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Antonio Antàl Gambino1
La Grande Crisi e le relazioni tra Italia e Ungheria (1931-1935)
Dinamiche dello sviluppo, dinamiche del territorio
Atti della Summer School del Dottorato "Storia e geografia d'Europa. Spazi, Linguaggi, Istituzioni e Soggetti in Età' Moderna e Contemporanea",
Bologna, 1-2 luglio 2009
L’Ungheria all’indomani del
primo conflitto mondiale
L’Ungheria fu il
Paese più penalizzato dai trattati di pace che ridisegnarono i confini
dell’Europa centro-orientale nel primo dopoguerra.
L’atteggiamento
punitivo delle Potenze dell’Intesa (che considerarono Budapest responsabile
della guerra, al pari di Vienna e del Reich tedesco) , le spinte centrifughe
delle minoranze slave e romene e gli appetiti annessionistici dei Paesi
confinanti determinarono lo smembramento territoriale della multietnica Ungheria
storica, regno autonomo all’interno della duplice monarchia, frutto del
compromesso austro-ungherese (noto come Ausgleich)
del 1867.
Il primo biennio
post-bellico magiaro fu caratterizzato dal cambio di tre diversi regimi
politici e dalla prosecuzione della guerra contro la Cecoslovacchia, la Romania
e la Serbia che, nell’inverno del 1918, avevano violato l’armistizio di
Belgrado (7 novembre 1918) nel tentativo di strappare ulteriori territori
all’Ungheria. Alla Repubblica Democratica ungherese (16 novembre 1918 – 20
marzo 1919) presieduta dal filo-occidentale Mihály Károlyi– il quale, di fronte
all’imposizione di cessioni territoriali sempre più gravose da parte delle
Potenze vincitrici, si dimise e consegnò il potere ad una coalizione formata da
socialdemocratici e bolscevichi ungheresi - seguì l’esperimento sovietico della
Repubblica dei Consigli (21 marzo -1 agosto 1919), guidata dal comunista Belá Kun. La Repubblica sovietica ungherese,
seppur isolata diplomaticamente ed economicamente dalle Potenze occidentali,
continuò la guerra contro le truppe d’invasione degli Stati confinanti, ma dopo
gli iniziali successi militari in Slovacchia, l’Armata Rossa magiara venne
travolta dall’offensiva delle truppe romene che giunsero a occupare Budapest il
3 agosto 1919[2].
La situazione si
stabilizzò soltanto nel novembre 1919, quando l’esercito romeno si decise a
lasciare l’Ungheria e le truppe controrivoluzionarie guidate da Miklos Horthy entrarono a Budapest. Il nuovo
regime conservatore magiaro (1919 – 1944), che nel frattempo aveva ripristinato
formalmente l’istituzione monarchica sotto la reggenza dello stesso Horthy, fu
ammesso dalle Potenze vincitrici al tavolo delle trattative e il 4 giugno 1920
Budapest si rassegnò a firmare, il trattato di
Trianon [link5], per effetto del quale il Paese perse due terzi del
territorio e due terzi della sua popolazione, di cui circa tre milioni di etnia
magiara divennero sudditi dei Paesi confinanti[3].
Da quel momento la revisione dei confini di Trianon fu il principio ispiratore
che orientò tutta la politica estera ungherese fino alla seconda guerra
mondiale.
Ma, nonostante
questo obiettivo dichiarato, l’azione internazionale di Budapest risultò
fortemente condizionata dalle conseguenze economiche dei cambiamenti geopolitici
imposti dal trattato.
Inserita nella
precedente unità economica dello spazio asburgico, l’Ungheria di Horthy si
ritrovò dipendente dal commercio estero. Poiché i nuovi confini privavano il
Paese delle materie prime che avevano garantito lo sviluppo industriale
prebellico, le esportazioni legate al settore agricolo divennero determinanti
per la bilancia commerciale magiara. Ciò significava la necessità di piazzare
le merci magiare sul mercato affrontando la concorrenza mondiale, in un
contesto che escludeva qualsiasi intesa economica su base regionale, a causa
dell’aperta ostilità politica tra Budapest ed i Paesi che avevano beneficiato
della sua spoliazione territoriale. Di non minore importanza per il Paese
danubiano risultò la possibilità di ottenere un afflusso di capitali stranieri
che permettesse di finanziare l’ammodernamento e la ristrutturazione del
proprio apparato economico. Infine le finanze magiare, gia indebitatesi nel
corso del conflitto, vennero gravate dal pagamento delle riparazioni di guerra[4].
Per queste
ragioni Istvan Bethlen, presidente del
Consiglio magiaro dal 1921 al 1931 e leader indiscusso della scena politica
ungherese per oltre un decennio, si fece propugnatore di una politica estera
pragmatica, capace di adattarsi all’evoluzione della situazione internazionale,
senza però rinnegare il fine ultimo della revisione. Ciò significava che, di
fronte all’isolamento del Paese e alla sua precaria situazione economica (nel
1923 la corona ungherese registrò una caduta verticale del suo valore),
occorreva mitigare le punte più accese della propaganda revisionista e cercare
di normalizzare la posizione del Paese nel consesso internazionale, al fine di
ottenere un prestito internazionale, considerato l’unica possibilità per
scongiurare la bancarotta ungherese[5]. La
strategia di Bethlen ebbe successo: nel 1922 l’Ungheria venne ammessa nella
Società della Nazioni e nel 1924 ottenne un prestito internazionale che dava
ossigeno alle finanze ungheresi[6].
