Flavia Cumoli
Da city slum a city
sprawl
Cork e l'urbanizzazione dell'Irlanda
contemporanea
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E' stato suggerito che l'urbanizzazione
in Irlanda possa essere considerata un elemento
estraneo, un'imposizione aliena che, legata
a momenti di trasformazione socio-economica
su base esogena, ha accelerato il processo
di anglicizzazione della società.[1] Storicamente, dunque, lo sviluppo della città venne
ad essere saldamente associato con le epoche
espansive di colonizzazione che modificarono
in maniera significativa il panorama umano
dell'isola. Di per sé l'insediamento urbano,
nel suo evolversi, può quindi essere considerato
un «elemento intrusivo»[2],
quasi una forma mentis coloniale,
imposta ad una società altrimenti rurale.
E' solo nel corso del ventesimo
secolo che l'Irlanda è venuta trasformandosi
da paese prevalentemente rurale a società sempre
più urbanizzata.
Secondo il censimento del 1926, meno di un
terzo (32.3 per cento) della popolazione
del Free State viveva in insediamenti
urbani, mentre nel 1971 la popolazione urbana
costituiva poco più della metà della popolazione
totale (52.3 per cento).[3] Una
più attenta lettura dei dati demografici
mette in luce il carattere fittizio di questo
cambiamento. In conseguenza del massiccio
spopolamento del paese, il passaggio da società rurale
ad urbana è avvenuto senza un effettivo aumento
della popolazione residente in città. L'emigrazione,
fenomeno prevalente nell'Irlanda
rurale a partire dalla metà del diciannovesimo
secolo, è stato fattore determinante del
costante declino della popolazione fino alla
svolta demografica degli anni '70. Al contrario,
gran parte della crescita registrata tra
la popolazione irlandese negli ultimi tre
decenni si è concentrata nei centri maggiori,
raggiungendo ora un volume di popolazione
urbana che supera i 2.7 milioni su di un
totale di quattro milioni di abitanti. Peraltro,
sebbene lo sviluppo demografico irlandese
presenti ovvie e numerose anomalie rispetto
ad altre realtà europee, il processo di urbanizzazione
e l'evoluzione regionale del paese hanno
seguito nel corso del secolo scorso modelli
piuttosto chiari, che non faticano a trovare
paralleli altrove in Europa.
Cork è quindi soggetta ad un'analisi della
sua evoluzione socio-economica ed urbanistica,
nella convinzione che questo non sia solo
un tema di interesse irlandese, ma che sia
rilevante anche nel più ampio contesto della
storia urbana europea e nord-americana, poiché legato
all'influsso di trasformazioni storiche generali.
E' per questo che si è ritenuto necessario
ripercorrere le principali fasi dello sviluppo
urbano ed economico della regione in epoca
contemporanea, mettendo in rilievo come il
quadro economico ed il sistema urbano irlandese
sia per sua natura strettamente integrato
nel moderno sistema di capitalismo mondiale,
a partire dall'inserimento nel XVII secolo
nell'economia atlantica e nella sfera di
influenza britannica.
Questo significativo
livello di integrazione ha trovato espressione
spaziale in una geografia
dei contrasti che è esemplificativa delle
difficoltà di una piccola economia aperta,
posizionata alla periferia dell'Europa, che
ha legato - e lega tuttora - il suo sviluppo
ad una strategia di libero scambio e di dipendenza
dall'investimento estero. La recente politica
di modernizzazione ed industrializzazione
del paese ha avuto un impatto spaziale non
uniforme, sia a livello interurbano, favorendo
quei centri che - come Cork - si sono rivelati
in grado di rispondere positivamente alle
pressioni competitive del nuovo ciclo economico,
sia all'interno della città stessa, dove
lo sviluppo non è stato uniformemente distribuito
né equamente diffuso.
A Cork, le pratiche di
decentralizzazione pianificata, il mutamento
del ciclo economico
e la destrutturazione industriale hanno interessato
quelle aree, precedentemente occupate dall'industria
fordista, divenute obsolete e di difficile
recupero. I più antichi quartieri del centro
hanno vissuto un lungo processo di degrado
sociale e fisico, fino a divenire negli anni '80
luoghi anomali ed anonimi. Sin dal secolo
precedente lo sviluppo suburbano era stato
accompagnato da un parallelo declino del
centro che aveva raggiunto livelli di densità del
tutto simili a quelli delle città nord-americane.
Forte della recente crescita economica è nata
quindi una spinta di matrice locale, nazionale
e comunitaria, tesa a frenare il declino
del centro e indirizzata ad una politica
di pianificazione che pone la città al centro
dell'analisi e della crescita economica.
All'inizio degli anni '90 la città ha dimenticato
la propria matrice mercantilista, guardando
invece all'Europa nel tentativo di crearsi
un'immagine per il nuovo millennio. Il suo
nuovo abito si chiama «rinascimento urbano»,
i suoi concetti chiave sono intraprendenza,
cultura ed immagine, tre fattori che riflettono
l'odierno ottimismo. Attraverso strategie
di rilancio urbano il tessuto della città viene
ricucito e risistemato, la sensibilità urbana
re-immaginata. Sebbene il successo di tale
strategia dipenda in primo luogo dalle forme
di rilancio economico già messe in atto dalla
città stessa, queste misure rimangono significative
in quanto si prefiggono l'intento di intervenire
sull'impatto dei cicli economici promuovendo
attivamente lo sviluppo locale, in modo da
proteggere la città da possibili ricadute.
La relazione tra la pianificazione
urbanistica e la città nel tardo ventesimo secolo differisce
in maniera fondamentale da quella degli anni '20.
