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150° Anniversario Unità d'Italia
Renata De Lorenzo, Carlo Cetteo Cipriani
Il ruolo delle deputazioni di storia patria a 150 anni dall'unità
Intervista a cura di Maria Pia Casalena
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unità nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
La riflessione, sui
rapporti tra storia locale e storia nazionale ricorre frequentemente
nell’agenda della storiografia italiana. Meno frequente è
stata, negli ultimi anni, l’intervento delle deputazioni di
storia patria, enti votati da molti decenni proprio alla ricerca
sulle fonti locali e regionali, che sembrano aver perduto occasioni e
momenti di visibilità nel panorama scientifico. Presentiamo
qui le riflessioni dei rappresentanti delle due deputazioni di storia
patria che hanno accettato di rispondere al nostro questionario. Si
tratta di due casi estremamente diversi, rappresentativi della
varietà di origini, vocazioni e situazione istituzionale delle
deputazioni fiorite sul territorio italiano dal 1860 ad oggi. La
Deputazione napoletana vanta una attività più che
secolare e forti legami con la storiografia accademica. La
Deputazione per la Dalmazia è invece nata nel 1920, ha
cambiato nel tempo sede e statuto e anche il suo oggetto di studio si
è ripetutamente adeguato al quadro politico-istituzionale
della regione di riferimento. Emergono comunque tratti condivisi, che
danno conto della difficile situazione in cui versano questi istituti
nel nuovo secolo, per il quale hanno comunque sviluppato una
interessante progettualità. Di particolare interesse le
riflessioni sviluppate dai due intervistati in merito alle
celebrazioni del centocinquantenario dell’unità
nazionale.
Cominciano
con dei cenni storici. Vorremmo sapere quando sono nate le
Deputazioni e Società di storia patria, lo sfondo storico e
istituzionale nel quale sono state create, le finalità che si
sono date, e le iniziative principali che le hanno viste coinvolte
fino a oggi.
De
Lorenzo: La
Società napoletana di storia patria fu creata nel 1875 e fu
riconosciuta ente morale con R.D. 29 giugno 1882. Tuttavia a Napoli
già nel 1844 lo storico ed erudito Carlo Troya aveva preso
l’iniziativa di una Società storica napoletana, per
pubblicare documenti inediti sulla storia del Regno di Napoli. Essa
durò solo tre anni, spegnendosi in seguito agli eventi del
1848.
La
Società, riunitasi per la prima volta il 5 gennaio 1876, ebbe
sede nel convento di S. Maria di Caravaggio a piazza Dante, ospite
della sezione napoletana del Club Alpino Italiano Qui rimase fino al
1936 allorché, per interessamento del presidente Ernesto
Pontieri, fu spostata in Castel Nuovo, ove ancora si trova. Nel 1943
la Torre S. Giorgio fu colpita da una bomba, che procurò danni
al prezioso materiale ivi custodito.
La
Società, fondata da privati, ebbe molti sostenitori. Fu ed è
ancora una delle più importanti in Italia. I maggiori
intellettuali napoletani vi sono stati iscritti. I nominativi degli
illustri componenti sia del Consiglio direttivo (di 10 membri, eletto
ogni tre anni, di 9 membri, più il Presidente) che dei soci,
sono rintracciabili nell’Archivio della Società.
La
Società sorse nel clima che aveva già portato alla
nascita della Società storica lombarda, e, nel 1876, alla
nascita della Società romana di storia Patria. Essa si fece
tuttavia interprete anche sia di una tradizione napoletana di studi
già fertile prima dell’Unità sia dell’influenza
in Italia della storiografia tedesca, impegnata nel promuovere la
storia regionale sulla base di documenti corretti e sicuri. La storia
e l’erudizione storica si imposero come esigenza non solo di
pochi studiosi e storici di professione, ma di un più vasto
pubblico colto (autodidatti, cultori del documento, archivisti,
bibliotecari, ecc.), nel clima del positivismo. La conoscenza del
luogo nativo, della “patria” locale, non era vissuta in
contrasto, ma in simbiosi col rafforzamento della “patria”
nazionale.