Le relazioni
italo-magiare negli anni Venti
Superata la fase
più difficile per l’economia magiara, Bethlen inaugurò, nella seconda metà
degli anni Venti una politica revisionista attiva e, dopo un breve tentativo di
riavvicinamento con Belgrado, Budapest accettò di buon grado la proposta
italiana di un’alleanza in funzione antijugoslava e antifrancese. Roma si
opponeva all’egemonia francese nel settore danubiano, esercitata attraverso la
sua influenza sulla Piccola Intesa (l’alleanza stipulata tra Praga, Belgrado e
Bucarest nel 1921 contro il revisionismo magiaro), perciò considerava
fondamentale attrarre nella propria sfera d’influenza i grandi perdenti
dell’assetto postbellico danubiano[7].
Dal punto di
vista economico, il trattato di amicizia e di arbitrato italo-magiaro, firmato
il 5 aprile 1927, prevedeva il coinvolgimento della Banca Ungaro-Italiana nel
settore della fabbricazione di vagoni e locomotori ferroviari ungheresi, la
concessione da parte italiana di uno dei due bacini del porto di Fiume per le
merci magiare (cereali e zucchero) e un prestito all’Ungheria di 100 milioni di
pengö (la nuova moneta ungherese, equivalente a poco più di tre lire)[8].
Gran parte delle
richieste ungheresi rimase allo stadio delle buone intenzioni, sebbene tra il
1926 e il 1930 vi fosse un aumento consistente delle esportazioni di grano
magiaro nel mercato italiano e Roma ne divenisse il primo importatore. Tuttavia
il risultato dell’accordo era, per Budapest, di natura politica: l’Ungheria
usciva definitivamente dall’isolamento internazionale, grazie ad un trattato
siglato con una potenza vincitrice della guerra, che per di più sosteneva
apertamente il revisionismo magiaro.
Grazie al sostegno italiano e alla campagna di stampa condotta - a partire
dall’estate del 1927 - dal giornale britannico “Daily Mail” dell’editore Lord
Rothermere[9], per
la prima volta la propaganda revisionista magiara cominciava a ricevere la
favorevole attenzione di una parte non trascurabile dell’opinione pubblica
mondiale.
Alla vigilia
degli anni Trenta le conferenze dell’Aia (20 gennaio 1930) e di Parigi (28
aprile 1930) trovarono una soluzione soddisfacente allo spinoso problema
giuridico degli “optanti”[10] e delle riparazioni di
guerra ungheresi. Risultato di questi accordi fu la decisione delle potenze
europee di creare un fondo agrario con la partecipazioni di capitali
occidentali (anche italiani), allo scopo di favorire il credito internazionale
all’agricoltura magiara[11]. In
tale occasione la calorosa riconoscenza ungherese per il positivo ruolo di
mediazione di Roma a favore dell’Ungheria rafforzò la convinzione generale che
l’Italia avesse trovato in Budapest un fedele alleato nella sua politica
d’espansione nell’area danubiano-balcanica.
1931: La crisi dell’economia
ungherese e gli “accordi Brocchi”
Nel corso del
1931 gli effetti della Grande Crisi raggiunsero l’economia magiara e il resto
dei Paesi post-asburgici, rimescolando le carte nella partita
politico-economica per l’egemonia danubiana e rimettendo in discussione il
legame esclusivo dell’Italia con Budapest che, fino all’anno precedente,
sembrava un dato acquisito in maniera definitiva.
Il fatturato
dell’industria ungherese che nel 1930 era di 2.474.000.000 pengö, nel 1931
scese a 2.055.500.000, ma certamente più grave ai fini delle esportazioni
magiare fu il forte ribasso del prezzo del grano sul mercato mondiale, dovuto
in gran parte alla concorrenza americana e russa: se nel settembre del 1930 un
quintale di grano aveva un valore di 25 pengö, nel settembre del 1931 tale
valore era sceso a 8 pengö al quintale. Considerando inoltre che il raccolto
granario ungherese nel 1931 era di 17 milioni di quintali contro i 23 milioni
dell’anno precedente, il risultato fu per la bilancia commerciale dell’economia
magiara un passivo di 5 milioni di pengö, un dato preoccupante di fronte all’attivo
di 50 milioni dell’anno precedente[12].
Questa
situazione rendeva ancora più impellente per Budapest la ricerca di soluzioni
commerciali che garantissero sicuri mercati alle proprie eccedenze granarie.
Tali preoccupazioni spiegavano l’atteggiamento prudente assunto dal governo
magiaro di fronte al tentativo di unione doganale austro-tedesca che allarmò le
diplomazie di Roma e Parigi nel marzo 1931. Il progetto di Zollverein tra
Vienna e Berlino segnava il ritorno della Germania nella competizione politico-economica
nell’area danubiana. I piani di Berlino fallirono per l’opposizione
italo-francese, ma le dichiarazioni rilasciate in quella occasione da Bethlen
all’ambasciatore francese De Vienne preoccuparono Roma, perché dimostravano
la disponibilità ungherese ad entrare nell’orbita d’influenza economica
tedesca: il primo ministro magiaro dichiarava che Budapest rimaneva in attesa
degli sviluppi del progetto, ma al tempo stesso non nascondeva l’interesse
ungherese qualora l’unione doganale austro-tedesca avesse consentito
l’allargamento a Paesi terzi, poiché, in questo caso, l’Ungheria era disposta a
limitare la sua futura libertà d’azione commerciale pur di assicurare al
proprio grano il mercato germanico[13].
