Sandro Bellassai
Il nemico del cuore. La Nuova donna nell'immaginario
maschile novecentesco
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In quanto prodotto dell'immaginario
dell'uomo contemporaneo, la figura negativa
della Nuova donna va inquadrata nel più ampio
contesto culturale della misoginia maschile;
a sua volta, la misoginia maschile ha presentato
nell'età contemporanea significative connessioni
con un secondo atteggiamento, che potremmo
approssimativamente definire come "antimodernismo":
cioè rifiuto, critica radicale o profondo
scetticismo nei confronti di una visione
ottimisticamente evolutiva della civiltà occidentale.
Il timore di un fatale declino della supremazia
maschile, pressante (non senza qualche ragione)
in età contemporanea, costituisce lo sfondo
simbolico sul quale antimodernismo e misoginia
si incontrano, e non di rado si alimentano
a vicenda. Lo stereotipo negativo della Nuova
donna è in fondo il frutto di questo connubio
angoscioso; la misoginia maschile contemporanea,
in altre parole, può essere interpretata
anche come un atteggiamento di diffidenza
o resistenza a processi di modernizzazione
che prefigurano un mutamento dell'equilibrio
di potere fra i generi.
La caratterizzazione negativa
della donna, in generale, non è certo esclusiva
dell'immaginario maschile novecentesco. Una
lunga tradizione culturale ha identificato,
praticamente dalla notte dei tempi, il genere
femminile con un soggetto altro dalle
caratteristiche fortemente ambivalenti: purezza,
pudore, innocenza, sottomissione all'uomo
erano le qualità della donna-bambina o angelicata;
ribelli, volitive, indipendenti furono le
figure femminili immortalate in una mitologia
della devianza che dall'Antico testamento,
e passando per il Malleus Maleficarum dei
processi alle streghe, ha percorso i secoli
fino all'epoca contemporanea. Fosse angelo
o demone, in questo complesso di discorsi
la donna appariva comunque come una misteriosa
entità da tenere a bada con le buone o con
le cattive, e soprattutto come un essere ontologicamente inferiore
all'uomo: la regola fondamentaledi tali rappresentazioni
era quella di una differenza che si declinava
incontestabilmente come minorità, deficienza,
imperfezione. Una simile normativa simbolica
appariva alla stragrande maggioranza degli
uomini complessivamente sufficiente, fino
all'epoca contemporanea, a contenere entro
limiti ben definiti l'identità femminile:
ad essa si accompagnava naturalmente una
ben più prosaica e puntuale normativa giuridica,
e l'una e l'altra riproducevano un ordine
diseguale del potere come forma immanente
di una superiore necessità naturale, morale
e divina.
Nascita della Nuova donna
Nel corso del XIX secolo, tuttavia,
apparve sempre più chiaro a molti uomini
che i tradizionali fondamenti di legittimità della
disuguaglianza di potere fra uomini e donne
non avrebbero a lungo resistito alla realtà di
fatto di un contesto sociale e culturale
in continua trasformazione, e soprattutto - nella
seconda parte dell'Ottocento - di una messa
in discussione collettiva di quella disuguaglianza
da parte delle donne stesse. Non si trattava
più, come in passato infinite volte era accaduto,
di singole donne indisponibili ad accettare
singole iniquità, ma di veri e propri movimenti
organizzati, e diffusi in quasi tutti i paesi
occidentali, che per la prima volta nella
storia criticavano, sul piano dei diritti
sociali e politici, la logica stessa del
privilegio maschile nel pubblico e nel privato.
Né era il femminismo l'unica novità nel sistema
complessivo delle relazioni fra i generi:
nell'ultimo scorcio del secolo, le donne
avevano ormai guadagnato un'inedita visibilità nel
mondo del lavoro extradomestico, rivendicavano
l'accesso pieno alle professioni e all'istruzione
a tutti i livelli, guidavano le associazioni
moralistiche all'assalto dei templi della
socialità maschile (osterie, bordelli, sale
da gioco e arene di pugilato), organizzavano
in prima persona innumerevoli attività filantropiche
ed assistenziali. Esercitavano, insomma,
un nuovo protagonismo in campo religioso,
morale e sociale.
