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150° Anniversario Unità d'Italia
Mario Isnenghi
Forza e disincanto del 17 marzo
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unità nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
21 gennaio 2011,
Padova.
Il 17 marzo 2011
si celebra il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia:
un anniversario che sembra rappresentare il bilancio della storia italiana e della sua difficile identità. Rispetto al
centenario e al cinquantenario questo anniversario appare molto più
difficile, molto più appannato, meno trionfale, forse anche un
po' più triste. Se questo è vero (i dati economici del
1911 e del 1961 sembrano confermarlo) quali sono i principali fattori
di criticità, a tuo avviso, rispetto ai due anniversari
precedenti?
Mi rendo conto che
questo terzo anniversario è circondato di amarezza e
disincanto soprattutto se guardiamo alla sfera governativa o a quello
che si legge sulla grande e piccola stampa. Assai meno, secondo me,
se guardiamo a quello che avviene in giro per la penisola, dove
viceversa c’è un pullulio di iniziative, che contrastano
con quel senso di negligenza e disincanto. È il caso quindi di
tenere conto di entrambe le sfere e lo faremo più avanti.
La seconda
considerazione: nel 1911 e nel 1961 l’anniversario non era
circondato da maggiore immedesimazione e da maggiore entusiasmo
rispetto ad oggi, viceversa, se andiamo a verificare gli spiriti
generali del tempo, ci troviamo di fronte a qualcosa di abbastanza
analogo. Due anni prima del ’11 era uscito quella cartina di
tornasole che fu il grande romanzo–spartiacque di Luigi
Pirandello I
vecchi e i giovani;
furono proprio i giovani ad influire sull’opinione pubblica
attraverso le riviste e sulle terze pagine della stampa quotidiana,
seminando amarezza, disincanto e negligenza rispetto ai miti di
fondazione: il Risorgimento come luce spenta, cose da vecchi, roba da
musei.
Sono veri i dati
economici che ci hai appena ricordato, ma credo fosse presente anche
questo orizzonte di disincanto e giustapposizione tra visioni
generazionali differenti. Sono gli anni in cui nascono i musei, ma se
ne occupano i patrioti che hanno settanta anni di età, mentre
i giovani di due generazioni dopo dichiarano sulle loro riviste, con
Giovanni Amendola, che “questa Italia così come è
non gli piace”. Si tratta di una parola d’ordine
generazionale, che si lega al nome di Amendola ma che va bene
certamente anche per i Mussolini, e sembra confermare quello che
Giuseppe Prezzolini continuerà a dire per tutta la vita: nella
«Voce» si erano formati sia i futuri fascisti che i
futuri antifascisti.
Se con un balzo ci
spostiamo di cinquanta anni, al 1961, io credo di ricordare che non
ci fossero tutti questi entusiasmi, e d’altra parte, se
analizzassimo le forze politiche che si affermarono al governo o
all’opposizione e che organizzarono l’Italia repubblicana
dal secondo dopoguerra in poi, rileveremmo come né la
Democrazia Cristiana né il Partito Socialista né il
Partito Comunista potessero immedesimarsi nella storia nazionale
intesa in senso risorgimentale. Quanto al Partito Liberale e al
Partito Repubblicano, sebbene fossero portatori di quella eredità,
non avevano un sufficiente riscontro elettorale. Non per questo non
fu fatto niente, tuttavia andando a vedere la stampa dell’epoca
si ritroverebbero discorsi improntati alla freddezza. Ancora una
volta le cose sono belle quando non ci sono più e il passato
commisurato al presente sembra avere più cose da dire. Io
credo che un confronto tra gli anniversari sarebbe una delle ricerche
da fare, rientrerebbe pienamente negli studi attuali di politica
delle memorie, di studio delle feste e degli anniversari.
Facevo una
riflessione molto più impressionistica: il 1911 è
segnato un po’ più da toni trionfalistici,
apparentemente, (l’inaugurazione del Vittoriano, secondo una
formula retorica classica) che però sembrava restituire al
paese un suo orgoglio nazionale, contraddetto, come dicevi tu, da
voci non del tutto allineate a questo trionfalismo nazionale e
nazionalistico. E questo avviene anche nel ’61, quando la
grande cinematografia, per esempio la commedia all’italiana, è
tutta intonata a una certa nostalgia rispetto ai toni trionfalistici
del boom economico. Il cinema sembrava celebrare quella che era un
po’ un’innocenza perduta da parte della nuova Italia del
boom economico.
Io volevo aggiungere
un’altra cosa rispetto al 1911. Dicevi che c’era un
trionfalismo nel festeggiare se stessi. Vorrei sottolineare anche la
parallela assenza di una canalizzazione della critica in senso
politico, sia perché il Partito Repubblicano non aveva la
forza per esprimerla sia perché probabilmente il Partito
Socialista non era così interessato a farlo. Perciò
l’idea di andare oltre il Risorgimento fu espressa dal
disincanto generazionale oppure dalla diversa visione dell’idea
di nazione che preannunciavano i nazionalisti alla Corradini.