L’iniziativa
tedesca e il preoccupante interesse con cui Budapest ne aveva seguito
l’evoluzione spinsero Roma ad affrettare la conclusione dei cosiddetti “accordi
Brocchi”, dal nome del tecnico economico del Ministero della Finanze che ne fu
l’ideatore[14].
Nato per evitare
l’adesione di Budapest ad un blocco agrario sotto gli auspici della Francia, il
progetto italiano era allo studio fin dall’anno precedente. Il sistema
prevedeva la creazione di un istituto di credito, controllato dalle tre banche
nazionali, che favorisse il commercio tra Austria, Ungheria e Italia con la
concessione di anticipazioni e concessioni a tassi d’interesse molto miti. In
sostanza ciascun Paese avrebbe dovuto devolvere una percentuale del prodotto
del dazio doganale per le merci concordate, creando un meccanismo di rimborso che
garantiva l’afflusso delle merci nei Paesi contraenti senza i relativi dazi. In
questo modo il piano italiano riusciva ad aggirare la clausola della “nazione più favorita” in vigore con altri
Paesi e, soprattutto, a risolvere il problema della penuria di divise estere
che assillava la politica economica austriaca e magiara[15].
Inizialmente
Roma coltivò l’ambizione di coinvolgere nel progetto anche Belgrado (allo scopo
di strappare il regno slavo dall’influenza di Parigi), ma incontrò in questo
senso forti resistenze da parte del governo magiaro[16].
Inoltre il progetto Brocchi aveva suscitato vivaci discussioni anche nel
dibattito interno italiano, dove da più parti veniva messa in discussione la
convenienza economica dell’accordo per l’Italia[17].
Tuttavia la preoccupazione per il ritrovato attivismo francese e per il
crescente interesse mostrato da Budapest per il mercato tedesco vinse tutte le
resistenze interne in Italia e la successiva rinuncia mussoliniana al
coinvolgimento di Belgrado permise di superare anche le ultime incertezze
ungheresi: gli “accordi Brocchi” furono firmati nella località austriaca di
Semmering (da cui anche “accordi del Semmering”) il 19 luglio 1931 e furono
perfezionati l’anno successivo.
Come
riconoscevano gli stessi italiani, gli accordi appena firmati avevano per
l’Italia un valore esclusivamente politico, mentre i vantaggi economici erano
tutti per Austria e Ungheria.
Si trattava in
sostanza di una sacrificio economico da parte italiana, attraverso il quale
Roma sperava, alleviando le precarie condizioni delle economie austriaca e
ungherese, di mantenere la fedeltà dei due alleati danubiani. Ma questo
sacrificio economico era difficilmente attuabile alla luce della politica
protezionistica avviata da Roma, dopo l’avvenuto crollo dei prezzi agricoli:
tra il 1930 e il 1934 l’Italia raggiungeva l’autosufficienza granaria e, a
fronte di un livello d’importazione che ancora nel 1930 raggiungeva il 41%
della produzione nazionale, essa scendeva già nel 1931 al 14% della produzione
interna, conseguenza anche dell’aumento del dazio vicino al 74% del suo valore[18].
Le promesse
economiche italiane all’Ungheria furono dunque, ancora una volta, disattese,
come testimoniavano le aspre critiche, nelle sedute parlamentari del 1932, che l’opposizione antigovernativa magiara rivolgeva a proposito del reale
funzionamento degli accordi commerciali con l’Italia. La delusione magiara non
riguardava solo gli accordi nel campo granario, ma anche in quello zootecnico,
come provava l’ostruzionismo all’importazione
di bestiame magiaro attuato dalle autorità doganali italiane.
Il momentaneo
riavvicinamento franco-ungherese
Il mancato
rispetto degli impegni assunti da parte di Roma spingeva Budapest a cercare
aiuti economici in altre capitali, soprattutto dopo che, nell’estate del 1931,
ritornò d’attualità il rischio di bancarotta dello Stato ungherese.
Il continuo
afflusso di crediti internazionali, per il 60% a breve e medio termine,
concessi a tassi d’interessi molto svantaggiosi (circa il 7%), produsse una
spirale perversa che portò ad un pesante indebitamento della bilancia dei
pagamenti ungheresi: l’indebitamento ungherese nell’estate del 1931 raggiunse i
4.300 milioni di pengö[19].La
situazione divenne esplosiva quando il crollo della banca austriaca
Creditanstalt provocò a catena quello della Banca Generale del Credito
Ungherese di Budapest - appartenente al medesimo gruppo Rothschild - e divenne
reale il rischio di una fuga di massa dei capitali stranieri dall’Ungheria[20].
