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Tito Menzani *
La bonifica
fra cultura economica e ambientale.
Il caso delle valli emiliano-romagnole (secc.
XVII-XVIII)
Abstract & Metadata
Sono andato a dire addio alla valle del Mezzano [...].
Chi l’avrebbe detto quand’eravamo in tinella, sperduti
nella tua immensità, che te ne saresti andata prima di noi? Tu
che eri sulla faccia della terra da millenni, da quando ti chiamavi
Padusa ed il Po, disarginato e sfrenato come un cavallo brado, si
riversava in te mescolando le sue alle acque degli altri fiumi,
sicché non si capiva dove fosse il mare1.
1. La
bonifica in prospettiva culturale
Il tema della bonifica ha sollecitato una produzione storiografica
particolarmente ricca. Dall’età antica a quella
contemporanea, la necessità dell’uomo di modificare il
territorio per adattarlo alle proprie esigenze ha rappresentato un
veicolo di cambiamenti istituzionali, economici e tecnici. E così,
molto spesso, la bonifica è diventata un fattore di
modernizzazione e sviluppo, e come tale ha richiamato l’attenzione
di studiosi di diversa formazione. La storiografia ha affrontato
l’argomento da varie angolazioni, perché la storia della
lotta dell’uomo contro le acque è storia istituzionale,
dell’agricoltura, del pensiero politico, del diritto,
dell’impresa, della cultura igienico-sanitaria, solo per
individuare alcuni dei principali ambiti interpretativi2.
A lungo gli storici si sono soffermati sugli aspetti istituzionali
della bonifica, ossia sui processi politici di elaborazione degli
interventi sul territorio, innescati da mutamenti di assetto, contese
territoriali, o relazioni fra gruppi d’interesse, con varie
alchimie nel rapporto fra pubblico e privato. Parallelamente, sono
stati approfonditi gli aspetti di carattere tecnico, sia perché
la bonifica è proceduta anche sull’onda di importanti
innovazioni, che hanno via via consentito una migliore gestione delle
acque, sia perché i saperi legati agli aspetti di controllo
idrogeologico del territorio raramente sono rimasti confinati in
questo ambito, e hanno conseguentemente influito –
positivamente – sul progresso di attività
protoindustriali e industriali. E ancora, sono stati analizzati gli
esiti dell’attività di prosciugamento e
irreggimentazione delle acque, in termini di progresso agricolo, di
antropizzazione, o di crescita delle aree urbane3.
Più di recente, invece, è emerso un nuovo filone
d’interesse, che mette in relazione la bonifica con la cultura
economica e materiale. In questo senso, si vuole risalire alle
motivazioni intrinseche che hanno originato determinati interventi
ambientali, per comprendere – attraverso lo studio dei progetti
– che tipo di visione e considerazione del territorio si è
avuta nelle epoche passate. È abbastanza scontato che l’idea
di palude che si poteva avere nel medioevo è radicalmente
differente da quella ottocentesca, quando la cultura di uno
sfruttamento intensivo e razionale del suolo aveva già
ampiamente impregnato il senso comune. Ma quest’ultimo
paradigma è a sua volta differente dalle elaborazioni
culturali degli anni settanta e ottanta del Novecento, che in un
certo senso – sull’onda dell’ecologismo e delle
sensibilità ambientali – hanno riattualizzato le idee di
una certa naturalità e genuinità dell’acquitrino,
inteso come oasi faunistica da preservare contro l’avanzata di
una civiltà in buona parte responsabile sulla distruzione
dell’ambiente4.
Ad epoche storiche differenti – e ad aree geografiche
differenti – corrisponde una diversa cultura della bonifica,
dell’ambiente, del territorio e del suo sfruttamento economico.
E in questa direzione molte piste di ricerca sono ancora da
percorrere, e anzi il dibattito in merito appare assolutamente vivace
e degno d’interesse. Una delle fonti privilegiate per questo
genere di indagini è, come si è già anticipato,
l’analisi dei progetti di bonifica relativi ad un determinato
territorio, perché attraverso di essi si può capire
moltissimo in fatto di cultura economica e dell’ambiente.
Innanzi tutto, il «problema idraulico» che sollecita il
progetto ci ragguaglia sulla principale motivazione della bonifica,
che può essere di carattere difensivo, ossia per evitare
periodici allagamenti, o igienico-sanitario, perché la palude
alimenta le febbri malariche, o ancora esclusivamente economico, per
ricavare terra coltivabile in un’area altrimenti non sfruttata.
Oltre a questi aspetti, ogni progetto ci dice anche che tipo di
razionalità sottendeva alla cultura dell’ambiente,
perché in certi casi si voleva solo separare stabilmente la
terra dalle acque, in altri, invece, si cercava di prosciugare
completamente l’acquitrino. Mentre il primo caso è
tipico dell’età medievale e moderna, quando la palude
era considerata un elemento naturale del paesaggio, e pure una
risorsa economica, il secondo rivela una razionalità tipica
degli ultimi secoli, di dominio dell’uomo sulla natura,
attraverso interventi profondi e radicali volti ad eliminare tutto
ciò che è poco produttivo e a promuovere uno sviluppo
di carattere capitalistico5.
In questo contributo, si vuole proporre un confronto fra due
progetti, destinati a risolvere il medesimo problema idraulico, ossia
i continui e gravi allagamenti e impaludamenti che interessavano una
vasta area di pianura compresa tra Bologna, Ferrara e Ravenna. Qui,
nel corso dell’età moderna, il Reno, il Po di Primaro e
altri fiumi spagliavano le proprie acque in maniera disordinata e
sposso incontrollata, tanto che per vari secoli il territorio fu
caratterizzato dalle cosiddette «valli», ossia degli
acquitrini particolarmente vasti e dai confini mutevoli, che
rendevano problematico e disagevole l’insediamento dell’uomo,
le coltivazioni agricole e le attività produttive in genere.
Il primo progetto che si vuole considerare è quello di Gian
Battista Aleotti, datato 1601 nella sua versione definitiva6.
Il secondo, invece, è quello di Giovanni Antonio Lecchi,
successivo di oltre un secolo e mezzo, dato che risale al 17677.
Nel corso del Seicento e della prima metà del Settecento, le
condizioni del territorio emiliano-romagnolo qui considerato mutarono
in maniera non troppo significativa, e allo stesso tempo il grado di
sviluppo tecnologico non cambiò radicalmente, per cui possiamo
dire con una certa approssimazione che gli strumenti tecnici a
disposizione di Aleotti e di Lecchi erano i medesimi. Certamente la
scienza galileiana aveva fatto i suoi progressi, così come lo
Stato della Chiesa, fiorente e ben organizzato agli inizi del
Seicento, sarebbe stato in significativo declino un secolo e mezzo
più tardi, ma si tratta di questioni che non inificiano il
nostro confronto. Più che altro, come vedremo, i due progetti
sono strutturalmente differenti, perché ubbidiscono ad
orizzonti culturali diversi, che implicano esigenze di trasformazione
territoriale altrettanto discordanti.