Nei primi decenni di vita
la Società fu il punto di riferimento di tutta l’attività
storica ed erudita del Mezzogiorno continentale, promuovendo studi di
storia e storiografia del Mezzogiorno e creando edizioni di fonti e
studi specializzati.
Scopo
dell’istituzione fu quindi la costruzione dell’identità
nazionale tramite la conoscenza della storia locale. L’impegno
nella raccolta di documenti e materiali differenzia la Società
dalla altre accademie, proiettate alla pubblicazione di scritti e
lavori privati, e si giustifica grazie ad una concezione alta
dell’erudizione.
Le
iniziative principali: la pubblicazione dell‘«Archivio
storico per le province napoletane» (dal 1876) e la
pubblicazione di documenti «Monumenti storici» (serie Cronache e serie Documenti, entrambe
relative a fonti medievali inedite o di antica e deficiente
edizione). Inoltre la Società è stata promotrice del I
Congresso delle Società e Deputazioni di storia patria nel
1879.
Si
aggiunga che la Società ha nel suo patrimonio anche pergamene
e cinquecentine, custodisce un importante fondo librario di proprietà
del Comune di Napoli, il fondo Cuomo, il fondo sismico, un rilevante
fondo di stampe e disegni. La complementarietà tra fonti
arcaistiche e bibliotecarie arricchisce molto la natura
dell’istituzione.
Cipriani:
La Società dalmata di storia patria fu fondata in Zara il 26
marzo 1926. A quell'epoca Zara, in seguito al Trattato di Rapallo,
era stata ricongiunta al Regno d'Italia. Non era la Dalmazia che
l'Italia avrebbe dovuto ottenere con le promesse del Patto di Londra
del 1915; ma Zara, quale sua vecchia capitale, poteva ambire a
considerarsi la rappresentante spirituale di tutta la Dalmazia, o
almeno custode della sua memoria storica. Non aveva quindi molta
importanza l'esiguità del territorio dalmata assegnato con
Zara all'Italia: l'oggetto specifico di interesse della Società
dalmata di storia patria era la Dalmazia storica, dal Golfo del
Carnàro alle Bocche di Cattaro. E fu proprio per la singolare
posizione geo-politica occupata da Zara rispetto all'Italia
peninsulare, che la Società dalmata presentò fin dalla
sua nascita caratteri di comunanza ma anche di anomalia rispetto alle
consorelle Società e Deputazioni di storia patria delle altre
regioni del Regno. Il territorio di riferimento era infatti nella
quasi totalità non più giuridicamente italiano e gli
italiani di Dalmazia erano un gruppo destinato a ridursi (ma non a
scomparire). Da ciò il duplice compito che impegnò i
primi soci della Società dalmata: quello scientifico di
studiare la "storia patria" e quello patriottico di
perpetuare la memoria del contributo dato dai dalmati alla civiltà
italiana, dall'epoca romana ad oggi. Di questo duplice compito fu
interprete, fra i più autorevoli, il primo presidente,
Giuseppe Praga, storico insigne, autore tra l'altro di un'epocale Storia
della Dalmazia edita più volte e tradotta anche in inglese, nella quale
l'attenzione preferenziale data al fattore storico italiano in
Dalmazia non impedì di cogliere l'intreccio con altri fattori,
fra cui quello slavo. La vita della Società Dalmata non fu mai
facile. Appena fondata iniziò la pubblicazione di “Atti
e Memorie” e “Studi e Testi”, ma il ristretto
ambiente cittadino provocò tensione fra i soci per cui dopo un
po' lo slancio iniziale si allentò. La mazzata ci fu nel 1935,
a seguito della riorganizzazione centralizzata degli studi storici in
Italia, con la Società dalmata formalmente sciolta e unita
alla Regia Deputazione di Storia Patria per le Venezie quale "Sezione
Dalmata" (questo provvedimento può chiarire i termini
della pretesa protezione verso i dalmati del fascismo, che preferì
chiudere l’istituzione dalmata invece di accordarle un
sussidio). Ci fu poi la guerra e con l'esodo il blocco delle
attività. Per iniziativa di alcuni dalmati esuli in Italia,
nel 1961, la Società dalmata rinacque a Roma. Il merito va ad
alcuni intraprendenti uomini di azione e studiosi, come i fratelli
Ildebrando e Antonio Tacconi, Manlio Cace, Angelo de Benvenuti,