Questa nuova
crisi comportò le dimissioni di Bethlen (19 agosto) e, nonostante il nuovo
primo ministro Gyula Kàrolyi si
dichiarasse continuatore della politica del predecessore nel campo delle
relazioni italo-magiare, appariva evidente agli osservatori italiani che la
svolta ministeriale preannunciava un orientamento della politica estera magiara
maggiormente favorevole alla Francia, unica potenza che possedeva le capacità
economico-finanziarie (nel 1931 la crisi mondiale non aveva ancora contagiato
Parigi) per salvare le finanze di Budapest. Il 16 agosto del 1931 Budapest
otteneva un prestito internazionale di 5 milioni di sterline; di queste
2.800.000 erano concesse dalla Francia contro le 200.000 dell’Italia[21].
La diplomazia italiana constatò amaramente che le esigenze finanziarie
ungherese favorivano in quel momento le posizioni francesi nel Paese danubiano,
ma ciò non significava una sconfitta definitiva dell’influenza di Roma. Da
parte italiana si sottolineava, infatti, la contraddizione di fondo della
politica estera magiara in quel momento: se le impellenti ragioni economiche
spingevano Budapest verso la Francia, motivazioni politiche di lungo periodo
obbligavano l’élite magiara a non indebolire il legame con l’Italia. Tali
ragioni politiche erano riconducibili, ancora un volta, al revisionismo, cioè
all’appoggio ufficiale che Roma forniva alle richieste magiare di modifica del
trattato di Trianon, che Parigi invece contrastava, cercando di compensare il
rifiuto con il suo sostegno finanziario all’economia magiara[22].
Le profezie italiane sembrarono avverarsi ben presto.
Nel 1931 la
Francia era diventata la prima importatrice di grano ungherese, con 415.025
quintali per un valore di 4.482.270 di pengö, ma già nel 1932 le importazioni
si erano azzerate, nonostante un accordo del maggio 1932 avesse stabilito
l’importazione da parte di Parigi, per quell’anno, di 800.000 quintali di grano
ungherese[23]. La
crisi aveva indebolito anche le finanze francesi, ma soprattutto era fallito
l’ultimo tentativo di Parigi per una riorganizzazione economica della regione
danubiana. Il piano Tardieu prevedeva una collaborazione tra i Paesi danubiani[24] attraverso l’adozione di un sistema preferenziale nell’interscambio
commerciale. Il progetto francese tentava di ricreare l’unità economica dei
tempi prebellici (allargata ai nuovi confini degli Stati successori) e,
contemporaneamente, di affermare l’egemonia francese in funzione antitaliana e
antitedesca. La paura magiara di subire all’interno della nuova unità economica
l’egemonia della Piccola Intesa (che significava la rinuncia definitiva alla
revisione dei confini) e l’opposizione italiana e tedesca che il piano Tardieu
incontrò alla Conferenza Economica di Londra, nell’aprile del 1932, causarono
il fallimento delle ambizioni francesi[25].
Budapest tra
Roma e Berlino:l’ascesa al potere di Hitler e i Protocolli di Roma
Nell’estate
dello stesso anno Mussolini riprendeva in mano la direzione del Ministero
degli Esteri, allo scopo di attuare una politica estera più attiva ed
aggressiva, mentre in Ungheria il peggioramento
della crisi economica portava alla caduta del fragile gabinetto
Karolyi e alla nascita del primo governo di Gyula
Gömbös. Al fianco di Horthy nella controrivoluzione del 1919, Gömbös era
un sincero ammiratore del regime italiano e del sistema corporativo, un
nazionalista ed un acceso revisionista, contrario ad aperture troppo
concilianti con la Francia. Nulla a questo punto sembrava ostacolare il
rilancio delle relazioni italo-magiare. Ma Gömbös, come del resto aveva sempre
affermato anche Bethlen e la diplomazia ungherese[26],
non riteneva l’Italia una potenza sufficiente per la soluzione dei problemi
economici ungheresi e il raggiungimento degli scopi revisionistici di
Budapest. Nella visione magiara l’alleanza con l’Italia andava affiancata da
un’intesa con la Germania e l’ascesa di Hiltler al potere, nel gennaio 1933,
rafforzarono le speranze magiare di realizzare un blocco revisionista
italo-tedesco-ungherese, in cui Budapest avrebbe svolto un ruolo mediatore tra
[27].
La visita di
Gömbös a Berlino nel giugno 1933 – prima visita ufficiale di un capo straniero
al neocancelliere Hiltler – nasceva da un intreccio di motivi economici e
politici. Dal punto di vista economico, l’invito - organizzato dalla sezione economica
dell’ufficio esteri del partito nazista tedesco – era stato accolto con favore
da Budapest, nella speranza di sbloccare i negoziati allora in corso con
Berlino per assicurare alle esportazioni agricole magiare il fondamentale
mercato tedesco e vincere la concorrenza della Romania e della Jugoslavia, che
in quel periodo conducevano analoghe trattative con la Germania[28].
Politicamente Gömbös cercava di smarcare la posizione ungherese dalla rigida
difesa italiana dell’indipendenza austriaca, di promuovere la collaborazione
tra la Germania e il blocco italo-austro-magiaro e soprattutto di legare il
revisionismo tedesco a quello magiaro, ottenendo da Berlino un pieno sostegno
alle rivendicazioni territoriali ungheresi[29].