La città continua ad essere vista come luogo
di eccitamento ed innovazione e anche come
luogo di pericolo, inquinamento e segregazione
sociale. Tuttavia l'urbanistica è ora così profondamente
implicata nella creazione della città che
le precedenti speranze di pianificazione
urbana come esercizio di riforma sociale
sembrano profondamente incrinate.[4] Questo nuovo stile ha implicato
una tendenza verso la conservazione, il rinnovo,
ed il contenimento della decentralizzazione,
promuovendo singoli interventi orientati
al mercato. La città è concepita come paesaggio
e luogo di consumo[5] ed
i temi predominanti nel disegno urbano sono
la diversificazione e lo stile più frammentato,
l'attenzione al contesto locale e gli usi
misti del territorio. La rinuncia ad una
pianificazione su ampia scala, nel corso
degli anni '80, appare anche evidente in
uno spostamento delle finalità della pianificazione
verso aspetti estetici piuttosto che funzionali
della città - con puntuali interventi in
parti della città, piuttosto che nel suo
insieme - ed in una tendenza verso la flessibilità nella
pianificazione. L'analisi del rapporto tra
sviluppo economico, pianificazione urbanistica
ed evoluzione delle politiche urbane, mostra
come le sfide poste dal sistema postfordista
abbiano reso inefficaci le tradizionali azioni
di pianificazione urbanistica, spingendo
verso un indirizzo totalmente nuovo.
Problemi ed inquietudini della Cork vittoriana
Cork è una città coloniale, la cui geografia
sociale ed economica è marcata da periodi
di declino ed espansione, ricchezza e povertà,
innovazione e conflittualità, in relazione
al grado di coinvolgimento nell'economia
atlantica e nel sistema britannico. Se alla
metà del Settecento Cork era la seconda città irlandese
ed uno dei principali centri portuali delle
isole britanniche, con un commercio fiorente
ed una popolazione progressivamente in aumento,
nel diciannovesimo secolo ha conosciuto avverse
fortune: la contrazione del commercio atlantico
e della produzione industriale risultarono
in un massiccio declino della popolazione,
tenuto sotto controllo solo dal costante
flusso proveniente dalle campagne infestate
dalla grande carestia.[6]
E' proprio questo flusso ad azionare quella
trasformazione della struttura sociale e
morfologica della città che segna il passaggio
di Cork da «città mercantile a moderna»,[7] un periodo di transizione che
ha visto l'evoluzione di nuove forme e strutture
fianco a fianco col persistere di quelle
precedenti. Si assiste, dunque, alla prima
fase del processo di sgretolamento della
struttura morfologicamente e socialmente
compatta della città, un'isola circondata
dai due bracci del fiume Lee. Che l'esodo
di un vasto esercito di indigenti verso i
già sovraffollati vicoli del centro medioevale
rendesse impellente un superamento delle
barriere topografiche della città è testimoniato
dai resoconti contemporanei. Le indagini
svolte per conto della British Association
a Cork tra il 1843 ed il 1851 sottolineano
con sgomento il processo di degenerazione
delle condizioni fisiche del centro; le cronache
del tempo si soffermano a descrivere con
dovizia di particolari gli sporchi, fumosi,
allagati e congestionati vicoli dei sovraffollati
bassifondi.[8] Ciò che è importante è che
le inquietudini derivanti dalla consapevolezza
delle deprecabili condizioni igieniche e
sanitarie, qui messe in correlazione con
le ricorrenti epidemie di vaiolo e colera
e con il cronico problema del tifo, spingevano
verso un'unanime invocazione di un processo
sociale di amministrazione dello spazio urbano.
Se la risposta dei corpi
pubblici a questi problemi era ancora tendenzialmente
inadeguata,
disorganizzata, e considerevolmente più povera
rispetto a quella britannica, il consolidamento
di un ampio gruppo sociale - la classe media - ha
avuto impatti importanti sul tessuto urbano,
espressi nella crescita ed espansione dei
sobborghi residenziali lungo le pendici collinari
al di là del fiume. Ovvia espressione delle
trasformazioni in atto a Cork, ed in altre
realtà britanniche, era per l'appunto la
crescente tendenza delle classi medie a vivere
in abitazioni indipendenti e suburbane, a
separare il luogo di lavoro da quello di
residenza, la vita pubblica da quella privata.[9]
Speculare a questa rivalutazione
degli spazi collinari era il progressivo
decadimento
del centro cittadino. Gli eleganti edifici
del centro, lasciati vacanti dalla fuga della
classe media alla ricerca dell'utopia borghese,
venivano prontamente trasformandosi in alveari
per le classi operaie e per gli sfollati
delle campagne, il cui grado di povertà non
faceva che alimentare ulteriormente lo stesso
flusso verso i sobborghi. Questa migrazione
delle classi più abbienti verso i sobborghi
al di là dell'amministrazione cittadina,
diversificata nella direzione a seconda dei
diversi retroterra religiosi, lasciava dietro
di sé una città prevalentemente operaia,
cattolica e nazionalista, in cui si registravano
livelli di densità di 238 abitanti per acro.[10] E' qui che continuavano
a riversarsi i nuovi arrivati, anche quando,
a partire dal 1870, l'autorità municipale
varò uno schema sistematico di sgombero dei
bassifondi e ricollocamento nelle periferie,
dovendosi così scontrare con una forte resistenza
da parte di chi non era pronto a spostarsi
nelle nuove abitazioni a più di un miglio
di distanza dal porto. La presa di coscienza,
da parte dell'autorità municipale, della
necessità di affrontare i problemi della
città si era infatti concretizzata in provvedimenti
finalizzati alla rimozione fisica dello slum.
