea), Maiori (Antispagnolismo e identità italiana), che hanno coinvolto studiosi – in gran parte modernisti – italiani, accanto a specialisti di diversi paesi europei. Il quarto, a firma di De Francesco, consiste in una sintetica quanto densa e problematica ricostruzione del 1799 tra caso napoletano e dinamiche italiane ed europee. Una triplice prospettiva di analisi – internazionale, nazionale, regionale – caratterizza tutti i volumi, assieme al superamento critico degli ‘steccati’ tra moderno e contemporaneo in una indagine di lunga durata su permanenze e mutamenti nei discorsi e nelle pratiche politiche.
Il punto di partenza, o meglio, l’asse attorno al quale ruota direttamente o indirettamente la riflessione, è la Rivoluzione francese. Questa è intesa sia come grande – e non univoco - spartiacque nella storia di quel paese, sia come oggetto di una esportazione in armi destinata a mutare scenari europei ed extra-europei tramite complessi processi di adesione, repulsione, appropriazione selettiva e costruzioni di memorie collettive. I testi, “classici” o “minori”, del discorso politico e storiografico sono dunque oggetto, nell’ambito dei volumi e della collana, di una grande attenzione che si traduce in uno sforzo di contestualizzazione oltreché di (re)interpretazione.
Ci si muove, nelle citazioni e nelle note a piè di pagina, tra quei testi e una gran copia di documenti d’archivio. Nei saggi introduttivi si fa tra l’altro il punto sul dibattito più recente, offrendo in prima battuta percorsi “ragionati”, per lo meno pluridecennali, di storia della storiografia. Sembra prevalere, in particolare in alcuni dei volumi e nei saggi dedicati alla realtà meridionale, un orientamento da «Annales», una particolare attenzione ai “caratteri originali” e alla sociologia storica. Nel più ‘modernista’ dei volumi, Alle origini di una nazione, emergono come punti di riferimento la Méditerranée di Braudel e la storiografia di Giuseppe Galasso.
Il fulcro del discorso, si diceva all’inizio, è l’identità nazionale, per come essa si è venuta plasmando, nei paesi toccati dall’Armée, tra antico regime e discorsi politici otto-novecenteschi. Dal 1799, anno particolarmente critico e dalla straordinaria valenza periodizzante, prendono le mosse tre dei quattro volumi.
La stagione “giacobina” e l’età napoleonica hanno impresso una forte accelerazione ai processi di modernizzazione politica, socioeconomica e culturale di quei paesi, senza però liquidare definitivamente l’antico regime, e senza scongiurare l’approfondirsi di ferite, spaccature, contrapposizioni destinate a riemergere periodicamente, a dimostrazione della persistente vitalità di discorsi e patrimoni identitari ‘altri’. Rimossi dai processi di nazionalizzazione messi in moto con i sistemi liberal-democratici, confinati tra parentesi, o banalizzati, o consegnati alla storia dei vinti da testi e autori “canonici” [2], i termini negativi del confronto tra nuovo e vecchio hanno in realtà conservato una propria legittimità, in primis su particolari scale sociali o spaziali. Ciò che più conta, hanno essi stessi informato in senso costruttivo meditazioni critiche che, minoritarie presso la liberal-democrazia del secondo ’800, sono poi state recuperate (in chiave di strumentalizzazione) dai regimi antidemocratici del XX secolo, fino a riemergere nell’agenda politica attuale come problematiche irrisolte dentro e fuori i confini degli Stati nazionali.

 

