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150° Anniversario Unità d'Italia
Torcuato Di Tella
Italiani in Argentina
Gli ultimi duecento anni
(Spanish)
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unità nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
Se la presenza degli italiani in Argentina supera i duecento anni, ciò è dovuto in gran
parte al fatto che, sin dalla metà del diciottesimo secolo, Buenos Aires era un porto fiorente
grazie al commercio dell’argento del Potosí, che serviva a finanziare il governo locale. In questo panorama non potevano mancare gli italiani, tra i quali figuravano i genitori di
Juan José Castelli, e di Manuel Belgrano e Manuel Alberti, membri della Prima Giunta, e quelli
di Antonio Beruti (originariamente Berutti), che agitava la piazza per entrare nel Cabildo
(Casa di Governo). L’influenza intellettuale dell'emigrazione italiana in Argentina si faceva
sentire attraverso gli economisti illuministi napoletani Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi
e Caetano Filangieri che, in quanto originari di una zona periferica dell’Europa, sostenevano
le tesi tipiche dei pensatori di quelle regioni, a favore di uno Stato attivo che promuovesse,
tra l’altro, lo sviluppo del Paese intervenendo sul mercato e offrendo protezione doganale e
incentivi fiscali agli artigiani e ai primi industriali dell’epoca.
È noto il ruolo di Giuseppe Garibaldi nelle guerre civili e internazionali della zona sud
del continente, dal Río de la Plata a Río Grande do Sul. A lui, in seguito al fallimento
delle rivoluzioni liberali del 1830 o del 1848, si unirono via via molti seguaci di
Giuseppe Mazzini, teorico della repubblica progressista, che anni dopo fu associato, come
Garibaldi, alla Prima Internazionale. La nuova generazione, “del ‘37” creò la Giovane
Argentina, ispirata alla Giovane Italia ed altre simili, creata da Esteban Echeverría, che
era vissuto parecchi anni nell’Europa rivoluzionaria.
Uno di quelli che più se ne intendeva al riguardo era Pietro de Angelis, napoletano liberale radicale, ex “carbonaro”, che era stato portato in Argentina dal Presidente liberale riformatore Rivadavia. Me le sue idee e il suo comportamento andavano via via discostandosi da quelle di coloro che avevano la sua stessa origine ideologica, poiché fu stretto collaboratore del popolare ma dittatoriale regime di Juan Manuel de Rosas (1829-1852). Pubblicò una rassegna di notizie internazionali e interpretazioni degli avvenimenti argentini nel suo Archivo Americano y Espíritu de la Prensa del Mundo, tradotto all’inglese e al francese per dare una maggior risonanza all’estero. Nel contempo pubblicò diversi volumi di studi eruditi e di ristampa di documenti storici, che costituiscono un valido contributo per quanto riguarda la conoscenza della regione [Díaz Molano 1968]. Nelle arti plastiche si distinse Carlos Enrique Pellegrini (padre di colui che sarebbe stato presidente), che arrivò in Argentina come ingegnere e che si dedicò in seguito alla pittura ritrattista con molto successo. Benché di nazionalità francese, le sue radici erano naturalmente italiane.
Le guerre civili nella regione furono un fenomeno assolutamente multinazionale; in tal
senso, si sottolinea l’assedio di Montevideo, durato anni, da parte delle truppe sostenute
da Rosas, che si concluse con la caduta di quest’ultimo. In Montevideo molti liberali
argentini militavano nella difesa, e ne partecipavano anche alcune brigate di residenti
stranieri, molti dei quali con esperienze di lotte nazionali e democratiche in Europa. Su
una popolazione di 31.000 abitanti di Montevideo, a quell’epoca, poco meno della metà erano
uruguaiani. Gli argentini ammontavano a 2.500, gli italiani a oltre 4.000, e i rimanenti
appartenevano ad altri paesi europei.
Dopo la caduta di Rosas, avvenuta nel 1852, ci fu un forte incremento dell’attività di
colonizzazione con immigranti. Nelle vicinanze di Bahía Blanca, molto distante al Sud dalla
frontiera con gli indiani, fu dato il via alla sperimentazione di un organismo molto
specifico, d’ispirazione romana. Si trattava di una colonia agraria-militare, la cui guida
era stata affidata all’italiano Silvino Olivieri, mazziniano amico del linerale antirosista
Bartolomé Mitre (anche lui di origine italiana), che aveva guidato i battaglioni italiani
costituiti durante il conflitto tra l’autonomista Buenos Aires e Justo José de Urquiza,
Presidente della Confederazione dal 1854. I coloni dovevano essere anche soldati, in modo
da gestire autonomamente la loro difesa contro gli indigeni, il che evitava loro di subire
illecite estorsioni da parte dei comandanti di frontiera e dei giudici di pace arbitrari.
L’esperienza, anche se moderatamente positiva sul piano economico, non venne ripetuta in
seguito.
