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Sandro Bellassai
Il nemico del cuore. La nuova donna nell'immaginario
maschile novecentesco
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Il secondo dopoguerra
All'indomani della Liberazione
si apriva, nella società italiana, un periodo caratterizzato
da immagini fluide e attraversato da mutamenti
non immediatamente visibili: sotto la superficie
apparentemente opaca di un decennio- gli
anni cinquanta - consegnato (non certo immeritatamente)alla
memoria collettiva come un'era di chiusure
moralistiche, rappresentazioni edificanti
del femminile, rigurgiti oscurantisti e pesantemente
censori, scorrevano infatti tensioni e contraddizioni
a più livelli. Se è vero che fino ai primi
anni cinquanta le immagini femminili prevalenti
presentavano un indubbio tratto tradizionale
e rassicurante, persino nelle culture politiche
della sinistra italiana[20], tuttavia neppure agli stessi
contemporanei quella società appariva statica,
uniforme e saldamente ancorata al passato.
La politica, innanzitutto, coinvolgeva in
una mobilitazione senza sosta le donne di
ogni età, militassero nelle file cattoliche
o nel «partito nuovo» togliattiano. E il
voto ottenuto nel 1945, senza dubbio, le
poneva al centro della «politica» ben oltre
la mera occasione elettorale: perché alle
donne altre donne si rivolgevano, scovandole
casa per casa, organizzando riunioni in parrocchia,
nei caseggiati o nelle sezioni delle borgate,
guidando occupazioni di terre o raccogliendo
fondi per i partiti e le organizzazioni collaterali.
Divenute elettrici, inoltre, le donne erano
adesso - per gli stessi uomini - interlocutrici
non solo importanti, ma obbligate; la sensazione
che esse avevano di «fare politica» anche
quando si occupavano di settori apparentemente "minori" (come
l'assistenza o le esigenze quotidiane delle
famiglie), quantunque frustrata all'interno
di organizzazioni a forte dominanza maschile,
si traduceva in un'autorappresentazione in
termini di protagonismo, stima di sé, valorizzazione
delle proprie capacità come singole e come
donne in generale. Tutto ciò dava loro
una nuova e grande sicurezza soggettiva,
che i compagni maschi avvertivano ora compiaciuti,
ora preoccupati.
La straordinaria fioritura
di immagini più che tradizionali del femminile negli
anni quaranta e cinquanta - da Maria Goretti
alle Madonne pellegrine, passando per leggendarie
dirigenti del movimento operaio internazionale
definite «mogli e madri esemplari»[21] -,
probabilmente aveva anche, almeno in parte,
la funzione di esorcizzare, minimizzare,
mascherare questo storico ingresso sullo
scenario sociale e politico delle donne.
Tanto più che oltre la sfera della politica
in senso stretto, cioè nel campo delle rappresentazioni
di genere diffuse dalla cultura commerciale
di origine hollywoodiana, già in questi anni
si diffondevano modelli identitariche soprattutto
in alcuni contesti locali, solo da pochissimo
lambiti dal cinema e la stampa popolare,
provocavano effetti a dir poco sconvolgenti.
In alcune rappresentazioni
maschili di questi anni ritroviamo precisamente
tale
associazione fra maggiori diritti politici
e più ampi margini di autonomia delle donne
nella vita sociale, quando gli effetti della
conquistata «democrazia» e l'accresciuta
visibilità femminile nella sfera pubblica
si univano nella figura della donna emancipata.
Un'immagine, questa, ancora una volta complessa
e ambivalente: in senso non troppo lusinghiero,
l'aggettivo "emancipata" infatti
rinviava, di volta in volta, ora alla giovane
donna disinibita, «libera», «allegra», ora
alla più matura intellettuale - o comunque
attivista nel sociale o militante politica - spigolosa
e quasi asessuata. Entrambe le declinazioni
rimandavano, al fondo, al medesimo punto
critico, che era poi quello consueto del
protagonismo femminile. Si trattava, stando
alle stesse voci maschili, di un protagonismo
favorito come mai primadal clima culturale «democratico» e
dal rilassamento morale della società: contro
tale rilassamento, interpretato anche come
diserzione da parte degli uomini dalla sacra
missione della vigilanza sulle donne, si
mobilitarono nell'Italia degli anni cinquanta
moralisti, censori e difensori vari della
famiglia tradizionale. Nel corso del lungo
dibattito che precedette l'approvazione della
legge Merlin, ad esempio, da entrambi gli
schieramenti - regolamentisti e abolizionisti - gli
accenti francamente misogini fioccarono in
abbondanza, a esprimere molto chiaramente
l'urgenza maschile di recuperare il controllo
di un'evoluzione del costume dagli esiti
altrimenti imprevedibili: pochi furono in
tale occasione i commentatori che si sottrassero
alla corale raffigurazione della donna come,
lombrosianamente, per sua natura tendente
al vizio, alla corruzione, al peccato. Particolarmente
vibranti, in questo florilegio liberatorio
di misoginia, furono le vociprovenienti dagli
ambienti giuridici: fieri esemplari di una
specie professionale che in quegli anni resisteva
come uno degli ultimi bastioni rigorosamente
monosessuali (fino al 1963, anno in cui la
magistratura si aprì all'ingresso delle donne),magistrati,
avvocati, giuristi celebrarono per l'ultima
volta la magnificenza di un altro monumento
alla virilità collettiva, il bordello[22].
