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Fabien
GélédanIl
pensiero ebraico e l’universale
Lettura
critica di Jean Loup Amselle, Il
distacco dall’Occidente
(traduzione
a cura di Elena Vezzadini)
Abstract & Metadata
Gli altri interventi:
Jacques Pouchepadass, Sono postcoloniali le rivolte delle banlieue? A proposito di Jean Loup Amselle, Il distacco dall’Occidente
Gli dissero:
“Dicci dunque tu,
poiché per
causa tua ci capita questa sciagura, qual è
il tuo mestiere?
A quale popolo appartieni?”
Egli rispose:
“Sono Ebreo e temo Iahvé,
Dio
del cielo, che ha creato il mare e la terra ferma”
Jonas I, 8-9
(trad. Edouard Dhorme)
Che non si
entri facilmente ne Il Distacco
dall’Occidente [Amselle
2009], è il minimo che si possa dire. Questa lunga “inchiesta
sui postcolonialismi” che porta in meno di trecento pagine in
tre continenti diversi, dal modo di vita bengalese all’utopia
andina passando attraverso l’afrocentrismo, non riesce sempre
ad evitare il rischio di confusioni e di name
dropping.
All’interno di quest’opera sconnessa si distingue un
capitolo in dissonanza con il resto, sia per il suo tema – il
distaccamento del pensiero ebraico – sia per la sua atmosfera
più intimista, dove l’erudizione universitaria cede il
passo all’autobiografia. Che senso ha soffermarsi su questo
tema, che interrompe il corso di un periplo critico all’interno
delle teorie postcoloniali? Perché invocare il nome ebraico
quando dei pensatori così importanti come Homi K. Bhabha sono
appena menzionati nel testo ?
Per capirne la
ragione, bisogna tornare al concetto di “distacco”, come
lo formula Jean-Loup Amselle. Non si tratta semplicemente di una
critica alla centralità teorica totalizzante di un’Europa
i cui valori pretendono di essere universali, e che bisognerebbe
provincializzare [Chakrabarty 2004]. Si tratta soprattutto di
un’accusa contro un movimento interno all’Occidente che
conduce “culture” tra le quali era stato stabilito un
processo di arricchimento reciproco a distaccarsi per rivendicare
un’esistenza e un’essenza propria. “L’Occidente
fa acqua da tutte le parti, e i topi abbandonano la nave”
[Amselle 2007, 7] … Se tale paragone è di dubbio gusto,
esso mostra bene che ciò che si denuncia è tanto “un
processo di cedimento interno” [Amselle 2007, 8] quanto
l’emergere di pensieri concorrenti. È questa la ragione
del richiamo all’ordine lanciato bruscamente contro gli epigoni
della French
theory,
che hanno fornito ai pensatori postcoloniali alcune delle loro armi
concettuali più efficaci. Così Michel Foucault è
rinviato al suo eurocentrismo, Gilles Deleuze e Félix Guattari
all’inanità delle loro fonti antropologiche, e Jacques
Derrida alla banalità del suo concetto di ibridazione
(métissage).
Per Amselle, una cosa è chiara: ciò che distrugge
l’Occidente viene prima di tutto dall’Occidente stesso.
Edward Saïd non è forse il prodotto delle migliori
università americane? Che cosa ne sa Partha Chatterjee dei
suoi ‘intoccabili’ dall’alto della sua cattedra? E
che dire di Gayatri Spivak, erede di Paul de Man e traduttrice de La
Grammatologie, che insegna al prestigioso Campus della Columbia University?
Invocando il pensiero ebraico,
Amselle affronta un significante che infesta l’intimo
dell’Occidente, che lo perseguita fino alla definizione
dell’Occidente stesso, nel cuore del sintagma
“giudeo-cristiano”. Il distaccamento della componente
ebraica tende quindi a mandare in pezzi questo sintagma per ridare
indipendenza al significante ebreo. Tale distaccamento oppone
l’Europa a se stessa.