2. Libertà esportata, Libertà tutelata

I ventisei saggi dedicati alla Esperienza e memoria del 1799 in Europa si confrontano in gran parte con il problema – politico e storiografico al contempo – della legittimità di porre il colpo di stato napoleonico del 1799 a ‘modello’ di successivi regimi illiberali, che dalla Costituzione di quell’anno avrebbero mutuato sic et simpliciter l’inedita e geniale sintesi tra espressione diretta della volontà generale e sua reificazione nella centralità assoluta dell’esecutivo - a sua volta identificabile tanto con l’imperatore o con il presidente della repubblica quanto, soprattutto, con i leader di regimi autoritari (fascismi, dittature militari, ecc.) nati dalla soppressione del parlamentarismo ‘classico’. Implicitamente, si solleva un’altra questione, più generale e probabilmente resa più urgente da questioni di stretta attualità. Al di là delle opinioni e militanze ideologiche, è plausibile teorizzare il connubio tra democrazia e autoritarismo (o “tutela” autoritaria della libertà), tra diritto alla autodeterminazione dei popoli e sua delega alle armi (per di più straniere)?
Nelle prime due sezioni del volume, gli autori, portando a sintesi ricerche talvolta molto lunghe, si confrontano con gli scenari politici, sociali ed economici sui quali Brumaio andò ad innestarsi. Autore di una recente monografia sulla temperie di Brumaio, Gainot fa qui emergere in tutta la loro - spesso dimenticata, o al contrario esagerata - drammaticità i problemi che la repubblicanizzazione aveva procurato tanto in Francia quanto fuori, laddove la ‘democratizzazione’ era inscindibile dall’azione di generali sovente in contrasto col Direttorio parigino [3]. L’instaurazione delle “repubbliche sorelle” stava rapidamente evolvendo in una – preoccupante, per Parigi - tensione delle stesse verso l’autonomia nazionale; mentre il contesto internazionale e l’instabilità interna suggerivano ai governanti della capitale francese di mediare, in un cauto attendismo, tra consolidamento in Francia e fermo controllo sui territori portati alla “rigenerazione”. Ovunque fosse arrivata la Rivoluzione, si faceva comunque sentire il peso della Carta del 1795, variamente aggirato ogni qual volta i contrasti tra legislativo ed esecutivo si esprimessero troppo acutamente. Rivoluzione e nazionalità, volontà generale e governabilità apparivano ormai difficilmente sintetizzabili [4].
Le vittorie della Seconda coalizione e il crollo delle “repubbliche sorelle”, nel 1799, davano ragione sia ai nemici della modernità, sia a quanti, all’interno del “giacobinismo”, avvertivano da tempo la necessità di nuove soluzioni costituzionali e istituzionali. La ricerca della stabilità diventò allora il primo punto all’ordine del giorno. Brumaio aprì quella transizione “dal Consolato all’Impero” [5] lungo la quale l’ordine repubblicano, scisso dalla libertà, si sarebbe dispiegato fin nella cornice della monarchia amministrativa. Anch’essa, come già la repubblica, fu ‘esportata’ al di là delle Alpi, e avrebbe negli anni appagato parecchi “giacobini” (auto)critici, preparando peraltro, nel Mezzogiorno, la stagione rivoluzionaria del 1820 [6]. Per altri, per il nocciolo duro del democratismo tremendamente frustrato dall’esito costituzionale del 1802, Brumaio avrebbe dovuto invece evolvere in una ripresa accelerata della ‘esportazione’ di democrazia, suggellata dalla proclamazione di repubbliche indipendenti [7]. Per tutti comunque si apriva, auspicata in Italia dal Saggio storico di Cuoco, una lunga stagione di riflessione che avrebbe condotto ad interrogarsi su quanto di originale vi era nella vicenda nazionale, e su come ciò potesse conciliarsi con le novità (troppo) violentemente e tempestosamente imposte dai generali dell’Armée. La riconciliazione di nazione e libertà sarebbe passata attraverso altri nodi; il concetto stesso di libertà avrebbe definitivamente rotto i ponti, non solo nel moderatismo, con la pregiudiziale ‘robespierrista’ che si vedeva allignare nel “giacobinismo” del Triennio e che contraddiceva all’origine la buona eredità illuministica e le sue possibilità di successo [8].
Si pone, a questo punto, il problema della memoria del 1799. Una memoria che, portandosi dietro l’onere di dialettiche irrisolte con la Grande Nazione e di processi di repubblicanizzazione imposta con grande celerità, si rivela necessariamente divisa. La stagione “giacobina” sopravvive concretamente in quello che potrà rimanere in piedi dell’architettura istituzionale rivoluzionaria e nelle priorità del liberalismo ottocentesco. La libertà, tuttavia, si salda in maniera più stretta – e più diretta – con la nazionalità, rendendo urgenti strategie di ricomposizione e rielaborazione condivisa. È quanto accade nella Confederazione Elvetica, il cui Verfassungspatriotismus si rivela però estremamente debole nel suo tentativo di recuperare da una parte le premesse autoctone e, dall’altra, di post-datare la “rigenerazione” nazionale al 1848 [9]. È quanto avviene in Olanda dopo la restaurazione orangista, allorché il ritorno del ‘principio nazionale’ monarchico permette, salva la buona eredità rivoluzionaria, di superare il dissidio tra filofrancesi e filobritannici nel trionfo di un patriottismo scevro da compromettenti connivenze internazionali [10]. E in Italia?
La memoria del 1799, è noto, ha rappresentato uno dei nodi più sofferti e controversi, intrecciata com’era in modo estremamente critico alla storia del Risorgimento nazionale. Essa forniva d’altro canto al Mezzogiorno un titolo di ammissione inestimabile ai primordi del moto unitario, oltre che porgli un plesso di quesiti cruciali circa i limiti della propria ‘vocazione’ alla civiltà liberal-democratica. A partire da Cuoco, il patriottismo risorgimentale ha elaborato una memoria selettiva o apertamente critica della fine del XVIII secolo, recuperando piuttosto la stagione del riformismo autoctono. Questo, a sua volta, dovette piegarsi alla critica di un Villari, fautore di una serrata – e fortunata, nella mentalità e nella storiografia - stigmatizzazione delle élites meridionali [11]. Indigesto al sabaudismo trionfante, ma anche al “conciliatorismo” crispino e al mazzinianesimo della Società per la storia del Risorgimento, il Novantanove rimase tuttavia patrimonio genetico inestinguibile per il Sud, anche in quelle province che avevano sperimentato più drammaticamente le insufficienze della repubblicanizzazione, la persistenza dei poteri tradizionali, l’incolmabilità della distanza tra “patrioti” e “plebe” [12]. La memoria del Novantanove servì, adeguatamente corretta e ‘moderata’ a legittimare l’ascesa di dinastie politiche [13]; a fornire ad élites democratiche, defilate tra 1848 e 1861, gli strumenti per rimpiazzare gradualmente i potentati borbonici [14]; a corroborare di patrimonio simbolico la battaglia contro le tentazioni autoritarie di fine secolo [15].
Come nei cantoni cattolici della Svizzera, come presso i cattolici tedeschi, il Triennio “giacobino” si riassumeva per i fedeli italiani nell’“oltraggio” perpetrato a Pio VI. E di questa memoria dolorosa si servirono abbondantemente i pontefici della Restaurazione, allineati al progetto “zelante” di ricristianizzazione della società, fino a Pio IX, la cui ‘fondazione’ del culto mariano affondava le radici proprio nella battaglia a tutto campo contro il repubblicanesimo empio e invasore del 1798-99 e del 1849 [16].
Per la Francia, costruire la memoria del 1799 ha significato innanzi tutto provvedere alla elaborazione di Brumaio. Fortemente voluta dallo stesso Bonaparte, essa presentò non pochi problemi e, soprattutto, permise di aprire - tra le pieghe di récits prudentemente misurati – la breccia per più di un lungimirante motivo critico. Le interpretazioni furono tante e le “deduzioni” variamente motivate: Brumaio come riparazione alla irresponsabilità della borghesia, Brumaio come unica soluzione alle esigenze di politica internazionale, Brumaio come provvidenziale saldatura tra libertà e ordine [17].
Per gli storici di oggi, però, si pone il problema di distinguere tra modellizzazioni eccessivamente acritiche e sistemi politici e costituzionali concretamente esistiti (o esistenti). Così, mentre è utile riprendere le tesi di Tocqueville per spiegare il passaggio – ricorrente nella storia francese – dalla democrazia all’autoritarismo (nella forma del cesarismo), pare altrettanto doveroso abbattere ogni pretesa di continuità ideale tra il giacobinismo rivoluzionario e l’antiparlamentarismo conservatore. Scisso dall’idea di libertà, il secondo ha legami col primo solo in quanto quest’ultimo è fatalmente sfociato nello Stato amministrativo, delegando all’esecutivo gran parte delle funzioni originariamente riservate alle assemblee espresse dalla volontà generale [18]. Considerando la regolarità e la correttezza con cui si svolgevano le elezioni politiche e la garanzia dell’assunzione di responsabilità, assieme alla durata limitata del mandato presidenziale, sembra inoltre scorretto ammettere tra i cesarismi anche il gaullismo. Per questo, conviene coniare piuttosto la definizione di “repubblica autoritaria”, che rende giustizia al ruolo non formale assicurato alla “volontà generale” [19].