Rispetto alla floridezza economica relativa all’età
giolittiana e all’empito nazional–colonialista, ci
troviamo dunque di fronte ad un quadro un po’ monco verso
sinistra. Nel 1961 la questione è completamente diversa e
molto complessa: la Resistenza come secondo
Risorgimento va a incanalare un modo differente di essere patrioti, come
partigiani di “un’altra Italia” e democratici di
sinistra. È vero che “patrioti” nel 1961
probabilmente è un termine che non si era troppo propensi a
usare, benché nel ‘43–‘45 “Patria”,
“patriottismo” e “patriottico” fossero un
lessico assolutamente comune al CLN. Tuttavia, ancora oggi, “Patria”
fa fatica a rientrare nella terminologia corrente. Sicuramente non
utilizziamo più solo la parola “Paese” e ormai da
diversi anni diciamo “Nazione” senza problemi, ma
“Patria” facciamo ancora fatica a riprenderlo.
Questa
precisazione sul ‘11 l’avevo in mente anche io, pensando
a tutta la lettura volpiana che vede all’inizio del Novecento
la svolta laddove i gruppi nazionalisti e i giovani stanno, a
giudizio di Volpe, elaborando un’idea di nazione diversa da
quella lasciata dal Risorgimento. Tu affermi giustamente che questo
provoca qualche problema a sinistra, dove i repubblicani sono troppo
poco rappresentativi dal punto di vista numerico per affermare
un’idea diversa di nazione e i Socialisti forse non hanno
particolare interesse a sostenerla …
Resta sempre
periodizzante, anche se di natura aneddotica, la storia del monumento
di Mazzini a Torino. Non in un posto qualunque ma nella città
della Monarchia. Vi fu una negoziazione con il sindaco moderato che
portò all’installazione in parallelo della statua di
Mazzini e di quella di Don Bosco. Mi pare significativo che si fosse
arrivati al monumento così tardi e che neanche arrivandoci
mezzo secolo dopo sia stato possibile valorizzare Mazzini in proprio,
come padre della patria. Fra tanti Savoia al galoppo, lo si raffigura
stanco, malato, seduto, e Gramsci in una delle sue note giovanili
rileva la perfidia di collocarlo in una piazzetta sbilenca, nello
stesso punto dove c’era un vespasiano. Fu il segno di un tempo
in cui lo sviluppo della Monarchia e dell’interpretazione
monarchico–moderata ed istituzionale della nascita dello Stato
lasciò in gran parte cadere la realtà delle cose, cioè
i processi reali nella costruzione dello Stato. Se questo è
potuto avvenire nella politica è perché i repubblicani
non sono riusciti a contrastarlo e anzi persero la capacità di
gestire la nazione mazziniana come minimo comune denominatore in cui
includere anche gli altri. D’altra parte i repubblicani, prima
nella guerra e poi ancor di più nel dopoguerra, mostrano di
non saper gestire omogeneamente neanche se stessi, nonché la
nazione. Per cui bisognava andare oltre, ma oltre storicamente in
quella fase non si era capaci di andare.
Nel ’61
ovviamente le cose sono molto diverse, i partiti di massa, va
ricordato, non hanno nella nazione uno
dei loro punti culturali più forti, sia la Democrazia
Cristiana che il Partito Comunista hanno altri paradigmi di
riferimento naturalmente.
Nel Partito
Comunista convivevano due diverse interpretazioni del Risorgimento
formulate da Togliatti e Gramsci all’inizio degli anni Trenta.
Il Togliatti di quegli anni non fa certo presagire le Brigate
Garibaldine: c’è in lui non solo negligenza ma perfino
disprezzo nei confronti dei dirigenti del movimento patriottico,
visti come archeologi eruditi, in fondo piccoli uomini. Siamo
lontanissimi dal processo che poi farà diventare il Partito
Comunista d’Italia un grande partito nazional–popolare,
nonostante il nazional–popolare non fosse fuori dalle corde
dell’itinerario del Pci, come contemporaneamente dimostrava
Gramsci. Naturalmente ho avuto tra le mie letture giovanili e non
solo giovanili I
quaderni del carcere,
ma allora non mi rendevo conto di come le cose sarebbero potute
andare diversamente, di come sarebbe stato non innaturale se Gramsci
si fosse messo a ragionare sull’Internazionale invece che sulla
storia di Italia. Nel secondo dopoguerra avanzato appariva scontato
che le cose fossero andate così, ma non lo era affatto dal
punto di vista della nascita del Partito Comunista d’Italia e
delle vicende politiche europee degli anni ’20 e ’30. Fu
una scelta importantissima che uno dei leader fondatori del Pci abbia
deciso di mettersi a studiare il Rinascimento e il Risorgimento,
elaborando l’idea nazional–popolare a ridosso di un
Risorgimento rivisitato criticamente, precedendo e poi – a
posteriori – legittimando la nascita della guerra
di liberazione nazionale e
del secondo
Risorgimento nel ‘43–’45. Ciò indica che c’era una
gemmazione molteplice dall’interno del corpo di quello che era
ancora un giovane partito. Per questo, quando parliamo della
freddezza di Togliatti nel muovere le pedine sulla scacchiera,
riconosciamo un tratto biografico della sua persona, ma non possiamo
arrivare a dire che si sia inventato tutto e che per la via
italiana non
ci fossero dei fondamenti all’interno del partito: la pianta è
cresciuta perché le radici c’erano, e c’erano
anche quelle che ancora non si vedevano, ovvero i Quaderni
del carcere.