Nella pratica, insomma, la pianificazione
consisteva nell'abbattimento dei bassifondi
ed in una normazione dell'edilizia che, se
da un lato mirava a rialloggiare la classe
operaia nei nuovi, monotoni ma salubri, complessi
di abitazioni a schiera, in allineamento
con le prevalenti teorie di trasmissione
miasmatica delle malattie, dall'altro non
nascondeva un intento morale "disciplinante".[11] Questo paradigma riformista
e paternalistico rappresenta il punto di
partenza di una politica - che proseguirà fino
a tempi recentissimi - di programmi di edilizia
popolare nelle periferie della città, che
mira cioè a rimuovere popolazione dal centro
ed impronta l'intera questione dell'abitazione,
secondo un approccio igienista, all'ideale
della bassa densità. A questa prospettiva
urbanistica decentratrice si affiancava l'iniziativa
filantropica privata, che saldava l'impegno
per la questione degli alloggi popolari con
misure di slancio missionario, fondate su
di un forte intento pedagogico.
La pianificazione come strumento municipale
ed intervento ad ampia scala
E' significativo notare come l'indipendenza
politica dell'Irlanda non abbia apportato
modificazione alcuna all'influenza dei modelli
di sviluppo urbano preesistenti alla stessa.
In quanto città piccola e periferica, Cork
non ha mai svolto un ruolo di innovatore
nella pianificazione o nella progettazione,
ma i suoi legami con la Gran Bretagna hanno
assicurato una stretta vicinanza nelle direzioni
prevalenti.
Nel 1898 l'introduzione della rete di trasporti
tranviaria ha dato inizio all'ondata finale
della crescita suburbana. Questa era la fine,
simbolica e funzionale, dell'antica città cellulare.
Nello stesso anno si assisteva poi al rafforzamento
ed all'allargamento dei confini amministrativi
della città, con l'istituzione dell'unità amministrativa
del Cork County Borough e l'assunzione
da parte del comune di gran parte delle sue
attuali responsabilità. La questione della
casa rimaneva il problema maggiore che avrebbe
costituito il punto primo dell'agenda del
comune per tutto il secolo. Nei primi decenni
del Novecento l'azione riformista riprende
preminenza sull'azione regolativa e si spinge
oltre nel suo progetto di decentramento,
sposando i concetti urbanistici del modello
howardiano della città giardino, che nel
contesto irlandese assumono i connotati di
una vera e propria retorica nazionalista
anti-urbana, alimentata dal pregiudizio secondo
cui «il desiderio di gran parte della popolazione
non è tanto quello di vivere in una città giardino,
o in una città di qualsiasi tipo, ma piuttosto
di andarsene del tutto dalle città, e di
vivere in un villaggio, o comunque in un
ambiente rurale».[12]
Con l'avanzare di questo graduale movimento
verso la suburbanizzazione di massa, prese
avvio anche un preciso monito contro il carattere
frammentario degli sforzi precedenti. La
pulsione andava verso una politica urbana
che affrontasse la questione dello slum nel
contesto di un piano integrato per la città.[13] Andava
in questa direzione la prolungata e frequente
presenza a Dublino, e di riflesso a Cork,
di alcune delle figure di spicco dell'urbanistica
anglo-americana, tra cui Geddes, Mears, Unwin
ed Abercrombie. Questa vitalità si indirizzò,
negli anni precedenti il primo conflitto
mondiale, alla pratica dell'inchiesta e dell'ispezione.
L'importanza di basare un piano urbanistico
su di uno studio generale della città venne
presto riconosciuta nel momento in cui la
logica del paradigma geddesiano - perizia
topografica finalizzata all'analisi finalizzata
al piano - venne espressa nella convinzione
che «la perizia non fosse che lo strumento
di diagnosi dei sintomi dei malanni della
città, per i quali un piano sarebbe poi stato
il rimedio prescrittivo.»[14] Nel
1914 questa azione prese la forma di una
concorso internazionale per la realizzazione
di un suddetto piano per le città di Cork
e Dublino; la proposta vincente, quella di
Patrick Abercrombie e dei suoi partner della
Liverpool University, non venne però pubblicata,
a causa degli stravolgimenti politici in
corso, fino al 1926.
Il Cork Civic Survey si
può considerare
un documento esaustivo e impressionante,
per molti versi tuttora moderno. I più importanti
problemi ivi identificati hanno da allora
dominato le politiche urbane della città.
In linea con l'influenza di Geddes, l'inchiesta
comprendeva un profilo dei modelli dello
sviluppo passato, delle variazioni della
densità, della misura di diffusione delle
aree insalubri, la posizione degli spazi
ed edifici pubblici così come delle reti
di infrastrutture. Costituivano un'importante
risorsa i diagrammi sulle condizioni di scorrimento
del traffico, le proposte per un miglioramento
dei trasporti e l'ubicazione delle industrie
ed una mappa delineante la tendenza di crescita
della città. Nella tipica maniera geddesiana,
l'inchiesta comprendeva mappe, fotografie
aeree, modelli di riferimento e tutto ciò che
avrebbe potuto stimolare l'interesse pubblico.
Il caso del Cork Civic Survey,
se da un lato esprime l'ottimismo post-coloniale
degli autori nei confronti del ruolo di Cork
nel nuovo stato, dall'altro riflette una
generale tendenza britannica d'anteguerra:
nell'affrontare il problema della povertà degli
alloggi la prospettiva suburbana risulta
vincente. Nella convinzione che i bassifondi
fossero «il terreno di riproduzione della
malattia, fisica così come politica, e fonte
di pericolo per tutta la comunità»[15], il Civic
Survey riconosceva la necessità di un
programma di edilizia popolare in periferia
a lungo termine, al quale si diede effettivo
avvio nel 1928. Per quanto concerne la crescita
fisica di Cork, il rapporto prefigurava le
possibilità di espansione delle città satellite,
suggerendo che «la crescita residenziale,
industriale e ricreazionale lungo la costa
e nelle vicinanze del porto era inevitabile»,
oltre che auspicabile.[16]
Parte preponderante dell'inchiesta era dedicata
ai tre principali problemi della città: il
grado di insufficienza ed insalubrità delle
abitazioni popolari, l'inadeguatezza degli
spazi pubblici e la ridotta accessibilità all'isola
centrale. Le mappe illustravano la correlazione
fra gli alti tassi di mortalità ed i distretti
più insalubri stimando che circa 20.000 persone
sul totale di una popolazione di 80.000 abitanti
risiedevano in condizioni abitative inaccettabili.