Partecipazione di italiani alle guerre e scontri civili
Negli scontri civili, quasi sempre violenti e talvolta armati, Bartolomé Mitre (Presidente,
1862-1868) riceveva sostegno dalla comunità di immigranti, soprattutto gli italiani. Nella
Guerra del Paraguay (1860-1865) furono presenti battaglioni di italiani, da poco immigrati,
che partecipavano più come mercenari che per motivi ideologici. Agli inizi della presidenza
di Nicolás Avellaneda la situazione economica negativa e i dissapori politici con la
principale forza di opposizione, il liberalismo di Bartolomè Mitre (conocsciuto come
“mitrismo”), provocarono una situazione molto instabile che sfociò in alcuni episodi di
violenza durante la protesta popolare. L’arrivo al paese degli immigranti francesi, che
fuggivano dalla repressione cui erano stati oggetto coloro che avevano partecipato alla
Comune di Parigi (1871), contribuì a diffondere semi di ribellione, ed una certa paranoia o
mania di persecuzione tra i settori abbienti che vedevano il comunismo come una minaccia
alla loro esistenza. Nel 1872 fu istituito un Segretariato locale della Prima
Internazionale. Tuttavia, l’ambasciatore francese a Buenos Aires riferiva ai suoi superiori
che «il presidente è un certo signor Zimmermann, falegname lavoratore e inoffensivo». E
aggiungeva che l’associazione non era segreta, poiché «c’è totale libertà», e la prossima
riunione veniva riportata sui giornali. Non si trattava nella maggior parte di operai,
dichiarava, bensì di «alcuni declassati del giornalismo che cercano di sfruttarli»[].
Agli inizi del 1875, ancora bollenti le passioni scatenate durante la rivoluzione
“mitrista” dell’anno precedente, ci fu un’agitazione anticlericale, in occasione di alcuni
dissensi tra il governo e l’arcivescovado. Nel mese di marzo un movimento di piazza attaccò
e incendiò il Collegio del Salvador, dei gesuiti, il cui bilancio fu di quattro morti, che
«ricordavano le scene della Comune», secondo quanto segnalato dall’ambasciatore francese.
Molti pensavano che le società segrete rivoluzionarie, di matrice socialista o anarchista,
fossero responsabili di quest’agitazione, alla quale si erano aggiunti i mitristi. Verso la
fine dell’anno lo stesso ambasciatore annunciava che una «cospirazione socialista» sarebbe
esplosa nella notte tra il 18 e il 19 novembre, ma che quest’ultima era stata soffocata con
la reclusione di circa 200 persone, per lo più italiani e spagnoli. Come sempre, le voci di
parte imperversavano. Il governo accusava i soliti delusi mitristi, mentre l’opposizione
controbatteva sostenendo che il tutto era stato ordito dal governo[].
Tali agitazioni, a cui partecipavano molti degli immigranti appena arrivati, sommate alla
crisi che provocava disoccupazione, facevano crescere una certa riluttanza verso gli
stranieri. La Nación, organo di stampa del mitrismo, asseriva di aver pronosticato che, con
il governo del provinciale (cioè conservatore) Avellaneda, questi atteggiamenti antimoderni
si sarebbero diffusi con il sostegno o quantomeno l’indifferenza ufficiale. Mitre godeva di
grande prestigio in tutti gli strati sociali della provincia di Buenos Aires, anche se dopo
la sua partecipazione alla rivoluzione del 1874 si era accattivato molte simpatie, poiché
non era più visto come "uomo d’ordine". Era popolare tra il ceto medio porteño, e godeva
dell’appoggio degli immigrati italiani in Argentina. Molti dei dirigenti di quella
collettività erano repubblicani, e durante l’esilio montevideano avevano condiviso con
Mitre e con gli emigrati antirosisti la difesa della «Nuova Troia» contra il governatore di
Buenos Aires Juan Manuel de Rosas. I mazziniani pubblicavano diversi giornali, tra cui
«l’Amico del Popolo», che si dichiarava favorevole ad una forma «moderata e scientifica» di
socialismo. Nel mese di settembre del 1889 fu organizzata un’importante riunione
dell’opposizione nel Jardín Florida, un grande locale di intrattenimento che occupava tutto
un isolato vicino a Retiro. E proprio lì che si formò l’Unione Civica della Giuventù, cui
aderirono da Mitre insieme ad altri liberali fino a Goyena ed Estrada, per i cattolici,
insieme a padri della patria come Vicente Fidel López e Bernardo de Irigoyen, e gente nuova
dello stampo di Aristóbulo del Valle e Leandro Alem. In meno di un anno -aprile del 1890-
erano in grado di riunire trentamila persone in una manifestazione pubblica di opposizione.
Tra i partecipanti erano presenti molti stranieri, ormai la metà della popolazione della
città, situazione che fu segnalata dai loro avversari, ragion per cui gli organizzatori
avevano chiesto che gli stranieri si mettessero da una parte affinché si vedesse che i
numeri non erano tanti.
La posizione degli immigrati nella struttura sociale argentina
Intorno alla fine del XIX secolo le trasformazioni sociali erano di proporzioni difficili
da concepire. L’Argentina si apprestava a divenire uno dei paesi con il più alto tenore di
vita al mondo, sebbene, al suo interno, il problema della distribuzione della ricchezza
fosse assai vivo. Sotto questo aspetto, d’altra parte, non differiva dagli altri paesi
sviluppati dell’epoca, nei quali, allo stesso modo, la miseria e la ricchezza coesistevano
nei grandi centri urbani. Tuttavia in paesi come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia
si era venuta a creare una struttura sociale più egalitaria nelle zone di frontiera,
colonizzate da una popolazione dinamica che aveva avuto maggior accesso alla terra rispetto
a quanto avvenuto in Argentina e che aveva goduto di condizioni di libertà politica e di
possibilità di autogoverno molto prima che tutto ciò si diffondesse anche nel nostro paese.