Il Partito
Socialista Italiano era il più antico dei tre partiti di
massa. Quando nacque, i socialisti degli anni ’90
dell’Ottocento potevano considerarsi eredi e superatori della
democrazia risorgimentale, ma non negatori o ad essa stranieri. Io da
alcuni anni perciò, leggendo Gioacchino Volpe e intrecciandolo
alla concezione clericale dell’Italia
reale – la loro – contrapposta all’Italia
legale – quella
del Re, anemica e senza popolo – ho proposto la formula delle
“Tre Italie in cammino” – che ha anche dato il
titolo al secondo volume degli Italiani
in guerra.
Dando per buona la pretesa clericale che una Italia reale fosse quella clericale, mentre l’Italia legale
fosse quella monarchica e delle istituzioni in genere, ho però
evidenziato come ci fosse anche una terza Italia: una galassia di
sinistra più complessa e variegata in cui c’era spazio
anche per il nascente Partito Socialista, che si districa
dall’anarco–socialismo anche mettendosi a lavorare
politicamente all’interno dell’Italia dei comuni, delle
campagne, e alla fin fine dello spazio–nazione. Partecipa anche
alle elezioni, finendo così per usare i linguaggi e gli
istituti della nazione, anche se criticamente.
Tutto ciò è
all’origine di un Partito socialista che nel secondo dopoguerra
ha come capo Pietro Nenni, cioè un ex repubblicano e un ex
interventista. È questa una evoluzione che non viene ricordata
spesso, perché in fondo imbarazza tutti. È la
generazione di coloro che hanno voluto la guerra, presente anche
all’interno della sinistra rifondata in emigrazione, quella dei
Rosselli, di Parri, di Lussu, oltre che di Salvemini. La generazione
precedente, dei Turati e dei Treves, era anziana: fece ancora in
tempo a compiere gli ultimi gesti significativi, appunto quello di
avere il coraggio di andarsene, però erano portatori della
sconfitta di fronte alla grande guerra, al dopoguerra e al fascismo.
Su questi slittamenti generazionali ed eredità storiche c’è
una situazione non chiarita negli anni Trenta. La Resistenza non
restituisce questo primato a sinistra al Partito Socialista Italiano,
perché non ci sono abbastanza partigiani socialisti e perché
si diffonde l’idea che il Psi abbia più pensionati che
giovani. Resta tuttavia il fatto che elettoralmente all’inizio
abbia avuto più voti del Partito Comunista. Questo è il
punto di partenza, la composizione generazionale e sociale era già
diversa e squilibrata a favore del nuovo partito rispetto al vecchio,
fin dall’inizio.
È necessario
dunque avere nei confronti del Psi un approccio problematico, come in
fondo per il Partito comunista. Ricordo anche uno scritto del ‘17
di Gramsci, quando fu inaugurato il monumento di Mazzini a Torino e
ascoltando i discorsi ufficiali affermò: “ma il Mazzini
non è mica soltanto quello che ci avete raccontato voi!”
Gramsci lo capì già allora, quando ancora non era nato
il Partito Comunista d’ Italia, e lo comprenderà ancor
di più negli anni successivi.
In conclusione,
credo che nel riconoscere come i tre partiti di massa del secondo
dopoguerra abbiano poco a che fare con le origini del Risorgimento,
dobbiamo tuttavia almeno in parte problematizzare questo rapporto e
non considerare l’ufficialità burocratica nel momento
degli anniversari.
Questo vale anche
per la Democrazia Cristiana che ovviamente nasce in contesti diversi
e con presupposti diversi. Però è un altro partito che
poi alla fine opera dentro una cornice nazionale ed è
abbastanza consapevole di essere una delle leve di sviluppo dello
Stato e della nazione.
Questo è un
problema che bisogna trattare evidentemente con lo stesso spirito
problematico che abbiamo adottato per il Partito Socialista e il
Partito Comunista. Personalmente faccio più fatica a
riconoscere dei titoli di merito alla DC, in forza del mio bieco
anticlericalismo. Dobbiamo comunque riconoscere, sulla scia di
Scoppola, che De Gasperi fu il minore dei mali: ci poteva capitare
Gedda, e Pio XII pensava a Franco e a Salazar. Tuttavia De Gasperi
era un prodotto della politica e della cultura austro-ungarica –
il famoso “Trentino prestato all’Italia”. Cosa fa
De Gasperi durante la Grande Guerra? Su questo ci sono veli di
imbarazzo che soltanto qualcuno nel primo e secondo dopoguerra ha
voluto togliere, introducendo uno iato rispetto a quello che
scolasticamente parrebbe ovvio, e cioè che la Grande Guerra
sia un passaggio collettivo di carattere necessario nella storia
d’Italia.
Come spieghiamo
dunque l’itinerario di De Gasperi? Si sostiene, e io lo
riconosco, che il senso delle istituzioni e dello Stato può
valere in se stesso e quindi in seconda battuta a favore dell’Italia
e non più dell’Austria, dal punto di vista dell’ordine,
della correttezza istituzionale, persino anche del rapporto tra Stato
e Chiesa. Ma qui stiamo parlando di un rapporto in via di
elaborazione tra passato storico e presente politico, e ragioniamo
del relativamente più laico tra i dirigenti democristiani:
tutto ciò crea un problema.