La distruzione, durante la guerra di indipendenza,
di gran parte del centro medievale costituiva
sì un'opportunità, ma le dimensioni dell'emergenza
costringevano ad indirizzarsi verso una
«redistribuzione di una larga proporzione
della popolazione, che dovrebbe essere portata
avanti nel corso di diversi anni come parte
di uno schema generale di pianificazione
e redistribuzione demografica nello spazio».[17]
Vennero identificate
tre ampie concentrazioni di slum,
tutte posizionate sull'asse
che correva da nord a sud passando attraverso
il vecchio centro medievale: le maggiori
erano ad ovest di Shandon Street e a nord
di Blarney Street, con zone più contenute
alla fine di Barrack Street e nella zona
ovest della Marsh. Tutti gli schemi di edilizia
pubblica precedenti la seconda guerra mondiale,
Commons Road, Spangle Hill, Greenmount e
Assumption Road, furono diretta risposta
al problema delle abitazioni dei bassifondi
individuati nel Civic Survey ed anche
i complessi urbani del dopoguerra hanno seguito
la stessa filosofia di sviluppo su larga
scala su terreni incolti.
I trasporti erano il secondo problema
identificato nel Civic Survey. La
diagnosi del problema rimane tuttora rilevante:
l'alto grado di congestione del traffico
era risultante principale della natura convergente
del sistema stradale nell'isola centrale
e della mancanza di attraversamenti del fiume.
Il piano proponeva quindi la creazione di
un'autorità politica in grado di regolare
e pianificare l'azione del traffico reindirizzando
il sistema stradale e lo sviluppo dei trasporti
alle nuove aree in espansione. La terza deficienza
sottolineata dall'inchiesta del 1926 era
la mancanza di spazi pubblici. Cork contava
solo 0.5 acri ogni 1000 residenti, in contrasto
con i 5.7 acri di Dublino. (I requisiti erano
di 2 ettari, o 5 acri, ogni 1000 abitanti).
L'espansione della città sui terreni bonificati
nel corso del diciottesimo secolo aveva scoraggiato
lo sviluppo di piazze o giardini. Anche a
questo riguardo il piano vede nell'auspicato
decentramento di impiego, industria e popolazione,
corredato da generose individuazioni di spazio
pubblico, la soluzione ai problemi storici
della città.
Sotto molti aspetti dunque il Civic Survey del
1926 ha stabilito una agenda per l'urbanistica
e lo sviluppo della città che è rimasta valida
per quasi sessanta anni. Il Survey forniva
così una base esauriente per un piano regolatore
che avrebbe aiutato a guidare quella «moltitudine
di forze la cui influenza complessiva, scoordinata
nel passato, potrebbe portare nei prossimi
anni, se giustamente indirizzata, una crescita
costante.»[18] Il
rapporto ha fortemente influenzato la teoria
degli sviluppi successivi della città, specialmente
il posizionamento periferico dei nuovi complessi
urbani, la bonifica delle aree degli slum
centrali e la designazione degli spazi pubblici.
In quanto espressione della prima pianificazione
urbanistica, il Cork Civic Survey del
1926 era, insomma, caratterizzato da una
relazione ambigua con la città. L'urbanistica
faceva infatti proprio il rigetto della città industriale
ottocentesca in quanto simbolo di disordine
sociale. La città del diciannovesimo secolo,
con la sua alta densità e stretta commistione
di usi produttivi e residenziali, era considerata
sinonimo di cattive condizioni abitative,
nocive per la salute e foriere di una marcata
sensazione di impossibilità di controllo.
Di conseguenza, le forme di intervento prevedevano
di suddividere la città in unità più piccole,
di ridurre il sovraffollamento attraverso
l'espansione suburbana e lo sviluppo di città-giardino,
di fornire più spazio e più luce all'interno
ed intorno alle abitazioni ed infine di separare
le zone produttive dalle aree residenziali,
denotando in ciò la propria matrice igienista
e normativa. D'altro canto, questa prima
forma di pianificazione implicava la convinzione
fiduciosa che la pianificazione della città,
l'azione municipale, fosse un effettivo strumento
di riforma sociale.[19] Con il rafforzarsi
dei movimenti per la città giardino aveva
preso avvio la tendenza verso una pianificazione
urbanistica omnicomprensiva. A partire dagli
anni '20 era opinione diffusa che tutte le
tendenze contraddittorie dello sviluppo urbano
capitalista potessero essere risolte in una
visione unitaria delineata dai principi di
ordine e coerenza. I temi predominanti nella
pianificazione e nel disegno urbano di Cork
lungo tutto il secolo rimasero infatti una
perdurante insistenza sull'obiettivo della
bassa densità, sulla zonizzazione monofunzionale,
la ricostruzione degli slum centrali e l' espansione
controllata nei sobborghi. Nonostante i successivi
piani di Cork si ponessero come una visione
proiettata nel futuro, forma e contenuti
rimanevano ampiamente determinati dalle precedenti
reazioni contro le problematiche della città ottocentesca.
Nella seconda metà del Novecento, le pressioni
per un cambiamento della pianificazione in
risposta agli sviluppi economici ha spostato
progressivamente l'indirizzo delle strategie
urbanistiche: dalla iniziale gestione dell'estensione
urbana come rimodellamento della città ottocentesca
e dotazione del territorio di un adeguato
sistema di infrastrutture si è passati ad
un «postmoderno» impegno per la conservazione
dell'ambiente, della qualità urbana e per
lo sviluppo dell'attività economica delle
singole aree.[20] Nel corso degli
ultimi decenni, con il mutare del sistema
economico a livello locale, nazionale ed
internazionale, la pianificazione urbana
ha assunto una forma più «privatizzata» e
frammentata;[21] a Cork, ciò che
differenzia in modo fondamentale i nuovi
procedimenti rispetto al Civic Survey è che
la pianificazione, a partire dagli anni '80,
non vuole più rimuovere lo slum ma recuperarlo
reinserendolo nel disegno di una nuova città compatta.
