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Francesca Ruocco*
Il PSC di Bologna del 2008
Nuovi piani per la città contemporanea
Dinamiche dello sviluppo, dinamiche del territorio
Atti della Summer School del Dottorato "Storia e geografia d'Europa. Spazi, Linguaggi, Istituzioni e Soggetti in Età' Moderna e Contemporanea",
Bologna, 1-2 luglio 2009
Durante gli ultimi vent’anni
nei paesi europei, e più in generale in quelli a sviluppo maturo, è avvenuto
un profondo ripensamento delle forme di pianificazione urbana, per far fronte
alle notevoli trasformazioni sociali, economico-produttive e spaziali che hanno
investito i principali poli urbani, anche per effetto dei processi di
globalizzazione. Uno dei nuovi strumenti elaborati a questo fine, è costituito
dalla pianificazione strategica applicata al territorio, oggi considerata una
metodologia utile e necessaria,
ancorché problematica, per la progettazione di politiche e strategie efficaci
per lo sviluppo delle città. All’interno di questa nuova tipologia di piani, si
inserisce in parte anche il Piano Strutturale Comunale (PSC) che il comune di
Bologna ha approvato nel 2008. Esso infatti, pur essendo un piano urbanistico –
normato come tale dal punto di vista legislativo[2] - e che quindi riguarda strettamente il territorio e le sue trasformazioni,
fissa anche alcuni obiettivi strategici generali di sviluppo urbano, assumendo
inoltre, sia sul piano dei contenuti che della metodologia, alcuni concetti
chiave ed alcune caratteristiche tipiche della pianificazione strategica
europea.
A partire dagli anni ’80, sono
state infatti messe in
discussione l’efficacia e l’efficienza dello strumento del piano regolatore e
delle forme di pianificazione di lungo periodo, che si erano venute costruendo
all’interno dei principi dell’urbanistica modernista[3].
Questi strumenti sono oggi considerati troppo rigidi e dunque inadeguati a
rispondere alla rapidità dei mutamenti in atto. Da un’idea modernista di
urbanistica, basata sui piani di durata decennale, sostenuti da un’architettura
funzionale, si è passati ad un modello “postmoderno” di piani, più flessibili,
non prescrittivi bensì di indirizzo, e sostenuti da opere architettoniche
imponenti e spettacolari. All’interno del dibattito sulle forme più idonee a
gestire i processi in corso, la pianificazione strategica è appunto emersa come
uno dei principali strumenti di programmazione e pianificazione, anche
territoriale, al fine di delineare il
futuro dello sviluppo urbano, attraverso opzioni aperte e scenari desiderabili.
Alla pianificazione urbanistica resta poi il compito di rendere normativamente
possibili e operative alcune di queste opzioni e progetti.
I caratteri distintivi della pianificazione strategica attengono sia agli
strumenti operativi, che alla metodologia di produzione del piano. Infatti, si
tratta di un progetto generale per la città condiviso fra vari attori e
soggetti sociali, ed a questo fine vengono costituiti ambiti permanenti di
discussione e confronto - spesso veri e propri Forum deliberativi[4] - tra soggetti pubblici e privati, portatori di interessi sociali, economici e culturali.
Dunque, la pianificazione strategica è anche uno strumento di creazione e
sperimentazione di nuovi modelli di governance[5] urbana, in
contesti metropolitani frammentati e disgregati, in cui si prova a far
convergere e cooperare interessi diversi, al
fine di realizzare un’immagine della “città come attore collettivo”[6] e di promuovere consenso e legittimazione intorno all’idea di città che si
intende costruire.