Il paragone con l’Australia era particolarmente interessante, perché si trattava di un
paese ancor meno popolato dell’Argentina, formatosi con contributi provenienti dall’estero
e, anche se godeva di una certa autonomia era una dipendenza britannica. La differenza
fondamentale rispetto all’Argentina era che in Australia gli immigrati, contrariamente a
quanto avveniva nel Río de la Plata, a quel tempo venivano dalla Gran Bretagna (che
includeva l’Irlanda) e le istituzioni della madrepatria si trasferivano nel nuovo paese in
via di formazione. La partecipazione politica, stimolata dalle tradizioni civiche avanzate
della metropoli, consentì già in tempi brevi la formazione di partiti politici che, in una
certa misura, riproposero lo schema europeo, includendo, a partire dalla fine del XIX
secolo, la forma di un Partito Laburista basato su forti sindacati. In alcuni degli Stati
che formavano la Federazione questo partito giunse al potere e, già nel 1910, governò su
scala nazionale [Di Tella 1983].
In Argentina la divisione della terra in lotti di media estensione fu effettuata solo in
poche zone (specialmente nelle province di Santa Fe ed Entre Ríos). È pur vero che in altre
zone gli immigrati che avessero le conoscenze tecniche e un minimo di risorse economiche
potevano diventare mezzadri, ma non era la stessa cosa. Pertanto, la concentrazione nelle
città, specialmente a Buenos Aires, raggiunse livelli considerevoli e per grandi gruppi di
lavoratori il livello di vita, sebbene più alto di quello che avevano nei loro paesi
d’origine, era comunque assai basso. Ogni volta che si verificavano periodi di
disoccupazione la situazione si faceva tesa. Per la massa degli immigrati, d’altra parte,
l’adattamento al nuovo paese era molto più difficile di quanto spesso non trasparisse dai
racconti, un po’ mistificati, dei loro discendenti. La grande epopea dell’immigrazione
transoceanica fu contrassegnata da lunghi periodi di angoscia e di disorganizzazione
familiare. Molte volte quelli che venivano erano uomini soli, che si lasciavano alle spalle
le loro famiglie. Non erano rari i casi di coppie che lasciavano i figli piccoli con i
nonni con l’intenzione di chiamarli a sé quando “avessero fatto l’America”. Tutto questo
creava un terreno speciale per la proliferazione di fenomeni di protesta più intensi di
quelli che si sarebbero verificati se questo gruppo umano fosse stato locale anziché
transoceanico.
D’altra parte, con la massa d’immigrati — spesso provenienti da aree con scarsa cultura
civica — arrivavano anche minoranze con maggior esperienza politica. Tali minoranze avevano
diverse ideologie che andavano dal repubblicanesimo di sinistra, nel caso degli italiani di
indirizzo mazziniano o garibaldino, al socialismo e all’anarchismo. C’erano anche attivisti
cattolici e sacerdoti, sebbene questi fossero in numero minore. La situazione politica
della massa degli immigrati era assai peculiare, poiché, se da un lato il trauma che
attraversavano li spingeva alla protesta, dall’altro il sentirsi estranei nel nuovo paese
(di cui non acquisivano la cittadinanza) faceva diminuire la loro partecipazione alla
politica locale, soprattutto per quanto riguardava il voto e l’affiliazione ai partiti
politici. Per loro era più facile integrarsi nei sindacati e in altre formazioni che si
occupavano della difesa degli interessi dei cittadini, come le società di mutuo soccorso.
Inoltre, erano avidi fruitori della stampa nella loro lingua madre che gli dava notizie
della patria lontana. In genere costituivano il pubblico ideale per le prediche degli
attivisti della loro stessa nazionalità, ai quali davano più credito di quanto non
avrebbero fatto nei loro paesi d’origine. In tal modo, i fenomeni di protesta sociale che
si originavano in Argentina, come in qualsiasi altro paese, per effetto
dell’industrializzazione e della vita urbana venivano amplificati dal fattore migratorio.
Per contro questa massa di stranieri non si sentiva molto rappresentata dai partiti
politici, soprattutto da quelli che potevano essere identificati come “criollos”, parola
sentita come poco autorevole. Cosa che, al contrario, non avveniva negli Stati Uniti dove
quasi tutti acquisivano la cittadinanza, né in Australia dove tutto ciò non avveniva,
poiché appena scesi dalle navi gli immigrati venivano considerati al pari di tutti gli
altri abitanti del paese.
Durante la seconda presidenza di Roca (1898-1904) l’ingresso degli stranieri arrivò ad una
media di quasi 100.000 all’anno. Di fatto questo fenomeno si stava trasformando in un
cataclisma sociale senza precedenti in nessun altro paese del mondo. Negli Stati Uniti gli
stranieri non superarono mai il 15% totale della popolazione del paese. In Argentina,
invece, tra il periodo di Roca e gli anni venti del secolo successivo, la cifra si
avvicinava al doppio, ossia il 30%. A questa significativa differenza numerica si
aggiungevano altri fattori qualitativi e geografici. Effettivamente, in Argentina la
concentrazione sul Litorale e in città come Buenos Aires e Rosario era molto grande. A ciò
andava ad aggiungersi il fatto che gran parte dei nuovi arrivati si facevano strada ed
entravano a far parte della classe media ed imprenditoriale con più facilità rispetto a
quanto non avvenisse nel nord del paese. Nella categoria degli “imprenditori” commerciali e
industriali e degli operai nelle grandi città del Litorale le percentuali si elevavano a
cifre che superavano largamente i due terzi. Questo fenomeno si manifestò per vari decenni.