La rappresentazione
stereotipata della Nuova donna prese forma
in tale contesto
estremamente dinamico: in quella immagine
convergevano senza dubbio tratti identitari
riconducibili a una lunga genealogia misogina,
ma soprattutto veniva sottolineato il carattere
di novità e modernità di questa figura
ideale. Mentre si collegava a elementi simbolici
ereditati da un passato anche molto lontano,
l'immagine della Nuova donna fu dunque sin
dalla nascita direttamente ed esplicitamente
associata a uno scenario storico-sociale
inedito: quello della «civiltà moderna» di
cui, nei paesi occidentali, si parlava ormai
correntemente alla fine dell'Ottocento. La
rappresentazione negativa della Nuova donna
aveva innanzitutto lo scopo di definire,
riassumere icasticamente,e allo stesso tempo
condannare senza appello il recente mutamento
dell'identità femminile come fenomeno sociale
diffuso: fenomeno, questo, legato spesso
discorsivamente a un più ampio contesto di degenerazione della
società, di cui la Nuova donna avrebbe costituito
quindi uno degli effetti più scandalosi e
pericolosi.
Per certi aspetti, questa rappresentazione
costituiva infatti la traduzione in un codice
di genere del più ampio tema di una modernità matrigna,
distruttrice, disumanizzante: il celebre
fisiologo Paolo Mantegazza, ad esempio, scriveva
in un'opera significativamente intitolata Il
secolo nevrosico che «tutto il lavorìo
intellettuale dei nostri tempi è troppo veloce.
Le ferrovie e il telegrafo sono due massimi
fattori del nostro nevrosismo e più si perfezionano
e si moltiplicano i mezzi di guadagnare tempo
e più strillano i nostri nervi, che non hanno
potuto modificarsi colla stessa rapidità colla
quale abbiamo trasformato il carro a due
ruote in un treno espresso e il barrocciaio
portalettere nel telegrafo»[1].
E aggiungeva subito dopo: «Una volta almeno
si manteneva illesa dal nevrosismo la metà dell'umana
famiglia, quella che trasmetteva e alimentava
i germi della vita dall'una all'altra generazione
[...] Oggi anche la donna studia, anche la
donna fuma e ahimè anch'essa si inebbria
coll'alcool, coi caffeici e colla morfina.
Anche il ventre dell'umana famiglia è divenuto
cervello e il ventre novrosico genera all'inifinito
uomini sempre più nevrosici»[2].
Le donne insomma assomigliavano sempre più agli
uomini: tra i più nefasti effetti dell'evoluzione-involuzione
che le società moderne attraversavano alla
fine del secolo veniva infatti annoverata
la dilagante confusione dei generi, che il
mutamento incessante allontanava dalla loro
naturale vocazione identitaria producendo
una vera e propria mutazione epocale del
maschile e del femminile.
Perfettamente speculare
al motivo della Nuova donna era dunque
quello, molto diffuso
fra Otto e Novecento, della preoccupante femminilizzazione della
società (cioè, evidentemente, della sua componente
maschile): così, ruoli e abiti si scambiavano
e si confondevano, si sovrapponevano a formare
mostruosi intrecci, si moltiplicavano a creare
un disordine che minacciava di travolgere
ogni istituto civile, ogni legge divina,
ogni prospettiva di armonioso avvenire. «Un
indizio dimostrativo essenziale di questa
degenerazione - scriveva nel 1900 Paul Julius
Moebius - sta nella perdita dei caratteri
sessuali e cioè si hanno uomini femminei
e donne mascolinizzate. Quanto più un popolo
diviene nervoso, tanto più saranno numerose
le ragazze dotate di talento e munite di
spiccate caratteristiche maschili [...] Né la
situazione diventa migliore in virtù delle
numerose giustificazioni perché giustificata
o no, necessaria o no, la mascolinizzazione
delle donne sarà sempre una disgrazia»[3].
Per l'ampiezza della degenerazione di cui
era il simbolo, e per le terribili conseguenze
che causava sul piano sociale, questa nuova
figura femminile appariva contraria non tanto
agli interessi specifici di una parte dell'umanità - gli
uomini in quanto genere, che vedevano contestato
e minacciato il proprio privilegio -, quanto
all'interesse dell'umanità stessa nella sua
interezza di specie: la Nuova donna
era innanzitutto un mostro contronatura,
antropologicamente regressivo e fisiologicamente
sterile, che stendeva la propria ombra sinistra
sul futuro della società borghese come esito
aureo della plurimillenaria evoluzione umana.
Illustri clinici descrivevano le raccapriccianti
conseguenze dell'attività intellettuale delle
donne, ad esempio, sui loro organi riproduttivi;
moralisti e sociologi denunciavano la prossima
morte della famiglia a causa del crescente «egoismo» delle
giovani donne, riluttanti a considerare la
maternità come unica occupazione della propria
vita; tutti condannavano con la massima veemenza
ogni minima pretesa femminile di sottrarsi
all'assoluto imperio dell'uomo all'interno
della famiglia. Cosa ancora più grave, simili
donne generavano e allevavano figli maschi
destinati a un'esistenza infelice perché moralmente
e fisicamente gracili, vulnerabili e instabili.
