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Matteo Varani*
Comunità linguistiche, professioni e sviluppo nell’Estonia post-comunista
Dinamiche dello sviluppo, dinamiche del territorio
Atti della Summer School del Dottorato "Storia e geografia d'Europa. Spazi, Linguaggi, Istituzioni e Soggetti in Età' Moderna e Contemporanea",
Bologna, 1-2 luglio 2009
Col crollo dell’Unione Sovietica
l’Estonia, il più settentrionale dei paesi baltici, ha riguadagnato
l’indipendenza, già sperimentata negli anni tra le due guerre, e ha dovuto far
fronte ad una vasta serie di riforme. La piccola repubblica baltica, poco più
grande del Belgio per estensione, ma con una popolazione al 1989 di poco
superiore al milione e mezzo di abitanti, si è caratterizzata, nel corso degli
anni ’90, per una costante crescita economica, data da un ben realizzato
passaggio all’economia di mercato. Questo e la
ridefinizione del mercato del lavoro hanno contribuito all’avvio del
processo di avvicinamento all’Europa, culminato il 1° maggio 2004 con
l’ingresso dell’Estonia nell’Unione Europea.
Tra i problemi che il paese ha dovuto affrontare vi è stata anche
l’integrazione della comunità russofona che nel 1989 era di oltre mezzo milione
di persone.
Questo articolo spiegherà la
situazione socio-economica che ha caratterizzato l’Estonia post-comunista.
Partendo dalla situazione delle comunità linguistiche, estone e russa, si
passerà ad un’analisi dello sviluppo economico e. al suo interno, del mutamento
di status delle professioni liberali.
Prima di affrontare l’argomento
è necessario fare un inquadramento del retaggio sovietico. Negli anni
successivi alla seconda guerra mondiale, con l’instaurazione definitiva della
Repubblica Socialista Sovietica d’Estonia (il primo atto si ebbe nel 1940,
interrotto dal 1941 al 1944 dall’inglobamento dell’area nei territori del
Reich), vi fu una modificazione della struttura demografica del paese. Una
forte immigrazione di popolazione russofona ebbe da subito inizio, portando ad
una rigida divisione su base etnica della società, conformemente alle politiche
di sovietizzazione condotte. A ciò va aggiunta una radicale trasformazione
delle strutture economiche, che portarono all’abolizione della proprietà
privata e ad una nuova struttura del mercato del lavoro, oltre che all’avvio di
un processo di industrializzazione per il quale si è resa necessaria la
formazione di apposite figure professionali. È quindi stretta l’interrelazione
tra gruppi nazionali, economia e professioni, e proprio questo intreccio può
essere utilizzato come cartina di tornasole per leggere il nuovo quadro
economico e sociale impostosi in Estonia nel corso degli anni ’90.
Estoni e non-estoni in Estonia
In base al censimento del 1989, in Estonia
risiedevano in quell’anno 1'562’662 persone. Il 61,5% era di nazionalità
estone, il 30,3% era di nazionalità russa, il 3,1% ucraina e l’1,7% bielorussa:
queste proporzioni erano il risultato di politiche introdotte dal regime
comunista nel corso dei decenni. Per fare un esempio prima della guerra i
russofoni residenti (russi, ucraini, bielorussi) erano pari al 9% della
popolazione.
Le ondate migratorie più significative di
popolazione russofona, in conformità alle politiche di sovietizzazione si
ebbero sin dalla fine della seconda guerra mondiale, con picchi nella seconda
metà degli anni ‘60[2].
Gli immigrati, che provenivano prevalentemente da aree rurali poco sviluppate
della Russia, avevano un livello di istruzione elementare ed erano inviati in
Estonia a lavorare in fabbrica. È anche per accoglierli che nelle principali
città estoni (Tallinn, Tartu, Pärnu) furono edificati nuovi quartieri, alcuni dei quali presero le
sembianze di dormitori. Vennero inoltre edificate nuove città, altre
ricostruite ex novo. Uno dei teatri maggiori di queste mutazioni sociali e
urbane, assieme alla capitale Tallinn, fu la regione nord-orientale di Ida-Virumaa
(dal 1961 al 1987 rajoon di Kohtla-Järve), che assurse al ruolo di
distretto industriale del paese, grazie ai suoi giacimenti di scisto bituminoso
e di fosforite, oltre che per i suoi preesistenti cotonifici e per le industrie
minerarie ed elettriche, alle quali ne vennero affiancate di nucleari. Proprio
qui, e in parte nella nuova città di Narva, fu insediato il maggior numero di
russofoni, fino a far diventare la regione un’area a maggioranza russofona[3].