Nel dispositivo argomentativo di
Amselle la posta in gioco, lo si vede, è alta. Si tratta
innanzitutto di disfare la geografia immaginaria che opporrebbe
l’Occidente al resto del mondo, ai Nord come ai Sud, di andare
al di là di dicotomie mille volte ripetute. Bisogna
riconoscere che il tentativo è meritevole, soprattutto
nell’ora in cui la profezia auto-avverante del “conflitto
delle civilizzazioni” ha penetrato gli spiriti al punto da
essere annunciata ovunque.
Per Amselle,
si tratta inoltre di mettere a nudo i meccanismi che stanno
conducendo al distaccamento di un gruppo - gli Ebrei - il cui
ancoramento all’universalismo dell’Illuminismo fu una
delle grandi questioni della Repubblica nata dalla Rivoluzione
Francese. Vediamo che il punto di partenza di Amselle, così come il suo punto di arrivo, si situano in Francia all’epoca delle sommosse del 2005. É qui che si situa l’insidia:
Amselle rompe l’opposizione Oriente/Occidente solamente per
ricadere nella dialettica, altrettanto riduttrice,
dell’universale/particolare. L’universale dei diritti
umani e della democrazia contro il particolare del “frammento”
culturale. In questo senso, la lettura che propone Amselle del
‘distacco ebreo’ è strategica, ovvero allo stesso
tempo orientata e parziale. Questo conduce l’autore a scegliere
una ‘metodologia regressiva’ di lettura che parte
dall’oggetto per dedurne la sua genealogia, con il rischio di
fissarla in un’immagine totalizzante e riduttrice. Nel voler
“leggere il distaccamento ebreo alla luce del postcolonialismo
e postoccidentalismo” [Amselle 2007, 39], Amselle perde di
vista il punto principale: tutta la riflessione sull’identità
ebraica è un tentativo di ri-concettualizzare la nozione di
universale, e non di allontanarvisi. Possiamo leggere tutta l’opera
di Lévinas, compresi i suoi scritti religiosi, attraverso il
prisma di questo tentativo. Ed è Benny Lévy che se ne
approprierà a sua volta, per far giocare, alla fine della sua
vita, “Lévinas contro Lévinas” [Lévy
2003] e proporre una dislocazione dell’universale da Atene
verso Gerusalemme. L’ingannante chiarezza della coppia
universale/particolare diventa complessa alla luce di queste
riflessioni. È lungo il filo di tali erranze concettuali che
vorrei leggere leggere Il
distacco dall’Occidente,
prolungandone le intuizioni, e talvolta prendendolo in contropiede.
Infatti, troppo spesso Amselle si arresta alla soglia
dell’universale, e si sottrae alla discussione che si impone
invece come il nodo della questione. Si tratta forse di un mezzo per
non sacrificare la Repubblica e la democrazia, a vantaggio
dell’universalismo astratto.
La sofferenza come universale
Non è
affatto un caso che il viaggio verso il “distacco
dall’Occidente” cominci da Martin Heidegger. Amselle
vuole cogliere un momento preciso, quello della rottura con il
sistema filosofico occidentale: il punto di uscita dalla totalità
hegeliana. Il “primitivismo” heideggeriano aprirebbe la
porta al ritorno della Tradizione, e quindi a delle identità
sognate e cristallizzate, opposte a tutto quello che compone la
nostra modernità occidentale fondata sulla razionalità.