La pianificazione strategica e, in generale, le nuove forme di governance,
conservano comunque anche elementi fortemente problematici. Innanzitutto, fa
discutere il livello di democrazia e di trasparenza dei processi decisionali
che, pur senza rivestire carattere prescrittivo, non avvengono all’interno di
assemblee elettive e non sono quindi legittimati né controllabili dalle forme
della democrazia rappresentativa. D’altra parte, c’è chi ritiene[7] che la pianificazione strategica introduca forme di neoliberismo nelle
politiche urbane, soprattutto attraverso l'introduzione del neo-managerialismo
urbano, una aziendalizzazione delle scelte politiche e un distacco dalla
democrazia rappresentativa locale. Un terzo elemento che ha destato perplessità
nei modi di governance associati alla pianificazione, è il tentativo di
assegnare responsabilità di scelta e di decisione anche a soggetti esterni alle
istituzioni del governo urbano[8].
All’interno dei Forum deliberativi infatti, sono previste figure di esperti,
che hanno funzione di “facilitatori” del processo partecipativo, ma che tendono
a sostituirsi ai decisori politici. Ciò rischia di determinare una duplice
de-responsabilizzazione: sia da parte dei forum della pianificazione
strategica, che delle istituzioni, rispetto al problema dell’attuazione delle
scelte, dei loro effetti e della loro valutazione.
Da ultimo, bisogna infine chiedersi se le principali
questioni che sostanziano la pianificazione strategica (le politiche pubbliche,
le politiche economiche e la pianificazione urbana e territoriale), necessitino
davvero di uno strumento che si propone di essere così ampio e ambizioso, o se
molte delle dichiarazioni d’intenti ad esso attribuite non restino solo
materiale retorico.
Linee di riforma per l’ urbanistica, nell’Italia
degli anni ‘90
In Italia, nel corso degli anni
’90, si sviluppa tra gli urbanisti un dibattito articolato sul ruolo del piano
regolatore nel governo delle nuove trasformazioni urbane e viene unanimemente
riconosciuta la necessità di riformare la pianificazione comunale.[9]
Fin dal 1995 e, da
ultimo, nel 2006[10],
l’INU sollecita una
nuova legge urbanistica nazionale che normi solo i “principi fondamentali” di
governo del territorio, in base alla quale le Regioni dovrebbero poi costruire,
in piena autonomia – coerentemente con il Titolo V della Costituzione - le
proprie leggi regionali. Si dovrebbe cioè superare la legge urbanistica n. 1150
del ’42, e sancire l’importante passaggio concettuale da “urbanistica” a
“governo del territorio”, che comprende l’insieme delle attività relative alla
conservazione, alla trasformazione, allo sviluppo e agli usi del territorio
stesso, esercitate attraverso una collaborazione tra i diversi soggetti a vario
titolo competenti, non solo nella pianificazione propriamente detta, ma anche
nelle varie politiche settoriali (ambiente e paesaggio, trasporti e
infrastrutture, sviluppo sociale ed economico-produttivo, sicurezza, ecc…).
A livello comunale, l’idea dell’INU è quella dello
sdoppiamento del piano generale in due componenti: una strutturale (il Piano
Strutturale Comunale), con valenza solo programmatica - e dunque non
prescrittiva e vincolistica - che fissi gli indirizzi, gli obiettivi e i
parametri qualitativi generali di governo del territorio; e una operativa (il
Piano Operativo Comunale), prescrittiva e conformativa della proprietà, di
breve periodo (massimo cinque anni), che selezioni all’interno del PSC le
proposte ed i progetti a cui dare attuazione, attraverso una forma concorsuale
trasparente.
Nella prospettiva dell’INU, la nuova legge urbanistica
dovrebbe attribuire agli ambiti di trasformazione, attraverso il Piano
Operativo, usi pubblici e privati da accorpare pro quota tra tutte le
proprietà coinvolte in misura perequata. Inoltre, le aree su cui si concentrano
gli usi insediativi resterebbero di proprietà privata, mentre quelle destinate
ad usi pubblici verrebbero cedute gratuitamente al Comune in cambio di diritti
edificatori attribuiti dal piano alla proprietà. Il tradizionale meccanismo
espropriativo verrebbe dunque sostituito dalla cosiddetta “compensazione
perequativa”, e resterebbe solo per gli immobili di valore storico o naturale e
per le aree necessarie alla realizzazione di infrastrutture.