A Tallinn, dove, nel corso dei decenni post-bellici,
si andò incontro ad una quartierizzazione su base linguistica della città, alla
fine degli anni ’80 la popolazione era composta per il 51% da non-estoni.
Mentre il primo grande quartiere edificato in età sovietica, Mustamäe, non fu progettato e
costruito esplicitamente per ospitare i nuovi immigrati e vide, di fatto, una
sostanziale compresenza estone e russofona, i successivi quartieri di Väike-Õismäe e Lasnamäe (assieme al
progetto di un quarto quartiere, Suur-Õismäe, mai realizzato), edificati dalla
fine degli anni ’60 all’inizio degli anni ’80, vennero appositamente concepiti
con la funzione di accogliere i nuovi lavoratori provenienti dalla Russia e da
altre repubbliche sovietiche. Gli estoni continuarono, invece, a rappresentare
la stragrande maggioranza della popolazione nelle aree urbane più piccole e
nelle aree rurali[4].
L’Estonia divenne quindi uno Stato multinazionale, nel quale estoni e
non-estoni vivevano fianco a fianco: in tal modo l’equilibrio sociale si
mantenne nel corso dei decenni sotto il regime comunista.
Le politiche adottate nel corso della transizione
e con la restaurazione della Repubblica d’Estonia, hanno introdotto leggi che
hanno definito i “caratteri” del cittadino estone, con l’obiettivo di creare
uno Stato rigidamente diviso su base etnica, in cui la titolarità era riservata
agli estoni.
La creazione dello Stato nazionale estone ebbe
inizio tra il 1989 e il 1990, con la «Legge sulla lingua della RSS d’Estonia»,
che sancì il primato della lingua estone su quella russa nella pubblica
amministrazione, seguita dalla «Legge
sull’immigrazione», del 26 giugno 1990, che proibiva l’emigrazione russa verso
l’Estonia.
La successiva «Legge sulla cittadinanza» non fece
altro che rendere esplicito ciò che già tutto il corpus legislativo prodotto a
partire dal 1989/90 aveva sancito: sul territorio della Repubblica d’Estonia vi
erano estoni e non-estoni (quasi totalmente di lingua russa). Per i non-estoni
si prospettava l’esclusione dalla vita politica ed economica del paese, a meno
che non si sottoponessero ad un processo di estonizzazione, consistente in un esame di lingua e di storia,
alla fine del quale sarebbe stata concessa loro la cittadinanza[5].
Questa legge stabiliva che poteva definirsi cittadino estone chi lo fosse stato
fino al 16 giugno 1940 -giorno precedente all’entrata dell’Armata Rossa nel
territorio estone- e così i suoi discendenti.
Tuttavia, l’applicazione di queste leggi si
scontrava con una realtà ben più complessa di quella che considerava l’Estonia
composta da due comunità, una estone e una di lingua russa, omogenee. Ciò che
le comunità russe avevano in comune era la lingua, si distinguevano per
composizione sociale e dislocazione sul territorio. Nelle realtà miste, nelle
quali erano in maggioranza gli estoni e i contatti fra le due più stretti, i
russi hanno optato per una rapida naturalizzazione. Invece, i russi che
abitavano in altri centri (Tallinn, Narva, Kohtla-Järve, Jõhvi, Sillamäe), nei
quali costituivano la maggioranza, hanno avuto più difficoltà e maggiori esitazioni
a scegliere la strada della naturalizzazione. In queste aree si è formata una
società tripartita: russi-estoni (ovvero russi che hanno ottenuto la
cittadinanza estone), russi tout-court e russi che hanno scelto il cosiddetto “passaporto grigio”, offerto dalla legge
del 1992, che dà lo stato di apolide. Nel 1995 venne promulgata dal Parlamento
estone, una nuova «Legge sulla Cittadinanza» più restrittiva, che innalza il
tempo di residenza nel paese richiesto per la naturalizzazione da due a cinque
anni.