Per Amselle, è su questo substrato che si fonda l’edificio
teorico di Sartre, il quale a sua volta avrebbe fornito le basi del
pensiero di Lévinas. Ci sarebbe molto da dire su questa
genealogia bruscamente imposta, non fosse che per il fatto che essa
trasforma in filiazione il
dialogo critico
costante che l’opera levinassiana effettivamente mantiene con
l’esistenzialismo
sartriano. Ma se Amselle li avvicina è perché entrambi sono
divenuti dei punti di riferimento largamente condivisi fra i
pensatori postcoloniali. Heidegger permette la frantumazione del sistema occidentale; mentre sono l’umanesimo di Sartre e il pensiero radicale dell’alterità di Lévinas
che permettono la grande apertura alle differenze oppresse. In questo
senso, il pensiero di Sartre è prima di tutto una morale, e la
filosofia di Lévinas un’etica. Questi pensieri che si
aprono sull’Altro, uniti all’esperienza ebraica della
sofferenza, sarebbero il motore dell’empatia di una generazione
di giovani ebrei verso i colonizzati e verso tutti i “dannati
della terra” [Fanon 1962].
Bisogna
rileggere sotto questa luce le Riflessioni sulla questione ebraica del 1946 di Sartre. Amselle fa di Sartre, in modo un po’
convenzionale, il pensatore del giudaismo vuoto e astratto di un
“essere serializzato, risultato dello scopo intenzionale dello
sguardo dell’altro”. In poche parole, “è
l’antisemitismo che fa l’Ebreo” [Amselle 2007, 45].
La formula è famosa, e ha finito per riassumere la maggior
parte del pensiero di Sartre sulla questione ebraica. È vero
che tale lettura passa un po’ velocemente sul fatto che Sartre
concettualizza ugualmente la figura dell’ “Ebreo
autentico”, che “si sceglie come Ebreo”, e davanti
al quale “l’antisemita, disarmato, non può che
accontentarsi di abbaiare” [Sartre 1985, 147]. Ma una lettura
attenta di questo lavoro di Sartre mette in evidenza un fatto
cruciale: le Riflessioni
sulla questione ebraica non sono un’opera sul giudaismo. Sartre stesso lo ricorda nelle
sue interviste del 1980 con Benny Lévy [Sartre Lévy
1991]. Questo libro è “una dichiarazione di guerra agli
antisemiti” [Sartre Lévy 1991, 68], e non un’immersione
nell’interiorità ebraica. Contrariamente a quello che si
legge, non ci sono contraddizioni fra il Sartre delle Riflessioni e quello di L’espoir
maintenant.
La positività del fatto ebraico è invece di una
scoperta tardiva per Sartre, trent’anni dopo e attraverso la
frequentazione d’Arlette
Elkaïm-Sartre e
i dialoghi con Benny Lévy. Si può quindi affermare, con
Amselle, che il coinvolgimento di Sartre alla fine della Seconda
Guerra Mondiale nella causa degli ebrei perseguitati è
determinata dalla “simpatia, se non dalla compassione, che gli
ispiravano gli oppressi di ogni tipo”. Egli riconosce agli
ebrei la loro parte di sofferenza, come la riconosce ai popoli
colonizzati. L’empatia fra le “comunità di
sofferenza” passa attraverso l’avventura del pensiero di
Sartre.
È uno dei meriti del libro
di Amselle di comprendere la portata che questo momento ha
rappresentato per una generazione di intellettuali ebrei,
intrappolati dalla vacuità di un nome senza contenuto, ma
rinviati all’irrimediabilità della loro condizione
attraverso il trauma che hanno vissuto le loro famiglie. Amselle
rintraccia tre percorsi di personaggi mossi dalla loro volontà
di vivere il giudaismo attraverso l’empatia nei confronti della
la moltitudine di vittime dell’Occidente. Fra di loro, Rober
Paul Wolff, un ricercatore universitario newyorchese venuto in difesa
degli Afro-Americani attraverso la decostruzione del mito del sogno
americano del melting-pot. Ma anche Alain Alber, alias Ilan Halevi,
che passa dai locali di Saint-Germain-des-Près dove si
producevano i grandi jazzmen neri americani, al sostegno della causa
palestinese, fino a divenire una delle persone vicine a Yasser
Arafat. Amselle si sofferma infine sul suo proprio percorso, che l’ha
portato verso lo studio delle società africane. Tre figure,
tre modi di uomini ebrei di “toccare l’universale”
attraverso le diaspore e le “comunità di sofferenza”.