Il risultato fu che un settore predominante della borghesia urbana del paese e della classe
operaia era costituito da stranieri, realtà che non trovava corrispondenze analoghe negli
Stati Uniti. In Argentina, d’altra parte, gli immigrati non si naturalizzavano (salvo per
un 2%), mentre in Nord America lo faceva la stragrande maggioranza.
Emergono qui due problemi:
-
Perché gli stranieri in Argentina non acquisivano la cittadinanza?
-
Che effetti aveva sul sistema politico del paese il fatto che una porzione così consistente della popolazione, peraltro appartenente a due settori tanto strategici come la borghesia imprenditoriale e la classe operaia, non avesse accesso al voto?
Gli immigrati che arrivavano in Argentina trovavano un paese molto più “vuoto” rispetto agli Stati Uniti. La solidità del suo governo era molto più discutibile e pertanto non era in grado d’imporsi sui nuovi arrivati. Inoltre a quel tempo gli strati umili della popolazione erano costituiti in buona parte da meticci, con una componente significativa di neri e mulatti nella capitale. Visti gli atteggiamenti razzisti diffusi quasi universalmente, l’italiano o lo spagnolo che arrivava nel Río de la Plata – e ancora di più in altre parti del continente – sentiva di appartenere alla “aristocrazia della pelle” e di essere al di sopra di una buona parte della popolazione locale. Negli Stati Uniti, per motivi simili, l’europeo del sud o dell’est avvertiva che non solo la classe media locale, ma anche la classe popolare era al di sopra di lui, a parte, ovviamente, gli ex schiavi.
L’Argentina doveva agevolare le cose agli stranieri per riuscire ad attirarli e a competere così con la prospettiva di recarsi in Nord America o in Australia e, per far questo, bisognava portare avanti una politica più morbida nei loro confronti. D’altra parte nella classe politica argentina c’era un settore che non desiderava estendere con troppa facilità la cittadinanza agli stranieri, perché ciò avrebbe reso più difficile mantenere il controllo politico. Ma questo atteggiamento trovava un suo equivalente tra i leader delle comunità de immigrati che sui loro giornali criticavano “l’abbandono della patria” da parte di coloro che volevano naturalizzarsi.
Quanto agli effetti sul sistema politico della mancata adozione della cittadinanza da parte
della stragrande maggioranza della borghesia e del proletariato urbano, sono assai
complessi e discussi dagli studiosi. Siamo infatti di fronte ad un paradosso, o ad un
enigma, così composto:
-
Da un lato va tenuto conto del fatto che una parte di questi stranieri aveva un’educazione alta e opinioni politiche, e partecipava attivamente allo schema politico nazionale. Gli italiani mazziniani si schierarono al fianco di Mitre. Più avanti vedremo altri contribuire alle agitazioni operaie, all’anarchismo e al sindacalismo.
-
Dall’altro, va considerato che il fatto che la gran quantità di stranieri non potesse votare indeboliva gravemente quei partiti cui sarebbe andata la loro preferenza. Questi, sicuramente, avrebbero dato vita ad un liberalismo borghese, come quello Mitrista, o ad un movimento operaio laburista o socialista, come quello che in seguito guidò Juan B. Justo. Questi partiti furono comunque presenti, ma la loro forza, il loro radicamento nella struttura sociale e nei gruppi d’interesse fu assai minore rispetto a quello che avrebbero avuto in un paese simile, dove, anziché essere composti da stranieri, fossero stati nazionali[].
Le comunità straniere avevano un’intensa vita associativa, basata su enti assistenziali,
scuole, istituzioni culturali e giornali. Alcuni sindacati, in pratica, agivano come
società di stranieri, vista l’immensa maggioranza di questi al loro interno. Anzi,
l’appartenenza etnica, a volte, dimostrava una base di solidarietà più affidabile rispetto
a quella rappresentata dalla condizione professionale comune. Così, ad esempio, nel 1902 il
Sindacato dei Panettieri della città di Buenos Aires, in seguito a uno sciopero fallito, si
divise in quattro: un sindacato italiano, uno spagnolo, un terzo criollo ed ancora un altro
che prendeva le distanze dal precedente per motivi legati alla leadership[].
Negli anni ottanta, rispetto a certe attività culturali degli italiani, Sarmiento ebbe
delle reazioni che, a prima vista, potevano apparire strane. Nonostante il suo entusiasmo
per l’educazione, non vedeva di buon occhio la presenza di scuole finanziate dalle comunità
straniere, nelle quali, di fatto, l’insegnamento veniva impartito esclusivamente nella
lingua del paese d’origine. In buona misura, l’iniziativa del Congresso Pedagogico
Nazionale patrocinato dal governo fu una risposta a programmi simili degli italiani, i
quali avevano organizzato un proprio Congresso. Le complicazioni potevano arrivare a
colpire lo sviluppo della nazionalità e lo stesso consolidamento geografico del paese.
Sarmiento cita un quotidiano tedesco che
riporta un lavoro sulle future colonie tedesche. L’autore esamina quali possano
essere i paesi nei quali convenga fondare le loro colonie. In primo luogo l’Etiopia. In
secondo luogo le province del sud del Brasile, dove sono già presenti numerosi gruppi di
tedeschi. Infine, la Repubblica Argentina, l’Uruguay e il Paraguay. Questi diversi paesi
non verranno annessi alla Germania con la forza; il governo non si intrometterà nei loro
affari se non per assicurare ai suoi connazionali presenti in quei territori i diritti
garantiti ai trattati. A tempo dato i paesi colonizzati diventeranno di fatto province
tedesche. [Sarmiento 1948b].