Il nuovo quadro economico
Negli anni dell’occupazione sovietica l’intero
settore economico era stato statalizzato. Lo sviluppo economico, regolamentato
dai piani quinquennali, aveva prodotto sul territorio nuovi bacini industriali,
in particolare nel nord-est del paese e intorno a Tallinn. Dopo la crescita
negli anni ’50 e ’60, nei due decenni successivi si era verificata una
stagnazione. Nonostante ciò, l’Estonia rimase la più sviluppata e con i
migliori standard di vita tra le quindici repubbliche socialiste sovietiche.
Negli anni ‘80 in Estonia vi erano centoventisei auto private ogni mille
abitanti, a fronte di una media di cinquantatre ogni mille dell’URSS, e i metri
quadrati pro-capite per abitazione erano 16,1, contro una media di 12,8 dell’URSS[6].
Questa situazione favorevole si protrasse fino alla seconda metà degli anni’80.
Dopo il 1989 fu elaborato un piano di riforme
economiche, basato sulle proposte avanzate due anni prima da quattro economisti
del Partito Comunista Estone (tra costoro Edgar Savisaar, oggi sindaco di
Tallinn e leader del Partito di Centro). Tali proposte miravano alla creazione
di un’economia estone indipendente da quella di Mosca; uno degli atti più
importanti fu la riapertura della Banca d’Estonia il 1° gennaio 1990. Due anni
dopo, il governo della Repubblica d’Estonia diede inizio ad una vasta riforma
economica che ebbe il suo culmine nella riforma della proprietà e nel parallelo
avvio del processo di privatizzazione[7].
La riforma della proprietà, composta da un numero cospicuo di leggi, oltre a
creare un libero mercato e a reintrodurre la proprietà privata, mirava ad
escludere i non-estoni da tale processo[8].
Queste misure sono state successivamente
attenuate a seguito di pressioni da parte della Comunità Europea, preoccupata
anche dalla possibilità di esplosione di un conflitto su base etnica. Per
adeguarsi alle normative europee in materia di proprietà, i governi hanno
annullato ogni differenziazione su base etnica e posto sullo stesso piano
estoni e non-estoni. Grazie a ciò, la quasi totalità degli appartamenti è
divenuta di proprietà di chi li occupava, a prescindere che fosse estone o
russo, anche in seguito ad una svendita degli immobili da parte dello Stato.
Dietro a questa decisione vi erano anche motivazioni utilitaristiche: la
creazione di un mercato nel settore immobiliare richiedeva la vendita del
patrimonio pubblico a prezzi non troppo elevati, anche per evitare gli enormi
costi legati al risanamento di case in cattivo stato. Il risultato è che oggi
oltre l’80% di estoni e non-estoni possiedono una casa di proprietà.
La svolta verso un’economia
liberal-capitalistica, ben intrapresa dal paese anche con il sostegno dato
dall’afflusso di capitale straniero, e la riorganizzazione del mercato del
lavoro hanno causato un incremento del tasso di disoccupazione, che ha colpito
soprattutto la popolazione russofona del nord-est del paese, nella quale si è
avuta anche la dismissione e riconversione degli impianti industriali
dell’area. Si è passati dal tasso di disoccupazione dello 0,6% del 1989, al
3,7% del 1992, al 9,7% del triennio 1995-1997[9].
Il prodotto interno lordo pro capite, secondo i
dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, sarebbe cresciuto normalmente
nel corso degli anni ’90, per subire un balzo enorme dopo il 2000, arrivando a
20'000 dollari annui pro capite a parità di potere d’acquisto, e a 12'000
dollari in base al prodotto interno lordo pro capite nominale (da 6'700 dollari
del 1995).
Le professioni
La restaurazione democratica ha portato ad una
ridefinizione del mercato del lavoro. Ciò ha comportato anche una rivalutazione
di alcune professioni e la svalutazione di altre, rovesciando la gerarchia
impostasi in età sovietica, che vedeva le professioni ingegneristiche al
livello più elevato, mentre per le professioni mediche lo status era nettamente
inferiore e il settore giuridico era pressoché inesistente.
Durante il regime comunista la formazione dei
professionisti avveniva inizialmente attraverso corsi accelerati promossi dal
Partito Comunista: era infatti necessaria la creazione in tempi rapidi di una
nuovo apparato professionale, in modo da non dover contare unicamente sulle
competenze di coloro che già esercitavano le professioni nell’Estonia
pre-bellica. Superata quest’ “emergenza” iniziale, vennero riorganizzati i
corsi universitari, per accedere ai quali doveva essere superato un esame di
ammissione.