Tuttavia le
richieste di Gömbös per un accordo politico trovarono il rifiuto tedesco,
poiché la politica estera nazista era disposta ad appoggiare il revisionismo
ungherese contro il comune nemico cecoslovacco ma non contro la Jugoslavia e la
Romania. Sul piano economico, invece, Hitler sembrò molto più disponibile e
acconsentì, nel gennaio del 1934, ad intavolare trattative commerciali con
Budapest per risolvere il perenne problema delle esportazioni ungheresi: nel
febbraio del 1934 venne siglato un importante accordo
ungaro-tedesco[30].
L’accordo
rientrava nella strategia della politica commerciale nazista che mirava ad
attirare nella propria orbita economica non solo l’Ungheria ma anche la Romania
e la Jugoslavia, attraverso accordi bilaterali, basati sul sistema del “clearing” che compensava le
esportazioni agricole dei Paesi danubiani con importazioni industriali tedesche
di equivalente valore economico, eliminando la necessità di divisa straniera
’interscambio commerciale.
La visita di
Gömbös a Hitler sorprese e preoccupò seriamente Roma e l’accenno fatto nel
comunicato finale congiunto ungaro-tedesco circa l’espansione economica
germanica nell’Europa sud-orientale fu considerata dalla diplomazia italiana la
prova che l’eventuale collaborazione economica tra il blocco
italo-austro-magiaro e il Reich tedesco – tanto caldeggiata da parte ungherese
- rappresentava una minaccia per gli interessi italiani[31].
Questi eventi
spinsero Mussolini ad accelerare i tempi per un definitivo rafforzamento del
legame italiano con Vienna e Budapest: nel marzo del 1934 - un mese dopo la
stipulazione del citato accordo ungaro-tedesco – vennero firmati i cosiddetti
“protocolli di Roma”, un accordo di consultazione e stretta collaborazione
economica e politica tra Roma,Vienna e Budapest.
I protocolli
rappresentavano la risposta mussoliniana al rifiuto tedesco di una spartizione
economica della regione danubiana; in questo modo Roma cercò di scongiurare
l’Anschluss e la perdita d’influenza in Ungheria con un accordo che, malgrado
le rassicurazioni di Gömbös ai tedeschi, aveva chiaramente un significato
antitedesco[32]. A
conferma del duplice orientamento italo-tedesco della politica estera
ungherese, Budapest aveva aderito a malincuore ai Protocolli non per i vantaggi economici che pure acquisì
con l’accordo, ma in virtù del sostegno italiano al revisionismo e al riarmo magiaro. Tuttavia l’intesa
italo-magiara entrò presto in crisi per via delle trattative italo-francesi
che, avviate fin dalla fine del 1933, ebbero il loro culmine tra la fine del
’inizio del 1935[33].
1935, l’anno
della svolta: la questione abissina e l’evoluzione delle relazioni
italo-ungheresi
Mussolini aveva
rivolto le sue ambizioni all’espansione coloniale in Africa e, allo scopo di
ottenere il beneplacito francese all’impresa abissina, il dittatore negoziò con
Parigi un “patto danubiano”(10 gennaio 1935). L’accordo prevedeva l’avvio di
trattative per la creazione di un sistema di garanzie collettive tra Vienna e
gli Stati successori, con lo scopo di preservare l’indipendenza austriaca,
assicurare lo status quo nella regione e porre le basi per una più efficace
collaborazione economica fra i Paesi danubiani[34].
Budapest
dichiarò fin da subito il proprio rifiuto a siglare qualsiasi accordo regionale
politico o economico prima di aver visto soddisfatte le proprie rivendicazioni
territoriali nei confronti dei Paesi della Piccola Intesa e seguì le trattative
italo-francesi con una certa ansia e malcelata preoccupazione[35].
Sebbene Mussolini giudicasse ragionevoli le modificazioni territoriali al
trattato di Trianon, presentate da Gombos al dittatore italiano (ottobre 1934)[36],
come condizione per l’adesione ungherese al patto danubiano, la vicenda aveva
chiaramente mostrato la disponibilità della politica estera fascista a
sacrificare gli interessi revisionistici ungheresi in nome dei propri obiettivi
coloniali. Inoltre, la creazione di un fronte anglo-franco-italiano in funzione
anti-tedesca, in occasione della conferenza di
Stresa (aprile 1935), fu una nuova fonte di apprensioni per la politica
estera magiara.
La guerra
d’Abbissinia (3 ottobre 1935) comportò la rottura del “fronte di Stresa” e
segnò la fine di ogni ulteriore sviluppo del progetto di patto danubiano.
L’impresa coloniale del fascismo italiano da un lato confermò la convinzione
ungherese che l’imperialismo africano di Mussolini avrebbe ridimensionato
l’importanza strategica del settore danubiano (e del revisionismo ungherese)
nella politica estera italiana, ma, d’altra parte, alimentò la speranza magiara
– ben presto confermata dagli eventi - che l’opposizione anglo-francese
all’aggressione italiana dell’Etiopia e le conseguenti sanzioni societarie[37] contro Roma avrebbero facilitato il riavvicinamento italo-tedesco.
Tuttavia nel
1935 l’Italia aveva già perso la competizione in Ungheria sul piano economico
poiché, nonostante i Protocolli di Roma ed i successivi accordi italo-ungheresi
determinassero un aumento dell’80% delle esportazioni ungheresi, in termini
assoluti la quota ungherese delle importazioni totali italiane non superò il
5,01%, mentre le esportazioni italiane in Ungheria costituivano soltanto il
4,70% delle importazioni totali del Paese danubiano e registrarono, per la
prima volta dal dopoguerra, un brusco calo, dovuto in gran parte alla forte concorrenza tedesca[38]. Nello stesso anno la
Germania diveniva, per la prima volta, il più importante partner commerciale
dell’Ungheria[39].