Va anche ricordato che i progetti idraulici qui considerati, così
come tutti gli altri delle medesime fasi storiche, non erano
elaborazioni scientificamente astratte, ma tenevano conto di
interessi concreti, che li sottendevano e determinavano. Infatti,
data la contrapposizione politica fra bolognesi, ferraresi e
romagnoli, la bonifica diventava un vero e proprio terreno di
scontro, per cui nei singoli progetti si ritrovano tentativi di
favorire questa o quell’altra parte o di cercare una
mediazione. Tuttavia, se l’insieme degli interessi in campo
poteva indubbiamente incidere su certe scelte tecniche, pare
difficile credere che potesse condizionare la cultura dell’ambiente
propria di chi redigeva materialmente il piano di intervento. Quindi,
nel presente contributo, si lascerà sullo sfondo l’analisi
dei condizionamenti «politici» nei confronti di Lecchi e
Aleotti, perché non funzionali al tipo di analisi che qui si
vuole fare.
In sintesi, si vuole affrontare un caso locale in generale abbastanza
studiato – la bonifica nella pianura emiliano-romagnola
centro-orientale – da un’ottica essenzialmente nuova, in
linea con le tendenze storiografiche più recenti e con una
metodologia aggiornata ma allo stesso tempo solida. Il contributo
euristico che emerge da questo studio, poi, non ha esclusivamente una
valenza locale, perché si inscrive in un dibattito di più
vasta portata, relativo alla transazione da una cultura economica di
antico regime ad una di carattere protocapitalistico, che conteneva
già molti di quegli ingredienti che avrebbero trovato adeguato
sviluppo tra Ottocento e Novecento.
2.
L’assetto del territorio
Prima di calarci nell’analisi dei progetti di Aleotti e Lecchi
è necessario ripercorrere per sommi capi l’assetto del
territorio qui considerato dalla fine del Cinquecento alla seconda
metà del Settecento. Si tratta di un periodo nel quale varie
trasformazioni intervennero a modificare l’ordine idraulico
della pianura bolognese, ferrarese e ravennate, ma nessuno di questi
cambiamenti ebbe un carattere risolutivo e radicale, per cui –
come anticipato – i problemi che si presentavano a cavallo tra
il XVI e il XVII secolo e quelli della metà del XVIII secolo
erano molto simili, e soprattutto avevano origine dalle medesime
cause8.
In questo paragrafo, quindi, si forniscono le informazioni generali e
fondamentali sulle caratteristiche idrogeologiche di questo
territorio, mentre i singoli dettagli – magari mutati fra
l’inizio del Seicento e la metà del Settecento –
si ritroveranno consustanzialmente all’analisi dei progetti.
La zona compresa tra Bologna, Ferrara e Ravenna è parte della
più vasta pianura padana, nata per effetto delle alluvioni
millenarie provocate dai fiumi alpini e appenninici nelle loro
cangianti traiettorie. Nell’alta pianura emiliano-romagnola, la
lieve inclinazione altimetrica fu sufficiente perché i
torrenti si escavassero autonomamente il proprio alveo conoidale,
senza che occorressero troppi interventi umani per regolare il
deflusso. Invece, nella pianura media, e ancor più nella
cosiddetta «bassa», dove l’inclinazione è
molto ridotta, i fiumi tendevano a interrire i letti con i propri
detriti di origine montana e collinare, e si elevavano sul piano
della campagna, con conseguenti spagliamenti d’acqua9.
Dall’antichità, lungo i secoli medievali, fino alla
prima età moderna, l’azione dell’uomo si esercitò
innanzi tutto attraverso opere di arginatura che contenessero le
portate dei torrenti. In caso di rotte, però, era spesso
impossibile ripristinare la situazione precedente, e il fiume si
escavava un nuovo alveo, che a sua volta poteva venire arginato.
Questa instabilità è storicamente cronica nell’area
a ridosso del Po di Primaro (o Po d’Argenta), ramo meridionale
del Po che fungeva da collettore principale dei fiumi appenninici, e
che era letteralmente circondato da aree paludose e acquitrini
collegate da riazzi torrentizi, che oltre a «valli»
prendevano a volte il nome anche di «lame»10.
L’interrimento dei fiumi principali, come il Reno o i vari rami
del Po, non significava solamente un rischio di esondazioni, ma anche
un danno per i commerci fluviali, all’epoca frequentissimi,
dato che la navigabilità dei corsi d’acqua era
fortemente compromessa. Per questo, nel corso di tutta l’età
moderna, un ingente volume di risorse fu impiegato nel riescavo degli
alvei dei principali fiumi navigabili11.
Infine, dato che l’azione dell’uomo poteva modificare in
maniera significativa il paesaggio, anche solo con un’arginatura,
un taglio o una disalveazione, le dispute idrauliche fra le comunità
locali limitrofe furono accesissime, e fonte di tensioni, conflitti,
particolarismi. Questa situazione fece sì che nel corso del
Seicento e della prima metà del Settecento venissero eseguiti
un buon numero di piccoli interventi, spesso di natura locale, ma che
non si trovasse mai una concordanza fra bolognesi, ferraresi e
romagnoli per un progetto di ampia portata. I principali ingegneri
idraulici dell’epoca, ingaggiati ora dall’una ora
dall’altra parte, elaborarono piani che beneficiavano una zona
piuttosto che un’altra, con il risultato che nessun progetto
trovò mai una unanimità di consensi12.
Questo immobilismo, in sintesi, è la principale ragione della
similitudine idraulica dell’Emilia-Romagna al tempo di Aleotti
e a quello di Lecchi.
3. Il
progetto di Giovan Battista Aleotti
Giovan Battista Aleotti, noto anche come l’Argenta, dal nome
della città in provincia di Ferrara dove era nato nel 1546 fu
uno dei principali architetti e ingegneri emiliani di tutta l’età
moderna. Quando, novantenne, si spense a Ferrara, lasciava un
patrimonio di scritti e di realizzazioni materiali assolutamente di
rilievo, tanto che ancora oggi rappresenta una figura degna di grande
interesse storico13.
Seguace di Andrea Palladio, a lui si devono molte costruzioni civili
e religiose, nonché importanti interventi idrogeologici. Molti
suoi lavori riguardarono i territori compresi tra il Po di Venezia e
il Po di Primaro, per cui è a ragione considerato uno dei
principali esecutori della bonifica ferrarese14.
Nel 1594, per ordine di Alfonso II d’Este, duca di Ferrara,
Modena e Reggio chiuse una grave rotta del Po di Primaro a Lavezzola.
A seguito di questo intervento d’urgenza, iniziò a
considerare la possibilità di un nuovo assetto delle valli
comprese tra Bologna, Ferrara e Ravenna che ampliavano i propri
confini – con grave danno per le comunità limitrofe –
a seconda delle stagioni e delle piene del Reno, del Po di Primaro e
degli altri fiumi di origine appenninica.