Nell’Estonia sovietica l’ingegneria era una
disciplina estremamente specializzata, con alcuni importanti settori di ricerca
presso l’Università di Tartu. La specializzazione, tuttavia, si rivelò
eccessiva per alcune aree -quali quella dell’analisi dei cibi (esistevano
specialisti per ogni singolo alimento)-, facendo sì che gli impiegati in questi
settori si trovassero rapidamente senza lavoro nel corso degli anni ’90.
Specializzazioni che, invece, sono andate incontro ad una maggiore richiesta da
parte del nuovo mercato del lavoro, sono quelle facenti riferimento alle nuove
tecnologie e alle costruzioni. Il settore edilizio, come in altri paesi, era ed
è rimasto caratterizzato dalla contrapposizione tra ingegneri e architetti, con
una rivendicazione da parte dei primi di una più specifica formazione
tecnico-scientifica.
Gli ingegneri impiegati nella realizzazione delle
nuove aree urbane erano quasi tutti di nazionalità russa e avevano studiato nei
politecnici russi, gli architetti, invece, erano più che altro estoni con una
formazione avvenuta al Politecnico di Tallinn.
Il settore dell’ingegneria che nell’Estonia
sovietica conobbe un ampio sviluppo e lustro fu quello minerario, funzionale al
lavoro nelle miniere di scisto bituminoso presenti nella regione di
Ida-Virumaa, attorno alla città di Kohtla-Järve, nella parte nord-orientale del
paese. La diminuzione dello sfruttamento dei depositi di scisto bituminoso,
oltre che ad una maggiore meccanizzazione dei processi lavorativi, ha portato,
nel corso degli anni ’90, ad una diminuzione dei due terzi del numero di
ingegneri impiegati, di modo che quelli i rimasti venissero pagati meglio.
Diverse, invece, sono le dinamiche che hanno
segnato il percorso della professione medica. Il numero complessivo di medici
nell’Estonia sovietica diminuì, laddove, in conformità con le politiche di
sovietizzazione/russificazione, aumentò la percentuale di medici provenienti dalla
Russia, non formatisi quindi presso l’Università di Tartu, dove si trovava
l’unica scuola medica riconosciuta (al 1991 oltre il 20% dei medici era
russofono). Dal punto di vista di un’analisi di genere, risulta che le donne
costituivano la maggioranza dei medici: fatto, questo, dovuto sia alla cospicua
migrazione di medici maschi dopo la seconda guerra mondiale verso Occidente,
sia alla considerazione che la professione medica godeva. Essa era considerata
come qualcosa di improduttivo e, conseguentemente, una professione di basso
livello[10].
Nell’Estonia sovietica il salario di un medico
era inferiore a quello di un operaio, calcolando che mediamente un medico
guadagnava attorno ai 1'000 rubli al mese. Tuttavia, nel corso degli anni ’90,
vi è stato un ribaltamento di questo quadro, sia per il riconquistato prestigio
da parte di questa professione (con una crescente mascolinizzazione), che in
termini di retribuzione; il salario mensile si è attestato a livelli superiori
del doppio rispetto a quelli di un lavoratore del settore industriale.
Sicuramente ha giocato a favore del miglioramento dello status della
professione anche una seconda emigrazione di medici nell’Europa occidentale, in
particolare in Gran Bretagna e Scandinavia, oltre che la possibilità di esercitare
privatamente, pur essendo impiegati nella sanità pubblica.
Le professioni giuridiche sono quelle che hanno
tratto il maggiore beneficio col passaggio ad una società democratica basata su
un’economia di mercato. In Unione Sovietica il numero di avvocati era esiguo,
sicché ancora in anni recenti in Estonia questa categoria professionale risulta
essere quantitativamente esigua. Pertanto avvocati, notai e giudici (questi
ultimi eletti a vita) rappresentano le professioni più remunerative in Estonia,
potendo arrivare a guadagnare oltre 65'000 corone al mese (oltre 4'000 euro).
La formazione dei nuovi professionisti, oltre ad
avvenire nell’Università di Tartu[11],
dagli anni ’90 è possibile anche presso l’Università di Tallinn, mentre in età
sovietica nella capitale avveniva quasi esclusivamente la formazione di
ingegneri, presso l’allora Istituto Politecnico – oggi Università Tecnologica[12].