Budapest
accettava volentieri l’inserimento nell’orbita economica tedesca, non solo
perché il mercato del Reich garantiva una soluzione stabile all’annoso problema
delle sue esportazioni agricole, ma anche perché l’obiettivo dichiarato della
politica nazista, cioè la modifica dello status quo europeo, andava incontro
alle speranze revisionistiche ungheresi.
Alla fine della
prima metà degli anni Trenta l’Ungheria riconciliava esigenze economiche e
politiche nel legame con Berlino, a scapito del rapporto magiaro con l’Italia
che risultava ridimensionato.
L’Italia non era
riuscita a sostenere adeguatamente l’economia magiara duramente colpita dagli
effetti della “grande crisi”, a causa dei limiti della sua potenza
economico-finanaziaria e, come sostiene la storica magiara Maria Ormos, per la
mancanza di una strategia coerente[40].
Come sperato dai dirigenti magiari, la guerra d’Abissinia produsse - dopo le
tensioni tra Roma e Berlino seguite al fallito tentativo di Anschluss nel
luglio 1934 - il riavvicinamento italo-tedesco, preludio dell’Asse.
Le relazioni
italo-ungheresi dopo il 1935
Con la creazione
dell’Asse Roma – Berlino nel 1936 e la stipulazione del Patto d’Acciaio nel
1939 si realizzò il sogno magiaro di in blocco revisionista
italo-tedesco-ungherese. Risolta la questione austriaca con l’accettazione
mussoliniana dell’Anschluss nel 1938, l’importanza dell’intesa italo-tedesca
per Budapest venne confermata, nel giro di pochi anni, dai due arbitrati di Vienna grazie i
quali, per la prima volta, l’Ungheria otteneva sostanziali modifiche ai confini
imposti dal trattato di Trianon. Come conseguenza del sostegno italo-tedesco al
revisionismo magiaro, Budapest – che, dopo il ritiro dalla Società delle
Nazioni, aveva aderito al patto tripartito nel 1940 - entrò in guerra, nel 1941, al fianco delle Potenze dell’Asse.
Tuttavia, nonostante il ruolo giocato dall’Italia in occasione dei due
arbitrati, la fiducia di Budapest nella capacità italiana di controbilanciare
l’ingombrante egemonia tedesca venne progressivamente svanendo dopo lo scoppio
del secondo conflitto mondiale. L’ambizione di Mussolini di condurre una
“guerra parallela” che certificasse l’autonomia d’azione di Roma all’interno
dell’Asse si scontrò, ben presto, con la realtà dell’impreparazione militare
italiana. I rovesci militari subiti dalle forze armate italiane comportarono
il graduale, ma inesorabile, indebolimento di Roma nei confronti dell’alleato
tedesco; una subalternità ribadita, nell’aprile del 1943, dal rifiuto di
Mussolini di aderire alla richiesta del primo ministro magiaro Kallay, il
quale, per trovare una via d’uscita da una guerra che appariva chiaramente
persa, chiese invano al dittatore italiano di guidare gli alleati minori di
Berlino verso lo sganciamento dalla Germania nazista[41].
La costituzione della Repubblica Sociale Italiana nell’Italia settentrionale
occupata dalle truppe tedesche, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre
1943, completò la satellizzazione italiana al Reich tedesco; un destino simile
a quello a cui andò incontro Budapest poco tempo dopo: nel marzo 1944 Hitler
occupò l’Ungheria, impose un governo filotedesco deciso a continuare la guerra
al fianco di Berlino e destituì Horthy che tentava segretamente di trattare un
’Unione Sovietica.
Nel 1944,
l’impotenza politica del regime di Salò consentiva a Hitler di ordinare a
Budapest, la cui economia era ormai schiavizzata dalle esigenze della macchina
da guerra tedesca, il dirottamento in Germania delle già ridotte forniture
magiare destinate alla Repubblica Sociale Italiana[42].
Un triste episodio che sanciva la fine delle relazioni economiche tra l’Italia
fascista e l’Ungheria di Horthy.
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| Questo articolo
si cita: Antonio Antàl Gambino, La Grande Crisi e le relazioni tra Italia e Ungheria (1931-1935) , «Storicamente», 6 (2010), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/summer-school/gambino_grandecrisi.htm |
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| DOI 10.1473/storxx provvisorio
Data di pubblicazione
6 settembre 2010
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Note
[1] Univ. Bologna, Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e
Geografiche, P.zza San Giovanni in Monte 2, Bologna, I-40128, Italy,
gambinoantonio@yahoo.it
[2] E.
Santarelli, Bela Kun e la repubblica ungherese dei Consigli, «Rivista
storica del socialismo», (20) 1963, 571-583; sui rapporti italo-magiari durante
il regime di Bela Kun si veda: E. Santerelli, Italia e Ungheria nella crisi
post-bellica 1918 -1920, Argalia, Urbino, 1968 e Antonio Antàl Gambino, La
presenza italiana in Ungheria nella corrispondenza diplomatica francese (1919
-1929), «Grotius», 2009,
www.grotius.hu;
G. Romanelli, Nell’Ungheria di Bela Kun e durante l’occupazione militare
romena, Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2002.