Vincenzo Fasolo, Niccolò Luxardo, Attilio Budrovich, più
tardi il lessicografo Aldo Duro, i due Ziliotto e molti altri,
affiancati in numero sempre maggiore da italiani e stranieri, che non
avevano alcun legame specifico con la Dalmazia. In seguito si operò
un ricambio generazionale, evidente anche nella struttura
organizzativa della Società, che dal 1987 vide al suo vertice,
con l'avvento di Massimiliano Pavan, dei presidenti non dalmati, da
Vincenzo Fasolo a Manlio Cace, Antonio Just Verdus, Furio Fasolo. In
quel periodo fu fondamentale
l'opera della segretaria Gica Bobich, zaratina che, fino alla morte
nel 1986, garantì il passaggio dalla vecchio gruppo dirigente
ai nuovi soci
ed ai nuovi consigli di presidenza nei quali per lunghi anni
(1984-1999) sarebbe stato vice-presidente il giurista della
“Sapienza” Claudio
Schwarzenberg, di Fiume. Frutto dell'attività della Società
sono le varie decine di volumi degli Atti
e memorie e
dei collaterali Studi
e testi (con gli altrettanti volumi pubblicati da altra Società
dalmata che era stata costituita a fine anni '70 in Venezia,
meritevole anche per la riedizione di alcuni "classici"
della storiografia dalmata). Significativi i convegni che - anche in
collaborazione con le Università di Roma, Venezia, Trieste,
Macerata, Vienna, Zagabria, Zara, Spalato, con la Società
Dante Alighieri, con l'Istituto della Enciclopedia Italiana, la
Fondazione Giorgio Cini, l'Accademia marchigiana di scienze lettere e
arti - sono stati da essa organizzati in Italia e all'estero. Vanno
poi aggiunti la partecipazione dei suoi membri a innumerevoli
iniziative scientifico-culturali in Italia e all'estero sui problemi
della Dalmazia ed il supporto dato a studiosi di storia dalmata. Il
compito di conservare la memoria della cultura italo-dalmata è
stato attuato soprattutto con il lavoro storiografico: la
pubblicazione di saggi, di fonti, di studi, da parte di studiosi
italiani e stranieri, spesso di altissimo valore scientifico. Basti
ricordare, tra gli italiani, Massimiliano Pavan, Ugo Tucci, Sante
Graciotti, Paolo Preto, Lorenzo Braccesi, Giuliano Bonfante, Girolamo
Arnaldi, Sergio Anselmi, Ulderico Bernardi, Domenico Caccamo, Rita
Tolomeo, Bruno Crevato-Selvaggi, Marino Zorzi, Carlo C. Cipriani,
insieme con un fedele gruppo di studiosi viennesi e ungari, ai quali
si aggiungono collaboratori serbi e croati. Attraverso la scelta dei
soci e dei collaboratori la Società vuole contribuire a creare
nuove generazioni di ricercatori, forniti di obiettivi di ricerca e
strumenti di lavoro adeguati ai tempi. È a loro - in
particolare agli Istituti universitari italiani interessati alla
storia dell'Est Europa (spesso immemori della Dalmazia) e a quelli
slavi dedicati all'Italia e alla cultura italiana - che la Società
Dalmata intende affidare il compito di concentrare l'attenzione sul
bacino adriatico, anche come luogo deputato di integrazione tra Ovest
ed Est europeo, ruolo svolto per secoli dalle terre e dalle genti
dalmate, come spesso della pubblicistica incolta, partigiana e
faziosa dimentica. Alcune fortunate coincidenze hanno consentito di
iniziare progetti culturali di notevole spessore: l'inventariazione
dei fondi di tutte le magistrature culturalmente italiane prodottesi
nei secoli in Istria, Fiume, Dalmazia, conservati negli archivi ora
di là dal confine in Slovenia, Croazia, Montenegro; lo studio
della presenza degli ebrei in Dalmazia nelle due comunità
principali di Spalato e Ragusa e non solo; l'indagine sullo svolgersi
della vita intellettuale, sociale ed economica, nella Dalmazia fra
‘700 ed ‘800, periodo di passaggio e di crescita ma anche
dell'affacciarsi delle identità nazionali che saranno la causa
di tante disgrazie della regione. I riconoscimenti nell'anno dell'80°
dalla costituzione - la medaglia dei benemeriti della cultura ed un
francobollo celebrativo - possono esser considerati più che
omaggi alla Società dalmata, uno sprone per l'opera di difesa
e diffusione dei valori della cultura di una regione spesso negletta
in Italia e dagli italiani.