Un episodio avvenuto a Montevideo intorno a quel periodo (1882) esemplifica la
preoccupazione di Sarmiento. Due marinai italiani che avevano partecipato ad una rissa nel
porto furono condotti al commissariato dove subirono dei maltrattamenti, a loro dire delle
vere torture. Il capitano di una nave da guerra italiana – che stazionava nella rada
secondo le pratiche del tempo, che permettevano quella presenza permanente – decise di
farsi giustizia da solo. Fece sbarcare un certo numero di ausiliari armati, si recò al
commissariato e liberò i detenuti.
Chi si credeva di essere questo capitano, strillava Sarmiento. Siamo forse un paese della
costa Berbera o dell’Africa dove non esistono istituzioni locali sul senso di giustizia
delle quali si possa fare affidamento? Probabilmente la maggior parte degli stranieri
credeva proprio questo e, senza dubbio, il capitano condivideva questo stereotipo. Non che
Sarmiento approvasse il comportamento della Polizia di Montevideo, ma non poteva tollerare
questo tipo d’interventi che si pretendeva di giustificare come una forma di protezione
verso i propri connazionali. L’integrazione e l’inserimento dello straniero diventava,
dunque, un argomento di assoluta priorità, perché poteva pregiudicare il consolidamento
della nazionalità. Impedire la formazione di queste potenziali colonie attraverso
l’istruzione laica, gratuita e soprattutto obbligatoria era una parte importante della
soluzione. In questo modo, alle forze — in fondo non troppo potenti — che in Argentina
potevano essere sinceramente interessate all’educazione per motivi umanistici, andavano ad
aggiungersene altre più lungimiranti [Clementi 1984; Devoto 2003; Romero 1994, Sábato e
Cibotti 1986, 1988].
Le correnti ideologiche all’interno del movimento operaio
Nel 1894 avviarono delle trattative tra i vari nuclei ideologici e settori sindacali per
formare un Partito Socialista. Questi gruppi erano divisi per nazionalità: c’erano i
tedeschi di Vorwaerts, i francesi di Les Égaux, gli italiani del Fascio dei Lavoratori e un
gruppo argentino, chiamato il Centro Socialista. Il partito si formò definitivamente solo
nel 1896, ma già da due anni si avvaleva di una pubblicazione, «La Vanguardia», diretta da
Juan B. Justo. Dal 1897 gli anarchici avevano un organo permanente, La «Protesta Humana» (in
seguito semplicemente «La Protesta»), destinato a perdurare, e inoltre la promozione delle
sue attività culturali ed educative fu molto intensa. Tutta questa attività preoccupava
enormemente gli osservatori della scena politica che cercavano la causa di tanta
agitazione. La massiccia affluenza di immigrati era un fattore facilmente individuabile e,
sebbene non fosse l’unico, aveva senz’altro molto a che vedere con tutto ciò. Lucas
Ayarragaray, scrittore cattolico liberale di prestigio, affermava che dal 1880
l’immigrazione per «correnti collettive», ossia promossa dallo stato o dalle associazioni
industriali, aveva sostituito quella «individuale o di piccoli gruppi», generando
un’alterazione fondamentale nell’ambiente operaio, giacché la gente che arrivava era assai
meno qualificata.
Il primo maggio 1909 la consueta manifestazione per celebrare tale ricorrenza
internazionale scatenò una repressione ad opera del capo della Polizia Ramón Falcón, con un
bilancio di dodici vittime. La protesta, tanto da parte degli anarchici quanto dei
socialisti, si fece ancor più minacciosa. Alla fine dell’anno un giovane anarchico russo,
Simón Radowitzky, lanciò una bomba contro l’odiato capo della Polizia, causandone la morte.
La reazione ufficiale e paraufficiale non si fece attendere. Gruppi di militanti di destra
attaccarono le sedi dei partiti e dei giornali di sinistra, come La Vanguardia e La
Protesta, causando numerose vittime e un’ondata xenofoba. Un anno dopo il terrorismo
anarchico tornò a vendicarsi facendo esplodere una bomba nel Teatro Colón, durante una
delle celebrazioni del Centenario. Il Congresso sancì in breve tempo una Legge sulla Difesa
Sociale, per complementare quella sulla Residenza, che agevolava l’espulsione degli
stranieri e attribuiva pieni poteri per perseguire le organizzazioni sospettate di
inclinazioni violente o anarchiche.