[3] Maria Ormos, From Padua to
Trianon 1918-1920, Columbia University Press – Akadémiai Kiadó, New York –
Budapest 1990; Gy. Juhasz, Hungarian foreign policy 1919-1945, Budapest,
Akadémiai Kiadó, 1969; I. Romsics, The dismantling of historic Hungary: the
peace treaty of Trianon, Wayne (USA), Center for Hungarian Studies and
Publications, 2002; P. Ayçoberry, J.P. Bled, I. Hunyadi (eds.), Les
conséquences des traités de paix de 1919 – 1920 en Europe centrale et
sud-orientale, Strasbourg, Association des Publications près les
Universités de Strasbourg 1984; Antonello Biagini, Storia dell'Ungheria contemporanea, Milano, Bompiani, 2006.
[4]
Z. Kaposi, L’economia ungherese tra le due guerre mondiali, in F. Guida
(ed.), L’epoca Horthy. L’Ungheria tra le due guerre
mondiali, Roma, Lithos, 2000, 92-104; Gy. Ranki, The
Hungarian economy in the interwar years in P.Sugar, P.Hanák, T.
Frank (eds.), A History of Hungary, Indiana University Press,
Indiananpolis 1990,.356-367; Per una visione generale della situazione
politico-economica della regione danubiana nel primo dopoguerra: I. Berend,
Gy.Ranki, Economy and foreign policy:the struggle of the great powers for
hegemony in the Danube Valley, 1919-1939, New York, Columbia
University Press, 1983.
[5] F. Pölöskei, Hungary’s international position in the 1920’s,
in I. Romsics (ed.), 20th century Hungary and the great powers, New
York, Columbia University Press, 1995, 119 -138.
[6] M. Ormos , L’opinione del conte Bethlen sui rapporti italo-ungheresi
(1921-1931), «Storia Contemporanea», n.2, (1971), 283-314.
[7] E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali dal 1918 al 1992, Laterza,
Bari – Roma, 1994, 58-75; G. Carocci, La politica estera dell’Italia
fascista, Bari, Laterza, 1969, 69-83; E. Collotti, Fascismo e
politica di potenza: politica estera 1922 -1939, Nuova Italia, Milano 2000,
53-60.
[8] D. Rodriquez, E. R. Magaldi, Italia ed Ungheria 1927-1934, Roma,
Fondazione Einaudi, 2000, 3; A. Breccia, La politica estera italiana e
l’Ungheria (1922 – 1933), «Rivista di Studi Politici Internazionali», 1
(1980), 93-112.
[9] I. Romsics, Hungary’s place in the sun: a British newspaper
article and its Hungarian repercussions, www.ssees.ac.uk/
confhung/romsics.pdf. Inoltre l’autobiografico H. Rothermere, My campaign for Hungary,
London, Eyre nd Spottiswoode, 1939.
[10] Gli “optanti” erano gli abitanti dei territori persi da Budapest che non
avevano rinunciato alla cittadina ungherese e che, divenuti minoranze nei nuovi
Stati confinanti, erano stati espropriati delle loro terre.
[11] Convenzione relativa all’istituzione di un fondo agrario, Archivio
storico-diplomatico del Ministero Affari Esteri di Roma (ASMAE), Ufficio
Trattati, T. 1/23.
[12] Notiziario politico-militare n.27 dell’addetto militare presso la Legazione
italiana di Ungheria al Ministero degli Esteri, Budapest 1 ottobre 1932,
ASMAE, serie Affari politici (SAP), “Ungheria 1931-45” , busta (b) 3.
[13] Telegramma dell’ambasciatore in Ungheria al Ministro degli Esteri Grandi, Budapest 26 marzo 1931, “Documenti Diplomatici Italiani” (DDI), serie
settima, vol. XII, 226-370.
[14] Si
segnala sull’argomento l’esistenza di un fondo “Igino Brocchi” presso
l’Archivio di Stato di Trieste.
[15] Lettera del commissario Brocchi al ministro degli esteri Grandi, Roma
29 settembre 1930, DDI, serie settima, vol. VIII, 379-383. Si veda anche J.
Petersen, “Hitler e Mussolini la difficile alleanza”, Roma –Bari,
Laterza, 1975, 80-84.
[16] Promemoria del commissario Brocchi, Roma 27 ottobre 1930, DDI, serie
settima, vol. VIII, 379-383.
[17] Tra gli oppositori del “piano Brocchi” figurava anche Bottai, Appunto del
commissario Brocchi per il capo dell’ufficio di politica economica Ciancarelli, Roma 7 marzo 1931, DDI, serie settima, vol.X, 182-184.
[18] G. Toniolo, L’economia dell’Italia fascista, Bari, Laterza, 1980,
147-149.
[19] Gy. Ranki, I. Berend, Storia economica dell’Ungheria,cit., 109-111.
[20] G. Toniolo, L’economia, cit., 222.
[21] Notiziario politico-militare n.27 dell’addetto militare , cit.
[22] Rapporto n.5636/709 (riservatissimo) dell’ambasciatore a Budapest Arlotta al
Ministero degli Esteri, Budapest 5 novembre 1931, ASMAE, “SAP
Ungheria 1931-45”, b.1.