La decadenza della civiltà occidentale, come
tramonto di un millenario ciclo vitale per
dissipazione di un intero patrimonio biologico
e morale, era già visibile all'orizzonte.
Alla fine del secolo, una certa
elaborazione delle teorie darwiniane allineava
in un unico
inquietante scenario le donne «mascoline»,
i popoli «selvaggi» e le specie animali considerate
inferiori nella scala evolutiva. Si riteneva
che una condizione di bisessualità fosse
tipica di uno stadio evolutivo precedente
alla civiltà umana: una condizione in cui
era sempre possibile precipitare nuovamente,
poiché - come aveva avvertito Darwin - caratteri
atavici allo stato di latenza si trovavano
anche negli esseri superiori, e dunque l'uomo - come
avvertivaora Karl Vogt - non era mai al sicuro
dal rischio di ridiventare una scimmia[4]. La donna, essere
più primitivo dell'uomo, incarnava in potenza
questa tremenda prospettiva: non a caso,
essaera ritenuta più sensuale dell'uomo,
più sensibile nel corpo e nella mente agli
atavici impulsi (l'isteria, la passionalità,
ma anche la tipica inclinazione alla danza)
e allo stesso irresistibile richiamo delle
specie inferiori. In un certo senso, King
Kong nasce nell'immaginario dell'uomo occidentale
a cavallo del secolo, lo stesso uomo che
ritraeva una miriade di figure femminili
in inquietante simbiosi con serpenti, pennuti,
felini di grande o piccola taglia.
La Nuova donna, in definitiva,
trasformava questa prospettiva regressiva
in realtà:
pretendendo di invadere campi tipicamente
maschili, assumendo atteggiamenti che contrastavano
in modo stridente con la tradizionale modestia
e passività femminile, minacciando l'ordine
patriarcale della famiglia, della morale
e della società stessa, questo personaggio
si presentava chiaramente come un'escrescenza
patologica della corrotta società moderna,
una cellula degenerata che avrebbe in breve
tempo contaminato l'umanità tutta - già se
ne vedevano i segni ovunque-, un nemico pericolosissimo
da isolare, colpire, annientare per la salvezza
stessa della civiltà umana dall'Apocalisse
incombente.
Il primo dopoguerra
Non a caso, gli anni della
Prima guerra mondiale costituirono una sorta
di tregua
nella strenua lotta ingaggiata dall'identità maschile
tradizionale contro la donna «moderna». Per
la verità, non dovettero essere pochi gli
uomini convinti di aver finalmente liquidato
la faccenda una volta per tutte ritrovando
nel virile profilo del combattente la propria
autentica mascolinità, e dunque lasciandosi
alle spalle non solo i mediocri abiti borghesi
ma anche, insieme ad essi, le vertiginose
oscillazioni e incertezze identitarie del
passato. In apparenza, infatti, la guerra
rispristinava ruoli ed identità netti, necessari
e indiscutibili: il guerriero e l'angelo
del focolare (o dell'infermeria), entrambi
riparati sotto l'ala rigeneratrice della
Patria, furono gli sbocchi ideali di una
retorica bellicista che esplicitamente invocava,
ormai da anni, un bagno di sangue come trionfante
catarsi della virilità. Com'è noto, la realtà seguì in
questo caso percorsi più tortuosi e complessi:
la pressione insostenibile sugli uomini al
fronte provocò profondissimi malesseri che
mostravano tutta la fragilità di quella mascolinità che
la guerra avrebbe dovuto temprare col fuoco[5], mentre nelle retrovie
e nelle officine, negli uffici e nelle strade
le donne svolgevano - e bene - mansioni tradizionalmente
considerate inaccessibili o impossibili al
gentil sesso.
Già nel corso del conflitto, dunque,
erano apparse decisamente conturbanti le
donne in pantaloni a ricoprire ruoli di responsabilità (pur
sotto il manto retorico del dovere patriottico
assolto con materna dedizione), ovvero a
occupare posti simbolicamente cruciali nell'organizzazione
quotidiana della vita sociale: tanto cruciali,
infatti, che sarebbero state queste immagini - quelle
delle donne tramviere, ad esempio - ad assurgere
a icone di un'intera epoca di emergenza.