Ciò vale, a
maggior ragione, se ci interroghiamo su quello che pensavano i
parroci e sulle idee che nel 1948 circolavano nei Comitati civici. In
passato ho studiato queste idee lavorando alla formazione della
Democrazia Cristiana, in particolare nel Veneto, assumendo il Veneto
cattolico come modello “iperrealista” rispetto
all’Italia. Ne scaturiva un quadro dove lo Stato veniva
percepito come irrilevante, mentre le istituzioni di riferimento
erano il comune e la parrocchia. La Chiesa rappresentava la grande
entità sovralocale e sovranazionale, cosmopolita ed ecumenica:
una funzione che può valere molto sul piano della carità
cristiana e dell’umana fraternità, ma che, dal punto di
vista della gestione delle istituzioni, crea problemi nel momento in
cui lo Stato raggiunge certi appuntamenti storici e deve voltarsi
indietro per fare un bilancio della propria storia.
Dunque le tiepidezze
e le discontinuità dei “nuovi venuti” ci sono e si
spiegano storicamente. Io, qui, ho cercato in una certa misura di
smorzarle e problematizzarle, ma permangono e le ritroviamo in modo
differente sia nel ‘11 che nel ’61.
Ero partita
inizialmente da una considerazione sulla debolezza delle attuali
celebrazioni, prendendo spunto dal discorso del 21 gennaio di
Napolitano. Il Presidente della Repubblica ha affermato che è
oggi possibile «celebrare il 150°» perché si
sono superate tutta una serie di contraddizioni, di nodi e di
tensioni della storia passata. Questa visione di un paese pacificato
con se stesso si inserisce perfettamente nelle prerogative di un
presidente della Repubblica naturalmente. Sembra però voler
sistemare in realtà qualcosa che è molto più
complesso, e cioè che il paese in questo momento vive la
propria identità in modo molto problematico, sia per ragioni
politiche che per ragioni socio–culturali. È per questo
che dicevo che nonostante tutti i loro problemi, l’11 e il ‘61
fornivano una prospettiva futura, un orizzonte di aspettative
certamente più promettente di oggi.
Se poni la cosa in
questi termini sono totalmente d’accordo. In precedenza ho
risposto problematizzando perché riflettevo sull’anniversario
del ‘11 e su quello del ‘61 in quanto momenti di
posizionamento rispetto al passato e di bilancio storico. Se invece
ci volgiamo alle “prospettive del futuro”, confrontando i
tre anniversari la situazione risulta quella da te delineata.
Nel ‘11
troviamo sia “l’Italietta” giolittiana sia la
“grande Italia” dannunziana e nazionalista, entrambe con
differenti ambizioni di crescita. Nel ‘61 siamo ormai
all’interno del processo che condurrà al
centro–sinistra. Gran parte dei democristiani interpretavano
tale processo come un’operazione di logorio dei socialisti e di
isolamento dei comunisti, mentre molti socialisti lo leggevano come
un avanzamento, come un futuro tutto da conquistare con fiducia ed
ottimismo.
Se ci volgiamo
all’oggi la situazione è completamente diversa. Non ho
letto l’ultimo discorso di Napolitano a cui hai fatto
riferimento, ma ho ben presente quello del 20 settembre. La chiave è
sostanzialmente la stessa: valorizzare la Chiesa e le realtà
disposte ad unirsi contro la Lega e contro i processi disgregativi
municipalisti, leghisti o clerico–intransigenti e neoborbonici
riaffioranti. Nel birignao neoborbonico vi è del folclore, che però non va
sottovalutato perché, sebbene non rappresenti una prospettiva
politica concreta, ha tuttavia un suo significato, in quanto
espressione di un’ostilità di fondo e di una mancata
immedesimazione nella storia nazionale.
L’avversario
più consistente rimane in ogni caso il secessionismo
allegramente sbandierato sui prati di Pontida, le più o meno
trucide espressioni di capi e gregari della Lega contro l’Italia,
la messa a dimora di un repertorio simbolico antagonista, che da qui
in Veneto, dove stiamo parlando – in un Caffè Pedrocchi
peraltro ornato di tricolori – vediamo in una prospettiva
quotidiana. Naturalmente uno statista come un presidente della
Repubblica fa politica e nessuno pretende invece che faccia
storiografia. Per noi si tratta di distinguere e io preferirei
coltivare l’ autonomia delle sfere tra politica e religione,
dal momento che considero l’assenza di questa distinzione uno
dei problemi congeniti del nostro paese – l’anomalia
italiana – per cui resto sconcertato quando vedo valorizzare
gli afflati unitari della Chiesa, sia pur a fin di bene, e cioè
per andare contro la Lega. La Chiesa oggi è a favore della
conservazione dell’unità d’Italia per la buona
ragione che ha ormai allargato la città del Vaticano
all’intera Italia e perché è in gran parte
riuscita a realizzare il sogno, mai dismesso, di continuare a
utilizzare la penisola italiana come la rampa di lancio della potenza
ideologica della Chiesa in tutto il mondo. Sarà brusco e
schematico metterla giù così, ma così stanno le
cose.
Non so quanti siano
consapevoli e d’accordo con l’analisi che ho appena
profilato. Non escludo che alcuni possano riconoscere come unica
possibile grandezza d’Italia proprio il dato di fatto che Roma
è in realtà la capitale del cattolicesimo e solo
secondariamente, quasi per sbaglio, la capitale di uno Stato che non
può essere realmente laico quanto la Francia o quanto la
Spagna, proprio in conseguenza della duplicità della capitale.