Nel 1598 mandò una prima relazione a papa Clemente VIII, nella
quale prospettava una robusta attività di bonifica delle valli
di ferraresi, bolognesi e romagnole, fino al mare Adriatico. Un anno
dopo, la medesima relazione, con alcune modifiche, fu inviata al duca
di Modena Cesare d’Este insieme al Disegno delle valli
bolognesi, imolesi, romagnole e ravegnane che documentava lo
stato del territorio in destra al Primaro e i relativi suoi progetti
per la sistemazione15.
Al progetto di Aleotti furono mosse varie critiche, in particolare
dal ravennate Cesare Mengoli, che scrisse un breve trattato in
merito16.
A seguito di queste disapprovazioni, Aleotti compilò una nuova
versione del proprio progetto, in buona misura analoga a quella
originaria, in cui però si preoccupava di smontare le
obiezioni che gli erano state mosse da Mengoli. Questa redazione
manoscritta fu poi stampata nel 1601 e rappresenta, dunque, la
versione ultima del piano di bonifica di Aleotti. In sede
storiografica, questo volume è generalmente chiamato Difesa,
dal primo vocabolo di un titolo molto più lungo, che
oltretutto richiama lo spirito dell’opera, ossia una
confutazione delle tesi di Mengoli per ribadire lo spirito del
progetto originario17.
Non ci interessa assolutamente, in questa sede, una collazione delle
varie redazioni del progetto e della cartografia allegata. Ci basti
sapere che dalla prima relazione a papa Clemente VIII, nel 1598, alla
pubblicazione della Difesa nel 1601, non ci fu alcuno
stravolgimento, per cui la sostanza del piano di Aleotti rimase
sostanzialmente inalterata.
La necessità di un intervento di bonifica nell’area
compresa fra Bologna, Ferrara e Ravenna derivava, secondo Aleotti,
dal carattere aleatorio dell’assetto idraulico, per cui –
contrariamente a quanto avveniva in altre porzioni di territorio –
il confine tra aree irrigue e asciutte non era affatto stabile. Al
contrario, a seconda delle precipitazioni, e quindi delle piene, le
valli si ingrandivano a danno di aree coltivate o abitate, e
rendevano particolarmente precaria la vita delle comunità. I
fiumi con una portata maggiore, e dunque responsabili dei principali
allagamenti, erano il Po e il Reno. Il primo si divideva addirittura
in varie diramazioni, a partire dalla zona di Ficarolo dove un ramo
principale – detto Po Grande – procedeva lungo il confine
attuale tra Emilia e Veneto, fino a sboccare in Adriatico all’altezza
di Porto Tolle, mentre un ramo secondario, detto Po di Ferrara,
scendeva a lambire l’omonima città, per poi dividersi a
sua volta in due diramazioni, cioè il Po di Volano, che
attraversava la provincia estense, e il Po di Primaro che correva
lungo l’attuale confine fra le province di Ferrara e Ravenna.
Il Reno, a sua volta, si immetteva nel Po di Ferrara, e ne ingrossava
le acque al punto da provocare frequentemente delle esondazioni.
Proprio il tratto più meridionale del Po di Primaro era
letteralmente circondato da zone vallive, ossia paludi che sovente
arrivavano a nasconderne il letto, e che occupavano complessivamente
centinaia di migliaia di ettari18.
Queste aree acquitrinose, poi, erano ulteriormente alimentate dai
fiumi di origine appenninica, compresi tra il Reno e il Lamone,
nonché dalla rete di canali che interessava la pianura che
serviva a scolare verso nord le acque piovane. Se la zona a sinistra
del Po di Primaro, compresa tra quest’ultimo e il Po di Volano
era storicamente in buona parte allagata, l’area alla sua
destra era sensibile delle variazioni maggiori, con valli che
diminuivano o crescevano di grandezza a seconda delle stagioni. La
prima che si incontrava procedendo da Ferrara all’Adriatico era
quella di Marrara, fra Malalbergo, S. Martino e Ospital Monacale, ed
era alimentata dal Savena e dallo Zena. A sud-est di questa, si
trovavano le valli di Mar Morta e d’Argenta, che molto spesso
erano unite e comprese fra Molinella, Conselice, S. Biagio e appunto
Argenta. Queste erano accresciute dalle acque dell’Idice, del
Quaderna e del Sillaro. Il Santerno, invece, affluente del Po di
Primaro e in buona parte arginato, la lambiva lungo il tratto
orientale e segnava il confine con la valle successiva, detta di
Ravenna (o Ravegnana), che andava da S. Biagio a S. Alberto, ma che
era intersecata dalle acque del Senio, anch’esso in parte
arginato, per cui appariva divisa fra un bacino occidentale ed uno
orientale19.
Questa lunga fascia, da Ferrara a S. Alberto, era perennemente
ridotta ad un acquitrino dai contorni precari. Il progetto di Aleotti
era volto ad alleggerire il carico di acque che gravavano su questo
territorio attraverso un più agevole scolo delle stesse in
Adriatico e una serie di manufatti che avrebbero consentito
un’adeguata irreggimentazione idraulica. Il principio
fondamentale applicato da Aleotti era una deviazione degli alvei dei
fiumi appenninici nel loro tratto finale, a ridosso delle aree
acquitrinose, in modo che la loro portata non gravasse né
sulle paludi più occidentali né sul Po di Primaro. In
questa maniera, le zone allagate di Mar Morta e d’Argenta erano
alleggerite, ma a danno di quella di Ravenna, più prossima
all’Adriatico:
Che si debbano levare i fiumi Sillaro e Santerno, quello
che più non venga nella valle d’Argenta e questo nel Pò,
dove sbocca di preferente, e per quel luogo, ò luochi, che
sarà giudicato, ò giudicati migliori, si debbano
insieme condurre nella valli di Ravenna, che sono trà i fiumi
Santerno, e Senio20.
Per evitare un sovraccarico della valle Ravegnana occidentale, poi,
il Senio era a propria volta dirottato interamente nel bacino
orientale:
Frà tanto si debba chiudere il Senio in quel
luogo, che sarà giudicato più a proposito, per che non
venga più nel Po per il suo vaso solito, e che gli sia fatto
un’alveo nuovo, che lo conduce nella nelle valli di Ravenna,
che sono tra’l Senio e il Lamone, […] dove ancho di
presente corre, aprendoli la strada, perché la sua acqua colà
scenda con la maggiore facilità possibile21.