La dispersione della
popolazione all'interno
della regione metropolitana
La geografia della suburbanizzazione,
prevalente lungo tutto il ventesimo secolo,
non fu in alcun modo contrastata da alcun
tentativo di rendere nuovamente il centro
città un luogo in cui vivere. Nel corso di
questo processo, la città di Cork è giunta
a mostrare due caratteristiche spesso associate
alla gran parte dei grandi centri urbani
contemporanei: un declino delle zone centrali
e una crescita principale della popolazione
nell'hinterland dei pendolari e uno sviluppo
incontrollato dei sobborghi. Tra il 1901
ed il 1981 le zone edificate circostanti
la città sono cresciute di cinque volte ed
ogni censimento ha mostrato un progressivo
moto di spostamento della popolazione verso
i sobborghi più nuovi e le adiacenti aree
extraurbane.[22] Questo sviluppo
suburbano, se da un lato è risultato diretto
della crescita demografica, dall'altro riflette
anche la concomitanza della tendenza centrifuga
della popolazione urbana benestante e di
quella centripeta delle popolazioni rurali,
la loro comune e tradizionale inclinazione
a vivere in abitazioni indipendenti circondate
dal verde ed infine il loro nuovo desiderio
di essere vicini ai servizi della città.
La politica del comune ha continuato per
molti anni a rimuovere popolazione dal centro
e a mostrare una spiccata preferenza per
una zonizzazione a funzione singola, tenendo
così separate le zone a vocazione commerciale,
industriale e residenziale. La suburbanizzazione
della popolazione di Cork è risultata dalla
sinergia di forze pubbliche e private. La
decentralizzazione residenziale è stata poi
accompagnata da uno spostamento dell'industria
e degli spazi commerciali. Unica eccezione
a questo processo decentralizzante è stata
la rapida espansione del settore terziario
nell'area centrale, fattore che a sua volta
costituisce una spinta ulteriore verso la
prospettiva residenziale suburbana.
Speculare alla dispersione
della crescita urbana nelle cinture pendolari,
a formare
il paesaggio di città «dormitorio», è stato
il deterioramento e lo spaventoso spopolamento
delle aree centrali. La riduzione della popolazione
dell'inner city era stata incoraggiata - nella
prima parte del secolo - da politiche di
decentralizzazione che si sono dimostrate
benefiche in termini di riduzione della congestione
urbana e di opportunità di riorganizzazione
delle funzionalità dello spazio. Tuttavia,
la scala e la rapidità di questi fenomeni
di declino, combinate con la natura selettiva
della perdita di popolazione in termini di
età e classe sociale, hanno portato allo
squilibrio della composizione sociale e demografica
delle popolazioni residue, all' abbassamento
della base finanziaria del centro e ad un
sottoutlizzo dei servizi e delle infrastrutture
di queste aree, divenute veri e propri ghetti
di povertà, disoccupazione e disagio sociale.[23] Di conseguenza, nacque inevitabile
la necessità di tenere a freno il declino
del centro cittadino e di introdurre politiche
socialmente più sensibili che mettessero
in rilievo il rinnovo piuttosto che la ricostruzione
come premessa di base dell'urbanistica.
Strategie di rigenerazione urbana: Cork
1986-2000
Dopo oltre un secolo
di predominio indiscusso della tradizionale
soluzione decentralizzante,
espressa dall'estensione dei sobborghi a
bassa densità, si assiste, alla fine degli
anni '70, al risveglio di una pianificazione
per le aree centrali della città.[24] Lo
sgombro diffuso ed il comprehensive redevelopment era
ora visto come socialmente distruttivo. Inevitabilmente
questa virata nella direzione della pianificazione
urbanistica verso un maggior coinvolgimento
delle aree più antiche ha portato alla ricerca
di nuovi approcci e ad un cambiamento nelle
filosofie e nei metodi.
A Cork questo
ha preso la forma di un modello di pianificazione
urbana ed
economica integrata, di grossa rilevanza
per le società post-industriali. Gli ultimi
quindici anni hanno visto una rapida crescita
dell'economia nazionale, che ha riposizionato
l'Irlanda e le sue città portuali al centro
della produzione. Una così rilevante e necessaria
trasformazione ha peraltro comportato nuove
tensioni associate alle più complesse strutture
socio-economiche che ha creato. Gli spartiacque
spaziali e settoriali sono divenuti più netti
in quanto gli impatti dello sviluppo economico
hanno favorito in maniera sproporzionata
le aree più ricche. Questo crescente divario
sociale trova espressione spaziale nel conflitto
che sta emergendo tra i centri cittadini
ed i sobborghi, le città e la campagna, le
aree agricole più produttive e gli ambienti
più marginali, e tra la sempre più dominante
metropoli dublinese ed il resto del paese.
Parallela a questa crescita è stata una spinta
di matrice locale, nazionale e comunitaria
verso una politica di pianificazione che
ripone la città al centro dell'analisi e
della crescita. La tradizionale retorica
ruralista ed antiurbana, caratterizzante
l'identità nazionale irlandese,[25] è stata così per
la prima volta messa in discussione dall'Urban
Renewal Act del 1986 e dalle conseguenze
dell'ingresso dell'Irlanda nella dimensione
economica e culturale europea.