 

3. Nazione, Nazioni

Percorso tortuoso, quello della liberal-democrazia originata dalla Rivoluzione francese. Continuamente minacciata dalle contraddizioni che essa stessa ha lasciato irrisolte – tanto che è ancora necessario interrogarsi e interrogare i testi per comprendere appieno il significato e il posto attribuiti alla “libertà” e alla “volontà generale” -, essa ha subito ovunque riformulazioni, interruzioni, negazioni, dolorose quanto necessarie per avvincerla più indissolubilmente all’idea moderna di nazione politica.
Anche quest’ultima, peraltro, si rivela essere un patrimonio tutt’altro che unanimemente condiviso e ineluttabilmente trionfante, se solo ci si accosta con occhio disincantato ai discorsi sulla crisi dello Stato nazionale e se ne rintracciano le radici (socioeconomiche, ma anche culturali) sette-ottocentesche.
L’individuazione, con prosopografica esattezza, dei già molto denunciati limiti del “giacobinismo” italiano, e in particolare di quello meridionale, introduce di per sé il quesito su quanto avveniva – dando prova di coriacea resistenza - al di fuori di quel perimetro. Nel caso teramano, in un contesto di totale contrapposizione tra realtà urbana e dominante componente rurale, proprio le lacune del riformismo borbonico avevano predisposto le basi materiali dell’incomunicabilità tra “giacobini” e antico regime, tra democratici e masse popolari [20]. La controrivoluzione godeva, qui e altrove, di autonome forme organizzative e discorsivo-simboliche, che nel tempo – con evidente accelerazione a datare dal regicidio d’Oltralpe – avevano saputo incamerare, mutuare e tradurre in un controcanto per nulla pedissequo certe manifestazioni della modernità auspicate già dall’illuminismo, come le forme accademiche e il latomismo massonico. Del campo avverso una struttura controrivoluzionaria come l’Accademia Sebezia poteva recuperare anche una parte della composizione sociale; per il resto, si trattava di una associazione rigidamente gerarchizzata che, aprendo la “base” anche alle donne, ospitava ai massimi vertici i portavoce del legittimismo nobiliare e clericale, e annoverava tra i membri onorari niente meno che i Borboni e il pontefice in persona [21].
Emancipata dalle teleologie forgiate dai vincitori, la contemporaneità si presenta anche come terreno di scontro tra la Rivoluzione e la Controrivoluzione [22]. Matrice del liberalismo politico e culla della democrazia la prima, la seconda si è prestata ad una indebita liquidazione come fenomeno circoscritto nel tempo e nello spazio, residuale in ogni sua manifestazione. E in effetti, nella gran parte dei casi, i programmi e la memoria controrivoluzionari non hanno conservato nel XX secolo che consensi risicati o fruizioni riservate a nicchie defilate e autoreferenziali, inidonee a misurarsi con le regole della democrazia e quindi destinate, tranne che in caso di reviviscenze eclatanti, all’oblio degli osservatori e dell’opinione pubblica.
La storiografia ha condiviso solo in parte tale oblio. L’interesse per la controrivoluzione, come per ogni altra tematica, è oscillato assieme all’alternarsi di orientamenti e approcci tanto sul piano politico quanto su quello più interno alla comunità dei professionisti. Ad introduzione della raccolta su Nazione e controrivoluzione nell’Europa contemporanea (1799-1848), Di Rienzo si sofferma sui contributi apparsi tra le due guerre, quando l’appropriazione del Risorgimento rappresentò oggetto di contesa non ‘solo’ tra fascisti e antifascisti ma anche all’interno degli opposti schieramenti.
Le insorgenze antifrancesi acquistarono allora titoli di legittimità come patrimonio genetico del patriottismo/nazionalismo spontaneo delle “plebi”, e come manifestazione la più chiara dei limiti della rivoluzione ‘importata’. Non solo un problema e un ostacolo da superare, dunque, com’era stato per Cuoco e per la democrazia ottocentesca: le insorgenze potevano prestarsi ad arricchire il discorso del fascismo di sinistra, ridare linfa al cattolicesimo intransigente, essere persino ammesse - oculatamente selezionate - nella memoria liberal-democratica e nel dna resistenziale. Di più: della riflessione gramsciana poteva giovarsi, dopo il tramonto dell’unità ciellenista, l’antirisorgimentismo comunista. In seguito, a parere di Di Rienzo, hanno avuto la meglio le letture pregiudizialmente univoche dellla storiografia liberal-moderata ‘ortodossa’, di quella “demoradicale” e, sulla scorta di Gramsci, di quella che viene definita la “sinistra storiografica” e verso cui sono espressi qui giudizi a nostro avviso affatto ingenerosi [23]. Di contro, certo favorita dalla pressione dell’attualità, una nuova storiografia, disposta a recepire la dimensione internazionale, la capacità organizzativa, l’importanza della collocazione spaziale, il pragmatismo discorsivo e operativo della controrivoluzione, si è fatta strada nel dibattito europeo acquisendo infine piena dignità istituzionale [24].
Interessato al Mezzogiorno d’Italia, De Francesco rintraccia nella cultura politica otto-novecentesca l’epifania di un nesso causale frettolosamente tracciato fra la “naturale” indole antidemocratica – poi antirisorgimentale tout court – attribuita a quelle “plebi” e l’immane consenso raccolto dal sanfedismo. Si tratta di un nesso improprio che, estraneo al patrimonio democratico ottocentesco (da Mazzini a Pisacane), equivocamente anticipato dalla apologia nazionalista delle insorgenze antifrancesi (da Rodolico al fascismo “di sinistra”), ha finito per confluire nello strumentario dell’antirisorgimento. Al contempo, nel campo avverso non si sono colte le riflessioni di Lumbroso [25] sulla natura classista delle insorgenze, né si sono approfondite le critiche dei Ferrero, Lombroso, Turiello e Salvemini che, da diversa posizione, stigmatizzavano piuttosto l’accentramento amministrativo e la passività del democratismo autoctono di fronte a direttive e modelli francesi [26].
Il pionieristico e a lungo inimitato approccio lumbrosiano rivive nel lungo saggio che Cirillo dedica al sanfedismo [27]. Qui si pone particolarmente l’accento sul risultato conseguito dalla controrivoluzione – grazie anche al ‘cemento’ della religione - nella ricerca di un’adesione diversificata: ciò che di fatto non riuscì ai “giacobini” [28]. D’altra parte l’autore, esperto conoscitore della realtà socio-economica di antico regime [29], insiste pure sulla specificità del retroterra pre-rivoluzionario, già minato dall’emergere dell’individualismo agrario e dalla lotta tra clan feudali in crisi. Il familismo e il clientelismo, in altre parole, devono spiegare gran parte delle oltre cinquantamila adesioni su cui poté contare l’esercito sanfedista. Che gli stessi fossero poi alla base di un’agenda di rivendicazioni per nulla compiacenti verso Ferdinando IV, lo dimostra il fatto – su cui finora si è forse troppo poco insistito – che lo zelo controrivoluzionario fu presentato come credito da riscuotere proprio presso la legittima monarchia, come ‘servizio’ da barattare con lo sconfessamento del riformismo da parte del Borbone [30].
Familismo e localismo furono determinanti anche nel caso della prima rivolta vandeana, assieme al malessere sociale e ad un attaccamento alla religione tradizionale che, di fatto, costituisce la cifra distintiva di questo fenomeno antirivoluzionario [31]. Già autore di importanti studi sulla costruzione del “mito” vandeano [32], anche in questo contributo Martin prosegue oltre l’epoca della prima – e più famosa - guerra vandeana, per seguire le mutazioni ottocentesche della cultura politica regionale. Essa diventa pienamente controrivoluzionaria solo presso le élites, il cui ralliement completo alla dinastia borbonica si fa attendere sino all’avvento al trono di Carlo X, e che dopo le Tre Gloriose tornano ad organizzare, generosamente finanziate dalla duchessa di Berry, il malcontento popolare all’interno di un progetto nazionale antagonista. All’indomani della pacificazione (1832), élites e masse rientrano nei rispettivi ranghi, destinate a incontrarsi solo allorché eventi particolari spingano le prime all’interventismo. Ormai avviate ad una politicizzazione autonoma, maturata oltre il ricorso al legittimismo filoborbonico e alla religione cattolica, le comunità rurali della Vandea andarono ad ingrossare, nel corso del secolo, le ‘truppe’ dei miguelisti e dei carlisti, partecipando ad una autentica “internazionale controrivoluzionaria” [33] ben organizzata e soprattutto forte di un progetto di nation building in grado di superare le motivazioni particolaristiche di natura socio-economica.
Legittimismo, cattolicesimo, xenofobia popolare: puntelli teorici e programmatici condivisi dal carlismo spagnolo, noto per aver sostenuto vere e proprie guerre civili (1833-40 e 1872-76) contro le forze liberali e i loro “tutori” britannici [34]. A differenza di altri movimenti, tuttavia, il carlismo è stato in grado di penetrare presso i ceti urbani e di integrare le voci del capitalismo atterrito dagli ‘spettri’ della democrazia. Sono coesistiti dunque un carlismo rurale-popolare e un carlismo borghese. Insieme, essi hanno assicurato al partito carlista buona parte dei voti del malcontento di destra e di sinistra. La sfida elettorale poteva risolversi così positivamente solo a costo (o in virtù) di una estrema generalizzazione dell’agenda politica, ridottasi in pratica all’opposizione sistematica alle forze di governo; e tramite il ricorso a strategie speculari, dalla costituzione di un corpo paramilitare (una sorta di guardia nazionale sui generis) alla diffusione di associazioni e circoli, all’elaborazione di una moderna propaganda [35].
Di un tale pragmatismo e mimetismo non furono invece capaci i miguelisti, il cui partito non sopravvisse agli anni 1880. Prodotto della convergenza dei nemici della monarchia liberale, come il carlismo, ma tenuto assieme da un legittimismo assai più tenue e discutibile, il miguelismo non superò davvero la prova della guerra civile, dalla quale uscì sconfitto nel 1834. I suoi ‘quadri’ si barcamenarono in seguito tra progetti insurrezionali e via parlamentare. Né i primi né la seconda potevano però aver successo, data l’esiziale incapacità – e qui sta lo scarto dirimente rispetto al carlismo - di captare l’ostilità allo Stato liberale pur massicciamente manifestata da diverse frange popolari [36].