Detto questo, sono toto
corde con il Presidente e con chi sia contro la Lega e contro gli spiriti
secessionisti. Non sono neanche un federalista appassionato, perché
tutte queste rincorse del federalismo non mi appaiono una scelta in
positivo, quanto piuttosto un modo per tenere buona la Lega e i suoi
brontolii. In questi giorni osserviamo inoltre che in concreto la
legge federale scontenta addirittura i sindaci e i comuni che ne
dovrebbero essere invece l’essenza.
Io non ho niente
contro una buona legge federale e so che la soluzione di Cattaneo
sarebbe stata la migliore, ma “non c’erano i numeri”
– come si direbbe oggi. Ciò che mi interessa affermare è
che, nel momento in cui si compie una lotta politica da una parte,
non si sguarnisca il fronte da un’altra: per essere
antileghista io non voglio diventare clericale. Non accetto che si
passi in subordine questo tipo di problematiche, che vediamo
continuamente risorgere: a livello di scuola confessionale, di
università, di finanziamenti, di fine vita, di ritualità
sulle coppie, tutto un settore che concerne in senso lato l’etica
e che è stato quasi totalmente appaltato alla Chiesa
cattolica, tenutaria della moralità di tutti.
Ti sei definito
orgogliosamente anticlericale, ma nell’identità
nazionale l’elemento cattolico è molto forte, cioè
se questo paese sta ancora assieme si ha la sensazione che talvolta
lo si debba al mondo cattolico. Lo dico da laica e di famiglia laica.
A modo suo il cattolicesimo italiano, rispetto ad altri cattolicesimi
europei, ha dato una mano di tanto in tanto a tenere insieme questo
paese. L’opzione non può essere tra leghisti e
clericali, su questo sono perfettamente d’accordo con te, ma da
storici e guardando in lontananza, la componente cattolica in qualche
modo, nel male ma anche nel bene, ha tenuto assieme questo paese, non
lo pensi?
A differenza di te,
io vengo da quel mondo ed è all’interno del mondo
cattolico che ho imparato a coltivare certe esigenze e certi rigori,
che non avrei certo imparato a coltivare nel mondo socialista così
spesso bagolone e approssimativo rispetto a quest’ordine di
problemi, o nel mondo comunista così ferreamente determinato
al dialogo con i cattolici, fino a subire niente meno l’articolo
7 della Costituzione. Sono dunque sensibile a questo discorso, ne
sono perfettamente consapevole, conosco e apprezzo il volontariato e
la carità cristiana, ho conosciuto una serie di colleghi nelle
scuole dove ho insegnato, sacerdoti attivissimi e impegnatissimi che
sarebbero stati schematicamente etichettati come “di sinistra”.
Una definizione che ritengo fuorviante – si pensi soltanto a
don Milani, che politicamente parlando sarebbe un’eresia
chiamare “di sinistra” e che tuttavia ha saputo
interpretare tanti principi di critica sociale e proporli all’intera
società. Vi è tutta una serie di personaggi del mondo
cattolico tra Otto e Novecento a cui la società italiana deve
molto: ma la società, non lo Stato. Io vorrei, come lo
vorremmo in tanti, che lo Stato fosse l’espressione della
società, di un fortissimo intreccio tra società e
Stato. Per questo non posso disinteressarmi degli spiriti che corrono
dentro una società in cui vedo che spesso i sensi civici non
si riferiscono allo Stato ma alla Chiesa, non si riferiscono alla
cittadinanza ma alla carità cristiana.
Contemporaneamente
non accetto la deriva di quei gruppi che una volta si sarebbero
chiamati della “nuova sinistra”, nella misura in cui
ancora sopravvivono e a cui pur sempre faccio politicamente
riferimento: anche loro, basta leggere «Il Manifesto»,
sembra che abbiano più in mente la Chiesa che lo Stato. Io
vorrei uno Stato innervato di società e una società
pensosa dello Stato, mentre mi pare che essa, nei casi migliori e di
maggiore vitalità, si frammenti in gruppi e comitati ciascuno
dei quali ha il suo ponte, la sua ferrovia, il suo gasdotto da
presidiare, oppure i suoi poveri, il suo terremoto, il suo pozzo.
Sotto–insiemi, ma l’insieme quale è?
Mondialisti –
o, in alternativa, “comunitaristi” – che siano, le
sinistre d’oggi lasciano trapelare come per loro lo Stato
nazionale sia “un cane morto”. Per me, ancor oggi, rimane
un dover essere e niente affatto un cane morto. Per esempio, rispetto
all’anniversario che stiamo vivendo, io vedo non pochi equivoci
serpeggiare anche all’interno di posizioni politico–culturali
che per un verso riconosco più vicine a me, ma in cui io non
mi posso affatto immedesimare: niente meno, tutto il Risorgimento
dietrologicamente e unilateralmente riscoperto come La
conquista. Va
bene civettare con “la parte del torto”, ma qui si
esagera. Sono sicuro che Rossanda Pintor e Parlato avrebbero
ragionato o ragionano e pensano oggi diversamente dai loro figli e,
ormai, pure dai nipoti. E però, quando avviene di vedere
prendere la parola a qualche dirigente dei gruppi di sinistra rimasti
fuori dal Parlamento, non ritrovi lo Stato, e di conseguenza
interesse all'anniversario dell’unificazione, cioè alle
dinamiche storiche di quello spazio pubblico che è il nostro,
l’Italia.