Com’è
cambiato, nel corso del tempo, il ruolo delle deputazioni e società
di storia patria? Quali i loro rapporti con le università,
ieri e oggi?
De
Lorenzo: A
differenza delle Deputazioni, di nomina statale, le Società
erano fondate da privati. Nel 1935 il ministro De Vecchi trasformò
la Società napoletana, riconosciuta ente morale con R.D. 29
giugno 1882, in R. Deputazione di Storia Patria, colpendo in tal modo
la sua autonomia. Con decreto 24 gennaio 1947, n.245, le Deputazioni
di storia patria e Società storiche, iscritte e riconosciute
dallo Stato prima del 28 ottobre 1922, riacquistarono la loro
autonomia.
La
natura privatistica dell’istituzione (formata da soci che vi
accedono per cooptazione) ha influito e influisce sulle sue scelte
scientifiche e sulla natura del suo patrimonio. Se i soci sono molto
attivi nel rispondere all’intento iniziale erudito, attraverso
saggi pubblicati sulla rivista e pubblicazioni di documenti, il
patrimonio complessivo si arricchisce con le donazioni di
biblioteche, archivi privati, oggetti.
Un cambiamento si ebbe
durante il fascismo per il disinteresse reciproco fra Società
storiche e regime.
Nell’ambito di una
più generale ristrutturazione degli studi storici il R.D. 20
luglio 1934 stabilì che l’Istituto Storico italiano era
ufficialmente circoscritto al Medioevo; nell’Istituto fu creata
la Giunta Centrale per gli Studi Storici, per coordinare l’attività
delle Deputazioni di storia patria; fu creato un Istituto per l’età
moderna e contemporanea e un altro per la storia del Risorgimento).
Con decreto 20 giugno 1935
venne regolata l’attività delle Deputazioni di storia
patria. Ne vennero riconosciute o istituite ex novo 17, una per ogni
regione storica. In tale occasione la Società napoletana di
Storia Patria fu trasformata, con R.D. 6 agosto 1935-XIII, in Regia
Deputazione di storia patria per la Campania e il Molise, retta in
base al Regolamento per le Regie Deputazioni di Storia Patria,
approvato con R. Decreto 20 giugno 1935, comune a tutte le
Deputazioni. Quelle che erano rimaste Società storiche
divennero sezioni delle Deputazioni. Ogni Società cercò
di sopravvivere come poté.
Dopo la fine del fascismo,
il d.l. del 24 gennaio 1947 restituì autonomia alle
Deputazioni di storia patria e alle Società storiche. È
rimasta intatta nel tempo la natura mista dei soci, docenti
universitari soprattutto di storia medievale e moderna, ma anche di
discipline artistiche, di Napoli e del Mezzogiorno, e generico
pubblico colto (bibliotecari, archivisti, etc.). Nel Direttivo hanno
avuto grande spazio docenti dell’Università.