4. La costruzione dell’“altro”: una variabile nel tempo e nello spazio

I case-studies analizzati dagli storici delle controrivoluzioni, al pari di quelli presi in esame dagli autori che hanno dato conto del 1799 in miniatura – così si intitola la terza sezione degli atti curati da De Francesco – obbligano a riflettere sulle scale diverse e talvolta concorrenti sulle quali si sono articolati, nel dopo-Rivoluzione francese, sentimenti di appartenenza e patrimoni identitari.
La nazione non surclassa la patria, come è stato già dimostrato. La patria, anzi, può a sua volta fungere da punto di partenza per un nuovo discorso nazionale. Ciò è avvenuto non solo nel campo illiberale. Dall’ottica ‘locale’, al contrario, sono scaturiti programmi di prima fila del Risorgimento italiano, da quello dei moderati toscani ai federalismi democratici. Le identità, si potrebbe dire, si distribuiscono – diversificate e talvolta antitetiche – sulla mappa spaziale, nazionale ed europea, concretandosi quasi come prodotto vettoriale di profili sociali, vocazioni produttive e memorie storiche. Rispetto ai discorsi politici dominanti e alle master narratives storiografiche, ogni comunità politica sub-nazionale denuncia scarti peculiari, variabili nel tempo tra i poli opposti (ma invero più ideali che reali) del pieno conformismo e del dissenso radicale.
La democrazia ha rappresentato tra XVIII e XIX secolo il motivo di un confronto particolarmente energico tra questi campi in tensione, muovendo ad ogni livello a complesse elaborazioni positive o negative del patrimonio rivoluzionario, del “fenomeno giacobino”, della espansione francese in armi. La presenza tangibile o incombente dell’“altro”, in questo caso la Francia, è stata determinante per la nascita dei movimenti nazionali, e ha contribuito non poco a forgiare attitudini e comportamenti rispetto alla democrazia prima, alla monarchia amministrativa poi.
Nella cultura politica della penisola, comunque, un altro travagliato processo di interpretazione e riassorbimento era in atto nel XVIII secolo, e avrebbe affiancato in epoca romantica la riflessione sull’età francese.
L’“altro” in questione era ovviamente la Spagna asburgica, che tra XVI e inizio XVIII secolo aveva dato il tono alla vita politica italiana, e alla quale andava attribuita una metà della responsabilità dell’alleanza Trono-Altare ripugnante alla mentalità illuminista. Come sottolinea Musi nel saggio introduttivo alla raccolta su Antispagnolismo e identità italiana [37], questi rilievi critici hanno conosciuto una fase di univoca esaltazione piuttosto circoscritta nel tempo, e non unanimemente condivisa nello spazio. Vale a dire che il paradigma della decadenza, consegnato alle giovani generazioni dello Stato liberale dalla Storia di Francesco De Sanctis, rappresenta un motivo tipicamente risorgimentale, complementare al medievalismo romantico e alla riscoperta storiografica e politica della civiltà comunale. Come la cultura antigiacobina e nazionalista con le insorgenze antifrancesi, così il movimento liberal-patriottico ottocentesco ha edificato sull’antispagnolismo una galleria del protonazionalismo popolare o illustre – da Masaniello a Galilei – sorvolando sul contesto generale e ancor più sulle pieghe meno addomesticabili dei fatti.
L’antispagnolismo, promosso allora ad autentico stereotipo, poteva in seguito fornire anche una (facile) spiegazione dell’indole antidemocratica, immobilista, spontaneamente reazionaria del Mezzogiorno in generale, delle sue aristocrazie e delle sue “plebi” in particolare. La dominazione spagnola era stata dunque all’origine di tutti i mali, ossia della decadenza morale e addirittura antropologica prima ancora che economica, politica e intellettuale di buona parte della nazione italiana. Di ciò, sosteneva il patriottismo risorgimentale, sarebbero stati consapevoli per primi i razionalisti del ’700, ai quali non casualmente si doveva il conio del termine “Risorgimento”.
Il discorso antispagnolista, come detto, era destinato ad ampia e fortunata diffusione; e, a metà ’900, esso sarebbe confluito – auspice l’opera di Gabriele Pepe [38] – nella storiografia gramsciana-marxista. Tuttavia è agevole dimostrare, tornando con occhio critico sulle scene e sugli scritti dei due secoli precedenti, che lo stesso ebbe dei limiti non meno significativi delle dimensioni del suo successo.
Oggetto di una disamina squisitamente tecnico-amministrativa da parte dei razionalisti e riformatori meridionali del primo ’700 – una critica più forte emerge solo nella fase tanucciana e solo presso specifiche realtà borghesi, diventando radicalismo in epoca ormai “giacobina” [39] – la dominazione spagnola era un vero e proprio problema per altri italiani: per quanti, dalla Roma arcadica alla Lombardia al Veneto, si confrontarono con l’ostilità e la diffidenza della Repubblica europea delle lettere. La legittimazione della tradizione culturale nazionale è ancora l’esigenza che determina il pronto accoglimento delle tesi di Mme de Stael e di Simonde de Sismondi nell’Italia degli anni 1810, attraversata dai fremiti dell’anelito unitario e indipendentista [40].
Motivi simili, del resto, erano stati alla base dell’antispagnolismo portato a Roma dai gesuiti ispano-americani scacciati nel 1767. Anch’esso aveva attraversato la parabola dall’illuminismo al romanticismo, e da disamina “tecnica” del malgoverno spagnolo si era tradotto ad inizio ’800 in una critica del colonialismo tout court quale oltraggio al diritto di autodeterminazione dei popoli e delle nazioni [41]. La legittimazione alla libertà politica, ricercata dal patriottismo italiano attraverso la cultura storica (fino alla sublimazione romanzesca de I Promessi Sposi), l’indipendentismo latino-americano la stava vivendo, tra anni 1810 e 1820, come moto di liberazione da un dominatore ormai straniero.