Il
problema dello Stato come qualcosa che si è smarrito non è
una questione degli anni recenti, tanto meno degli ultimi mesi, e su
questo devo dire la sinistra nel suo complesso si è spaccata.
Non è un caso che sia l'estrema sinistra, quella che è
rimasta fuori dal Parlamento, ad essere più in imbarazzo con
il tema dello Stato nazionale.
Certamente si tratta
di problematiche presenti già in precedenza e che
l'anniversario, come una cartina di tornasole, rende più
evidenti. A sinistra, tali questioni si sono palesate con variegature
complesse, imbarazzi e difficoltà nei confronti dello Stato
nazionale. Per la sinistra, la frammentazione politica complessiva e
l'essere rimasti fuori dal Parlamento rende forse necessario far
politica su obiettivi specifici di carattere territoriale e locale,
dentro cui sia magari possibile porre questioni più vaste
d'ordine ambientale e energetico. Ciascuno può dire a se
stesso: non sto solo lavorando per impedire che passi quella certa
linea ferroviaria, ma in realtà ho una diversa concezione
complessiva dell'uso del territorio... Si tratta però di una
politica fatta di singoli obiettivi – esaurito uno si passa
all'altro – mentre la riflessione sulla storia complessiva di
un paese richiede che si mettano in fila le cose, le si organizzino
concettualmente stabilendo delle priorità. E qui il cavallo
scalpita ed è renitente.
A questo punto la
linea di fuga possibile coincide con il discorso che sentiamo da anni
circolare intorno a noi: lo Stato nazionale sarebbe finito perché
c'è l'Europa e noi potremmo benissimo orientare diversamente
il nostro rapporto con la storia dell'Italia e liberarci dei 150 anni
di uno Stato che adesso si espande e si allarga; uno Stato più
grande, rispetto a cui l'Italia è una regione, come erano
regioni gli Stati preunitari nel 1861. Se davvero fosse così,
rileveremmo un atteggiamento diverso, ben più pregno di pietas nei confronti della storia e ben più pregno di impegno,
militanza, entusiasmo nei confronti dell'Europa da costruire. Invece
non si vede affatto questa passione civica europeista e dunque non
convince chi sostiene che l'Italia non c'è più perché
stanno svanendo tutti gli stati nazionali: non c’è
qualche cosa di più, c’è qualche cosa di meno.
Non sono neppure
d'accordo con coloro, come ad esempio Aldo Schiavone e una serie di
autori di libri sull'identità italiana, che quasi arrivano a
fregarsi idealmente le mani, sostenendo: "grazie ad un'identità
debole facciamo prima a diventare europei". Non è vero
purtroppo, si coltivano le identità a partire dalle identità
forti, non a partire dalle identità deboli o dalla mancanza di
identità. Io sono venezianissimo e non per questo sono
leghista, sono venezianissimo ma non vedo nessuna contraddizione nel
sentirmi legato alla storia della mia città e
contemporaneamente nell’immedesimarmi e farmi carico della
storia del mio Paese, con tutte le riserve critiche e le
problematizzazioni del caso.
Posso interrogare me
stesso e dirmi: ma c'è coerenza in tutto l'itinerario da I Vinti
di Caporetto ad
oggi? Ognuno naturalmente ama sentire coerente se stesso e io non
faccio eccezione: a me pare di sì, perché fin da allora
cercavo lo Stato. Non mi sarebbe dispiaciuto se nel 1917 i soldati
avessero buttato le armi per fare come in Russia e costruire uno
Stato migliore, ma dopo aver verificato che non volevano fare questo
ma semplicemente andare a casa, io non ero più e – lo
confesso – non sono interessato a una parola d'ordine
dimissionaria che suoni come un “tutti a casa”. Perché
in quanto giovane cittadino del secondo dopoguerra avevo imparato che
la parola d'ordine “tutti a casa” applicata al ‘43
era negativa e non capivo perché applicata al ‘17
potesse diventare d’un tratto umana e indiscutibile.
Facciamo parte di
uno Stato, possiamo immedesimarci in esso tutto o parzialmente,
possiamo volerlo cambiare, ma io rimango convinto che comunque si
debbano riconoscere e apprezzare le grandi narrazioni e dispiacersi
se non si è più parte di una grande narrazione. Io mi
dispiaccio, ma non posso naturalmente farmela da solo una grande
narrazione per l’oggi, e quindi sono d'accordo che il futuro
davanti a noi si prospetta amaro. Anche contro Berlusconi quello che
si agita è l'idea della politica come buona amministrazione e
non come grande e alternativo orizzonte. Questo è l’ordine
della politica di oggi, ma ciò non significa che non si debba
saper riconoscere le grandi narrazioni quando invece ci sono state:
il Risorgimento lo è stato, ecco perché mi spendo e
vado in giro a parlarne.
Tuttavia, chi mi
ascolta farlo, non credo mi trovi sdraiato acriticamente sulle cose
così come sono andate. Tu hai presente il mio Garibaldi
fu ferito:
io non sono un tifoso di Depretis ma di Garibaldi, che ricomincia
sempre ogni volta di nuovo finché campa. Benché non mi
immedesimi nelle scelte politiche di Mazzini, sono rispettosissimo di Mr.