In secondo luogo, si risolverebbe in parte anche il
problema della “rendita di attesa” che il vecchio piano regolatore, a valenza
prescrittiva, generava sulle aree oggetto di intervento. Con la nuova legge
tale forma di rendita riguarderebbe solo le poche aree incluse nel Piano
Operativo e verrebbe inoltre ridotta dalla cessione gratuita di aree destinate
ad uso pubblico e diritti edificatori, operata con il metodo della
compensazione perequativa. Da ultimo, la breve durata dei POC porrebbe fine
alle continue varianti al vecchio piano generale, fatte dai Comuni nel corso
degli anni per fare fronte alle mutate esigenze.
La mancanza di flessibilità e di efficacia temporale della
pianificazione urbanistica italiana è, del resto, in palese contrasto con la
pianificazione strategica europea.
A causa della mancata elaborazione della nuova
legge nazionale, e sulla base di queste indicazioni, alcune Regioni hanno
provveduto autonomamente a dare inizio ad una nuova stagione legislativa in
materia di urbanistica[11].
L’Emilia Romagna ha approvato nel 2000 la legge regionale
n. 20 “Disciplina generale sulla tutela e l’uso del territorio”, che assume e
ricalca la proposta di riforma avanzata dall’INU.
La legge 20 del 2000 dell’Emilia Romagna,
articola la pianificazione territoriale ed urbanistica in tre livelli
gerarchicamente interconnessi: regionale
(PTR), provinciale
(PTCP) e comunale[12].
A livello comunale, essa recepisce appunto lo sdoppiamento
del piano generale in una componente strutturale ed in una operativa. Il Piano
Strutturale Comunale (PSC), è lo strumento di pianificazione urbanistica
generale finalizzato a delineare le scelte strategiche di assetto e sviluppo
del territorio comunale e a tutelarne l’integrità fisica ed ambientale, nonché
l’identità culturale[13],
attraverso metodologie partecipative. In queste sue finalità quindi, pur
rimanendo un piano territoriale ed urbanistico, esso ricalca gli obiettivi
tipici della pianificazione strategica: definire linee di indirizzo ed opzioni
strategiche di sviluppo urbano e territoriale, in maniera partecipata e
condivisa. Il Piano Operativo Comunale (POC) invece, è lo strumento che
individua e disciplina, specificatamente, gli interventi di tutela,
valorizzazione, organizzazione e trasformazione del territorio, da realizzare
nell’arco temporale di cinque anni, all’interno degli indirizzi definiti dal
PSC.[14]
Per quanto riguarda la partecipazione degli attori urbani
ai processi di formazione ed approvazione di tali strumenti di pianificazione,
la legge regionale assicura solo la concertazione con le associazioni
economiche e sociali per la definizione degli obiettivi strategici, e la
costruzione di forme specifiche di informazione e consultazione dei cittadini e
delle associazioni che tutelano interessi diffusi.[15]
Bologna: prima e dopo il Piano regolatore generale del
1985-‘89.
Prima di parlare del Piano
Strutturale Comunale di Bologna, è necessario ricordare come, a partire dagli
anni ’60, l’Emilia Romagna in generale, e Bologna in particolare, abbiano
rappresentato un’anomalia positiva sul piano delle politiche urbanistiche nel
Paese. Infatti, il Comune di Bologna ha messo in atto quella “urbanistica riformista”, che
aveva l’obiettivo di non emarginare le classi meno abbienti all’estrema
periferia, garantire a tutti gli insediamenti una quota adeguata di verde e di
servizi pubblici e salvaguardare il patrimonio storico e ambientale.