Il Po di Primaro, quindi, veniva alleggerito delle acque del Santerno
e del Senio, in modo da ridurre di molto il rischio di esondazioni;
allo stesso tempo, tutte le valli alla sua destra venivano rese
comunicanti attraverso una serie di «bocche», per cui
dalla zona di Marrara le acque sarebbero tutte gradatamente scolate
sino alla valle di Ravenna. Alla messa in comunicazione di queste
valli, si aggiungeva la creazione di un nuovo alveo, da realizzarsi
«in quel luoco, che sarà più à proposito
giudicato et eletto», ma comunque all’interno della zona
paludosa, e da essa separato attraverso degli argini. Questo nuovo
letto avrebbe accolto le acque del Sillaro, del Santerno, del Senio e
infine del Lamone e le avrebbe condotte direttamente a sfociare in
Adriatico. In pratica la disalveazione dei fiumi, immessi nelle
valli, per bonificarle con le bellette, avrebbe gradatamente creato –
con l’aiuto di appositi interventi22 – un nuovo alveo più elevato e rettilineo che sarebbe
corso entro le valli e parallelamente al Po di Primaro fino al mare:
Et intanto che sua fatto un’Alveo capace dei fiumi
Santerno e Sillare atraverso del fiume Senio […]: il quale
Alveo congiunga le valli, che lì sono una di qua e l’altra
di là da detto fiume, acciò le acque de sudetti fiumi,
poste nelle valle sudette tra’l Santerno e Senio, passino senza
difficoltà nelle valli inferiori, […] e che […]
sia serrato il vaso del Pò, perché le acque che egli
porterà non si confondano con le torbide de’ detti
fiumi: Ma siano portate al Mare da per se23.
Per evitare interferenze con il Po di Primaro, a monte di
Sant’Alberto, quest’ultimo fiume sarebbe stato deviato,
perché passasse a nord del fienile della famiglia Coccapani,
per poi essere ricondotto nel proprio alveo e sfociare in Adriatico.
Il letto del Po bypassato a sud del fienile dei Coccapani sarebbe
stato utilizzato per immettervi le acque provenienti dal Sillaro, dal
Santerno, dal Senio e del Lamone, che poi avrebbero imboccato l’alveo
appositamente scavato che le avrebbe condotte a sboccare in località
Testa d’Asino, ossia poco a sud della foce del Po di Primaro;
Sia fatto derivar un cavo novo preparato che porti
queste acque tra’l Pò e le valli di Comacchio, in quella
parte del Pò che sarà restata di sotto dalla
intestatura fatta di sotto dal fenil nuovo de’ Coccapani, per
condur l’acque de sudetti fiumi dal lato verso la valle di
Savarna, nella sacca di Testa d’Asino; chi ciò eseguito
si dice che le valli di Marrara et d’Argenta haveranno
un’Alveo, il quale porterà le sue acque senza
impedimento alcuno al Mare et che li paesi loro adiacenti
ritorneranno allo stato, nel quale furono già venticinque e
trenta anni passati24.
Nell’assetto immaginato da Aleotti, il rischio maggiore era
riposto nella valle Ravegnana, anello ultimo di quella concatenazione
volta ad alleggerire il carico delle acque da occidente a oriente.
Se, per una qualche ragione ci fosse stata un’esondazione,
questa sarebbe molto probabilmente occorsa nei tratti fluviali più
prossimi al mare, e dunque proprio la valle di Ravenna si sarebbe
espansa, a danno dei territori circostanti, ossia delle comunità
di Savarna, Mezzano e Alfonsine25.
Per evitare questi rischi – evidenziati da Cesare Mengoli –
Aleotti proponeva due interventi complementari. Il primo riguardava
un robusto complesso di arginature delle valli stesse, che sarebbero
state racchiuse entro un lunghissimo terrapieno: «Et perche li
terreni adiacenti alle valli di Ravenna, per le quali passaranno li
sudetti fiumi, non patiscano né d’inondazioni, ne nemeno
d’iscolazione, si circonderanno le valle dette d’Argini
gagliardi, et sicuri»26.
Il secondo intervento, invece, riguardava le acque basse di quella
zona, ossia la rete di canali, imperniata sul collettore Fosso
Vecchio, che raccoglieva le acque piovane e le instradava verso le
valli stesse, in modo che l’alta pianura non rimanesse allagata
in caso di precipitazioni. Per evitare un sovraccarico, Aleotti
proponeva di condurre queste acque «a passar con botte sotto i
fiumi fatti di nuovo, acciò possino commodamente iscolare per
di sotto da essi nel Pò, ricettacolo solo d’acque
chiare, dicendosi che per rispetto della loro caduta, et della
bassezza, à che converà stare il Pò, sgombro da
sudetti fiumi, che scolaranno felicemente»27.
Pur se quest’ultimo intervento pareva di difficile
realizzabilità, la bonifica proposta da Aleotti si fondava su
un importante assunto. Il Po di Primaro non doveva più essere
l’unico fiume della zona a sboccare in Adriatico, ma ad esso si
andava ad aggiungere un «Alveo» che raccoglieva le acque
del Sillaro, del Santerno, del Senio e del Lamone; le portate di
questi quattro fiumi, quindi, non avrebbero più alimentato le
valli, né avrebbero sovraccaricato il Po di Primaro, e
conseguentemente, l’area paludosa si sarebbe ritirata. Non
solo, ma poiché le valli erano tutte messe in comunicazione
attraverso le «bocche», le acque sarebbero gradatamente
scolate da quella altimetricamente più elevata – Marrara
– a quella più bassa – Ravegnana –,
attraverso le zone di Mar Morta e d’Argenta. E per evitare che
questo deflusso gonfiasse pericolosamente la valle di Ravenna, questa
sarebbe stata circondata da argini e alleggerita delle acque basse
dei canali, convogliate nel Po di Primaro attraverso delle botti.
Pur se ridisegnava ampiamente l’assetto idraulico, il piano di
Aleotti non stravolgeva il territorio; basti pensare che le zone
acquitrinose non scomparivano affatto, ma semplicemente si
riducevano. Più che altro l’escursione stagionale veniva
molto ridotta attraverso la messa in comunicazione delle aree
paludose e l’arginatura di quelle altimetricamente più
basse; più che una vera e propria trasformazione, quindi,
Aleotti ricercava la governabilità idraulica (cfr.
cartina 1).
4. Il
progetto di Giovanni Antonio Lecchi
Giovanni
Antonio Lecchi nacque a Milano nel 1702, e sempre in questa città
sarebbe morto nel 1776. È considerato uno dei più
importanti ingegneri idraulici italiani del XVIII secolo, sebbene si
sia votato a questa materia solamente oltrepassati i cinquant’anni.
Entrato nell’ordine dei gesuiti, infatti, si dedicò
innanzi tutto alla matematica, disciplina che insegnò
all’Accademia di Brera dal 1738 al 1773. Dopo varie
pubblicazioni, in particolare relative all’algebra, alla
geometria e alla trigonometria28,
nel 1757 diede alle stampe un primo scritto di idraulica teorica29.
Tre anni dopo, sempre a Brera, affiancò all’insegnamento
di matematica quello di idraulica. Nelle opere successive, le
tendenze alla matematizzazioni e gli impianti teorici – fatti
di applicazioni algebriche alla dibattuta questione della misura
della velocità e della portata delle acque – avrebbero
lasciato gradualmente il posto ad una maggiore concretezza e
praticità30.
Negli
anni sessanta del Settecento, su richiesta di papa Clemente XIII,
Lecchi si occupò della secolare controversia relativa
all’assetto idraulico nelle province di Bologna, Ferrara e
Ravenna. In particolare, assieme al veneto Tomaso Temanza e al
toscano Giovanni Verace, fu impegnato in un sopralluogo delle zone
vallive, a seguito del quale scrisse una Relazione sullo stato
del territorio31.