Brown e di Alberto Mario, e poiché so che non sono conosciutissimi
cerco di farli conoscere. Mi dispiace dunque molto quando negli
ambienti che frequento politicamente, e a cui mi sento più
vicino, non constato affatto questo atteggiamento, ma vedo che il
Risorgimento o l'Unità d’Italia vengono considerate come
cose da vecchi barbogi, piccole e meschine. Andate a rileggere
Gramsci: era sicuramente critico, troppo critico, con il Partito
d’Azione, però aveva capito l’importanza della
questione, tanto è vero che passava i suoi anni a lavorarci
sopra, mentre adesso l'atteggiamento è quello di sbrigarsela
in fretta passando all'ordine del giorno.
Proprio a questo
proposito: accennavo all'inizio alla cultura alta come a uno dei
veicoli della rappresentazione dell'identità nazionale. Ad
essa appartiene certamente la storiografia, che su questo ha prodotto
molto negli ultimi anni in vista proprio del 150°. Tu noti delle
cose nuove tra gli storici, sia nei contenuti delle loro letture che
nel ruolo che si sono dati nella società italiana di questi
anni?
Secondo me c'è
una discrasia tra il livello propriamente storiografico, che mi pare
goda sostanzialmente di discreta salute, e quella che possiamo
definire senza dispregio preventivo e pregiudiziale “la
parastoriografia”, ovvero la trattazione del Risorgimento e
dell'Unità d'Italia nella stampa e nella televisione. Come
sempre bisogna saper distinguere, non tutto è negativo, non
tutto è negligenza, non tutto è disincanto, ma
certamente molti cittadini si sono sentiti autorizzati ad essere
negligenti e disincantati perché hanno visto sulla grande
stampa o nella stampa locale trattare tali questioni in un certo
modo. D'altra parte, nella storiografia, la revisione fa parte del
mestiere ed è dunque logico che ci sia.
Nella
“parastoriografia” però, a volte, non troviamo
semplicemente una revisione ma un accanimento revisionista, cioè
lo sposare lo spirito dei tempi odierni per far valere la trattazione
del passato in funzione del presente. L'uso pubblico del passato,
negli ultimi trent'anni, è diventato persino un oggetto dei
nostri studi, ma sapere che si usa praticarlo non significa che
possiamo adottarlo automaticamente anche noi. Qualche volta, invece,
anche come studiosi, specie se politicamente militanti, non
coltiviamo abbastanza il senso della distinzione. Finché l’uso
pubblico viene fatto da un politico posso comprenderne le finalità,
ma uno studioso deve sempre riuscire a lavorare su due piani, avendo
netto il senso della distinzione: anche lui sta dentro un presente e
ne esprime i bisogni, gli atteggiamenti, è necessario però
che mantenga la sua deontologia professionale e la convinzione –
primariamente! – che esistono i fatti, e non solo chi li
interpreta. Interi paradigmi storiografici dell'oggi prescindono dai
fatti che non esisterebbero più, perché esistono
soltanto le narrazioni, le visioni, le retoriche. Lo dico nonostante
io abbia sempre fatto, in fondo, storia culturale, lavorando con la
letteratura, valorizzando la soggettività, la fantasia, le
interpretazioni. Ma quel che è troppo è troppo.
Nell'introduzione alla seconda edizione di Luoghi
della memoria mi sono spinto a dire: basta con la memoria,
torniamo alla storia,
perché è stata l’enfatizzazione della memoria che
ha aperto la strada al relativismo soggettivista – per il quale
nulla è vero e tutto è possibile. Comunque a me pare
che buona parte della storiografia lo faccia effettivamente,
resistendo alle mode…d’oltralpe e d’oltre oceano.
Però nella
narrazione pubblica, nel discorso pubblico, di questo 150°, la
cosa interessante, – come purtroppo avviene da un po’ di
anni – è che lo spazio dato agli storici e alla
complessità delle loro ricostruzioni, si è andata
paradossalmente, ulteriormente riducendosi per lasciare spazio ai
giornalisti cioè a quella che tu hai definito
“parastoriografia” oppure alle narrazioni
cinematografiche. Il Risorgimento e la storia italiana sembrano
passare attraverso linguaggi mediatici che bypassano la complessità
della ricerca, del ragionamento, della contraddizione.
Sì, però
non piangiamoci addosso, anzitutto perché cercano anche noi
storici, e se cercano giornalisti e testimoni e memorialisti a vario
titolo questo è comunque un segno di interesse, discutibile
volta per volta nei contenuti e nelle forme. Quando prima parlavo di
“parastoriografia” non intendevo affatto escludere in
linea di principio che un bravo giornalista possa diventare uno
studioso: Giorgio Bocca e anche il primo Pansa hanno notoriamente
scritto dei buon libri di storia. Altri invece esercitano una
supplenza indebita e nociva. Quello che non accetto è il
processo che conduce diversi giornalisti a diventare storici, a
teorizzare che non si fanno note e non si deve dimostrare nulla
perché è roba da parrucconi – come faceva
Montanelli – e a sostenere che gli storici italiani non
sappiano né scrivere né farsi capire: “ci
riescono soltanto gli storici inglesi”. Questo è uno
stanco pregiudizio, banale ricaduta della solita esterofilia, che la
conoscenza dei nostri libri potrebbe non di rado mettere in
discussione.