Ma emergenza, appunto, era la parola magica
che rendeva tollerabile un simile «mondo
alla rovescia»; e infatti, chiusa la vacanza
dalla normalità, ecco che gli uomini chiedevano
a gran voce la cacciata delle donne dai posti
di lavoro «maschili» (in realtà, come ha
mostrato Barbara Curli, è più che altro una
leggenda che le donne avessero occupato gli
stessi posti lasciati vacanti dagli uomini
partiti per il fronte)[6]. Passata
la tempesta, comunque, gli uomini si risvegliarono
in un mondo in cui il proprio privilegio
di genere non era affatto più sicuro di prima,
anzi: le donne ottenevano il voto in gran
parte dei paesi occidentali, oltre a più ampi
diritti civili (l'autorizzazione maritale,
ad esempio, fu abolita in Italia nel 1919
con un decreto che apriva loro anche la strada
alla maggioranza delle professioni). Per
di più, l'antica nemica risorgeva più forte
che mai: gli anni venti furono infatti il
decennio in cui la Nuova donna sembrava dilagare
ovunque in Occidente, e in cui la flapper,
la garçonne, la maschietta divennero
delle categorie fisse dell'immaginario collettivo.
Soprattutto nelle capitali europee e negli
Stati Uniti, il fenomeno si estendeva adesso
anche alle giovani donne del ceto medio:
desiderose di indipendenza economica, disinvolte
negli atteggiamenti in società e nell'abbigliamento,
a loro agio nei nuovi frenetici balli e nelle
varie occasioni promiscue del tempo libero
moderno, queste ragazze marcavano in modo
evidente la distanza dalle generazioni precedenti
di donne, esibendo, ad esempio, cortissime
e inaudite acconciature.
La diffusione di tali modelli
innovativi presso strati sempre più ampi del ceto medio
urbano era peraltro l'epifenomeno sul piano
estetico di trasformazioni lente ma profonde,
nelle scelte esistenziali e nel sistema di
valori delle giovani donne[7]: un mutamento complessivo, sul
piano antropologico, che in Italia era già ben
visibile nella seconda metà degli anni venti,
e che nel decennio successivo, grazie anche
alla crescente influenza della cultura di
massa (e del cinema in primo luogo) di importazione
straniera, acquisterà proprorzioni ancora
maggiori. Già un libello pubblicato nel 1929,
e scritto da un giornalista piuttosto noto
in quegli anni, s'incaricava appunto di descrivere
questa nuova specie di donna, che l'autore
chiamava spiritosamente la donna tipo
tre. Umberto Notarimuoveva proprio dal
punto cruciale per gli uomini: la «enorme
estensione di territorio morale, giuridico,
economico ch'essi hanno ceduto sotto la lenta,
istintiva, organica, irresistibile pressione
della donna. Non è il fenomeno conosciuto
col nome di Femminismo al quale si
vuole alludere»[8],
che l'autore considerava limitato a una élite:
ma la nascita di una nuova creatura di sesso
femminile, figlia della civiltà industriale.
A differenza della donna «uno» (la
brava moglie e madre) e della «due» (la femmina,
la sensuale), la donna «tipo tre» è quella
che «si trova di fronte all'uomo [...] in
condizioni di assoluta indipendenza economica»[9];
costei,«se anche si concede, se anche ama,
se anche si sposa, non ha più per l'uomo,
suo pari nel lavoro e nel guadagno [...]
quella stima che costituva il più alto
attributo del suo abbandono»[10].
Così, «poco a poco, senza opporre resistenza,
quasi senza accorgersene, l'uomo ha lasciato
smontare, pezzo per pezzo, l'armatura del
suo prestigio domestico, sì da essere ormai
un inerme e, più che un inerme, un imbelle»[11].
In campo sociale, la resa maschile è descritta
come un fenomeno recente, ma imponente: sommando
impiegate, commesse, artigiane e altre fasce
sociali in espansione, Notari calcola che «l'uomo,
in poco meno di mezzo secolo, ha perduto
il controllo su una buona metà del sesso
femminile». E dire che «sinora, specialmente
in Italia, la donna "tipo tre" si è accontentata
di posti subalterni; ma la spinta in direzione
delle "cabine di comando" è evidente»[12]. Per completare il quadro,
anche nello sport la donna ormai quasi eguaglia,
scrive Notari, il povero uomo: infatti, a
giudicare da «quanto avviene nei campi sportivi
di ogni parte del mondo civile, anche la
prevalenza fisica del maschio sembra avviarsi
verso l'ecclissi»[13]. La conclusione
non sorprenderà chi abbia avuto la pazienza
di seguire fin qua i nostri sommari ragionamenti: «In
senso generale, non si può contestare la
tendenza a una "virilizzazione" della
donna e di un "infemminimento" dell'uomo.