Nonostante la quasi inesistenza di studi al
riguardo, pare che l’accesso alle professioni liberali in Estonia sia stato
quasi interamente appannaggio degli estoni.
Occorre tenere in considerazione che la lingua di
istruzione universitaria, anche nella RSS d’Estonia, era l’estone. Inoltre, in
età sovietica, coesistevano due sistemi educativi: uno in lingua russa, della durata
di nove anni, in cui lo studio della lingua estone non era minimamente
contemplato, e uno in lingua estone, che durava un anno in più, nel quale il
russo era una delle principali materie curriculari.
Dunque, data questa dicotomia e la quasi assenza
di scuole bilingui, era quasi scontato che i russofoni che risiedevano sul
territorio, una volta ultimati gli studi superiori non si iscrivessero
all’università, optando per un lavoro meno qualificato. La presenza di
professionisti di lingua russa era dovuta all’immigrazione di figure
specializzate formatesi nelle università russe e trasferitesi in Estonia, così
come in altre repubbliche sovietiche, allo scopo di esercitare la propria
professione[13].
Con la nascita dello stato indipendente, quindi,
la scelta di virare totalmente verso un’economia liberista di mercato, facendo
dell’Estonia una delle economie meno regolamentate del continente, il mercato del lavoro ha subito
profonde alterazioni. Anche la scelta di puntare sulle nuove tecnologie,
servizi informatici in primis, ha consentito al paese di avere una
rapida crescita economica, superiore a quella delle vicine Lettonia e Lituania.
Pare sia diventato più arduo per i non-estoni salire nella scala sociale, avendo
il nuovo Stato fatto perno sulla lingua come fattore esclusivo. È tuttavia
altresì vero che molti russofoni hanno ottenuto la cittadinanza, potendo quindi
avere facile accesso all’università. Altri fattori da considerare sono la
presenza di figli di coppie miste, che di fatto scardinano questo schema duale
russo-estone, oltre al fatto che sempre più russofoni hanno optato per
l’ottenimento della cittadinanza, consci delle migliori condizioni per loro
presenti all’interno dell’Unione Europea, nonostante i ripetuti richiami
provenienti dalla Russia.
Conclusioni
Con l’avvio del processo di europeizzazione,
iniziato formalmente nel 1997 e culminato il 1 maggio 2004 con l’ingresso
nell’Unione Europea, l’Estonia è stata sottoposta a scrutinio crescente da
parte degli organismi comunitari. Se, da una parte,
la Commissione
europea si
dichiarava ben impressionata dall’andamento economico della repubblica baltica,
dall’altro vi sono state pressioni da parte di organizzazioni quali
la Banca Mondiale
e il
Fondo Monetario Internazionale, affinché le condizioni dei non-estoni, viste
anche le non facili relazioni con
la
Russia
, venissero migliorate, in particolare consentendo un
più facile ottenimento della cittadinanza – e con essa l’accesso a tutte le
risorse economiche.
Tuttavia, proprio l’ingresso nella U.E., con il
quale il paese si sentì caricato del ruolo di confine ultimo dell’Europa, al di
là della quale si trova la non-Europa, cioè
la Russia
, ha favorito un
incremento delle politiche esclusive e una maggiore diffusione di sentimenti
nazionalisti tra la popolazione tanto estone quanto russa. Questa situazione ha
favorito l’insorgenza di una tensione tra le due parti linguistiche culminata,
nella primavera del 2007, con gli scontri avvenuti a Tallinn tra russofoni e
polizia, a seguito della rimozione di un monumento sovietico raffigurante un
soldato dell’Armata Rossa liberatrice del paese e ai quali è seguito un
ulteriore raffreddamento dei rapporti diplomatici tra Estonia e Federazione
Russa.
La situazione economica del più settentrionale
dei tre paesi baltici, dopo una costante crescita a cavallo tra anni ’90 e
2000, ha
subito una
battuta d’arresto dal 2007, risentendo della crisi globale. Tuttavia, l’Estonia
è tra i paesi dell’ex blocco comunista che ha meglio resistito alla crisi,
senza che si verificassero forti destabilizzazioni economiche e sociali,
comportanti un’ulteriore etnicizzazione dei rapporti, come nel caso della
Lettonia. Il cammino del paese, se i trend verranno confermati, potrebbe
portare all’adozione della moneta unica europea nell’arco di un quinquennio e
ad una stabilità non solo economica, ma anche sociale.
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