Il penultimo Direttivo ha
visto come residente per 30 anni Giuseppe Galasso, componenti del
direttivo Craveri, Del Treppo, Ajello, Vitolo, Cernigliaro, De
Lorenzo, Musi, Stazio (numismatica), più Spinosa
(sovrintendente). L’attuale direttivo (De Lorenzo presidente +
Musi, Mascilli Migliorini, Cernigliaro, Vitolo, Abbamonte, Aceto, De
Blasi, Marta Herling (segretaria Istituto Croce) Taliercio
(numismatica) riconferma la prevalenza di esponenti delle università.
Cipriani:
Alla nascita la Società dalmata era l’unione degli
studiosi di storia dalmata, abitanti per lo più a Zara. Dopo
l’esodo forzato nel 1943-47 degli italiani dalla Dalmazia si
trattò di avere una voce che facesse esser presente la storia
e la cultura dei dalmati italiani nella cultura italiana. All’inizio
il contatto col mondo accademico era limitato, per motivi differenti;
negli ultimi decenni la compagine sociale della Società
dalmata annovera numerosi professori universitari. Con alcune
Università sono state organizzate varie attività
scientifiche.
Cosa
si intende più precisamente per “storia patria”?
Quali sono le definizioni, le periodizzazioni e le metodologie che si
sono privilegiati nello studio della storia locale? Quali i rapporti
con la contemporanea storiografia sulla storia nazionale?
De
Lorenzo: A
differenza di altre Società che ebbero in programma di
applicarsi solo al Medioevo, o come la Romana, di partire dall’Impero
romano fino al presente, quella napoletana nel 1876 dichiarò
di volersi occupare della storia del Regno fino al 1815. Grande
spazio fu dato al Medioevo, momento del sorgere della nazione ed
anche delle sue divisioni, fase in cui si conciliava l’unità
morale degli italiani e la varietà e ricchezza delle
tradizioni.
Data la prevalenza di
docenti universitari fra i soci furono rispecchiati in genere nella
Società gli interessi della storiografia ufficiale di stampo
liberale, ma nella sua rivista hanno pubblicato moltissimi studiosi
di varia impostazione, con saggi che coprono un arco cronologico che
va dall’antichità fino al ’900 (soprattutto negli
ultimi anni).
Cipriani: Storia
Patria come storia locale, storia della piccola ‘terra dei padri’
all’interno della più grande patria nazionale. Per i
dalmati italiani anche la rivendicazione di una identità
culturale nazionale che le altre etnie del territorio hanno
osteggiato e conculcato.
Quale
spazio ha avuto l’età risorgimentale nello studio della
storia patria, nel passato e attualmente?
De
Lorenzo: Lo
Stato unitario favorì l’indagine sul proprio passato,
con attenzione in particolare al Medioevo, visto come momento di
origine della nazione e delle sue divisioni. Il positivismo,
esaltando la scienza, diede luogo ad un nuovo metodo storiografico.
Fino alla prima guerra mondiale l’attività di
Deputazioni e Società si concentrò quindi soprattutto
sul Medioevo. Dopo la guerra l’interesse si spostò sui
secoli XVIII e XIX.
Data
la sensibilità storiografica attuale verso il privato, dalla
microstoria all’attenzione per le identità locali, il
materiale librario e archivistico posseduto dalla Società
napoletana, ancora in corso di inventariazione, è destinato ad
una notevole valorizzazione per una riflessione sulla storia del
Risorgimento. I fondi archivistici della Società, come il
napoleonico o il fondo Fortunato, hanno una spiccata
caratterizzazione ottocentesca e altri fondi consentono uno studio
molto articolato del Risorgimento italiano e napoletano. Anche la
rivista della Società, nel cercare di rispecchiare in ogni
numero tutto l’arco cronologico della storia del Regno,
contiene sempre saggi e documenti relativi al secolo XIX.
Cipriani:
Per la Dalmazia e la Società dalmata lo studio dell’epoca
risorgimentale è stato di notevole rilievo. Affermare la
conoscenza della partecipazione di dalmati al Risorgimento voleva
dire, per i fondatori della Società, riaffermare il legame
della regione all’Italia, in opposizione alla tesi dei politici
croati che negavano ogni carattere d’italianità alla
Dalmazia ed ai suoi abitanti.