In tempi più recenti, a partire dagli
anni sessanta del Novecento, l'immagine negativa
della Nuova donna - nella forma in cui ha
pervaso di sé l'opinione pubblica sin dalla
fine dell'Ottocento - è andata incontro a
un evidente declino. Con ciò non si vuol
certo dire che sia scomparsa: ma indubbiamente,
rispetto al passato, ha da allora perso gran
parte della sua forza normativa, e in generale
ha dovuto fare i conti con mutamenti davvero
epocali delle identità e delle relazioni
di genere. Il declino dello stereotipo della
Nuova donna ha seguito la crisi della identità maschile
tradizionale - cui quello stereotipo aveva
dato voce -, verificatasi appunto nella società italiana
(e non solo) fra anni cinquanta e settanta:
da allora, l'obiettivo di stigmatizzare efficacemente
ogni tentativo femminile di affrancamento
dal pieno controllo maschile, che della figura
negativa della Nuova donna era la principale
ragion d'essere, si fece sempre più arduo
da raggiungere. Ciò, in estrema sintesi,
per due ordini di ragioni fondamentali, corrispondenti
a due grandiprocessi che hanno attraversato,
in successione, la società italiana negli
stessi anni: la «grande trasformazione» del
boom economico, da un lato, e la rivoluzione
politico-culturale del neofemminismo, dall'altro.
Entrambi questi processi hanno agito - sebbene
con differente immediatezza, com'è ovvio - nel
senso di modificare profondamente le relazioni
di genere: il primo ha permesso alle donne
di conquistare spazi di autonomia, pur tra
mille ambivalenze, di estensione inedita,
rafforzando il protagonismo femminile sul
piano, diciamo così, sociale in senso lato;
il secondo ha posto con un'autorevolezza
senza precedenti (anche qui, con effetti
complessi sulla società) la questione politica del
dominio maschile, contribuendo inoltrein
maniera decisiva a estendere la sfera dei
diritti delle donne e trasformando le dinamiche
e il linguaggio quotidiano delle relazioni
interpersonali fra uomini e donne. Al termine
di questo percorso, il protagonismo femminile
nella società ne è uscito ulteriormente rafforzato
e legittimato come mai prima, anche sul piano
politico ed etico.
A proposito del primo scenario,
si può ipotizzare che un ruolo importante nel
legittimare in termini positivi l'immagine
della Nuova donna sia stato svolto dalla
nuova diffusione dei consumi. Già all'inizio
degli anni sessanta, numerosi osservatori
segnalavano la centralità femminile nel sistema
del consumo di massa; una definizione tradizionale
e rigidamente patriarcale dell'identità e
del ruolo sociale della donna iniziò ad essere
considerata, a questo punto, un ostacolo
all'espansione su grande scala dei beni di
consumo. Gli uomini furono così chiamati
ad accettare che mogli, figlie, sorelle godessero
di un certo margine di autonomia non solo
nelle scelte di acquisto - e dunque nella
disponibilità di denaro -, ma più in generale
nell'essere più libere di realizzare i propri
desideri attraverso le merci: nuove merci
che in questi anni, come mai era accaduto,
si propagandavano e attiravano il pubblico
non più principalmente per il loro valore
d'uso in senso stretto, ma anche e soprattutto
per il nuovo contenuto simbolico che esibivano,
per l'arricchimento che avrebbero apportato
nell'esistenza dei soggetti, per la quantità di
significati che i consumatori e le consumatrici
avrebbero potuto esprimere grazie al loro
possesso.
La nuova società compiutamente «moderna» esigeva
una Nuova donna, e questa esigenza rappresentava
un fatto inconciliabile con la riproduzione
incontrastatadel vecchio stereotipo negativo.
Peraltro, non furono pochi gli uomini che
iniziarono ad apprezzare una certa figura
femminile dai caratteri di novità: in fondo,
essi potevano constatare, una donna più libera,
più indipendente, più sicura di sé non era
necessariamente un nemico. Perché, in effetti,
la consumatrice modernanon dava segni di
voler istituire una dittatura matriarcale,
di voler distruggere il genere maschile,
e neppure di voler sovvertire l'equilibrio
patriarcale del potere. Anche un clima generale
meno rigoroso, dal punto di vista della morale
sessuale (sono, gli anni sessanta, quelli
in cui riferimenti sempre più espliciti alla
sessualità iniziarono a essere sfruttati
nei messaggi pubblicitari) poteva essere
accettato da molti uomini, soprattutto dai
più giovani, come una realtà di fatto non
necessariamente spiacevole, piuttosto che
come un sicuro segnale di apocalittiche sciagure;
d'altro canto, sempre meno ragazzi e ragazze
trattavano le esperienze sessuali prima del
matrimonio alla stregua di un tabù inviolabile
o innominabile (come mostrò il famoso scandalo
della «Zanzara», il giornale studentesco
di un liceo milanese che nel 1966 procurò un
processo ai suoi redattori e redattrici).