Il “canone” antispagnolista romantico-risorgimentale fu fatto proprio dalla cultura genovese tramite l’opera di Michele Giuseppe Canale, giornalista mazziniano passato poi nel campo filosabaudo e dal 1857 primo presidente della Società ligure di storia patria. Il medievalismo, essenziale contraltare dialettico dell’antispagnolismo, consisteva in questo caso nella glorificazione della repubblica marinara e della potenza commerciale, ‘svendute’ al tiranno iberico dall’ignavia e dalla corruzione dell’oligarchia cinquecentesca. Paradigma chiaramente democratico e squisitamente borghese, esso doveva incontrare qualche confutazione nell’opera di Massimiliano Spinola, portavoce da parte sua di una memoria patrizia che molto teneva a riabilitare la figura di Doria e la condotta dell’élite repubblicana nell’età di Filippo II [42].
Lo spagnolismo “cetuale” di Spinola non trovò zelanti prosecutori e la lezione di Canale passò facilmente a vulgata dominante. Nella cultura veneta l’antispagnolismo denunciava, al contrario, una forte matrice patrizia, trascorsa senza problemi dall’autocelebrazione della decaduta oligarchia alla storiografia romantica di Gabotto, e ancor viva presso la prima generazione della storia ‘scientifica’ della Serenissima - da Ivo Raulich a Roberto Cessi [43]. La ferrea tenuta dell’antispagnolismo, e la sua diffusione affatto ‘trasversale’ si spiegano, in questo caso, con la storia del governo veneziano di età moderna: a differenza di quello genovese, il patriziato lagunare contava infatti su una memoria di fiero autonomismo, unico nella penisola di epoca barocca, rispetto alla potenza asburgica. Venezia non aveva in fondo troppo condiviso la decadenza che aveva piegato il resto d’Italia. L’antispagnolismo, e con esso l’età moderna, potevano così essere assunti come patrimonio identitario unanimemente condiviso, in piena continuità con splendori medievali.
L’antispagnolismo tanto funzionale alle élites veneziane risultava invece alieno a quelle siciliane allineate nel fronte secessionista. La memoria del Parlamento di Palermo aveva sostenuto ogni manifestazione di questi gruppi, a datare dalla Costituzione del 1812 e dalla sollevazione antinapoletana di quella ‘capitale’ nel 1820. Al secessionismo palermitano faceva anzi comodo lo spagnolismo, dato che i veri oltraggi alla dignità isolana si erano consumati per altre mani, da quelle murattiane a quelle piemontesi. Infatti, la Società storica palermitana non tardò ad assumere un volto peculiare nell’arcipelago delle istituzioni di storia locale: poco medievalista, essa privilegiò la memoria di età moderna, mettendo a tacere le deboli voci dissenzienti. Di questo spagnolismo - non del tutto artificiosamente opportunista - si sarebbe servito il separatismo degli anni 1940, e lo stesso avrebbe sostenuto col suo repertorio simbolico la costituzione della regione autonoma (1946) [44].
Nel caso sardo, a sua volta eccentrico, l’antispagnolismo doveva fare tutt’uno con l’antipiemontesismo presso le opposizioni democratiche o, all’opposto, presso i ceti vittime della defeudalizzazione; mentre per le élites dello Stato e per il moderatismo nobiliare il 1720 segnava – coerentemente con la vulgata risorgimentale - la fine della decadenza, tanto isolana quanto nazionale [45].
Dopo il 1861, la presunta monoliticità dell’antispagnolismo romantico si trovò costretto anche altrove a fare i conti con la ricezione della “piemontesizzazione”. La causa delle identità poteva eleggere, a seconda del vissuto storico, altrettanto bene la Spagna e lo Stato sabaudo a poli negativi, a fautori della decadenza regionale. I tempi della storia locale, insomma, erano stati diversi e concretamente irriducibili alle scansioni del passato comune codificate a partire da Mme de Stael e da Sismondi.
L’impatto, al contempo critico e innovatore, che sulla storia locale siciliana o genovese ebbe la Méditerranée di Braudel [46], sulla storia della Lombardia spagnola fu esercitato a partire dalle ricerche di Chabod e dall’affermazione di un nuovo approccio socio-istituzionale votato alla confutazione di miti protonazionalisti che non tenevano conto dell’osmosi intervenuta tra istituzioni asburgiche ed élites dominate. Un tale “revisionismo” contribuiva ad allineare la nuova storiografia lombarda alla lezione affermatasi con Galasso per il Mezzogiorno, obbligando a individuare nella loro effettiva consistenza e importanza tanto le interazioni tra dominante e dominati, quanto lo specifico dei contesti sub-regionali [47]. È dunque riemersa, a partire dagli anni 1970, la tesi già crociana sull’importanza della ‘statalizzazione’ come portato positivo dell’età spagnola. Al contempo si consumavano gli ultimi fasti del paradigma – desanctisiano e poi gentiliano, nelle sue massime espressioni - della decadenza; ed entrava in crisi anche quello gramsciano.
La vicenda storica e culturale italiana ha potuto e dovuto uscire dal “dorato” isolamento a cui l’ha costretta l’ipoteca risorgimentale, e confrontarsi con discorsi finora pressoché ignorati: quello al contempo anti-asburgico e anti-imperiale dei giuristi di Salamanca (vivace fin dal XVI secolo); o lo speciale spagnolismo forgiato al cadere del ’700 dagli oppositori della rivoluzione “giacobina”; o il contro-mito della Leyenda Negra, col quale gli spagnoli di inizio ’900 hanno tentato di demolire alle radici l’ingrato antispagnolismo italiano [48].