Negli anni ’80, nonostante la deregulation urbanistica
che domina il Paese, con il nuovo PRG ’85-’89, Bologna cerca di continuare la
sua tradizione culturale riformista in materia di programmazione e
pianificazione del territorio. Infatti, il PRG ’85, è un piano che mira appunto
alla trasformazione e non all’espansione della città, e che cerca di porre al
centro la questione della qualità urbana, attraverso alcune scelte di
prospettiva[16]. Innanzitutto,
i limiti della città, intesi come limiti dell’urbanizzato, vengono assunti come
vincolo non ulteriormente superabile e per questo si prevede il recupero e la
qualificazione dei vuoti urbani e delle aree dismesse, che divengono così i
luoghi dell’espansione della città su se stessa. Infine, dato che il contesto
urbano di Bologna è diventato l’asse portante del sistema metropolitano
regionale, si assume come prioritario il miglioramento delle comunicazioni e
delle connessioni con gli altri centri della Regione e con i comuni della
cintura - a prescindere dalla continuità dell’urbanizzato - da conseguire
tramite il potenziamento di un sistema di infrastrutture di trasporto in sede
propria. Il criterio che si propone, è quello di concentrare lungo le linee di
trasporto di massa su rotaia - definite le “linee forza” del piano - e intorno
ai punti di interscambio (stazioni e fermate), la maggior parte delle nuove
quote residenziali, di attività terziarie e di servizio sociale, previste.
Inoltre, l’idea è anche di trasferire gradualmente, lungo le stesse linee,
parte di quelle attività, soprattutto terziarie, insediate nel centro cittadino
e che contribuiscono a provocarne il congestionamento.
Nonostante ciò, il PRG definitivamente
approvato nel 1989, incontrò grosse difficoltà attuative. Alla base di tali
difficoltà ci furono sicuramente anche le modifiche apportate durante la fase
di contro-deduzione del piano stesso tra il 1985 e il 1989, che configurarono
un notevole incremento del dimensionamento
insediativo; più di 1/3 delle originarie previsioni[17].
Inoltre, a fronte di tale appesantimento delle previsioni, per quanto riguarda
la mobilità il PRG ’89, se da una parte confermava il
sistema di trasporto pubblico di massa basato sulla realizzazione delle tre
linee della metropolitana, dall’altra però non faceva lo stesso per il
completamento dell’ “asse ‘89” dalla via San Donato alla via Murri, dove si
concentrava una parte consistente delle aree di trasformazione. Infine, queste
modifiche hanno determinato uno scarto, sia nella residenza che nel terziario,
tra l’offerta insediativa del piano e la domanda reale esistente, con il
risultato di un’enorme valorizzazione immobiliare delle nuove aree di
trasformazione, mediante la rendita di attesa[18].
Queste sono solo le principali cause delle difficoltà di
attuazione dell’ultimo piano, a fronte delle quali risulta sempre più evidente,
anche a Bologna, l’urgenza di una riforma della pianificazione urbanistica e
territoriale.
Il Piano Strutturale Comunale ( PSC) di Bologna
(2005-2008)
Solo nel 2005 la nuova
Amministrazione comunale, eletta nel 2004, ha finalmente avviato operativamente
il nuovo processo di pianificazione approvando, il 15 febbraio, il “Programma
per la formazione del Piano Strutturale Comunale (PSC) condiviso e partecipato”[19].
Per favorire la concertazione e la condivisione delle
scelte strutturali della nuova pianificazione, la Conferenza metropolitana dei
Sindaci ha costituito, nel gennaio 2005, il Comitato
interistituzionale per l’elaborazione del Psc[20].