Questo primo scritto, pubblicato nel 1767, fu accompagnato
dall’edizione di un Piano per l’inalveazione delle
acque danneggianti il Bolognese, il Ferrarese e il Ravennate,
ossia un progetto meglio definito, che indicava le soluzioni
per risolvere il disordine idraulico32.
Infine, dopo essere stato rimosso dall’incarico, e pochi anni
prima di morire, Lecchi pubblicò anche delle Memorie
idrostatico-storiche nelle quali rendeva ragione degli aspetti
pratici del progetto e delle soluzioni compromissorie attuate per
questioni contabili, tecniche o politiche33.
Contrariamente
a quanto accaduto per il progetto di Aleotti – rimasto, di
fatto, inattuato34 – il piano di Lecchi trovò effettiva, ma non integrale,
applicazione, e ridefinì l’assetto idrografico della
pianura romagnola, bolognese ed estense, dandole una struttura che –
salvo qualche variazione successiva – è in buona parte
analoga a quella attuale35.
Lo stesso Lecchi diresse i lavori fino al 1772, quando fu sostituito
da Giannandrea Boldrini, a sua volta rimpiazzato da Giovanni Attilio
Arnolfini nel 1785; i lavori furono poi completati da Giovanni
Battista Giusti insediatosi nel 178936.
In
questa sede, però, non ci interessa tanto la realizzazione
materiale del piano idraulico di Lecchi, bensì l’analisi
del progetto, che conteneva due fondamentali elementi di novità.
Il primo era una sostanziale divisione fra un sistema idraulico di
acque alte, cioè dei fiumi arginati, ed uno di acque basse,
cioè di acque piovane e vallive raccolte dai canali di scolo.
In questa maniera, con opportune arginature, le acque dei fiumi e
quelle delle valli non sarebbero state comunicanti, ma irreggimentate
in maniera tale da essere autonome le une dalle altre.
Per
le acque alte, il progetto di Lecchi seguiva le intuizioni di
«idraulici» precedenti, ossia prevedeva di fare del Po di
Primaro il nerbo del deflusso in Adriatico. Questo avrebbe raccolto
le acque del Reno, del Quaderna, del Sillaro, del Santerno e del
Senio e le avrebbe convogliate verso il mare. Naturalmente occorreva
sistemare adeguatamente l’alveo, con alcuni drizzagni, e
soprattutto con una robusta arginatura che mettesse al riparo dal
rischio di rotte ed esondazioni. In particolare, bisognava evitare
che le acque del Po di Primaro e degli altri fiumi appenninici
potessero confondersi e mescolarsi, come invece accadeva molto
spesso, con quelle delle paludi vallive a ridosso del suo corso37.
Questa prima parte di lavoro era descritta da Lecchi come
relativamente semplice e rapida, perché non si trattava che di
assecondare una «naturale» inclinazione delle acque ad
incamminarsi lungo determinati percorsi;
Affermiamo, che il Reno dalla Rotta Panfilj già
si è fatta una gran parte della sua inalveazione, e cavamento
in mezzo alle sue colmate, e nel restante suo corso già
chiaramente ci ha indicato la via, che si è aperta, e si va
disponendo fino al Primaro con l’unione già fatta dei
principali influenti del Bolognese, e della Romagna. Noi teniamo per
certo che sarebbe per lo meno un grande azzardo il tentare ora altre
linee diverse da quella unica, sulla quale corre già il Reno,
e vi si sono incamminati da gran tempo tutti gli altri fiumi: che qui
non fa bisogno di nuove dispendiosissime escavazioni; ma basta che
con l’arte si pongano in opera le forze immense del fiume ad
iscavarli, ad ampliarsi, e perfezionarsi la medesima sua già
incominciata inalveazione fino al mare38.
Il
secondo elemento di novità era relativo al sistema idraulico
delle acque basse, cioè piovane e vallive, che rischiavano di
ristagnare nella pianura a ridosso degli argini dei fiumi,
impossibilitate ad immettersi nei loro letti. Lecchi, infatti,
progettò un lungo canale a destra del Po di Primaro, che
sarebbe corso parallelamente a quest’ultimo, e che avrebbe
funto da collettore per tutti gli scoli di acque basse. In pratica,
sarebbe stato realizzato un cavo in grado di raccogliere tutte le
portate dei canali della bassa pianura e di convogliarle in
Adriatico. Dato che questo collettore sarebbe stato parallelo al Po
di Primaro, avrebbe intersecato tutti i fiumi appenninici affluenti
di quest’ultimo, e poiché il sistema progettato da
Lecchi poggiava sulla separazione tra acque alte e basse, occorreva
realizzare delle «botti», cioè delle sottovie
idrauliche, per evitare la mescolanza della portate. In pratica,
questo «scolo più universale fino al mare», come
lo definì Lecchi, avrebbe sottopassato il Sillaro, il
Santerno, il Senio e così via fino a sboccare in mare poco più
a sud della foce del Po di Primaro:
Ci parrebbe perfetta la nostra rappresentanza –
scriveva Lecchi –, quando si fosse potuto estendere il nostro
nuovo canale di scolo ad isboccare libero nel Mare, tra la foce del
Primaro, e quella del Lamone, prolungandolo per altre 22 miglia.
[...] In questo parere siamo senza molta pena convenuti [...], per la
somma utilità, e necessità di poter’asciugare
tutte le più depresse Valli Ravegnane, il fondo delle quali è
bensì più basso del pelo di Primaro alla Beccara, anche
nella sua magrezza, ma è assai più alto del pelo basso
del Mare. [...] Sappiamo benissimo, che a primo incontro parrà
una novità, la quale per l’addietro ad altri non è
caduta in mente. Ma rispondiamo che tutti gli altri Scrittori non
ebbero altra mira, che di risanare le superiori Campagne più
alte del Poggio, di Malalbergo, di Digliolo ec., e di dare a tutte
queste lo scolo. Ma poi non pensarono allora a preparare lo scolo
alle Valli più basse di Lugo, di Fusignano, di Buonacquisto,
di Medicina, di Durazzo, della Corla, di Marmorta, di Argenta. Or se
a queste ancora si può dare la salute, chi vorrà
vietarlo?39.
L’idea di Lecchi di separare le acque alte da quelle basse e di
scolare queste ultime in Adriatico attraverso un collettore unico era
molto originale, e soprattutto ubbidiva ad uno scopo assolutamente
nuovo, e cioè quello di «asciugare le valli»,
ossia di eliminare in maniera radicale e definitiva l’acquitrino.