Esiste un problema
di comunicazione e noi storici dobbiamo farcene carico, dobbiamo
parlare dei nostri concittadini ai nostri concittadini. Io non sono
certo il solo che lo fa e il 150° incentiva la possibilità
di farlo, sui giornali, in tutte le conferenze possibili, alla radio,
alla tv: le occasioni non mancano, è qualcosa che ci viene
continuamente richiesto. Certo la scelta della persona a cui chiedere
è continuamente in bilico. Pochi giorni fa sono stato
videoregistrato per un intervento su argomenti risorgimentali alla
Camera dei Deputati. Nel pomeriggio toccava a Ridolfi, prima ancora
alla Soldani, ecc... Eppure poco ci sarebbe voluto, e sarebbe stato
anzi nello spirito dei tempi, che scivolassero sul terreno più
facile della mediazione comunicativa affidata a un giornalista.
Tu hai seguito
qualcosa delle rappresentazioni cinematografiche; per esempio il film
"Noi credevamo"?
A me è
piaciuto moltissimo "Noi credevamo". L'ho visto una volta
sola, e ho voglia di rivederlo per rifletterci ancora di più
sopra, perché è lungo e impegnativo. Probabilmente
Martone aveva nel gruppo dei suoi consiglieri e in se stesso una
dialettica di posizioni, ha saputo far funzionare questa ispirazione
intrecciandola con altre e il risultato è la
problematizzazione del Risorgimento, del volontarismo, del
mazzinianesimo, della figura stessa di Mazzini. Una
problematizzazione che sono pronto a far mia. Ma so che su questo i
pareri sono diversi e non vorrei pronunciarmi con un eccesso di
perentorietà, perché film così complessi e
profondi non li si vede una volta sola. Parlo dunque di prime
impressioni che sono molto positive.
L'ultima domanda.
A uno straniero che non sa nulla della storia italiana, quali luoghi
della memoria indicheresti? Quale sarebbe il percorso ideale nella
storia degli italiani?
Partirei da questo,
gli direi guarda che i tuoi antenati in Inghilterra, in Francia, in
altri paesi d'Europa, all’epoca del Risorgimento guardavano con
stupore ammirato ad un evento stranissimo e del tutto inatteso che
stava avvenendo a quello che fino ad allora era stato considerato il
“popolo dei morti”, il “paese delle rovine”,
e che invece si rivelava essere tutt’altro. Cercherei dunque di
fargli scoprire – perché non è affatto
conosciuto, neanche da noi – il riconoscimento che l’Europa
tributava a un grande movimento, che con una straordinaria
accelerazione raggiunse grandi risultati in pochi anni. Queste
sarebbero le battute introduttive.
Valorizzerei poi
Mazzini e Garibaldi, perché sono in rotta di collisione con
l'idea che all'estero si ha degli italiani e che gli italiani hanno
di se stessi: il carattere degli italiani sarebbe quello di non avere
carattere. Noi ci siamo dimenticati questo dato di fatto e
continuiamo a pensare di non avere carattere. Io valorizzerei allora
il saper tener duro per tutta la vita di Mazzini. Nel paese degli ex non
ci sono solo gli ex.
Poi di nuovo
cercherei di far riflettere criticamente sull'identità
italiana in senso contrario rispetto agli stereotipi, e questo vale
sia per lo straniero che per l'italiano: noi siamo il popolo del
melodramma, ma ci ricordiamo solo del “melo” e facciamo
cadere il “dramma”, mentre il melodramma è
entrambe le cose. Mazzini e Garibaldi, insieme a tanti altri
personaggi simili a loro, corrispondono appunto al “dramma”.
Cercherei dunque di
farlo riflettere sulla portata intrinsecamente tragica di tante
famiglie scisse al loro interno: la famiglia Bandiera, la famiglia
D'Azeglio, la famiglia Armellini, tutti con almeno un gesuita o un
ammiraglio austriaco in casa. Ciò non ha a che fare con la
visione “melò” della storia d'Italia, concerne
invece la dialettica più aspra della divisione, non solo
generazionale ma persino fra coetanei. Ripristinare questa visione è
importante tanto per lo straniero quanto per l'italiano.
Il ragionamento mi
condurrebbe alla fine al luogo centrale del Risorgimento,
l’Aspromonte: è il luogo della tragedia nel senso greco,
perché entrambi i contendenti hanno ragione. Non è
possibile schierarsi o con gli uni o con gli altri, anche se è
ovvio che politicamente era proprio quello che bisognava fare
all'epoca, ma in sede storica noi possiamo riconoscere il carattere
tragico e intimamente necessario di quello scontro. Necessario perché
Roma è un pegno, un simbolo, è il motore del movimento
rivoluzionario, è il motore del Risorgimento che ci dice “non
è vero che la storia è finita nel 1861”, “non
è vero quello che dice Depretis che adesso dobbiamo essere
tutti per la governabilità”. Naturalmente qui non sto
più parlando del 1862...
How to cite : Isnenghi, Mario,
Forza e disincanto del 17 marzo, «Storicamente», 7 (2011), Art. 17, DOI 10.1473/stor102, http://www.storicamente.org/06_dibattiti/isnenghi_17_marzo_1861_2011.htm
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