Il 14 settembre 2005 ha preso avvio la Conferenza di pianificazione, con la
partecipazione delle associazioni di rappresentanza sociale ed economica, ed il
10 maggio 2006 è stato sottoscritto l’Accordo di pianificazione.[21]
Per favorire la partecipazione dei cittadini
alla formazione del nuovo piano, sono stati attivati: a livello locale,
percorsi di consultazione dei Quartieri; a livello cittadino, il Forum
“Bologna città che cambia”, un luogo aperto di informazione, discussione e
condivisione di problemi, punti di vista, proposte ed ipotesi di soluzioni,
costruito appunto sul modello dei forum deliberativi caratteristici della
pianificazione strategica europea. I lavori del Forum si sono svolti dal 14
aprile al 15 dicembre 2005, in sei sessioni plenarie e dieci incontri tematici
su: ambiente, mobilità e sistema insediativo. Al Forum, coordinato
dall’Amministrazione comunale, hanno partecipato singoli cittadini,
rappresentanti del mondo economico e delle organizzazioni sociali, e soggetti,
singoli e collettivi, protagonisti della vita sociale e culturale della città.
Il PSC è stato adottato dal Consiglio comunale il 16
luglio 2007 e definitivamente approvato il 14 luglio 2008.
Le definizioni di Bologna come “città europea”
o “città internazionale”, “città metropolitana” e “città di città”, sono alla
base degli orientamenti strategici e degli indirizzi urbanistici contenuti nel
piano, nonché dell’idea di città e di sviluppo urbano che esso realizza e di
cui si fa promotore. Tali definizioni inoltre, ricorrono in tutta la
pianificazione strategica europea fin qui esaminata.[22] In particolare, la definizione di “Bologna città europea” non intende affermare
semplicemente un dato storico-geografico, bensì un modo specifico di
partecipare a quei processi che stanno trasformando il ruolo della città nel mondo
globalizzato. Attraverso questa definizione, il PSC dichiara di voler assumere
la sfida della competizione interurbana, al fine di conquistare per il
capoluogo emiliano-romagnolo uno spazio di primo piano nell’economia globale,
attraverso una ristrutturazione e riqualificazione fisica e funzionale,
necessaria per attrarre capitali e risorse umane ed economiche. Le definizioni
di “Bologna città metropolitana” e “Bologna città di città” invece, non solo
confermano la necessità da un lato, di ripensare lo sviluppo urbano a livello
di area metropolitana in quanto sistema integrato, e dall’altro, di rafforzare
e costruire nuove centralità nello spazio cittadino, ma evidenziano soprattutto
la natura plurima delle forme di urbanità che oggi contraddistinguono Bologna e
il suo territorio. Infatti, tale pluralità è stata tradotta in un’altra delle
immagini chiave del PSC bolognese: quella delle sette città - della Ferrovia,
della Tangenziale, del Reno, del Savena, della Collina, della via Emilia
Levante e della via Emilia Ponente – per ognuna delle quali il piano propone
strategie specifiche di sviluppo, progetti, politiche e azioni.
Le 7 città possono essere raggruppate per famiglie: 1 + 4 + 2 –la
città internazionale (Ferrovia), le quattro città metropolitane (Reno Savena,
Collina e Tangenziale) e le due città di città della via Emilia- , oppure 3 +
4, sottolineando l’unicità di tre città (Ferrovia, Tangenziale e Collina) e la
specularità delle altre quattro (Reno/Savena e via Emilia Ponente e Levante).
E’ questo un modo per evidenziare ed esprimere i criteri di distinzione
utilizzati; infatti, nel primo caso, si è posta l’attenzione sulle funzioni, le
popolazioni e gli attori, anche istituzionali, coinvolti nelle trasformazioni;
nel secondo caso, sui caratteri insediativi e sul tipo di problemi da
affrontare. In particolare, con la città della Ferrovia, Bologna conferma il
suo ruolo di città europea ed internazionale; con quelle della Tangenziale,
della Collina, del Reno e del Savena, imposta strategie metropolitane di
sviluppo territoriale; con le città della via Emilia, aggiorna la strategia di
intervento sulla città storica, aprendo, allungando ed articolando il centro
urbano.