Anche se questa parte di progetto non sarebbe stata realizzata per
motivi di budget, di difficoltà tecnica e di
opposizione «politica» – ma l’idea di Lecchi
sarebbe stata rivisitata e realizzata nel Novecento40 – rappresentava decisamente una svolta nel dibattito
sull’assetto idraulico della pianura compresa fra Bologna,
Ferrara e Ravenna. La palude cessava di essere considerata una parte
del paesaggio, ma diveniva, nella razionalità di Lecchi, un
elemento negativo, e come tale da eliminare. Anche se le valli non
erano completamente improduttive, dato che consentivano la pesca, e
la raccolta di canne e strami, si trattava comunque di aree
economicamente più marginali rispetto a quelle appoderate e
coltivate. Dunque, l’area paludosa era percepita da Lecchi come
«un gran disordine», ed era necessario attuare una
bonifica con l’intenzione di «asciugare tutte quelle
immense campagne, le quali si chiamano Valli»41.
Tanto più, che tra il 1764 e il 1767 una grave carestia
aveva interessato il Bolognese e – in misura meno drammatica –
anche altre province limitrofe, per cui la possibilità di
strappare terre coltivabili all’acquitrino era avvertita da
Lecchi come un’urgente necessità. Per questo, il suo
«scolo più universale fino al mare» era un
progetto autenticamente originale, dato che ubbidiva al bisogno di
trasformare il territorio anziché limitarsi a governarlo (cfr.
cartina 2).
5.
Conclusioni
Da un punto di vista tecnico, sia Aleotti che Lecchi immaginavano la
bonifica come un processo di agevolazione del deflusso delle acque in
mare. Il problema della pianura compresa fra Bologna, Ravenna e
Ferrara – su questo erano concordi – derivava da una
difficoltà di scolo delle acque dovuto a pendenze
insufficienti. Accadeva, quindi, che i fiumi non riuscissero a
scavarsi una strada verso l’Adriatico, perché i loro
letti tendevano ad interrirsi e le loro acque si aprivano vie
continuamente nuove, in un assommarsi di meandri, allagamenti,
spagliamenti.
Toccava, quindi, all’uomo dare un ordine a questo caos
idraulico, con interventi di arginatura, escavo degli alvei, e
raddrizzamento dei tragitti, in modo da rendere più facile il
deflusso in mare. In questo senso, sia Aleotti che Lecchi erano
abbastanza d’accordo; unicamente, mentre il primo preferiva
ripartire il carico su due corsi d’acqua – il Po di
Primaro, che riceveva il Reno, e un nuovo «Alveo» che
raccoglieva il Sillaro, il Senio, il Santerno e il Lamone – il
secondo aveva optato per una soluzione più audace, con il Po
di Primaro adeguatamente arginato che raccoglieva tutte le affluenze.
Questa irreggimentazione dei fiumi, e cioè delle cosiddette
acque alte, provocava una difficoltà di scolo delle acque
basse e vallive, che già di per sé tendevano
all’impaludamento, ma che erano ulteriormente bloccate nello
scolo per gravità dalle arginature. In un certo senso, quindi,
la costruzione di argini e terrapieni risolveva il problema dello
scorrimento dei fiumi, ma aggravava quello del deflusso vallivo.
Sulla risoluzione di questo problema, Aleotti e Lecchi proponevano
soluzioni radicalmente differenti. Il primo aveva escogitato un
sistema di messa in comunicazione di tutte le valli, in modo che, per
gravità, le acque confluissero principalmente in quella di
Ravenna, che sarebbe stata circondata da un robusto terrapieno. In
questo modo, in caso di variazioni del livello dell’acqua a
seguito di piogge, l’escursione maggiore sarebbe stata proprio
in quest’ultima, e senza effetti negativi perché gli
argini erano stati pensati proprio per reggere ad un simile carico.
Nelle valli più a monte, conseguentemente, si sarebbe avuta
una escursione molto più modesta, con il risultato di un
mantenimento della palude entro confini certi. Lecchi, invece, aveva
immaginato la costruzione di un lungo canale di scolo, in grado di
raccogliere le acque basse e vallive e di dare loro sfogo in mare, in
maniera da risolvere il cronico problema degli acquitrini e rendere
asciutta una vasta porzione di territorio.
In sintesi, i progetti di Aleotti e di Lecchi avevano diversi punti
in comune, ma ubbidivano anche a due culture bonificatorie
differenti. Aleotti aveva come obiettivo la creazione di un sistema
idraulico in cui le terre paludose e quelle asciutte fossero divise
da un confine stabile, e dunque non soggetto a modificazioni durante
i cicli stagionali, quando si potevano avere piene o piogge. In un
certo senso, il suo piano prevedeva la messa in sicurezza di
determinati territori, in modo che l’attività umana non
venisse posta a repentaglio dagli allagamenti che periodicamente si
registravano, con il consueto seguito di morti e danni materiali. A
Lecchi questa prospettiva non bastava più, perché gli
premeva asciugare l’acquitrino – «dargli la
salute», come scriveva lui stesso in maniera molto efficace –
allo scopo di sfruttare in maniera produttiva un territorio
altrimenti incolto.
Questa differente visione della bonifica derivava innanzi tutto dal
diverso contesto culturale nel quale erano maturati i due ingegneri
idraulici. Aleotti si era formato in età Rinascimentale,
quando le scienza e la tecnica avevano appena acquisito una dignità
autonoma, scissa da considerazioni extrascientifiche42.
Inoltre, Aleotti era anche un architetto, e in quanto tale la sua forma mentis era orientata a considerare l’armonia,
l’equilibrio e la concordanza come temi imprescindibili del
paesaggio e delle creazioni umane, che quindi si componevano di
sintesi fra aspetti ed elementi differenti43.
Lecchi, invece, aveva respirato l’atmosfera del secolo dei
lumi, e per di più si era occupato a lungo di matematica, per
cui era dotato di una razionalità molto più incisiva e
pregnante44,
che si ritrova appunto nella radicalità di un progetto di
bonifica, il quale non si limitava a governare una situazione, ma
puntava alla metamorfosi del territorio. In questo senso, Lecchi
appare già molto vicino all’Ottocento e alla cultura
economica dell’efficienza, per cui lo sguardo al paesaggio
diviene all’unisono un giudizio su ciò che è
produttivo e ciò che non lo è affatto o che lo è
meno. E la lotta contro la palude, che nella sua sistematicità
parte da Lecchi – almeno per il caso bella bassa fra Emilia e
Romagna –, diventa una lotta per l’affermazione di una
razionalità del territorio, che sminuisce quegli elementi di
armonia fra paesaggi differenti che invece si ritrovano ampiamente
nella visione aleottiana.
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| Questo articolo
si cita: T. Menzani, La bonifica fra cultura economica e ambientale. Il caso delle valli emiliano-romagnole (secc. XVII-XVIII), «Storicamente», 6 (2010), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/menzani_bonifica_ferrarese_renana.htm |
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| DOI 10.1473/storxx provvisorio
Data di pubblicazione
14 ottobre 2010
Versione
portatile
Note
1 F. Serantini, Addio alle valli, Ravenna, Edizioni del
Girasole, 1981, 191.
2 Tra i principali contributi, cfr. L. Gambi, L’insediamento
umano nella regione della bonifica romagnola, Roma: Cnr, 1949;
G. Porisini, Bonifiche e agricoltura nella bassa valle padana
(1860-1915), Milano, Banca commerciale italiana, 1978; T.