Ma questo
universale è minacciato da un’essenzialismo:
l’identificazione della realtà ebraica con la
sofferenza. Questo motivo si iscrive in una tradizione ben più
antica della “distruzione degli Ebrei d’Europa”
[Hilberg 1995]. Non si citerà che l’esempio de La
vallée des pleurs,
cronaca delle sofferenze del popolo ebraico, scritta nel 1558 in
Italia da Joseph Ha-Cohen e che sarà consideratoa
in seguito come fonte storica importante, tradotta in varie lingue
nel corso del XIX secolo [Benbassa 2007]. Si corre il rischio di una
reclusione in una storia dolorista che non parla del giudaismo che al
passato e che cancella ciò che non riguarda la sofferenza
pura. Come il primo Sartre, che sulla scia dell’Illuminismo e
dell’ Haskalah
dissocia l’essere sociale dell’Ebreo da ciò che fa
parte dell’interiorità ebraica, lasciando solo una forma
vuota nella quale viene colata un’identità di
sofferenza. È la critica rivolta a Alain Badiou da Amselle:
per Badiou, non si tratta tanto di negare la sofferenza degli ebrei,
quanto ciò che gli ebrei rivendicano in nome di questa
sofferenza: quello che Badiou chiama il mercanteggiamento identitario
con un Occidente colpevole dell’onta della persecuzione nazista
degli ebrei [Badiou 2005]. Badiou rigetta il concetto di sofferenza
come segno di elezione. Tuttavia, anche Badiou assimila il pensiero
ebraico all’universale e la condizione diasporica diventa
l’unica modalità per raggiungerlo. Ancora una volta, si
tratta di un universale astratto, senza contenuto, che anzi implica
una cancellazione programmata del nome ebraico nell’universale.
Lévinas e
l’Occidente: l’universale come problema
Come
oltrepassare l’aporia dell’articolazione fra particolare
e universale è una delle grandi questioni del pensiero di
Lévinas, di cui Amselle non dà, sfortunatamente, che
una visione troncata. Ne Il
distacco dall’Occidente,
il pensiero di Lévinas è limitato a un’ “etica
dell’intersoggettività” , il cui centro di gravità
sarebbe il mio “incontro con l’Altro”, il cui viso
mi rinvia alla mia responsabilità verso l’Altro e che mi
ordina di accoglierlo [Lévinas 1961]. Si tratta di un’apertura
all’Altro e ai diritti dell’Altro, descritta da Amselle
attraverso la metafora del viaggio di Abramo fuori da Israele in una
terra sconosciuta, piuttosto che nel periplo tautologico di Ulisse,
da Itaca a Itaca. Questa lettura limita il movimento del pensiero di
Lévinas al rifiuto della centralità dell’universalità
occidentale. È vero che questo è quello su cui spesso
si soffermano i pensatori postcoloniali quando parlano dell’
‘apertura’ levinassiana. Bisogna formulare il problema in
tutta la sua incandescenza, prendere la misura della tensione che
percorre tutto il pensiero di Lévinas.
“Che
cos’é l’Europa?”, si chiede Lévinas.