Infatti, le “sette città” sono incardinate le une nelle
altre, ma allo stesso tempo sono distinguibili per storia, popolazioni diverse
che le abitano e/o le attraversano, caratteristiche e funzioni esistenti,
strategie future. All'interno di queste differenze si riconosce e si afferma la
ricchezza e la complessità tipiche della città contemporanea; è proprio a
partire da questa analisi, che il Piano Strutturale decide di non coinvolgere
in maniera uniforme tutto il territorio urbano, bensì di ritematizzarlo,
concentrando e diversificando gli interventi in alcune aree piuttosto che in
altre, e reinterpretando in questa chiave anche alcune proposte ed idee del
passato.[23] L'obiettivo generale resta sempre lo stesso: vincere la competizione
interurbana a livello europeo ed internazionale, implementando la qualità
urbana , l'abitabilità e lo “stare bene” - già caratteristiche di Bologna,
presenti anche nell'immaginario collettivo -, a partire dall'inedita pluralità
delle forme e delle popolazioni urbane, tipica della città contemporanea.
Ad ogni modo, l'immagine delle “sette città”
mi sembra svolga, nel PSC e nel processo di pianificazione, innanzitutto, la
funzione di tradurre in figure percepibili le scelte strategiche e le tematiche
fondamentali di cui il piano si fa portatore, riferendole allo spazio fisico ed
a precise parti del territorio, in cui si concentrano le proposte e le
iniziative, alle quali è affidata la ristrutturazione del capoluogo
emiliano-romagnolo e della sua area metropolitana. In secondo luogo, attraverso
questa operazione, essa rende le strategie di piano più facilmente comunicabili
all'esterno, anche ai non addetti ai lavori, diventando quindi il principale
veicolatore e promotore, a livello locale ma anche nazionale ed internazionale,
dell'idea sviluppo urbano proposta dal PSC.
Ed è proprio al fine di divenire “familiari” per chi abita
e frequenta questi territori, entrando anche nei circuiti della comunicazione
pubblica non esperta, che le città hanno preso forma e nome dai luoghi noti.
Infatti, si ritiene che quella della “familiarità” e del riconoscersi come una
popolazione che abita e frequenta un territorio, sia una condizione
indispensabile per mobilitare aspettative, azioni e disponibilità a prendersi
cura del territorio stesso.[24]
All'interno di questo quadro, risulta evidente
l'aspetto strategico - oltre quello prettamente urbanistico - del PSC di
Bologna, e la sua affinità con la pianificazione strategica territoriale
europea. Non a caso, la stessa urbanista Patrizia
Gabellini[25]-
che ha firmato il piano bolognese - sostiene la necessità per il PSC, a causa
delle profonde e rapide trasformazioni che hanno investito i centri urbani, di
costruire scenari ed opzioni aperte, «assumendo, per alcune caratteristiche, un
profilo strategico».[26] E difatti, esso si pone come cornice di senso e definisce le linee guida
fondamentali per le opere e le azioni urbanistiche, riprendendo,
nell'elaborazione delle strategie, definizioni di città, concetti chiave e
finalità tipiche dei piani strategici.
Ad ogni modo, esaminando brevemente ognuna
delle sette città, vediamo che la città della Ferrovia identifica la catena di
spazi urbani che ospitano quelle attività intorno a cui si strutturano le
relazioni internazionali, in cui vi è la concentrazione di funzioni eccellenti,
e che richiedono quindi la massima accessibilità (nuova stazione, aeroporto,
fiera, luoghi della direzionalità). Il PSC ne propone la messa a sistema,
attraverso nuove infrastrutture per la mobilità, sistemi di trasporto pubblico
e riqualificazioni urbane. E’ questa la città dove si concentrano e si concentreranno
le trasformazioni più rilevanti e dove si dovrebbe concretizzare la ricucitura
del tessuto urbano bolognese. Le azioni sulle connessioni, cioè le forme di
collegamento fisico, comprendono sia scelte già effettuate in precedenza (con
il PRG ’85-’89 e altri strumenti urbanistici), sia nuovi progetti. Le più
rilevanti sono: il completamento della linea dell’Alta velocità
Firenze-Bologna-Milano, il completamento ed il potenziamento del Servizio
ferroviario regionale (Sfr) e del Servizio ferroviario metropolitano (Sfm), la
connessione aeroporto-stazione-fiera (mediante il people mover), e la metrotranvia.