I nuovi partiti: Radicalismo e Socialismo
Il malessere nelle campagne, soprattutto tra i mezzadri, ebbe un picco speciale nel 1912
nella vasta zona cerealifera tra il sud di Santa Fe e il nord di Buenos Aires, dove quasi
tutti erano emigranti italiani. Lo sciopero fu provocato dal ribasso del prezzo del grano,
mentre invece gli affitti, fissati in pesos, si mantenevano stabili. I dirigenti erano tre
italiani, Francisco, José e Pascual Netri, gli ultimi due sacerdoti del posto e il primo
influenzato da idee di sinistra. I radicali e i socialisti cercarono di ottenere risultati
politici intervenendo nel conflitto, che solo col tempo, e dopo episodi di violenza, si
ricompose, lasciando tuttavia focolai di risentimento tra gli attori coinvolti. Questo
episodio, conosciuto come il “Grido di Alcorta”, per la località che ne fu l’epicentro,
preoccupò oltremodo Juan Álvarez, un tipico membro dell’élite liberal-conservatrice
dell’epoca aperta ai temi del sociale, così come Roque Sáenz Peña, come lui molto
preoccupato per i possibili sovvertimenti se non ci fossero stati a breve degli sviluppi
nel campo delle riforme. Álvarez fu l’autore di un importante Estudio sobre las guerras
civiles argentinas (1914) che fa un passo avanti
rispetto alle ricerche realizzate in precedenza su questo tema. Non considerava più che
semplicemente fossero i caudillos a mobilitare le “masse ignoranti”. Aveva esplorato i
fattori economici capaci di spingere queste masse a protestare contro l’ordine delle cose
imperante e a cercare un’alternativa nei caudillos locali, che gli assicuravano che
avrebbero protetto il loro stile di vita. Inoltre, stabiliva una correlazione tra le
proteste sociali e le oscillazioni dei prezzi, correlazione che dimostrava come le crisi
scoppiassero in coincidenza dei tentativi rivoluzionari (1874, 1880, 1890, 1893). La
ribellione radicale del 1905, invece, sarebbe fallita rapidamente perché la congiuntura era
in ripresa [Álvarez J. 1914]. L’autore tiene a segnalare che quello di Alcorta era un
«movimento isolato che preannuncia disordini più gravi nel futuro». Per evitare che i
mezzadri, espulsi dai propri possedimenti, finissero a Buenos Aires trasformandosi nelle
nuove bande di ribelli, era necessario assicurargli l’accesso alla proprietà. In caso
contrario,
migliaia di famiglie torneranno ad essere di troppo, il giorno in cui, per una qualsiasi ragione, i grandi proprietari decideranno di produrre allevamenti anziché cereali. Uno sciopero sanguinoso è un fenomeno ben più grave e pericoloso delle rivoluzioni provinciali [Álvarez 1914].
Come risultato del Grido di Alcorta, che durò tre
mesi e coinvolse una gran quantità di gente, venne fondata la Federazione Agraria Argentina
(FAA), diretta da Esteban Piacenza, con forti influenze di sinistra. La FAA stabilì un
accordo d’azione congiunta con la FORA di orientamento sindacalista (chiamata FORA IX per
distinguersi dagli anarchici del V Congresso). Nonostante questo inizio, Piacenza finì per
simpatizzare con il fascismo, come altri dirigenti della sinistra [Arcondo 1989; Grela
1918].
Nel Radicalismo dei primi tempi c’era un elemento di nativismo antistraniero, enfatizzato
all’interno del partito da alcuni settori piuttosto che da altri. Ricardo Caballero, che fu
vice governatore di Santa Fe (1912-1916), si definiva di tradizione federale e sottolineava
l’appoggio che l’Unión Cívica Radical (UCR) aveva tra «le arroganti corporazioni creole di
stivatori, cocchieri, braccianti delle baracche, mandriani e tenutari delle grandi fattorie
e lavoratori di piazza del quartiere dei vecchi mattatoi». Caballero confrontava questa
situazione con quella della Lega del Sud, di Lisandro de la Torre (precorritrice del
Partito Democratico Progressista) la quale, dice, “ha preso su di sé l’ingrato compito di
nazionalizzare stranieri di qualsiasi origine e condizione a scopi elettorali”, ottenendo
l’appoggio della “plutocrazia di Rosario, dei grandi affaristi dei poderi, dei coloni
italiani e i loro figli”. L’invasione straniera, a suo giudizio, minacciava lo stesso
partito ufficiale del roquismo, il Partito Autonomista Nazionale (PAN), che «cominciava a
perdere la sua fisionomia creola; con leader del tipo di un tale Caietano Ganghi, nato a
Napoli, che operavano all’interno dei comitati, sostituendo i caratteristici e indomiti
capi parrocchia» [Caballero 1975, 138-140].
Ganghi era un personaggio particolare in Argentina, ma molto comune negli Stati Uniti. Lì
proliferavano gli individui che fornivano agli immigrati i documenti per ottenere la
cittadinanza, sperando di assicurarsi in cambio il loro voto. I partiti nordamericani,
naturalmente, erano quelli che organizzavano queste attività. In Argentina, nonostante
questo caso poco comune, in generale gli stranieri non si naturalizzavano. E questo non
perché i partiti locali non cercassero di ottenere il loro appoggio, bensì, perché tra la
maggior parte dei nuovi abitanti era molto forte la riluttanza a perdere la propria
cittadinanza d’origine, come aveva già notato Sarmiento.
In ambito socialista, col passare del tempo, il partito si evolse in una forma di
ortodossia socialdemocratica che lo isolò alquanto dall’ambiente politico locale. Juan B.