Il filo conduttore che lega
il cambiamento del ciclo economico, la pianificazione
urbanistica e l'evoluzione delle politiche
urbane mostra come le sfide poste dal sistema
postfordista abbiano reso inefficaci le tradizionali
azioni di pianificazione urbanistica, spingendo
verso un indirizzo totalmente nuovo. Le trasformazioni
economiche, come ad esempio il passaggio
delle relazioni economiche da un modello
organizzato gerarchicamente - il classico
modello fordista - ad un sistema basato su
reti organizzate orizzontalmente, hanno avuto
immediate ripercussioni spaziali. Anche il
contesto istituzionale è in trasformazione,
sotto la duplice spinta del crescente ruolo
della Comunità Europea nell'area
della politica regionale e dei cambiamenti
nelle pratiche di governance locale.
L'ambito comunitario interessa la pianificazione
attraverso legislazioni per la sostenibilità ambientale
e finanziamenti. A livello del governo locale,
invece, le tendenze chiave sono l'enfasi
sull'accrescimento del potere di intervento
per le autorità locali ed il riconoscimento
della necessità del coinvolgimento delle
agenzie pubbliche in partnership con gli
interessi privati. Attraverso l'uso di strutture
di partnership la rigenerazione urbana cerca
quindi di coinvolgere la partecipazione delle
comunità locali. Questa «democratizzazione» del
processo di pianificazione può permettere
ai gruppi comunitari di apportare una visione
più ampia delle specifiche necessità di rigenerazione
delle singole località, facendo così emergere
forme di rappresentanza più estese e nuove
modalità più cooperative nella costruzione
dei processi decisionali. La democratizzazione
della pianificazione che ne è derivata, espressa
dall'emergere di una effettiva partecipazione
delle comunità interessate, si è concentrata
su questioni a breve - piuttosto che a lungo - termine,
e su misure di intervento circoscritte, piuttosto
che sul gran disegno.
L'esperienza di Cork è importante
in quanto esemplificativa del diverso atteggiamento
delle politiche europee in merito alla pianificazione,
in risposta allo sviluppo economico ed alle
problematiche di politica ambientale risultanti
del processo di integrazione economica. Fattore
critico è il riconoscimento del significato
dell'assetto economico locale nel processo
di sviluppo nazionale e comunitario. La pianificazione
urbana è infatti vista come un aspetto importante
della capacità istituzionale locale di produrre
sviluppo economico.
Negli ultimi due decenni infatti
all'interno dell'ambiente decisionale delle
città europee sono avvenuti cambiamenti significativi.
Questi sono stati determinati dalle necessità delle
aree urbane di favorire ed incoraggiare un
dinamismo economico in grado di garantire
il successo in una economia globale sempre
più competitiva. Una maggiore competitività internazionale
e l'ipermobilità di capitale ed investimento
hanno comportato che le fortune delle aree
urbane siano divenute sempre più dipendenti
da investimenti esteri e da decisioni prese
ben oltre il contesto locale e nazionale.[26] Questi nuovi modelli di governo
e di pianificazione urbana sono stati spiegati
in termini di un passaggio da uno stile manageriale
ad uno imprenditoriale di
governo urbano.[27] Questo ha implicato un cambiamento
di ruolo per le autorità locali, che hanno
ampliato le loro attività passando da un
impegno nelle questioni di welfare a strategie
di rigenerazione economica locale più attive.
Il processo
di governance urbana
a Cork entra in una fase di transizione già dai
primi anni '90. Gli effetti della recessione
degli anni '80 e le susseguenti risposte
del governo nazionale e della Unione Europea
hanno infatti incoraggiato una crescente
intraprendenza in relazione allo sviluppo
economico locale e facilitato l'introduzione
di un nuovo sistema di sviluppo all'interno
della città. Poiché le specificità di ogni
contesto di governo sono prodotto della confluenza
di pressioni locali, nazionali e sovranazionali,
analizzare la configurazione locale di governo
richiede pertanto un esame di pratiche e
procedure specifiche al contesto, che rivelino
le particolarità della risposta locale ai
cambiamenti esterni.
A livello nazionale,
l'introduzione nel
1986 del provvedimento legislativo Urban
Renewal Act, mirava a promuovere il rinnovo
e la ricostruzione delle aree centrali delle
principali città irlandesi creando un clima
finanziario in grado di attrarre l'investimento
privato su larga scala. Questo approccio
al rinnovo ha segnato un nuovo indirizzo
per la politica urbana irlandese, rendendola
fortemente dipendente dal coinvolgimento
del settore privato.[28] A Cork il provvedimento consisteva nell'identificazione
di 35 acri di ben definite aree
degradate del centro storico che avrebbero
beneficiato di incentivi finanziari per il
loro sviluppo residenziale. Questi incentivi
dovevano fornire incoraggiamento ad investitori
e proprietari per operare in zone altrimenti
non autonomamente votate ad un automatico
sviluppo. Riproponendo la città come alternativa
ai sobborghi, lo schema ha messo in essere
un processo di gentrificazione del centro
che sebbene si sia rivelato vincente in termini
demografici, ha comportato impatti sociali
altamente selettivi legati ai meccanismi
di valorizzazione fondiaria che inevitabilmente
ha promosso. Gli indirizzi successivi, nel
riconoscere allo schema la capacità di aver
messo un freno allo spopolamento ed al degrado,
non mancano di sottolineare la necessità di
un processo di rinnovamento urbano che promuova
un approccio olistico, che cioè tenga conto
non solo dell'ambiente costruito ma anche
degli impatti economici e sociali.
E' in questo contesto
che l'Historic
Centre Action Plan è stato commissionato
dal comune di Cork nel 1992 e portato avanti
all'interno del Conservation of European
Cities Programme, con un finanziamento
speciale del Fondo Regionale Strutturale.
