| Andrea
Baravelli Nemico e propaganda |
| La figura del
nemico ha sempre rappresentato un elemento indispensabile per il buon
funzionamento dei sistemi di propaganda.
Insomma, si tratta di un protagonista assoluto – se non unico – dell’argomentazione
di tipo propagandistico; una figura dalla rilevanza tale da costringere
l’intero spazio della politica a organizzarsi in sua funzione.
Il valore in termini di forza conativa, di capacità di spingere
all’azione, non era certo sottovalutato dagli antichi, tuttavia
fu solo con la Rivoluzione francese che fu compresa quale importanza
potesse avere l’evocare lo spettro del nemico quale elemento di
volta di un moderno sistema propagandistico. Gli uomini della Rivoluzione,
in particolare, non solo scoprirono quali fossero i modi migliori per
fare del nemico un tema di propaganda adeguato, ma intuirono il nesso
esistente fra efficacia del messaggio propagandistico e azione volta
a provocare forti emozioni nelle masse popolari. Insomma, con la Rivoluzione
francese si spezzò la relazione fino a quel momento obbligata
fra persuasione e razionalità. Senza studi di psicologia sociale
alle loro spalle, gli uomini incaricati di promuovere la Rivoluzione
compresero tuttavia come il ricorso alle emozioni - in particolare, al
sentimento della paura – potesse costituire un irrinunciabile atout
per radicare la Rivoluzione stessa nell’animo delle popolazioni.
Una volta definiti i lineamenti del nemico, infatti, si sarebbe potuto
ottenere l’adesione di quelle stesse masse su questioni anche molto
differenti rispetto alla semplice necessità della lotta per opporvisi.
L’effetto della designazione di un nemico per l’opinione
pubblica è infatti triplice. Da una parte essa conduce alla cristallizzazione
della fedeltà dell’opinione pubblica a un dato progetto
politico (infatti, individuando un nemico non solo si orienta tale opinione
pubblica contro qualcuno, ma la si sollecita anche a provare un senso
di gratitudine nei confronti di chi quel nemico ha scoperto e denunciato).
Da un’altra, il concentrare il risentimento della collettività nei
confronti di un nemico equivale a “compattare” quella stessa
comunità con il pretesto dell’esistenza di un elemento irriducibile
e pericoloso. Infine, il definire un nemico dona al potere la possibilità di
deviare il risentimento popolare che, altrimenti, investirebbe il potere
stesso. Insomma, classificare l’altro da sé secondo la categoria
di nemico piuttosto che secondo quella di amico significa indicare la
strada che si vuole sia seguita dall’intera comunità. A
causa del suo inscriversi all’interno di un doppio movimento -
l’affermarsi dell’ideologia quale origine e determinante
dell’agire politico, da una parte; l’impetuoso sviluppo della
società di massa e del progresso tecnologico, dall’altra
-, il Novecento può ben essere definito come il secolo della propaganda.
Anzi, il secolo del nemico assoluto. Un nemico costruito, nei lineamenti
più minuti come nel senso della pericolosità, dal politico
attraverso la propaganda. Dopo la Grande guerra, prima importante prova,
la propaganda si perfezionò all’interno dei regimi totalitari.
L’asprezza ideologica della guerra fredda, poi, s’incaricò di
confermare l’importanza della figura del nemico quale perno dell’intero
sistema di rappresentazione della politica e dell’esistenza. La “fine
delle ideologie” ha forse mutato il quadro di riferimento? L’esperienza
degli ultimi anni pare svolgersi nel segno della continuità: nelle
società contemporanee, caratterizzate da molteplici flussi d’informazione
e dalla sempre maggiore incapacità di ricondurre in termini di
comprensibilità la complessità dell’esistente, l’uso
della categoria del nemico rimane indispensabile poiché fornisce
una chiave ai fini della ricomposizione di una realtà frammentata
e apparentemente incongruente. |