La sua risposta è “La Bibbia e i Greci” [Lévinas
1988]. La formula è bella, ma ci tende una trappola. Infatti,
non si tratta di postulare l’uguaglianza di due termini già
uguali, ovvero la Bibbia e i Greci, ma di affermare un’indissolubile
solidarietà fra Gerusalemme e Atene nell’universale
europeo. La storia dell’Occidente non si può concepire
senza l’intervento del nome ebraico, nonostante le occultazioni
di cui è stato oggetto. Quanto all’ebreo moderno, è
condannato a essere un ebreo che ha attraversato l’assimilazione,
che lo voglia o no. Poco importa che si getti anima e corpo nel
rinnovamento religioso, o che progetti la sua identità ebrea
in seno allo Stato d’Israele. La questione della diaspora
ebraica urta contro l’aporia mitica dell’origine: si
seguono i passi di Ulisse piuttosto che quelli di Abramo, ma verso un
luogo senza luogo, poiché un’Itaca a cui ritornare non
esiste. L’essere ebreo si configura quindi come l’estremo
di un’utopia - nel senso greco del termine di luogo che non ha
luogo. Henri Meschonnie commenta: “non si può uscire
dall’Europa come non si può uscire dal segno”
[Meshonnic 2001]… L’assimilazione degli Ebrei è
un fatto. La purezza della tradizione un fantasma.
È in
questo modo che bisogna leggere l’omaggio sfumato che Lévinas
rende a Moses
Mendelssohn.
Le speranze della Haskalah si sono spezzate sul grande massacro degli
Ebrei del XX secolo. Ma l’ideale mendelsoniano, “che
esige con così tanta forza libertà e di diritti umani”
resta centrale per la modernità ebraica, al punto da definire la cittadinanza israeliana in relazione di continuità
alla cittadinanza europea. Che i politici del passato e del presente
in Israele non siano all’altezza di questo ideale, e che
addirittura lo sviino, è un’altra questione.
Quindi, il
‘distaccamento’ dall’Occidente di Lévinas è
tutt’altro che evidente. “La Bibbia e i Greci”…
Bisogna andare oltre l’interrogativo levinassiano. Che cos’è
la Bibbia per Lévinas? È la Torah,
come si apre alla lettura nell’infinito del senso del Talmud.
E i Greci? “La maniera in cui si esprime, o si sforza di
esprimersi, in tutte le contrade della Terra, l’universalità
dell’Occidente” [Lévinas 1988 p. 156]. In una
delle sue letture talmudiche consacrata al trattato Mena’hoth [Lévinas
1982], Lévinas fa riferimento ad un magnifico passaggio della Guemara
,
che è utile citare per intero.
Ben Dima, figlio della sorella
del Rabbi Yischmaël, chiese al Rabbi Yischmaël: “per
un uomo come me, che ha imparato a memoria tutta la Torah, è
utile lo studio della saggezza greca?” Rabbi Yischmaël,
come risposta, lesse questo versetto: “Che la Torah non
abbandoni mai le tue labbra e che tu la mediti giorno e notte”
(Giosué 1, 8) “Trovami un’ora che non sia né
giorno né notte e studia la saggezza greca.” [Lévinas
1982, 43]
Non ci si
soffermerà nel dettaglio sull’analisi levinassiana. Sarà
sufficiente notare che il testo suggerisce l’interdizione
radicale dello studio dei Greci. Lévinas commenta però:
“si tratta della saggezza greca suscettibile d’eloquenza
umanista” [Lévinas 1982, 43]. Lo studio dei Greci
significa apertura al pensiero e al sapere, certo, ma anche pericolo,
poiché questa saggezza apre alla “possibilità di
parlarsi attraverso dei segni che non siano universalmente compresi”,
e quindi di ricorrere alla retorica, “arma di furbizia e di
dominio” [Lévinas 1982, 44]. Lévinas introduce la
diffrazione nel cuore dell’universale occidentale, sempre in
pericolo di vedere la sua generosità tradita dal logos,
minacciata da una strana oscurità: dalla tentazione della
dominazione sostenuta dalla tecnica. Quello che ci mostra Lévinas
è il pericolo di un sapere senza etica, che minaccia di
occultare la voce della Legge. Questa è la tentazione alla
quale tutta la filosofia è esposta. In questo senso, per Ben
Dima, per gli Ebrei tentati dai Greci, la filosofia è una
tentazione al quadrato: “una tentazione della tentazione”
[Lévinas 1968, 65-109].