Justo rifiutava la “politica creola” e pensava che il processo migratorio sarebbe
continuato con la stessa intensità per decenni. Ciò avrebbe reso possibile una forma
d’azione diversa da quella che di fatto, invece, si impose in misura sempre maggiore, dal
momento che continuava ad esserci una comunità creola assai numerosa che cercava un’altra
forma di espressione. Si affrontava questa incertezza ogni qual volta i dirigenti del
partito o del sindacalismo in generale si recavano all’interno del paese, per favorire la
formazione dei sindacati. Nel 1905 il dirigente operaio Gregorio Pinto, continuando
l’impegno intrapreso da un suo compagno, Adrián Patroni, cercò di organizzare a livello
sindacale i lavoratori dello zucchero. Tuttavia non ottenne alcun effetto duraturo, poiché
per smuovere la gente del posto bisognava «esercitare il ruolo di monarca di uno stato autoritario»[]. E lui si rifiutava di agire in questo modo. Forse non avrebbe potuto farlo
neanche se avesse voluto. Anni dopo avrebbe commentato, un po’ scettico:
Abbiamo contribuito senza volere a far sì che l’organizzazione (a Tucumán) non continui. Con le pratiche corporative acquisite non siamo stati capaci di dire ai braccianti “andate là”, “rimanete qui”. Gli abbiamo detto “l’assemblea risolverà”, la commissione, gli statuti… “non ci sono capi tra di noi”…e continuo a credere che così ho fatto il mio dovere, ma mi duole dover dire che i braccianti dello zucchero continuano ad essere monoteisti. Senza un idolo non c’è lotta [Pinto1909, 451].
La preoccupazione degli attivisti operai per il concetto di “idolo” era comune a quei
tempi. Il giornale sindacalista rivoluzionario «Acción Socialista» enunciava, in un
editoriale intitolato Génesis del ídolo, che «l’imbecillità del popolo lo crea e il
caudillo non può che essere l’archetipo dell’imbecille»[]. Questo scrittore, evidentemente, non si preoccupava di offendere né il suo
pubblico né le autorità. Sicuramente pensava che il progresso storico avrebbe spazzato via
questi residui del passato e dell’ignoranza e che coloro che non appartenevano al settore
illuminato del popolo non si sarebbero presi la briga di leggerlo.
Nel 1908 si presentò una buona opportunità di mettere alla prova la capacità dialettica dei
socialisti locali di fronte a una visita inaspettata, quella del dirigente del Partito
Socialista italiano, diventato riformista, Enrico Ferri. Questi, venuto a tenere una serie
di conferenze, argomentò che in un paese senza un’industria forte il socialismo non si
poteva radicare e, pertanto, sarebbe stato meglio che il partito avesse adottato il nome di
Radicale o Radical-socialista, contendendo la posizione che a torto occupava quel "Partito
della Luna" (l’UCR radicale), guidato da un misterioso ed imperscrutabile caudillo, Hipólito
Yrigoyen (che fu Presidente, 1916-1922, e 1928-1930). Justo gli rispose che tanto
l’Australia quanto la Nuova Zelanda, pur non contando su un’industria forte, avevano
partiti laburisti importanti e questo grazie alla presenza di un sindacalismo precoce,
stimolato dalla carenza di mano d’opera. L’Argentina, come l’Australia, poteva non essere
industrializzata, ma presentava uno sviluppo capitalista abbastanza progredito, tanto nelle
campagne quanto nel commercio e nei servizi. Ferri replicò che il partito australiano,
caratterizzato da una corrente moderata all’interno della sua piattaforma politica (simile,
in questo, a quella argentina) poteva dirsi più radicale che socialista.
In realtà, Ferri sbagliava nel sottolineare l’esistenza di punti in comune tra i laburisti
australiani e i radicali europei, poiché vi era una differenza di classe, fondamentale, nel
loro elettorato. Per giunta, perché chiamare il movimento guidato da Yrigoyen "Partito della
Luna", caratterizzazione che ovviamente Justo condivideva? Justo e molti altri del suo
tempo, non solo socialisti, ma anche anarchici e intellettuali progressisti, credevano che
il flusso massiccio di immigranti europei sarebbe continuato, trasformando il paese in una
vera e propria Australia latina, riducendo la quantità dei nativi ad un numero poco
significativo, relegato nel profondo entroterra. Il problema, tuttavia, era che quel paese
moderno, e specialmente la sua classe operaia urbana e la borghesia industriale e
commerciale, era formato da un’enorme porzione di stranieri privi del diritto di
cittadinanza. Il pubblico normale di un partito socialista, così come quello di un partito
liberal borghese serio, era relativamente assente dai comizi. Il paese politico, il paese
che votava, non era moderno, fatta eccezione per i proprietari terrieri, che controllavano
il partito conservatore (con questo o un altro nome) e spingevano alle urne i loro
braccianti e i settori clientelari della classe media nativa. I Radicali, per poter
competere dal punto di vista elettorale, dovevano appoggiarsi ai settori alternativi di
questo paese arcaico e, pertanto, non potevano fare altro che tramutarsi in un "partito
della Luna", ossia, in un populismo diretto da settori marginali delle élite [Ferri 1908;
Justo 1908; Testena 1911].
Il Fascismo ebbe molta influenza in Argentina, non solo tra la comunità italiana residente.
Questa, soprattutto nei suoi settori borghesi, ebbe simpatie per il regime che imperava
nella Penisola, ma senza mostrare un particolare attivismo politico. L’influenza si diffuse
piuttosto attraverso gli intellettuali nazionalisti, e dei gruppi del clero e delle Forze
Armate. Il fenomeno si manifestò anche in altri paesi della regione, principalmente in Cile
e in Brasile, sebbene nemmeno in questi stati riuscì ad affermarsi tra la comunità
immigrata attraverso i suoi principali programmi di partito. In Cile si manifestò nella
dittatura chiaramente ispirata al regime mussoliniano del Generale Carlos Ibáñez
(1927-1931), che tuttavia non lasciò tracce particolarmente profonde nel sistema politico
nazionale. In Brasile si impose fra le fila dei giovani militari, e cioè i tenenti, che
furono protagonisti di due importanti ribellioni armate, nel 1922 e nel 1924, e che in
seguito influenzarono il regime varguista, specialmente dopo l’instaurazione dell’Estado
Novo dittatoriale (1937-1945) che adottò elementi della legislazione del lavoro e della
legislazione corporativa italiane, senza però riuscire ad organizzare un partito di massa.