Per quanto riguarda invece le azioni sui luoghi, cioè le
parti di territorio nelle quali si prevedono trasformazioni, nella città della
Ferrovia si concentrano appunto molti tra i principali interventi di
riqualificazione e rifunzionalizzazione urbana. In particolare, rispetto ai
luoghi di accesso e di recapito internazionale, sono previste: la realizzazione
della nuova Stazione ferroviaria centrale, il potenziamento dell’aeroporto
Marconi, l’ampliamento ed il potenziamento del Fiera District e del
distretto logistico, commerciale e direzionale del Centro agroalimentare
(Caab), e la rilocalizzazione e il decentramento di alcune sedi dell’Università
(al Navile le Facoltà di Chimica, Farmacia, Biotecnologie, Astronomia e
l’Osservatorio astronomico, al Lazzaretto Ingegneria e al Caab Agraria).
Rispetto invece ai luoghi di accesso metropolitano, particolare importanza
assume la riqualificazione delle aree ferroviarie e delle aree militari
dismesse nella zona Ravone-Prati di Caprara.
La città della Tangenziale
identifica la sequenza di insediamenti che, addossati alla grande barriera a
nord della città, ne soffrono tutti gli inconvenienti e necessitano di recuperare
abitabilità attraverso: una riqualificazione degli spazi esistenti,
collegamenti più efficaci con le altre aree urbane e una migliore dotazione di
verde e servizi pubblici. Il Psc recupera l’idea del vecchio Prg di una fascia
boscata lungo la tangenziale, al fine di mitigare gli effetti della stessa
sugli insediamenti limitrofi. I principali interventi previsti sulle
connessioni sono: il Passante autostradale a nord (previsto dal Ptcp), che
comporterà il declassamento a tangenziale del tratto autostradale bolognese,
con conseguente riduzione di traffico ed inquinamento, ed il parcheggio per
oltre 7000 posti auto di via Michelino. Invece, le principali azioni previste
sui luoghi sono: il completamento del parco Lungo Navile (già nel Prg ’85-’89),
i nuovi parchi San Donnino e via Larga, le aree residenziali di via Pioppe e
Nuova Corticella e il nuovo insediamento terziario nell’area ex industriale
delle Ceramiche bolognesi.
Le strategie messe a punto per
la città della Collina si pongono come prioritari due obiettivi fondamentali:
la tutela e la valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente naturale, e la
riapertura alla città della collina periurbana, oggi considerata “una sorta di
giardino recintato, non percorribile”[27].
Per raggiungere il secondo obiettivo, il piano si propone la ricostruzione di
un sistema di connessioni e nodi (corridoi, sentieri, stazioni, parcheggi), che
migliorino i raccordi tra i parchi collinari e le aree urbanizzate. Anche le
azioni sui luoghi si concentrano sulla riqualificazione di quelli che vengono
considerati i “varchi” tra la collina e la città, come Porta Saragozza, Villa
Spada, Villa Mazzacorati ed il Parco del Paleotto. Il progetto più
significativo è quello che riguarda il recupero del complesso militare
affacciato sui viali di circonvallazione, che va da Porta San Mamolo a Porta
Castiglione (le caserme San Mamolo, D’Azeglio e Staveco).
Con le città del Reno e del
Savena si riprende il tema, già presente nel Prg ’85-’89, del doppio parco
fluviale, e dunque della necessità di riqualificare le sponde dei due fiumi,
migliorandone l’accessibilità e la fruibilità, anche attraverso la creazione di
percorsi ciclo-pedonali e di isole ricreative ad elevata qualità ambientale.