Le
deputazioni e società di storia patria furono coinvolte nelle
celebrazioni del 1961 per il centenario dell’Unità
d’Italia? Si sono avute manifestazioni di rilievo in quel
contesto?
De Lorenzo: Società
e Deputazioni discussero di se stesse in un convegno che diede luogo
alla seguente pubblicazione: Il
Movimento Unitario nelle regioni d'Italia. Atti del Convegno delle
Deputazioni e Società di Storia Patria svoltosi in Roma dal 10
al 12 dicembre 1961 (Bari, Gius.
Laterza e figli, 1963), in cui si segnala il discorso inaugurale di
Raffaello Morghen L’opera
delle Deputazioni e Società di Storia Patria per la formazione
della coscienza unitaria. La
Società pubblicò nell’«Archivio storico per
le province napoletane» del 1960 (n. LXXIX)
quasi esclusivamente saggi su eventi del 1859-60.
Cipriani:
Per le particolari vicende della Società dalmata, che veniva
rifondata proprio nel 1961, non furono condotte attività.
Altri studiosi di cose dalmatiche parteciparono a varie
manifestazioni.
Come
definirebbe per l’epoca attuale il ruolo e la funzione delle
società e deputazioni di storia patria?
De Lorenzo: La
Società napoletana rappresenta oggi uno dei grandi enti
culturali riconosciuti come tali dal Comune di Napoli e dalla Regione
Campania. Essa rimane un punto di riferimento importante per gli
studiosi e per i cultori di storia grazie alla sua preziosa
biblioteca, aperta al pubblico cinque giorni la settimana, e grazie
alla pubblicazione della rivista, con cadenza annuale. Ha inoltre una
collana di proprie pubblicazioni. Ha quindi un ruolo e funzione di
servizio bibliotecario e di ricerca scientifica, che continua a
privilegiare gli aspetti di erudizione e pubblica sia fonti che
ricerche di carattere scientifico o la ristampa di classici della
storia napoletana. Tali aspetti ritengo debbano essere salvaguardati
anche nel futuro.
Cipriani:
Di rilievo in quanto nel panorama politico-culturale che tende ad
esaltare le realtà locali sono la base scientifica sulla quale
ricostruire le vicende passate in maniera seria senza cadere in
strumentalizzazioni politiche. Le Deputazioni/Società hanno
infatti condotto normalmente attività rigorose di
pubblicazioni di fonti che pochi altri istituti han condotto, in
maniera ampia per esser diffuse su tutto il territorio nazionale,
seppur non uguale a causa della differente capacità d’ogni
Società/Deputazione. Continuare in questa opera scientifica di
base è rilevante per permettere alla politica e alla società
italiana tutta di capire come si sia arrivati all’attuale
situazione socio-economica, purché lo si faccia in maniera
scientifica, con mente aperta e non per compiacere potentati.
Quali
sono attualmente gli impegni e le iniziative prese per la
celebrazione del cento cinquantenario dell’Unità
d’Italia?
De
Lorenzo: La
Società ospita nella sua sede numerose manifestazioni sul tema
dell’Unità e sarà partner nell’organizzazione
di vari eventi sul tema. Rispondendo anche alla sua natura
statutaria, organizzerà lezioni nelle scuole cittadine oppure
ospiterà scolaresche nella propria sede. Considerata tra i
grandi enti culturali della città di Napoli, è stata
coinvolta dalla Prefettura nelle manifestazioni per il cento
cinquantenario ed ha presentato le seguenti proposte, da realizzare
nel 2011: a) Scannerizzazione e messa in rete di testi classici sulla
storia del Risorgimento nel Regno delle Due Sicilie e sul Mezzogiorno
nell’800 post unitario; b) Organizzazione di due convegni: nel
marzo 2011, Monumenti
per costruire il Paese: documenti, monumenti, istituzioni;
nell’ottobre o novembre 2011, Il
crollo e il racconto del Regno delle Due Sicilie nella stampa e nella
letteratura nazionale e internazionale.