5. Il Novantanove napoletano: l’evento e il discorso tra Mezzogiorno, Italia ed Europa

L’antispagnolismo romantico si diffuse nella cultura liberale napoletana dopo il fallimento e la soppressione del nonimestre costituzionale, ma divenne incontrastato nelle sue declinazioni antiborboniche solo all’indomani del tragico 15 maggio 1848. Scatenando le masse popolari contro il Parlamento e dando il via alla feroce repressione nelle province, Ferdinando II ‘meritò’ di concentrare su di sé e sui propri discendenti il patrimonio di critiche (e ora anche di “miti”) che escludevano la conciliabilità tra l’ingresso del Mezzogiorno nella modernità e la permanenza della legittima dinastia. Liquidata con questa anche la stagione del riformismo, si ricorreva a Cuoco e a Sismondi per postulare la necessità di una rottura completa col passato e col presente, nella nuova coscienza – estranea al ceto murattiano e allo spagnolismo romantico che aveva celebrato la Costituzione di Cadice – delle conseguenze particolarmente nefaste prodotte dalla ‘lunga decadenza’ sul Mezzogiorno [49].
Il 1848 segnerebbe dunque il termine a quo dell’allineamento, definitivo e incontrastato, del liberal-democratismo meridionale al “canone” del movimento unitario. Il 1848, d’altra parte, sarà chiamato a segnare, in tanta memoria post-unitaria, l’inizio autentico del Risorgimento come eclatante manifestazione di una unanime tensione alla libertà e all’unità. Già accantonate le origini “giacobine”, crollato ora il neoguelfismo, imminente il tramonto del repubblicanesimo mazziniano e l’esito tragico dell’insurrezionalismo meridionalista di Pisacane, di lì a poco il consenso si sarebbe appuntato sul Piemonte cavouriano: su un Nord che molto faceva pesare il ritardo del Sud, i legati esiziali della rifeudalizzazione e le ripetute prove della ingovernabilità delle sue masse.
Accantonate nella vulgata le più fini analisi socio-economiche, rigettate le critiche alla “piemontesizzazione”, il Mezzogiorno avrebbe pagato, come detto, lo scotto della deriva antropologizzante di certo antispagnolismo romantico. E la memoria del Novantanove, con i suoi martiri della libertà, con i suoi promotori di un Risorgimento al contempo meridionale e nazionale, si sarebbe trovata esposta ad una non facile contesa contro le liquidazioni di chi guardava acriticamente al trionfo del sanfedismo, alla sollevazione del 15 maggio, alla tragedia di Sapri e all’indomito dilagare del brigantaggio anti-unitario.
Non pochi, a partire da Croce, si assunsero l’onere e la missione di reintegrare appieno il Sud nell’epopea risorgimentale; e la memoria “giacobina”, abbiamo visto, fu oggetto di rivendicazione da parte della classe politica meridionale, o servì a questa per legittimarsi come ceto dirigente locale [50]. La controrivoluzione del 1799, lungi dall’essere ricostruita e spiegata nella sua natura al contempo anti-riformista e anti-democratica, fu piegata alle più varie strumentalizzazioni che, tutte, convergevano nell’attribuire al Mezzogiorno l’ingrata qualifica di culla dell’antirisorgimento.
Su tutti questi nodi si sofferma la rilettura della Repubblica napoletana presentata da De Francesco, sicuramente uno tra i maggiori studiosi del democratismo europeo tra Grande Révolution e cultura politica romantica [51], già presente con propri contributi nei tre convegni. Come a sottolineare più fortemente la continuità con gli altri titoli della collana, l’autore accoglie le esigenze critiche e analitiche emerse negli incontri del 1999-2002, e molto si sofferma a ripercorrere, contestualizzandoli, i principali discorsi storiografici che l’hanno preceduto.
L’evento-Novantanove è qui (ri)collocato nella più lunga durata dell’apogeo e crisi del riformismo borbonico; il Mezzogiorno è analizzato al contempo come realtà specifica e come parte di un sistema nazionale e internazionale dalle tante variabili; i lazzari e i sanfedisti sono considerati come componente di un fenomeno – le insorgenze antifrancesi – comune all’Europa repubblicanizzata. Si pongono così con maggior chiarezza altri e più generali problemi, peraltro non solo meridionali e già individuati da Cuoco o da Croce: la resistenza all’affermazione dello Stato moderno, le ragioni strutturali dell’inquietudine delle masse, il sottovalutato dinamismo del fronte controrivoluzionario.
Come messo in risalto nei contributi sulla Repubblica Romana, sugli esuli e su Foscolo [52], una pregiudiziale nazionale era già ben presente nel “giacobinismo” della penisola ante-Brumaio. Questa ispirò non solo i modi e le forme della repubblicanizzazione tra 1797 e 1799. Determinò gli orientamenti di politica internazionale, contribuì alla dialettica tra generali e Direttorio parigino, promosse presso Bonaparte una causa indipendentista frustrata dall’evoluzione verso l’accentramento imperiale.
Il “giacobinismo” napoletano, lungi dall’essere sprovveduto e temerario, fin dagli anni della Convenzione partecipava ad una rete internazionale con importanti agganci nell’opposizione radicale francese; e intratteneva dal 1796 intensissimi scambi con il democratismo cisalpino [53]. Già nel 1798 i “patrioti” napoletani erano diffidenti verso il governo della Grande Nation tanto quanto erano ostili alla monarchia borbonica. Quest’ultima, da parte sua, aveva avvertito che l’unitarismo propugnato a Milano poteva rivelarsi anche più pericoloso della politica tutto sommato cauta del Direttorio; e provvedette, entrando nella Seconda Coalizione, a garantire la propria sopravvivenza. Ferdinando IV aveva visto bene, ma azzardò troppo allorché mosse guerra alla Repubblica Romana, finendo, suo malgrado, per rinsaldare la tenue intesa tra democratismo italiano ed esecutivo parigino.