Tuttavia, mentre la parte ovest (il lungo Reno) ha una vocazione
prevalentemente residenziale, ad est si susseguono aggregati residenziali ma
anche aree produttive di qualità. Infatti, nella città del Savena, come in
quella della Ferrovia, si concentrano le principali infrastrutturazioni e
trasformazioni previste dal Psc, come: il “Nuovo asse Lungosavena” (che parte
dalla rotonda Verenin e, dopo l’attraversamento di Castenaso, arriva sulla
provinciale San Donato), la riqualificazione della zona industriale Roveri, il
completamento del Caab e nuove urbanizzazioni.
Da ultimo, le strategie per le
città della via Emilia Ponente e Levante mettono al centro il problema della
crisi che, negli ultimi trent’anni, questa storica direttrice stradale vive a
causa dell’incremento esponenziale del traffico, non più sostenibile per le sue
caratteristiche strutturali e funzionali. L’obiettivo quindi, è quello della
ristrutturazione della strada-madre, come condizione indispensabile per il
recupero dell’abitabilità del suo ambiente - in particolare quello storico -,
delle relazioni strada/città e spazi pubblici/spazi privati, e per l’estensione
della qualità e delle funzioni della città storica a tutta la città. Per
ottenere ciò, oltre alla riqualificazione degli spazi e degli edifici esistenti
ed all’incremento di verde e servizi pubblici, il Piano agisce soprattutto
sulle connessioni, attraverso il potenziamento dell’offerta di trasporto
pubblico, la costruzione ed il potenziamento della rete di viabilità
alternativa, nuovi parcheggi (in aree che ne sono storicamente carenti). In
particolare, per quanto riguarda le infrastrutture di trasporto pubblico in
sede propria, mentre lungo la via Emilia Ponente è prevista la realizzazione
della metrotranvia, ad est è prevista la realizzazione della linea di trasporto
pubblico a guida vincolata (Tpgv, meglio conosciuto come “Civis”), che si
interconnette con la metrotranvia nel centro storico.
Queste le principali linee guida e strategie
disegnate dal nuovo Piano Strutturale Comunale.
Ad una prima lettura, la caratteristica che più risulta
evidente del Psc è la sua continuità con il precedente Prg ‘89, sia per quanto
riguarda il sistema della mobilità, che per quanto riguarda le aree di
trasformazione ed i progetti che su di esse si vogliono sviluppare. Infatti, il
Piano strutturale agisce soprattutto mettendo a sistema scelte e progetti
precedenti alla sua elaborazione, in alcuni casi con modifiche ed integrazioni,
più o meno rilevanti, ma sempre ridefinendone il ruolo, attraverso
l'inserimento nel nuovo quadro strategico e nei suoi obiettivi. Come dice la
stessa Patrizia Gabellini: «Il piano strutturale come “rimescolamento delle
carte”, piuttosto che come “rifondazione”».[28] Tuttavia, ciò evidenzia come i
principali problemi e le principali carenze di Bologna, negli ultimi vent’anni,
siano rimasti sostanzialmente invariati ed insoluti.
A livello più generale invece, diversi sono gli
interrogativi da sciogliere: in particolare, se i nuovi strumenti di
pianificazione siano realmente in grado di superare i limiti, soprattutto
operativi ma anche qualitativi, dei vecchi piani regolatori generali; e se le
nuove metodologie partecipative di costruzione dei piani abbiano davvero
determinato un avanzamento verso la costruzione di quell’idea condivisa di
città, che anche Bologna ha perso da tempo.
Inoltre, è necessario chiedersi fino a che
punto la nuova tipologia di piano urbanistico strutturale sia stata influenzata
ed abbia mutuato alcune caratteristiche fondamentali della pianificazione
strategica, e se la pianificazione territoriale – seppur riformata – sia oggi
sufficiente a soddisfare le esigenze contemporanee, o sia invece necessario,
anche per Bologna, un vero e proprio piano strategico per lo sviluppo della
città.
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