Per
Lévinas , la tentazione della tentazione é la
tentazione del sapere. Quindi
tentazione all’autoreferenzialità, possibilità di
tautologia, e rischio dell’etnocentrismo sovrano.
Il distaccamento
dall’universale: da Atene a Gerusalemme (passando da
Alessandria)
È a
questo punto di tensione concettuale che Benny Lévy riprende
il testo di Lévinas. Nella riflessione di Amselle, a Benny
Lévy tocca incarnare insieme a Jean-Claude Milner il momento
più radicale del ‘distaccamento’ ebreo. Ebreo
egiziano emigrato a Parigi, Lévy cerca attraverso il concorso
alla Scuola Normale Superiore (ENS) la forma d’integrazione più
completa. All’ ENS studia sotto la supervisione
d’Althusser l’opera di Lenin per poi diventare maoista e
uno dei capi della Sinistra Proletaria, di cui deciderà la
dissoluzione. Avviene a questo punto il leggendario incontro con
Sartre, di cui sarà il segretario, poi il ritorno agli studi
ebraici, che lo porta prima a Strasburgo e in seguito in Israele. Là
egli elabora una rilettura puntigliosa di Lévinas in cui
rifiuta la dimensione puramente filosofica dell’opera
levinassiana, leggendola invece come un “pensiero
del ritorno”.
Un
ritorno ad una tradizione che non ha niente da invidiare alla
filosofia della Sorbonne. Bisogna scegliere, afferma Lévy,
tornando all’interpretazione rigorista dell’interdetto
della Guemara.
Per colui che vuole studiare i testi talmudici, non c’è
ora del giorno o della notte in cui si possa studiare filosofia: “o
si è talmudisti della domenica, o si è filosofi della
domenica” [Lévy 2005].
Questa scelta è importante: essa determina il campo in cui ci
si situa nella “guerra metafisica sulla nozione stessa
dell’universale” [Lévy 2004]. Ma in Lévy,
l’universale non solo si articola come particolare, questo particolare pretende di essere una forma di ‘universale
superiore’. All’universale dell’Europa, e anche
all’universale dell’Islam, che se concepirebbe come
“estensione”, egli oppone un universale ripiegato “nei
quattro angoli di Israele”, un universale che “dipende da
me” [Lévy 1984], dalla mia responsabilità verso
l’altro. Si tratta di un universale dell’identità,
che non coincide tuttavia così bene come vorrebbe far credere, all’universale dell’appartenenza
territoriale.
Amselle passa
molto velocemente su queste riflessioni. Egli preferisce vedere Benny Lévy come ‘operatore’ piuttosto che come
autore, perché Lévy permette l’evoluzione di
Sartre verso la comprensione della positività ebraica. Amselle
non va fino al cuore del problema, che si situa nella divergenza fra
due visioni dell’universale che condizionano il rapporto
dell’individuo con il sociale, e quindi con i segni, e quindi
con il linguaggio.