Isenburg, Acque e Stato. Energia, bonifiche, irrigazione in
Italia fra 1930 e 1950, Milano, Franco Angeli, 1981; C. Poni, Fossi e cavedagne benedicon le campagne: studi di storia rurale,
Bologna, Il Mulino, 1982; P. Bevilacqua e M. Rossi-Doria, Le
bonifiche in Italia dal ‘700 ad oggi, Roma-Bari, Laterza,
1984; F. Cazzola, La bonifica del Polesine di Ferrara dall’età
estense al 1885, in Consorzio della grande bonificazione
ferrarese, La grande bonificazione ferrarese, vol. I, Vicende
del comprensorio dall’età romana alla istituzione del
Consorzio, Ferrara, Sate, 1987, 103-251; P.
Bevilacqua, Le rivoluzioni
dell’acqua. Irrigazione e trasformazioni dell’agricoltura
tra Sette e Novecento, in Id. (a
cura di), Storia dell’agricoltura
in età contemporanea,
Venezia, Marsilio, 1989, vol. I. Spazi
e paesaggi, 255-318; F.
Cazzola, P. Luciani e G. Capuzzo, La terra emerse dalle acque. Le
fasi storiche della grande bonificazione ferrarese dallo scolo
naturale al sollevamento meccanico, Ferrara, Consorzio di
bonifica primo circondario Polesine di Ferrara, 1995; P. Bevilacqua, Le bonifiche, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della
memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Roma-Bari,
Laterza, 1996, 405-416; P. Sorcinelli, Storia sociale dell’acqua.
Riti e culture, Milano, Bruno Mondadori, 1998; M. Tozzi Fontana
(a cura di), Bologna e l’invenzione delle acque. Saperi,
arti e produzione tra ‘500 e ‘800, Bologna,
Compositori, 2001; S. Ciriacono, Dutch
Technological Transfer and Land Reclamation in Early Modern Italy,
in H. Danner, J. Renes, B. Toussaint, G. Van De Ven e F.D. Zeiler (a
cura di), Polder Pioneers. The
Influence of Dutch Engineers on Water Management in Europe,
1600-2000, Utrecht, Koninklijk
Nederlands Aardrijkskundig Genootschap, 2005, 151-168; A.
Saltini, Dove l’uomo separò la terra dalle acque.
Storia delle bonifiche in Emilia Romagna, Reggio Emilia,
Diabasis, 2005.
3 F. Cazzola, Tecnici
e bonifica nella più recente storiografia sull'Italia
contemporanea, in «Società
e storia», n. 32, 1986, 420-439; Z. Ciuffoletti, Le
bonifiche in Italia. Bilancio storiografico e prospettive di
ricerca, in «Rivista di
Storia dell’agricoltura», n. 2, 1987, 33-36; S.
Ciriacono, Venise et la Hollande,
pays de l’eau (XVe-XVIIIe siècle),
in «Revue historique», n. 578, 1991, 295-320.
4 Cfr. A. Caracciolo, L’ambiente
come storia. Saggi e proposte di storiografie dell’ambiente,
Bologna, Il Mulino, 1988; P. Acot, Storia
dell’ecologia, Roma,
Lucarini, 1989; A. Caracciolo e G. Bonacchi (a cura di), Il
declino degli elementi. Ambiente naturale e rigenerazione delle
risorse nell’Europa moderna,
Bologna, Il Mulino, 1990; L. Segre (a cura di), Agricoltura,
ambiente e sviluppo economico nella storia europea,
Milano, Franco Angeli, 1993; C. Widmann
(a cura di), Ecologicamente.
Psicologia del rapporto uomo-ambiente,
Ravenna, Longo, 1997.
5 Cfr. V. Giura (a cura di), Gli
insediamenti economici e le loro logiche,
Napoli, Esi, 1998
6 G.B. Aleotti, Difesa di Gio. Battista Aleotti d’Argenta,
Architetto, per riparare alla sommersione del Polesine di S.
Giorgio, & alla rouina dello Stato di Ferrara, e per confutar,
con ragione, il Discorso del S. Cesare Mengoli da Ravenna, scritto
all’Illustriss. & Reverendiss. Sig. Cardinale Visconte, in
materia della Navigazione del Pò di Primaro, e
dell’essiccatione delle paludi, che le sono à destra in
Romagna. Discorso di Cesare Mengoli all’Illustrissimo e
Reverendissimo Sig. Cardinal Visconte, Ferrara, Vittorio Baldini
stampatore camerale, 1601.
7 G.A. Lecchi, Piano per l’inalveazione delle acque
danneggianti il Bolognese, il Ferrarese e il Ravennate formato per
ordine di Nostro Signore papa Clemente XIII dal matematico padre
Antonio Lecchi della Compagnia di Gesù e dai signori
architetti Tommaso Temanza e Giovanni Verace del medesimo p. Lecchi
disteso, Roma, 1767.
8 A. Giacomelli, Appunti
per una rilettura storico-politica delle vicende idrauliche del
Primaro e del Reno e delle bonifiche nell’età del
governo pontificio, in La
pianura e le acque tra Bologna e Ferrara: un problema secolare.
Mostra documentaria ed iconografica, Cento 18-27 marzo 1983,
Cento, Centro studi Girolamo Baruffaldi, 1983; Id., La
sistemazione delle acque, in W.
Tega (a cura di), Storia illustrata di Bologna,
Milano, Aiep, 1989, vol. II, 321-340. Si rimanda anche ad A.
Giacomelli, Progetti di bonifica nel Settecento bolognese,
tesi di laurea in due volumi in Lettere moderne, Facoltà di
Lettere e filosofia, Università di Bologna, relatore prof. L.
Marini, a.a. 1969-1970.
9 P. Fabbri, L’idrografia della pianura emiliano-romagnola,
in Federazione delle casse di risparmio e delle banche del monte
dell’Emilia e Romagna, Il mondo della natura in Emilia
Romagna. La pianura e la costa, Cinisello Balsamo, Amilcare
Pizzi Editore, 1990, 95-118.
10 F. Cazzola, Bonifications,
investissements fonciers et problèmes hydrauliques dans la
basse vallée du Pô (XVe-XVIIe siècles),
in S. Ciriacono (a cura di), Eau
et développment dans l’Europe moderne,
Parigi, Editions de la Maison de sciences de l’homme, 2004,
117-137
11 G. Tocci, Le bonifiche in Emilia-Romagna dal ‘500 ai primi
del ‘900, in I settant’anni del Consorzio della
Bonifica Renana, 1909-1979, Bologna, Forni, 1980, 55-92.
12 S. Escobar, Il controllo delle acque: problemi tecnici e
interessi economici, in G. Micheli (a cura di), Scienza e
tecnica nella cultura e nella società dal Rinascimento a
oggi, Annale III della Storia d’Italia, Torino,
Einaudi, 1980, 85-153. Si veda anche C. Casanova, Comunità
e governo pontificio in Romagna in età moderna, Bologna,
Clueb, 1981
13 Il suo testo più importante, Della scienza et dell’arte
di ben regolare le acque di Gio. Battista Aleotti detto l’Argenta
architetto del Papa et del publico ne la città di Ferrara,
pubblicato, dopo molte, rivisitazioni nel 1632, è stato
rieditato pochi anni fa a cura di M. Rossi (Modena, Panini, 2000).