La Repubblica Napoletana fu l’esito, molto forzato dalla spregiudicatezza di Championnet, della esigenza di auto-difesa da parte della Grande Nation, opportunamente sfruttata dal “giacobinismo” meridionale per condurre in porto il proprio progetto. Non voluta da Parigi, essa si ritrovò presto debole e isolata nel contesto internazionale, mentre nessuno si nascondeva le particolari asperità cui sarebbe incorso il processo di democratizzazione in quelle regioni [54]. Lo stesso radicalismo locale – impersonato da anni dal ‘mitico’ Lauberg – cercò prima di ogni altra cosa la pacificazione e l’avvicinamento dei ceti urbani. Quanto alle masse popolari, spiazzate dalla fuga di Ferdinando IV al seguito degli inglesi, esse non riconobbero il nuovo governo così come non avevano riconosciuto il “provvisorio” autoproclamatosi all’arrivo dei francesi. La distanza tra ceti dirigenti e “plebi” era resa incolmabile da decenni di riforme sorde alle rimostranze delle comunità. Il mirabile sforzo pedagogico dei “giacobini” muoveva appunto in questa direzione; ma, da solo, non poteva ovviamente por rimedio a certi problemi.
Inviso a Parigi, instabile all’interno e contrapposto ad una realtà sociale particolarmente ostica, il “giacobinismo” napoletano non aveva scelta migliore, dunque, che quella di mediare tra le opposte direttive di ordine e libertà, di consolidamento e democratizzazione. La Costituzione preparata da Mario Pagano (già ‘diffidato’ dal Direttorio parigino per il suo radicalismo) era tutto questo. Essa era, cioè, la traduzione della Rivoluzione in un contesto che si sapeva peculiare ma di cui non si disperava l’emancipazione. Si prevedeva infatti l’incentivazione della “pedagogia patriottica” fino ad esiti repressivi addirittura robespierristi; e, per il presente, ci si rifugiava nel suffragio censitario postulato dalla Carta dell’Anno III. Un nuovo istituto, l’Eforato, avrebbe provveduto a dirimere le controversie tra esecutivo e legislativo, facendo tesoro della lezione offerta dalla Francia post-termidoriana, ma anche arginando gli effetti dell’‘immaturità’ dell’elettorato [55].
Un lavoro alacre, quello dei legislatori napoletani, al quale si affiancò lo zelo della pubblicistica e del giornalismo educativo. Muovendosi (o barcamenandosi?) tra radicalismo e moderatismo, il “giacobinismo” preparava il radicamento della rivoluzione nelle province. Queste, irrisolta ancora l’eversione della feudalità, avevano subito una dipartimentalizzazione che, abbiamo visto, non aveva se non minimamente penalizzato attori e reti feudali dalle grandi risorse [56]. Le basi materiali dell’antirivoluzione, già riferite da Cirillo, erano pressoché intatte al di fuori delle mura napoletane; pressoché invariato anche l’isolamento delle sparute pattuglie “patriottiche” nelle realtà urbane [57]. Scoppiata la guerra tra Parigi e la Coalizione, venuto meno il supporto militare francese, la sorte della Repubblica era definitivamente segnata – come quella, del resto, delle altre “repubbliche sorelle”.
Ma qui doveva porsi il problema dello straordinario successo numerico del sanfedismo, la cui soluzione va ricercata tanto in quelle basi materiali, quanto nella particolare abilità dispiegata dal legittimismo meridionale nell’imitare strutture e “pedagogie” massonico-latomistiche. La vicenda della Sebezia indagata da Sannino [58] acquista ora tutto il suo significato. Come il “patriottismo” meridionale era componente organica di un evoluto movimento democratico-nazionale, così alla controrivoluzione dev’essere riconosciuto il ‘rango’ di formazione politica dalla notevolissima capacità di presa, naturalmente proiettato verso un progetto e verso finalità che superavano di molto la contingenza o la fedeltà alla persona di Ferdinando IV.
Per scongiurare il ripetersi di quel drammatico successo, avrebbe suggerito Cuoco, occorreva estirpare le radici dell’ingovernabilità attraverso strategie di “rigenerazione” mirate e diversificate. Dopo il 1821, anche la via della “democrazia autoritaria” sfociata nella monarchia amministrativa del Decennio si sarebbe prestata a molte e feroci critiche nel campo patriottico.
La storia del Mezzogiorno contemporaneo si sarebbe risolta, agli occhi del liberalismo nazionale, in una sequela di errori e improvvisazioni, il cui fallimento era determinato all’origine dal portato di tanti secoli sulla mentalità delle masse. Semplificazioni e banalizzazioni di un discorso patriottico già denso di miti e stereotipi all’indomani del Quarantotto, esse avrebbero posto una pesantissima ipoteca cui assai poco avrebbe giovato la ‘rivalutazione’ nazional-populista tra le due guerre. La reintegrazione nella storia nazionale ed europea del “secolo della libertà” è stata resa possibile – paradossalmente ma non troppo – dal tramonto del mito stesso del Risorgimento. Compromesso dalle appropriazioni del fascismo, ulteriormente indebolito dalla ripresa della linea antirisorgimentale del PCI, offerto dall’ortodossia gramsciana ad una critica serrata e a tutto campo, approfondito con diversi strumenti d’analisi il suo esito istituzionale, nuovi orientamenti sono emersi nella storiografia sulla penisola tra Sette e Ottocento. Sgravata di molti stereotipi relativi all’età moderna a partire dalla lezione di Braudel, alla storia del Mezzogiorno è stato infine ‘restituito’ il posto dovuto anche in seno ad un nuovo Risorgimento, sgravato a sua volta dai più vetusti schematismi delle opposte teleologie storicistiche.