La prima fase è stata attuata con fondi
comunitari attraverso il Cork Urban
Pilot Project. Il proseguo è avvenuto
attraverso il Major Initiative nell'Urban
Renewal Project del governo irlandese
negli anni 1994-1999. Il Piano d'Azione
si è quindi posto come l'architrave di
una serie di misure politiche volte al
recupero ed alla conservazione del centro
storico, all'aumento demografico ed occupazionale
ed alla riduzione del livello dei «vuoti
urbani». L'attenzione è qui rivolta alle
potenzialità del ruolo del centro storico
nell'integrare le diverse parti della città attraverso
un procedimento che riporti vitalità economica
nel cuore medievale, migliorandone allo
stesso tempo le qualità ambientali.
Il primo fulcro del programma
di rigenerazione urbana è la promozione degli usi misti del
territorio. In risposta ai problemi di spopolamento,
degrado e disoccupazione dell'area, questa
dinamica di riqualificazione della città elabora
strategie di zonizzazione multifunzionali,
portando a una radicale trasformazione di
parti significative della città. La zonizzazione
monofunzionale era considerata inadeguata
in termini ambientali e contraria all' equilibrio
necessario al progresso dell'area. Centrale è l'intento
di «sviluppare usi misti del territorio,
per creare ambienti diversi e sostenibili,
che siano punti di attrazione per il cittadino
e promotori di attività economica»[29] In secondo luogo, è stata posta
notevole attenzione sull'importanza di re-integrare
il centro storico nel cuore socio-economico
della città. Questo proposito elabora il
concetto di due assi tematici di
sviluppo dell'area centrale tesi a creare
sinergie al punto di intersezione, all'interno
del cuore medievale del centro storico. Introducendo
il concetto di Green Link, connessione
tra la Mardyke, ad ovest della città, fino
ad Emmet Place ad est, e di Activity Link,
tra Blackpool e Shandon a nord con l'area
di Barrack Street a Sud, si intendeva concentrare
lungo due precise direttrici una serie di
iniziative ad hoc volte alla conservazione
ed al recupero funzionale degli edifici storici,
al miglioramento dell'arredo urbano e degli
spazi pubblici, corredate da misure di controllo
del traffico e da iniziative di marketing
della città. Il Green Link est-ovest
era inteso a facilitare lo sviluppo economico
attraverso la promozione di attrazioni turistiche
in città. Mirava quindi a sfruttare le particolari
attrattive lungo questa strada, allungandosi
dal museo della Mardyke fino al centro culturale
e artistico della città in Emmet Place passando
per il quartiere ugonotto. Sfruttando il
potenziale di questo collegamento si intendeva
valorizzare le proprietà pubbliche, pedonalizzare
alcune aree, restaurare gli edifici storici,
cercando di concentrare lungo l'asse attività turistiche.[30]
Complementare
a questa strategia era la Activity Spine nord-sud,
introdotta come anello di congiunzione
tra le due «sacche» di
disoccupazione urbana. Concentrata su North
Main Street e sul «perno» dove questa si
interseca con l'asse est-ovest, la strategia
dell'Activity Spine mirava a migliorare
le prospettive di impiego dei residenti di
quelle aree attraverso la rigenerazione fisica
ed economica della strada. Centrale a questo
proposito era l'avvio di una ripresa delle
attività economiche e commerciali in North
Main Street usando una varietà di misure
tra cui il controllo del traffico, i miglioramenti
dell'ambiente, piani di supporto agli investimenti
privati e la promozione di sviluppi residenziali
e turistici. Questa strategia integrata era
concepita come mezzo per fornire una nuova
e ridefinita visione del ruolo del centro
storico. Combinando turismo e strategie socio-economiche,
il piano di azione utilizzava il concetto
di due secanti come elementi di integrazione
chiave del centro storico.
Questo è di per sé un elemento
fortemente innovatore, in quanto in Irlanda
la stessa idea di «centro storico» aveva
trovato difficoltà ad attecchire. L'intento
di fornire identità alla città attraverso
il restauro del centro storico nasce infatti
dalla considerazione che «il centro storico
incapsula i problemi di una città che lotta
per ridefinire il proprio ruolo.»[31] I
risultati ottenuti e le iniziative intraprese
dimostrano un preciso orientamento che quindi
prescinde dal retaggio della storia «per
diventare ricerca di una diversa cultura
urbana e di una più significativa definizione
della propria identità.»[32]
Come parte di questa
strategia tesa a ristabilire una carica
gravitazionale sul centro storico, è sottolineata
l'importanza di incoraggiare le iniziative
di partnership coinvolgenti il settore privato,
le autorità locali e le comunità e promuovendo
un approccio dal basso verso l'alto, nella
convinzione che «il solo settore privato
non fosse più in grado di promuovere efficacemente
la revitalizzazione del centro città»[33].
Il programma mette quindi l'accento sulla
necessità di costruire alleanze e sinergie
tra i vari attori locali al fine di reclutare
le risorse adeguate per lo sviluppo. Collaborazione,
costruzione del consenso, formazione di alleanze
e risoluzione dei conflitti sono divenuti
parte integrante della strategia, come appare evidente
dalla stretta relazione emersa tra l'autorità municipale,
gli interessi privati ed i commercianti locali: «queste
partnership hanno portato ad un forte impegno bi-partisan,
da parte dei vari attori, per la rigenerazione
complessiva»[34].
Il quadro complessivo
porta a concludere che le forme tradizionali,
reattive e gerarchiche,
di governo locale sono divenute inadeguate
all'effettiva gestione e pianificazione del
processo di rinnovamento urbano a Cork negli
anni '90. E' invece emersa una strategia
di governance più attiva e flessibile.
Questi cambiamenti tuttavia non sono stati
il risultato di riforme istituzionali all'interno
del sistema di governo locale e non implicano
necessariamente un conferimento di potere
alle autorità locali. In effetti questo passaggio
da governo a governance a Cork viene
sottolineato dallo sviluppo di un'imprenditorialità dell'autorità locale
che ha implicato il coinvolgimento degli
interessi privati e l'impegno verso attive
strategie di sviluppo socio-economico.