14 A.O. Quintavalla e E. Povoledo, Aleotti, Giovan Battista, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della
enciclopedia italiana, 1960, vol. II, 152-154.
15 Archivio di Stato di Modena, Archivio per materie, Ingegneri,
Aleotti, b. 1, 20 aprile 1599, Lettera di G.B. Aleotti al duca
Cesare d’Este; cfr. anche Archivio di Stato di Ferrara,
Archivio Familiare Mosti, rubr. XXXXIV, ins. 1.
16 C. Mengoli, Della navigatione del Po di Primaro &
dell’essiccatione delle paludi che le sono a destra in
Romagna, Cesena, Raverij, 1600.
17 G.B. Aleotti, Difesa di Gio. Battista Aleotti d’Argenta,
cit.
18 Cfr. L. Gambi, Le bonificazioni, in Id. (a cura di), Storia
di Ravenna, Ravenna, Marsilio, 1994, vol. IV, Dalla
dominazione veneziana alla conquista francese, 583-615
19 Cfr. P. Novara, Il territorio a Nord di Ravenna in età
moderna, in Id. (a cura di), Alle origini di Sant’Alberto.
Materiali per una ricerca, Ravenna, Danilo Montanari, 2000,
73-77
20 G.B. Aleotti, Difesa di Gio. Battista Aleotti d’Argenta,
cit., 26
22 Cfr. A. Giacomelli, La
sistemazione delle acque, cit.,
335.
23 G.B. Aleotti, Difesa di Gio. Battista Aleotti d’Argenta,
cit., 26
25 R. Pasi, Storia di Alfonsine, Cesena, Il ponte vecchio, 2002;
G. Tocci, Tra Santerno e Lamone: acque, terre e uomini nella
Bassa Romagna tra Cinque e Settecento, in L’emergere di
una comunità. Le Alfonsine nel Settecento, Ravenna,
Longo, 1981, 15-34; C. Montanari, A. Barisani e G. Zannoni, Mezzano
e il suo fiume. Spicchio di storia mezzanese, Ravenna, Comune di
Ravenna, 1991; A. Barisani, Mezzano: paese nato dal fiume, Ravenna,
Scaletta, 2001. Per la fase successiva cfr. C. Casadio, La
formazione di un borgo bracciantile nelle campagne ravennati:
Mezzano dal Settecento al Novecento, in F. Cazzola (a cura di), Il proletariato agricolo in Emilia Romagna nella fase di
formazione, Bologna, Clueb, 1980, 185-225. Si veda anche F.
Landi, Mezzadri e proprietari del ravennate nel secondo
Settecento. La tenuta Rasponi di Mezzano, Faenza, Lega, 1973.
26 G.B. Aleotti, Difesa di Gio. Battista Aleotti d’Argenta,
cit., 26
28 Ricordiamo le principali: Theoria lucis, oticam, perspectivam,
catoptricam, dioptricam complectens, Milano, 1739; Arithmetica
universalis Isaaci Newton sive De compositione et resolutione
arithmetica, perpetuis commentariis illustrata et aucta, Milano,
1756; Elementa geometriae theoreticae et practicae… ad
usum Universitatis Braidensis, I-II, Milano 1753-1754; ristampa
Colonia 1758; Elementa trigonometriae theorico-praticae et
sphaericae, Milano, 1756; De sectionibus conicis,
Milano,1758.
29 G.A. Lecchi, Lettera intorno alla scelta della qualità del
terreno per iscavare nuove inalveazioni; ed intorno al problema se
alle diversioni de’ fiumi più convenga un canale
rettilineo, oppure tortuoso, e serpeggiante a norma dell’alveo
vecchio, s.l., 1757.
30 E. Brambilla, Lecchi, Giovanni Antonio, in Dizionario
Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della enciclopedia
italiana, 2005, vol. LXIV, 267-269.
31 G.A. Lecchi, Relazione della visita alle terre danneggiate dalle
acque di Bologna, Ferrara, e Ravenna per deputazione di Nostro
Signore Clemente Papa XIII felicemente regnante, fatta dal p.
Antonio Lecchi, della Compagnia di Gesù, Matematico delle
LL.MM.II., dal signor Tommaso Temanza, Architetto della Serenissima
Repubblica di Venezia, dal signor Giovanni Verace, Architetto di Sua
Altezza Reale il Gran Duca di Toscana, e loro concorde parere esposto dal medesimo p. Antonio Lecchi, e da tutti tre
sottoscritto, Roma, 1767.
32 G.A. Lecchi, Piano per l’inalveazione delle acque, cit.
33 Cfr. G.A. Lecchi, Memorie idrostatico-storiche delle operazioni
eseguite nell’inalveazione del Reno di Bologna, e degli altri
minori torrenti per la linea di Primaro al mare dall’anno 1765
fino al 1772, Modena, Società tipografica, 1773.
34 Nel 1604, infatti, papa Clemente VIII morì, e – dopo un
brevissimpo pontificato di Leone XI – fu eletto al soglio
pontificio Camillo Borghese, con il nome di Paolo V. Questi era
stato vicelegato a Bologna e giudicava i progetti aleottiani troppo
filoestensi.
35 In generale, il progetto di Lecchi fu realizzato quasi
completamente, eccetto che nella parte che prevedeva la costruzione
di un lungo canale in destra del Po di Primaro.
36 Cfr. A. Giacomelli, Nel Sei-Settecento: le lotte tra Bologna e
Ferrara per le acque del Reno nella pianura e la sua foce, in R.
Renzi (a cura di), Il Reno italiano. Storia di un fiume e della
sua valle, fino al mare, Bologna, Cappelli, 1989, 66-71.
37 G.A. Lecchi, Piano per l’inalveazione delle acque, cit.
38 G.A. Lecchi, Relazione della visita alle terre danneggiate dalle
acque, cit., 5-6.
40 T. Menzani, Le bonifiche in Romagna. La costruzione del Canale in
destra di Reno (secc. XVIII-XX), Imola, La Mandragora, 2008.
41 G.A. Lecchi, Relazione della visita alle terre danneggiate dalle
acque, cit., 5-6.
42 A. Fiocca, D. Lambertini e C. Maffioli, Arte e scienza delle
acque nel Rinascimento, Venezia, Marsilio, 2003.
43 A. Fiocca, Giambattista Aleotti e gli ingegneri del Rinascimento,
Firenze, Olschki, 1998.
44 A. Masotti, Matematica e matematici, in Storia di Milano,
XVI, Milano, 1962, 767-785; A. Fiocca, Ferrara e i gesuiti periti
in materie d’acque, in G.P. Brizzi e R. Greci, Gesuiti
e Università in Europa (secoli XVI-XVIII), Bologna, 2002,
353-357.
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