Quando Getúlio Vargas venne deposto da un golpe militare liberale, in 1945, stavolta riuscì
ad organizzare due partiti politici popolari, nessuno dei quali aveva simpatie fasciste.
Durante gli anni trenta era esistito un importante movimento fascista con simpatie
hitleriane, l’Integralismo, che ebbe molti seguaci, sebbene non arrivò mai al potere [Di
Tella 1993; Di Tella e Devoto 1998; Rojas Flores 1993; Spina Forjaz 1978]. In Argentina
molti militari e civili aderenti al golpe del 1943 contro il governo conservatore
fraudolento, esistente dal 1930, avevano simpatie fasciste e franchiste. Tra loro si
annoverava Juan Domingo Perón che, senza dubbio, aveva ricevuto anche influenze apriste e
del cardenismo messicano. Il movimento politico da lui creato, sebbene continuando a
mantenere quel tipo di elementi nel suo seno, li andò lentamente scartando. Il peronismo, a
differenza del fascismo, ebbe come suoi principali nemici le classi alte del paese, i cui
equivalenti in Italia, al contrario, diedero un forte appoggio al Duce [Di Tella 2009;
Piñeiro Iñíguez 2010].
Alla fine degli anni trenta, tra gli esiliati antifascisti arrivarono in Argentina il
filosofo marxista Rodolfo Mandolfo e il sociologo Gino Germani che si distinsero nella
cultura argentina. Già prima era arrivato un nutrito gruppo di socialisti e di membri del
gruppo Giustizia e Libertà, ispirato dai fratelli Rosselli, come Sigfrido Cicciotti (figlio
del più conosciuto Ettore), che era di ritorno da una tappa più rivoluzionaria, e Nicola
Cilla, che poi sarebbe diventato la colonna dell’Italia Libre, nonché liberali come Curio
Chiaraviglio e i suoi fratelli, nipoti di Giovanni Giolitti che si consideravano “liberali
ereditari”, oltre che giornalisti come Mario Mariani e E. Giovanola. Questo gruppo, con
l’appoggio dell’industriale Torcuato Di Tella, organizzò il gruppo Italia Libre e partecipò
alla Conferenza di Montevideo del 1942, diretta dal Conte Sforza (del quale si pensò
potesse arrivare ad essere “ il De Gaulle italiano”), a cui concorsero esiliati di diversi
paesi del mondo. Da Buenos Aires giunsero anche fondi per consolidare la Concentrazione
Antifascista, diretta dal socialdemocratico Filippo Turati che, inoltre, faceva pubblicare
la pagina umoristica «Il Becco Giallo», di Alberto Giannini. Già nel 1929 aveva visitato
l’Argentina il socialista di orientamento sindacalista soreliano Arturo Labriola. A Buenos
Aires operavano anche i fratelli Mosca, editori de «L’Italia del Popolo», della sinistra
radicale [Castelli 1999]. Tutto questo gruppo si scontrò duramente con il settore militare
nazionalista che salì al potere con il golpe del 1943 e con il suo erede, Juan Domingo
Perón.
Il dopoguerra e le rinnovate relazioni commerciali e industriali
Nel dopoguerra, già prima che iniziasse il “miracolo italiano”, le relazioni commerciali si
intensificarono e si rinnovò il flusso dell'emigrazione italiana in Argentina, raggiungendo
per alcuni anni gli altissimi livelli dell’inizio del secolo (sebbene, su di una
popolazione totale argentina assai maggiore). Questo flusso apportò lavoratori qualificati,
tecnici e industriali. Tra questi ultimi si distinse Agostino Rocca, creatore di un gran
complesso industriale e di servizi, la cui famiglia, a differenza di ciò che era accaduto
in quasi tutti i casi simili cinquant’anni prima, mantenne sempre un piede in Italia e un
altro in Argentina. Anche ai livelli più popolari e a quelli dei professionisti dedicatisi
alle scienze sociali o alla tecnologia si fanno sempre più numerosi i casi di famiglie che
mantengono un piede nella Penisola e un altro nel Río de la Plata. Coloro che portano
cognomi italiani sono saliti fino ai livelli presidenziali e sono sempre più frequenti i
personaggi che si distinguono in molti ambiti e categorie professionali che adottano la
doppia nazionalità, a tal punto che si potrebbe dire che da questo lato dell’oceano esiste
una specie di Quebec italiano o di Australia latina. “L’eccezionalità argentina” sta
sparendo con il superamento dei traumi che hanno lasciato più di mezzo secolo di lotte
interne e dittature. E così come l’Italia aiutò a popolare l’Argentina, forse l’Argentina
contribuirà in un prossimo futuro a “ripopolare l’Italia con italiani”, come si sente dire
sempre più spesso nella Penisola.
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| How to cite : Di Tella, Torquato, Italiani in Argentina. Gli ultimi duecento anni, Trad. it. di Italianos en la Argentina. Los últimos doscientos años , «Storicamente», 7 (2011), art. 28, DOI 10.1473/stor107, http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/di_tella_it.htm |
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