La cosa
diventa ancora più evidente quando Amselle passa a Jean-Claude
Milner, autore che in modo più completo esprimerebbe la
requisitoria ebraica contro l’Occidente. Distinto linguista,
membro della Sinistra Proletaria dove fiancheggia Benny Lévy,
Milner si lancia, in Les Penchants criminels de
l’Europe démocratique [Le tendenze criminali
dell’Europa democratica] in un attacco
violento contro l’Europa, accusata d’aver voluto
dissolvere il “problema ebraico” nell’assimilazione
prima di tentare la sua cancellazione più radicale nella
“soluzione finale” [Milner 2003]. Appoggiandosi
sull’apparato concettuale lacaniano, denuncia, con una logica
di una crudeltà implacabile, una società europea
funzionante sul regime dell’illimitato (o, come direbbe Lévy,
un ‘universale di estensione’). E’ un peccato che
Amselle non spieghi in tutta la sua ampiezza la dimostrazione
elegante e terribile di Milner. La “distruzione degli Ebrei
d’Europa” non sarebbe che la soluzione radicale del
problema formulato dall’Illuminismo: l’irriducibilità
del nome ebraico alla società totalitaria prodotta
dell’universalismo. La via dell’assimilazione aveva
tentato “la trasformazione interiore dell’Ebreo”
[Milner 2003, 46] dissolvendo
il nome ebraico nel concetto di cittadinanza. La via della “scomparsa
materiale dell’Ebreo” prende atto della permanenza di un
problema e propone una soluzione radicale. L’importante per Milner è
che, su questo punto, “Hitler ha vinto” [Milner 2003,
64]. La possibilità di un’Europa unita si fonderebbe sia
su questa vittoria, sia sull’oblio del crimine, visti come la
sola condizione per una pace possibile. Per Milner, questa volontà
d’oblio si consacra nella vittoria della scuola degli Annali, e
della loro apostasia di una “storia come battaglia” a
vantaggio di una storia delle società: “non la storia
dei morti, ma la storia dei vivi” [Milner 2003, 64]. La
conclusione è senza revoca: “il primo dovere degli Ebrei
è di liberarsi dell’Europa” diventata “criminale
per omissione senza limite” [Milner 2003, 130].
Jean-Claude Milner ritorna su queste riflessioni in un articolo
comparso nel 2007 [Milner 2007]. Il cuore di questa “conversazione
sull’universale” è di riprendere e continuare il
pensiero di Benny Lévy sull’universale proprio del
popolo ebraico, di dargli un contenuto che permetta di abbattere il
regno dell’universale molteplice. Questo passa attraverso la
decostruzione della genealogia dell’universale greco, ovvero di
quello di Aristotele, che per Milner si definisce al singolare: “ogni
uomo è mortale”. È Alessandro Magno che
attraverso l’invenzione della forma politica dell’impero
introduce l’universale plurale, di cui la politica non si è
mai più liberata. La traduzione della Torah in greco fa parte
di questo ideale dell’unicità del molteplice: un solo
popolo, una sola religione. Il ritorno del nome ebraico, per Milner,
è un’opportunità di rivedere l’articolazione
politico-sociale dalla parte del singolare, di promuovere un
“universale d’intensità” che non
includerebbe tutti, ma solo alcuni. Ma il prezzo da pagare è
quello di restare imprigionati nella coppia identità/alterità,
nella quale gli Ebrei stessi si perdono.
L’universale come ragione meticcia
Henri Meschonnic ci ricorda giustamente: “come
non esiste la razza ebrea, così non esiste nemmeno la
specificità ebrea” [Meschonnic 2001]. Ogni pensiero
dell’alterità radicale rinvia a un pensiero
dell’identità come narrazione, quindi come folclore. E
il folclore non è che un segno vuoto al quale l’universalismo
come la religione non possono ridare vita. Il folclore non può
essere restituito all’erranza feconda del significante. Ma come
evitare che questa erranza non si trasformi in un’atonia
qualunque? Attraverso la restituzione del significante alla
sua “specificità, ovvero alla sua storia”
[Meschonnic 2001, 33]. Una storia che sfugge all’impresa mitica
della narrazione univoca delle origini per ricercare il molteplice.
Che non servirebbe da auto-giustificazione a un’autoctonia
sognata . Che riconosca,
con Meschonnic, che “ogni terra è provinciale”,
che “la terra stessa è errante” [Meschonnic 1981].
La tradizione ripete con insistenza che “la Torah ha settanta
volti”, uno per ciascuna delle settanta nazioni che esistono
nella tradizione biblica. Come per la Torah, che nessuna
interpretazione riesce ad esaurire, sarebbe vano tentare di ridurre
all’universale la molteplicità del significante ebraico.