Questo articolo si cita: M.P. Casalena, Identità nazionali, identità politiche. “Canoni” e antitesi tra moderno e contemporaneo, «Storicamente», 2 (2006), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/casalena.htm

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[1] A. De Francesco (ed.), La democrazia alla prova della spada. Esperienza e memoria del 1799 in Europa, Milano, Guerini, 2003, pp. 580; A. Musi (ed.), Alle origini di una nazione. Antispagnolismo e identità italiana, Milano, Guerini, 2003, pp. 447; Eugenio Di Rienzo (ed.), Nazione e controrivoluzione nell’Europa contemporanea (1799-1848), Milano, Guerini, 2004, pp. 271; A. De Francesco, 1799. Una storia d’Italia, Milano, Guerini, 2004, pp. 170.

[2] Mutuiamo qui la definizione di “canone” discorsivo proposta da A.M. Banti ne La nazione del Risorgimento. Santità, onore e parentela alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi, 2000.

[3] Cfr. B. Gainot, I paradossi della democratizzazione delle repubbliche sorelle, in A. De Francesco (a cura di), La democrazia alla prova della spada. Esperienza e memoria del 1799 in Europa, Milano, Guerini, 2003, pp. 33-43. Di Gainot cfr. anche 1799, un nouveau jacobinisme? La démocratie represéntative, une alternative à Brumaire, Paris, CTHS, 2001.

[4] Sulle tensioni tra Direttorio parigino e patriottismo locale, cfr: il saggio di M.P. Donato sulla Repubblica Romana, La questione dell’estremismo, in A. De Francesco (a cura di), La democrazia alla prova della spada cit., pp. 45-59 (e della stessa, cfr. la monografia dedicata alla Repubblica instaurata nel 1798: D. Armando, M. Cattaneo, M.P. Donato, Una rivoluzione difficile. La Repubblica Romana del 1798-99, Pisa, IEPI, 2000); la ricostruzione delle travagliate vicende della Renania, inglobata come dipartimento di frontiera e sacrificata nelle sue aspirazioni nazional-autonomiste da ovvie considerazioni geopolitiche (M. Gilli, Indépendance ou Annexion? Une République mort-née, la République Cisrhénane, ivi, pp. 61-82).

[5] cui si vedano le raccolte di studi pubblicate, anche qui a partire dal bicentenario, da J.-P. Jessenne e H. Leuwers, e in particolare Brumaire dans l’histoire du lien politique et de l’Etat-nation, Villeneuve-d’Ascq, CHREN-O, 2001.

[6] Alle riflessioni di Pietro Colletta e Luigi Blanch, autori di una critica del 1799 quale spettacolo di ‘improvvisazione’ totalmente avulso dal contesto socio-storico meridionale e, per contro, fautori del Decennio in quanto fase di pacifica e meditata transizione, è dedicato il contributo di A. Spagnoletti, I felici giorni del nostro nuovo vivere: il 1799 nella quiete della Restaurazione, in A. De Francesco (a cura di), La democrazia alla prova della spada cit., pp. 259-275.

[7] Cfr. il saggio di A.M. Rao, I patrioti italiani di fronte a Brumaio, ivi, pp. 163-187. Della stessa si veda il volume dedicato al dibattito interno al giacobinismo in esilio (Esuli. L’emigrazione politica italiana in Francia, 1799-1802, Napoli, Guida, 1992). Cfr. anche il contributo di Ch. Dal Vento, Ugo Foscolo tra riflessione sulla tragedia del 1799 e dibattito politico cisalpino, pp. 229-258, dove si presentano in sintesi i risultati di recenti ricerche sul patriota di Zante (Ch. Dal Vento, Un allievo della rivoluzione. Ugo Foscolo dal noviziato letterario al nuovo classicismo, 1795-1806, Bologna, Clueb, 2003).

[8] Cfr. la densa riflessione di P. Viola su L’eredità giacobina nella democrazia ottocentesca, ivi, pp. 345-355, nella quale si mettono molto bene in luce i processi di elaborazione e appropriazione selettiva della Grande Révolution compiuti nel campo democratico francese; e dove si confutano le tesi della storiografia marxista francese che, maxime con Soboul e Furet, avrebbe individuato un nesso improprio tra giacobinismo e totalitarismo, sottovalutando l’importanza centrale che nel primo aveva e conservò sempre la libertà. Di Viola si vedano anche le monografie dedicate alla stagione politica e costituzionale rivoluzionaria: Il trono vuoto. La transizione della sovranità nella Rivoluzione francese, Torino, Einaudi, 1989 e Il crollo dell’antico regime: politica e antipolitica nella Francia della rivoluzione, Roma, Donzelli, 1993.

[9] Cfr. C. Moos, Il significato della stagione napoleonica nella eccezionalità politico-istituzionale della Svizzera, in A. De Francesco (a cura di), La democrazia alla prova della spada cit., pp. 83-99.

[10] Cfr. A. Jourdan, La République Batave en l’an VIII, ivi, pp. 101-117 e J. Rosendaal, Les Pays-Bas devant l’invasion anglo-russe, ivi, pp. 119-125.

[11] Cfr. A. Musi, Il significato del 1799 nella tradizione storico-politica dell’Italia liberale, ivi, pp. 331-344. Sui limiti del riformismo borbonico e sulla formazione di élite tecnocratiche e radicali nelle province tardo settecentesche, cfr. M. Morano, La fucina della rivoluzione: le accademie agrarie nel Mezzogiorno di fine Settecento, ivi, pp. 383-429.

[12] Ad esempio, nelle municipalità lucane: cfr. A. Lerra, Le municipalità democratiche e popolari nella Basilicata del 1799, ivi, pp. 431-460. Alla realtà lucana Lerra aveva già dedicato lo studio su L’albero e la croce: istituzioni e ceti dirigenti nella Basilicata del 1799, Napoli, ESI, 2001.

[13] Cfr. R. Pittella, Cinquanta anni di unità nazionale: tra il 1861 e il 1911 Montalbano Jonico ricorda Francesco Lomonaco, in A. De Francesco (a cura di), La democrazia alla prova della spada ci