Proprio i cambiamenti
socio-economici degli anni '80 sono stati promotori della tendenza
verso l'imprenditorialità urbana a Cork negli
anni '90. Ciò è stato accelerato dalla globalizzazione
e integrazione economica, che hanno comportato
la necessità di una risposta più efficiente
alle domande poste da una maggiore competizione
interurbana, mutando così la direzione delle
priorità nelle politiche di sviluppo urbano
e segnando un passaggio della governance urbana
dalla gestione dei servizi pubblici verso
la promozione della competitività economica[35].
E' questa competizione che ha spinto i governi
cittadini ad introdurre una serie di iniziative
politiche di sviluppo urbano, tra cui le
partnership pubblico-private. Espressione
di questo processo è stata l'attuazione dei
programmi di rinnovamento del centro storico
della città di Cork. La nuova strategia di
rinnovo urbano si è manifestata nello stabilirsi
di una coalizione di attori urbani all'interno
della quale l'autorità municipale ha acquisito
un ruolo di leadership nel processo di negoziazione
e coordinamento tra le diverse organizzazioni
pubbliche e private su scala diversificata - sovranazionale,
nazionale, e regionale - mostrandosi capace
di distribuire responsabilità su base selettiva.
Si può quindi asserire che il potere urbano è stato
trasferito da strutture formali di governo
verso reti più fluide di governance,
che hanno rappresentato un rafforzamento
dell'autorità municipale.
Tendenze convergenti e nuovi contrasti
Questo atteggiamento
imprenditoriale contrasta con le pratiche
manageriali dei decenni precedenti.
Le strategie di pianificazione sono così passate
progressivamente dalla gestione dell'estensione
urbana, il rimodellamento della città industriale
del XIX secolo e l'erogazione di adeguati
sistemi di infrastrutture, ad un impegno
per la conservazione dell'ambiente e la qualità urbana,
finalizzato allo sviluppo degli assetti economici
del luogo. Tra le tendenze comuni emerse
negli ultimi due decenni nella pratica dei
sistemi di pianificazione europea va annoverata
la tendenza verso una maggiore flessibilità,
l'abbandono delle rigide regole di zonizzazione
in favore di una multifunzionalità del territorio,
l'attenzione verso lo sviluppo e la conservazione,
cioè verso un approccio strategico dinamico,
basato su piani orientati strategicamente
all'attività economica, che lavorano in partnership con
il settore privato e con il mercato, non
contro di essi[36].
L'approccio modernista della pianificazione
omnicomprensiva è stato quindi rigettato
in favore dell'attenzione sul progetto, l'immagine
ed il suo impatto pubblico; la città è così riconosciuta
come un insieme di «frammenti» facilmente
interscambiabili, mentre l'impostazione urbanistica
prevalente «postula l'infinita flessibilità dello
spazio urbano».[37] Le
negative conseguenze economiche e sociali
di questa attenzione a settori della città,
piuttosto che al suo insieme, risultano evidenti
nella crescita della segregazione spaziale
ed etnica e nell'acutizzarsi della disparità dei
redditi.
Le città d'Europa avevano vissuto
durante gli anni '70 un accentuarsi della
crisi sociale ed economica accompagnata da
un marcato declino della cultura urbana.
Con il progredire della suburbanizzazione
e dei contrasti sociali, la segmentazione
socio-economica della società ha trovato
espressione spaziale. I più antichi quartieri
del centro avevano vissuto un processo di
degrado sociale e fisico, divenendo luoghi 'anomali' ed 'anonimi'.
Molte città stanno ora attraversando una
fase di cambiamento ed il processo sembra
essersi ribaltato. Il consumo ha preso il
posto della manifattura come principale attività economica
e le zone centrali sono state riconvertite
in distretti residenziali ed aree di consumo
e divertimento, divenendo il fulcro della
nuova vitalità urbana. Il rinnovamento e
lo sviluppo dei distretti storici, a servizio
di una nuova popolazione urbana, usa la cultura,
il consumo ed il turismo come strumenti di
rivitalizzazione. Non è però ancora chiaro
se questa vitalità sia reale o sia piuttosto
il frutto dell'immagine creata dai suoi costruttori,
il cui compito è vendere la città stessa.[38] Nelle parole
di Amendola,
«la città nuova postmoderna può agire su
sé stessa solo organizzando la propria offerta
in relazione alla nuova domanda di città.
E' necessario, per vincere la concorrenza,
che la città assuma le caratteristiche desiderate
dal 'mercato' (abitanti, turisti, imprenditori).
Bisogna convincere e sedurre per attirare
la gente, farla restare, farla ritornare.»[39]
La questione rimane se
l'odierna vitalità esibita
dai centri storici sia espressione di una
trasformazione strutturale dell'economia
e di un cambiamento duraturo delle tendenze
demografiche e sociali. Il dubbio è rappresentato
dal forte legame del successo di queste strategie
rigenerative con le opportunità di rilancio
economico.
E' perciò ancora prematuro concludere
che lo sviluppo urbano abbia invertito il
suo corso. La nuova vitalità della città sottopone
segmenti specifici di popolazione a crescente
privazione. Queste vittime sono sempre più visibili:
la loro presenza è testimoniata dai ricoveri
dei senzatetto e dalla crescente decadenza
dei quartieri contigui alle nuove aree "gentrificate".
I contrasti sono espressi dalla crescita
della segregazione residenziale e del razzismo.
E' perciò opportuno rimanere cauti rispetto
a questa inversione di tendenza delle città.
Certamente gli sviluppi qui descritti devono
essere ben accetti, dal momento che l'alternativa
avrebbe portato alla negazione dell'essenza
della città. L'analisi deve però indirizzarsi
agli effetti che questi cambiamenti nella
micro-area hanno sulle zone circostanti e
misurare l'effettiva sostenibilità del cambiamento
nella scala metropolitana.
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