Non è possibile dire se tale tendenza si
arresterà e dove si arresterà»[14].
Negli stessi mesi, l'uomo che
insonne, dal balcone di piazza Venezia, vegliava
senza
sosta sui destini degli italiani e delle
italiane approntava le strategie adattead
arrestare precisamente tale tendenza. In
un certo senso, il regime aveva in effetti
tenuto, fino ad allora, un atteggiamento
non del tutto univoco nei confronti delle
donne: se il tratto di gran lunga più importante
della politica fascista dei generi era certamente
stato la restaurazione di una piena autorità patriarcale
in famiglia e in società, è però vero che
la stessa vocazione totalitaria del fascismo,
con il volere continuamente mobilitati uomini
e donne di ogni età e ceto sociale, aveva
finito per differenziarsi - soprattutto quanto
agli effetti concreti - da un programma di
pura e semplice reclusione delle donne fra
le mura domestiche[15].Lo
stesso sport femminile, promosso con inedita
energia proprio dal fascismo, aveva suscitato
non lievi malumori presso gli ambienti più schiettamente
reazionari: e il papa, a cavallo fra anni
venti e trenta, aveva protestato con decisione
di fronte allo scandalo dei cortei di ragazze
in abiti succinti che avevano sfilato per
le vie della capitale.
Del resto, il lancio della
cosiddetta campagna demografica - a partire
dal 1927 - riesumava
un armamentario di immagini e linguaggi quanto
mai regressivi. La donna era primariamente
madre, fattrice di figli per la Nazione,
e non era minimamente concepibile che si
anteponesse una qualche esigenza personale,
di realizzazione individuale, di scelta autonoma
a questa suprema necessità. Nel 1927 e nel
'28 erano stati inoltre varati i primi provvedimenti
per limitare il lavoro delle donne: dalla
riduzione dei salari femminili alla metà di
quelli maschili, all'esclusione dall'insegnamento
delle lettere e della filosofia nel licei,
al divieto di nominare donne a capo di istituti
medi, al raddoppio delle tasse scolastiche
e universitarie. Un crescendo normativo che
culminerà poi nel decreto legge del 1938,
con il quale l'assunzione del personale femminile
nel pubblico impiego veniva limitata al dieci
per cento degli organici.
Il nuovo decennio
si apriva inoltre con l'ordine, diramato
nel 1931 a tutti i
mezzi di informazione, di eliminare qualsiasi
immagine della cosiddetta donna-crisi:
una figura femminile magra, svelta, «mascolinizzata».
La solita Nuova donna, insomma: l'incarnazione
di quel «maschiettismo invadente» da cui - si
diceva nello stesso 1931 - l'italiana era
stata «sfiorata ma non contaminata»[16]. E se già nella
seconda metà degli anni venti esponenti del
più greve moralismo tuonavano contro l'«orribile
rettile» della moda straniera[17],
nel 1931 un illustre medico sentenziava che «l'eleganza
nel vestire e, in ogni modo, la cura della
propria toilette influiscono molto
sfavorevolmente su la fecondità»[18]; due anni dopo, il regime esaltava la«Madre
oscura» dedicandole una giornata del calendario
fascista (la Giornata della madre e del fanciullo).
Il ripristino di quadri normativi tradizionali
della femminilità e della mascolinità fu
nel complesso, e soprattutto negli anni trenta,
uno dei principali obiettivi strategici del
fascismo: ma i risultati, a quanto pare,
non furono all'altezza degli sforzi. Un'inchiesta
condotta alla fine degli anni trenta presso
un migliaio di studentesse adolescenti di
Roma, infatti, dava i seguenti risultati:
solo una su dieci mostrava interesse per
i lavori domestici, mentre il 27% esprimeva
repulsione; il ballo, il cinema e le attività sportive
risultavano in cima alle preferenze per il
tempo libero; lavori femminili come cucito,
maglia ecc. non riscuotevano il minimo interesse;
infine, concludeva un costernato redattore, «tra
le doti individuali predomina la sicurezza
di sé ed il desiderio di comandare e non
quello di ubbidire [...] L'aspirazione per
la famiglia, anche per quelle che già sono
fidanzate, è resultata straordinariamente
vaga e comunque non gioconda»[19]. Sfoglia la raccolta di immagini
La
donna nel Novecento
Questo articolo si
cita: S. Bellassai, Il nemico del
cuore. La Nuova donna nell'immaginario maschile
novecentesco, «Storicamente»,
1 (2005), http://www.storicamente.org/bellassai.htm
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