Cipriani:
La Società dalmata sta organizzando un convegno che si terrà
a Roma all’inizio del giugno 2011, dal titolo: L’unità
nazionale e lo sguardo degli altri (convegno
internazionale e mostra documentaria in occasione dei 150 anni
dell’Unità d’Italia).
Si cercherà di capire qual era la situazione nei
territori italofoni rimasti fuori dai confini del Regno.
Qual
è il suo parere sulle iniziative prese per festeggiare la
ricorrenza dell’unificazione nazionale? Quali le manifestazioni
di maggior rilievo tra quelle intraprese dagli istituti deputati allo
studio della storia d’Italia?
De Lorenzo: L’attuale
clima politico non facilita le celebrazioni. Lo stesso Comitato
Nazionale è sorto con difficoltà e contestazioni
interne. Non mancano le iniziative e in qualche modo, tranne che in
alcune zone del paese, ci si ritiene in dovere di organizzare un
programma di attività.
Gli interventi non sono
sempre celebrativi, anzi nel Mezzogiorno in genere spesso danno luogo
a tendenze revisioniste e neoborboniche. Basta prendere in
considerazioni i siti internet che in questo periodo si moltiplicano
per denigrare la storiografia accademica impegnata comunque nella
difesa del Risorgimento.
Non sono al corrente di
iniziative di particolare rilievo intraprese dalle Società e
Deputazioni che lamentano tutte una grave carenza di risorse
finanziarie.
Cipriani:
Poche, scollegate, di scarso impatto sul pubblico, condizionate da
movimenti politico-culturali più o meno apertamente
anti-unitari.
Per
concludere, come pensa evolveranno l’attività e il ruolo
delle deputazioni e società di storia patria? Quali saranno i
loro spazi nella cultura italiana del XXI secolo?
De Lorenzo: L’attività
e il ruolo delle Deputazioni e società di storia patria
sembrano non rispondere al cima culturale e politico, coinvolte nella
generale ostilità verso il Risorgimento. La possibilità
di sopravvivenza è nel recuperare la propria identità
originaria, valorizzando il compito di centro di “erudizione”
come aspetto estremamente qualificato del sapere storico in generale
e cercando di cooptare un pubblico ampio. Grande importanza per la
Società napoletana, che gestisce una biblioteca aperta al
pubblico, è fornire servizi di qualità e aggiornati ai
soci ma anche agli studiosi in genere. Un’occasione di rilievo
può essere mostrarsi all’avanguardia nelle tecnologie
informatiche e/o trasformarsi in centri di ricerca, sfruttando i
finanziamenti europei.
Cipriani:
Difficile dire, ma il ruolo delle Deputazioni/Società potrebbe
da un lato potenziarsi, con l’aumentare delle spinte
localistiche-federalistiche, dall’altro degenerare proprio se
tali spinte saranno incontrollate. Le spinte localistiche potrebbero
far nascere sia organismi locali ancor più frammentati che
pensano di poter fare meglio e più delle Deputazioni/Società,
sia istituzioni emanazioni dirette di istituzioni politiche locali.
Inoltre sarà importante la capacità di legare la
cultura storica locale a manifestazioni multimediali che richiamano
grandi quantità di pubblico. Con il ridursi dei finanziamenti
pubblici infatti le Deputazioni/Società avranno necessità
di trovare altrove i finanziamenti: gli sponsor spesso li legano
proprio ad una maggiore visibilità pubblica.
How to cite : De Lorenzo, Renata, Cetteo Cipriani, Carlo,
Il ruolo delle deputazioni di storia patria a 150 anni dall'unità, intervista a cura di Maria Pia Casalena, «Storicamente», 7 (2011), Art. 20, DOI 10.1473/stor105, http://www.storicamente.org/06_dibattiti/deputazioni_storia_patria.html
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