[23] Telespresso n.213497 del Ministero degli Esteri a tutti i ministeri, Roma 22
maggio 1932, ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”,b. 3; S. Nicolosi, Aspetti
della politica estera ungherese nel quadro della situazione economica
internazionale (1927 – 1932), in F.Guida (a cura di), L’epoca Horthy.
L’Ungheria tra le due guerre mondiali, Roma, Lithos, 2000, 92-104.
[24] In
questa sede il termine “Paesi danubiani” non è usato in senso strettamente
geografico, ma con un significato geopolitico più ristretto, riferito ai soli
Stati successori dell’Impero austro-ungarico attraversati dal Danubio. Sono
perciò considerati “politicamente” danubiani la Repubblica austriaca,
l’Ungheria, la Jugoslavia, la Romania e la Cecoslovacchia, ma non la Germania,
la Bulgaria e l’Unione Sovietica (quest’ultima attraversata dal Danubio
nell’attuale Ucraina).
[25] I. Berend, Gy.Ranki, Economy and foreign policy, cit.; M. Ormos, Le
problème de la sécurité et l’Anschluss, «Studia Historica Academiae
Scientiarum Hungaricae», 124 (1975).
[26] Sul duplice orientamento italo-tedesco della concezione politica di Bethlen:
M. Ormos, Bethlen e Mussolini, in ZS. Kovács, P. Sárközy (eds.), Venezia,
Italia ed Ungheria tra decadentismo e avanguardia, Budapest, Akadémiae
Kiadó, 1990, 177-193
[27] Sulla politica italo-tedesca di Gömbös: Gy. Reti, Hungarian-Italian relations in the
shadow of Hitler’s Germany 1933-1944, New York, Columbia University Press,
2003.
[28] Telegramma
(segreto) n. 2827 della Legazione italiana di Ungheria al Ministero degli
Esteri, Budapest 21 giugno 1933, in ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”, b.7.
[29] Telegramma
n.2861 della Legazione italiana d’Austria al Ministero degli Esteri, Vienna 27
giugno 1933, ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”, b.7.
[30]
La Germania concedeva ai prodotti ungheresi un premio di esportazione per un
valore di 22 milioni di pengö, ma in realtà la somma era coperta da crediti
tedeschi congelati in Ungheria. Gy. Ranki, Il patto tripartito di Roma e la
politica estera della Germania, «Studi Storici», III (1962), 343-371.
[31] Allegato
al telegramma n.2827, Budapest 21 giugno 1933, ASMAE, SAP “Ungheria
1931-45”, b.7
[32] J. Petersen, Hitler e Mussolini, cit.,
86-95. Gy. Ranki, Il patto tripartito
di Roma, cit.; H. James Burgwyn, Il revisionismo fascista. La sfida di
Mussolini alle grandi potenze nei Balcani e sul Danubio 1925-1933, Milano,
Feltrinelli, 1979; H. J Burgwyn, La troika danubiana di Mussolini: Italia,
Austria e Ungheria, 1927-1936, «Storia
Contemporanea», 4 (1990), 617-687.
[33] G. Buccianti, Verso gli accordi Mussolini-Laval, Milano, Giuffré, 1984; R.
Festorazzi, Laval – Mussolini l’impossibile asse: la storia dello statista
francese che volle l’intesa con l’Italia, Milano, Mursia, 2003.
[34] M. Ormos, Sur les causes de l’échec du pacte danubien, «Acta Historica Academiae Scientiarum Hungaricae», 1-2(1968), 21- 83; M. Ormos, A propos de la séurité est-européenne dans les années 1930, «Acta Historica Academiae Scientiarum Hungaricae», 16 (1970), 307-321.
[35] Colloquio
fra il Capo del Governo e il Ministro Kanya, Roma 20 ottobre 1934, ASMAE,
SAP “Ungheria 1931-45”, b. 10.
[36] Colloquio
del Capo del Governo col Presidente del Consiglio ungherese Gömbös, Roma 6
novembre 1934, ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”, b. 10.
[37] Le sanzioni emanate dalla Società delle Nazioni contro l’Italia per
l’aggressione all’Etiopia, furono approvate da cinquantadue nazioni e applicate
dal 18 novembre 1935 al 25 luglio 1926. Solo Ungheria, Austria, Albania e
Paraguay votarono contro.
[38]
La concorrenza tedesca insediava le quote di esportazioni italiane in Ungheria
principalmente nel settore tessile, chimico e meccanico. Relazione della
Legazione d’Italia in Budapest “Ungheria 1934-35”, Budapest 2 aprile 1936,
in ASMAE, Sap “Ungheria 1931-45”, b.15, 49-50.
[39] I. Berend, GY. Ranki, Storia economica, cit., 122-123; F. Guarneri, Battaglie
economiche, cit., 368-372.
[40] M.
Ormos, Bethlen e Mussolini, cit., 193.
[42] E. Collotti, L’Europa nazista, il progetto di un
nuovo ordine europeo, 1939-1945, Firenze, Giunti, 2002, 433. Sulle
relazioni italo-magiare durante la guerra: E.Collotti, T. Sala, G. Vaccarino
(eds.), L’Italia nell’Europa danubiana durante la seconda guerra mondiale,
Milano, Quaderni dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di
liberazione, 1967.
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