mappa della Palestina - muro tra Israele e Palestina

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Philippe Rekacewicz
Vivere all’ombra del muro
La Palestina squartata, rinchiusa, accerchiata

(Questo articolo fa parte del Dossier Migrazioni e lavoro)

Carta della Palestina - muro di separazione tra Israele e Palestina

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Siamo all'inizio del nuovo millennio, molto prima dell'edificazione di ciò che è chiamato il “muro dell'apartheid” dal lato palestinese, e la “recinzione di sicurezza” dal lato israeliano. Durante le discussioni sullo status di Gerusalemme, uno dei negoziatori palestinesi ci confida il suo sconforto di fronte al complesso e incomprensibile imbroglio territoriale che gli Israeliani proponevano loro: “se firmiamo un accordo su queste basi, bisognerà in futuro dotare ogni Palestinese di scarpe con piccole luci rosse. Esse si accenderanno quando entreranno per sbaglio
nella zona C (sotto il controllo israeliano) e si spegneranno quando torneranno in zona A o B (sotto il controllo palestinese o misto)”.

Ora però c'è il muro. Un immenso muro di cemento, da otto a dieci metri d'altezza, che serpeggia ai margini della città, penetra nel cuore della città, attraversa la strada, frattura lo spazio urbano e lo spazio sociale palestinese.

“Non è un confine!” ripeteva Ariel Sharon a chi lo ascoltava quando è cominciata la costruzione. Che paradosso, però! La Linea Verde, il confine legittimo riconosciuto a livello internazionale, viene rifiutata sia sul terreno che sulle mappe israeliane. È invisibile. Al contrario, il muro è molto ben visibile… Esso è stato dichiarato illegale dalla Corte internazionale di giustizia ed è pressoché invalicabile. Pur essendo illegittimo, i suoi terminal ed i suoi checkpoint sono così simili a posti di dogana da poterli facilmente scambiare... E di fatto esso costituisce il vero confine, un confine fisicamente e massicciamente radicato all'interno del territorio occupato.

Una cittadina di Betlemme ne parla:

“Dalla mia finestra avevo una vista magica, la dolcezza del paesaggio, i colori… il verde scuro dei miei ulivi, l'ocra chiara della sabbia e della roccia, la secchezza dell'atmosfera. Era caldo. Fuori dalla mia finestra avevo
tutto l'universo, il mio universo, migliaia di anni di storia! La polvere e l'erba rasa. Dalla mia finestra potevo ammirare un paesaggio stupendo, abbracciare Gerusalemme!

Il tempo passa, il muro si alza e ci rende ciechi. Stiamo diventando ciechi. Finiamo per dimenticare cosa c'è dietro, quelli che vivono dietro. Loro invece non ci dimenticano: ci occupano. Questo muro è… come dire, imponente. È anche… senza fine, senza speranza. Chiude il paesaggio, e chiude anche le nostre vite. Questo muro è enorme e la sua ombra ancora di più. Essa copre le nostre strade, le nostre case e i nostri giardini. Copre anche, e soprattutto, la nostra speranza.

Questo muro è incomprensibile, inspiegabile. Cioè, “loro” lo spiegano… Il loro popolo è traumatizzato dagli
attentati-suicidi. E quindi lo hanno costruito, dicono, per assicurare la propria sicurezza, e, secondo le statistiche, gli attacchi si sono fermati.

Dalla comparsa del muro, però, la mia anima vive nell'ombra. Come l'anima di milioni di persone. Da quando è lì, i nostri negozi chiudono uno ad uno, le nostre stazioni di servizio scompaiono. Il muro frammenta i nostri spazi di vita, ci separa dai nostri luoghi di preghiera, dalle nostre scuole, dai nostri ospedali. Il muro fa a pezzi le nostre vite. Ci divide dai nostri amici e, ancor peggio, dalla nostra famiglia…”.

 

Questo articolo si cita: Philippe Rekacewicz, Vivere all’ombra del muro. La Palestina squartata, rinchiusa, accerchiata,  «Storicamente», 5 (2009), http://www.storicamente.org/07_dossier/migrazioni-rekacewicz-06.htm
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