In secondo luogo, il neofemminismo
degli anni settanta, pur segnando una ovvia
e consapevole rottura con la consumistica
della femminilità del decennio precedente,
rappresentò oggettivamente un ulteriore e
fatale colpo assestato alla possibilità che
l'identità maschile tradizionale riuscisse
a sopravvivere alla propria crisi. Se di
fronte alle trasformazioni degli anni sessanta
gli uomini avevano potuto concludere che,
tutto sommato, delle relazioni fra i generi
cambiava la forma, ma molto meno la sostanza- quella
supremazia maschile, cioè, che rappresentava
la vera posta in gioco del discorso misogino -,
le femministe degli anni settanta portarono
all'attenzione dell'opinione pubblica precisamente
la questione della disuguaglianza di potere,
e lo fecero con una determinazione e una
radicalità senza precedenti. Non più riproponibili
con successo apparivano adesso le vecchie
strategie retoriche a difesa di quella supremazia:
il richiamo alla tradizione e a una norma
trascendente suonava decisamente anacronistico
in una società le cui logiche economiche
e culturali non consideravano - come lucidamente
avrebbe scritto Pier Paolo Pasolini[23] - Dio, Patria e Famiglia molto
più che commoventi fotografie ingiallite;
i vecchi argomenti scientifici sull'inferiorità della
donna, dopo aver prolungato un'onorata carriera
fin dentro gli anni cinquanta, apparivano
ora a tutti tanto vetusti quanto lo erano
i palazzi umbertini che li avevano visti
nascere; la risorsa del rilancio del virilismo
in chiave nazionalista e bellicista risultava
quanto mai inadeguata in un decennio che
si configurava, all'interno del secolo, come
il più antiautoritario e antimilitarista.
La Nuova donna - quella figura negativa
dell'immaginario maschile con i caratteri
e le funzioni che abbiamo provato sommariamente
a descrivere in queste pagine - negli ultimi
due decenni non è scomparsa, ma siè forse
trasformata radicalmente: continua ad esprimere
il disagio maschile per il protagonismo femminile
nel pubblico e nel privato, ma è ormai l'emblema
di una strategia discorsiva che suona quasi
di retroguardia, avendo la logica patriarcale
perso gran parte del consenso di cui ha goduto
ininterrottamente nel passato. Ciò non toglie
che molti uomini abbiano continuato a produrre
rappresentazioni analoghe fino ai giorni
nostri. Negli anni settanta fu proprio la «femminista» (erede
diretta della donna mascolinizzata, della
suffragetta, della donna-crisi, della emancipata)
a essere raffigurata come una creatura mostruosa
e inquietante: una dinamica comunicativa
che le stesse donne colsero perfettamente,
e rovesciarono ironicamente («le streghe
son tornate»). Negli anni ottanta fu il turno
della donna in carriera: algida, calcolatrice,
spigolosa, dai più considerata -con ammirazione -una
donna in possesso di chiari attributi virili.
Anche nel caso di questa icona maschile del
potere femminile si era indecisi fra l'etichetta
rosa e la azzurra, si riesumava cioè lo spettro
dell'androgino, o quello dell'ermafrodito.
Si trattava sempre, dopotutto,
di una figura femminile che sconfinava, trasgrediva,
scompigliava l'ordine costituito: ciò che
di lei faceva davvero scandalo era sempre
la vocazione luciferina a sfuggire a un apparato
normativo che voleva la donna limitata nella
sua libertà, nell'interesse collettivo ovvero
per la salute complessiva dell'«umanità».
E infine, siamo poi sicuri che questi verbi
debbano essere coniugati solo al passato?
Nel dicembre del 2003, su un quotidiano bolognese,
un articolo presentava l'ultimo rapporto
sulla diffusione dell'Aids; il titolone avvertiva
che le donne in carriera risultano
ai primi posti fra i soggetti a rischio crescente.
La spiegazione è facile, veramente alla portata
di tutti: viaggiano sole per lavoro, dispongono
di camere d'albergo, macchine aziendali. Insomma,
sono libere, più libere di quanto forse - si
capisce - sarebbe giusto e persino igienico.
E qual è, tirando le somme, il risultato
di tanta libertà femminile? L'aumento della
diffusione di un virus terrificante nella
società. Tremate, la Nuova donna è ancora
fra voi .
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