Ogni soggetto, nella sua opera, tocca all’universale, a meno
che egli o ella non fraintenda il vuoto dei segni per il contenuto
della sua vita. È forse arrivato il momento di finirla con
questo tentativo eterno di definizione attraverso l’essere che
si impiglia nel fascino nauseabondo dell’identità.
Alcuni vorrebbero parlare di questo come di un meticciato.
Amselle rifiuta la nozione di meticciato per sostituirla, in un’altra
opera [Amselle 2001], a quella di “diramazione”, poiché
ogni meticciato presuppone l’incontro improbabile di due
identità pure. Ha ragione. Il meticciato non può che
pensarsi come un’accumulazione di ibridità che non ha un
punto di origine. E questo punto sembra essere sfuggito non solo ai
pensatori del giudaismo, ma anche a certi pensatori postcoloniali.
L’impurità è nel cuore del giudaismo. Essa guida
le analisi di Sholo Pinès, alla ricerca delle fonti arabe di
Maimonide. Essa raggiunge anche la Bibbia, dove si vede che
l’intervento di Ruth, la Moabita, è necessario per
permettere alla linea dei re d’Israele di continuare. Essa si
legge nella necessità di tradurre la Torah in greco antico
affinché gli Ebrei di Alessandria possano accedere ai propri
testi.
I cantori dell’anima ebraica, come abbiamo visto, che essi si
identifichino con la cittadinanza israeliana o la religione, o con
qualsiasi altro universalismo del particolare, sono là per
attestare la normalità del tentativo di ricorrere ad un
universalismo del particolare, che “l’etnocentrismo non
caratterizza solo l’Occidente. È la potenza tecnica che
lo caratterizza”. Il vero torto di Amselle è di rendere
invisibile questo rapporto di forza, nella sua foga nel denunciare le
malefatte del “subalternismo”. Che certe analisi nascano
da un’incomprensione di Gramsci non esaurisce la questione, e
non dovrebbe impedire l’interesse per tutte le forme di vita
soggette a dominazione.
Nella concorrenza per la memoria, dove tutto fa
parte della più sordida negoziazione, il grado di
riconoscimento di una minoranza da parte dello Stato passa attraverso
il grado di cooptazione con il potere, che viene fatto passare per
raggruppamento comunitario o per lobbying.
In questo contesto, l’appello lanciato a una Repubblica vittima
“di un eccesso di fiducia o di diffidenza” sembra
derisorio. Soprattutto perché questa Repubblica è molto
lontana dal costituire un bastione di difesa contro il ritorno “alle
nazioni” dell’Ancien Régime, viste da Amselle come
il riflesso, sul territorio nazionale, dei “frammenti”
teorizzati da Partha Chatterjee. Soprattutto, rifiutando di mettere
in discussione l’universale dei diritti umani e della
democrazia perché esso costituisce un punto di riferimento che
permette di giudicare l’Occidente stesso per i suoi atti, egli
si avvicina pericolosamente alle tesi di Samuel Huntington, che
Amselle intende invece denunciare. Infatti, ciò vuol dire
ancora una volta mantenere la visione occidentale del mondo
attraverso dei significanti principali, che basta brandire per
ottenere una vittoria discorsiva. Si tratta del pericolo,
precisamente, della “saggezza greca” di Lévinas.
Si avrebbe torto, tuttavia, nel prendere alla leggera l’ammonizione
de Il distacco dell’Occidente.
Attraverso la sua critica, Amselle lancia un appello angosciato in
favore di una teoria capace di ravvivare l’articolazione del
politico e del sociale. E questa sfida si rivolge a ogni campo delle
scienze sociali.
Bibliografia
AA.VV.
2006, Lévinas-Sartre, Numero
speciale dei «Cahiers d’études lévinassiennes»,
n°5
Amselle
J.-L. 2001, Branchements.
Anthropologie de l’universalité des cultures,
Paris: Flammarion
-
2007, L’Occident
décroche. Enquête sur les postcolonialismes,
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