Riccardo
Bonavita
La Shoah
e la poesia del '900
Io sono essenzialmente
uno studioso di letteratura. Per varie vicissitudini
mi è però capitato, ormai molti anni fa, di lavorare
a una mostra sul razzismo fascista (si chiamava La
menzogna della razza) e di iniziare ad interrogarmi
sullo sterminio e poi di dare una mano ad un
Istituto della Resistenza, quello Provinciale
di Bologna, a costruire un corso simile e diverso,
rispetto a quello che avete seguito, sul problema
della rappresentazione della Shoah.
Mi è stato chiesto allora,
e mi viene chiesto anche oggi, di parlare del
rapporto, se è possibile individuare un rapporto,
tra la scrittura poetica e questa serie di eventi
che mi prenderò la libertà di non discriminare
al loro interno tra momenti diversi, come ha
invece fatto molto bene Frediano Sessi distinguendo
tra sterminio per lavoro, attraverso il campo
di lavoro, e sterminio sistematico con le fucilazioni
prima e con le camere a gas poi.
La prima cosa che mi sento in dovere di dire,
quando affronto questo argomento, è cercare di
spiegare il senso che può assumere per noi in
quanto lettori, ma anche per chi di noi si occupa
di divulgazione, di formazione e di insegnamento,
che cosa può significare confrontarsi con la
poesia che parla o che si misura con l'evento
della Shoah. Perché effettivamente la poesia è,
soprattutto in questi tempi, un genere letterario
assai poco coltivato dai lettori: praticatissima
da quasi tutti coloro che hanno una padronanza
anche minima del linguaggio scritto, viene contemporaneamente
del tutto trascurata sul versante della ricezione.
Tutti vogliono "scrivere" la loro interiorità e
spesso lo fanno affidandosi ai "versi", spesso
ingenuissimi (ma è anche un'operazione in qualche
modo necessaria per molti), mentre pochissimi
hanno voglia di sottoporsi al difficile lavoro
di decifrazione delle poesie altrui, specie quelle
dei contemporanei.
Allora perché decidere
di affrontare da lettori, e magari da insegnanti,
questo genere letterario così, tutto sommato,
poco amato e un po' astruso?
Non ho naturalmente risposte troppo chiare né precise:
ho quella che è forse una sensazione o un'intuizione.
Io credo che uno dei problemi più grandi che
può vivere chi si trova a cercare di comunicare,
di insegnare la Shoah ad un pubblico giovane
(ma anche meno giovane) è quello non tanto di
trasmettere la ricostruzione narrativa, storico-documentaria,
testimoniale o storica degli eventi, né è tanto
avere il sussidio dei media più raffinati (prima
c'era qualche fotografia, adesso ci sono alcuni
filmati, ci sono tantissimi film, ci sono documentari,
ci sono Cd-Rom). Il problema non è infatti far
vedere che questo è stato, il problema è far
sentire la gravità di ciò che è avvenuto,
far provare dei sentimenti di fronte alla narrazione
di questi eventi.
Perché ci si trova di fronte a degli eventi
così terrificanti che in qualche modo tendono
a raschiare via in prima battuta nello spettatore
la possibilità di una vera risposta emozionale
ed etica. In prima battuta (l'ho sentito dire
dai pedagogisti), soprattutto negli adolescenti,
c'è il rifiuto di un orrore che è così forte
da mettere in discussione la propria aspirazione
alla vitalità, il proprio legittimo bisogno di
felicità. Allora si crea quasi una barriera,
uno scarto, una sordità, che è peraltro una reazione
del tutto normale.
Io credo che, forse, attraverso alcune poesie
sulla Shoah che non sono tanto testimonianza (spesso sono
poesie scritte da personaggi che hanno avuto
una relazione abbastanza labile, marginale con
gli eventi della Shoah), si può provare a far
sentire delle emozioni di fronte a questi
eventi, delle emozioni profondissime consegnate
ad un genere che cerca spesso di dare all'emotività una
sua consistenza, una sua concrezione in figure,
una sua capacità di "passare" e che spesso trasmette
soprattutto questo: una sorta di cristallizzazione
di emozioni, oppure di problemi morali sentiti
individualmente.
Come giustamente diceva prima Frediano Sessi,
c'è una dialettica del capire e del patire di
fronte a questi eventi; naturalmente è impossibile
provare, per fortuna, quello che è stato provato
da chi è stato sottoposto a queste devastazioni,
però è possibile cercare di recuperare una possibilità di
sentire una particella anche minima di tutto
questo e di coglierne la profonda insensatezza,
e quindi ricavarne un senso, un senso che è la
comprensione di quanto questi fatti potessero
essere assurdi. Ricavare un senso da quegli eventi:
questo è il primo problema. Alcune poesie quindi
ci possono forse aiutare a sentire e a far sentire
sentimenti e enigmi morali di fronte all'evento
della Shoah.
Naturalmente il secondo
grande problema che ci si pone deriva dalle riserve
che si hanno, solitamente, nei confronti del
genere letterario "poesia" come un genere dove
in qualche modo, proprio perché la parola si
propone di per se stessa, si mette in scena,
finisce per esporsi anche al rischio di apparire
qualcosa di gratuito, come un mero arabesco decorativo.
Molta parte della riflessione secondo-novecentesca
nell'ambito dell'estetica ha ruotato intorno
ad una famosa affermazione di Adorno che, proprio
rifiutando questo carattere di arabesco gratuito
della poesia, scrisse una frase famosa: «La critica
della cultura si trova dinanzi all'ultimo stadio
della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere
una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie
e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto
impossibile scrivere oggi poesie». Non mi soffermerò sulla
serie di complesse implicazioni filosofiche dell'affermazione
di Adorno ma proverò a creare, per entrare dentro
questo problema, un dialogo mancato.
Il poeta forse più importante
che si sia mai confrontato con la Shoah, portando
questo evento dentro la propria più profonda
riflessione sul fare poesia, l'ebreo rumeno Paul
Celan, è famoso anche per un episodio che lo
vide protagonista di un breve incontro con il
filosofo tedesco, che fu anche sostenitore del
nazismo, Martin Heidegger. Un dialogo in cui - lo
sappiamo dalle testimonianze dei contemporanei
e da una poesia molto significativa che Celan
scrisse dopo - Celan si aspettava di avere, da
questo filosofo che tanto aveva riflettuto sulla
lingua e sul problema del linguaggio, una parola
sull'orrore dello sterminio e una parola sul
perché avesse aderito al nazismo; ma questa parola
non gli venne. È un argomento molto di moda;
Günther Grass in un suo bellissimo romanzo recente, Il
mio secolo, ha anche preso in giro la voga
invalsa tra gli intellettuali di rievocare e
interrogare criticamente questo incontro mancato
tra Celan e Heidegger. Noi però non parleremo
di questo celebre incontro mancato ma di un altro,
poco noto -l'ho scoperto solo recentemente leggendo Sotto
il tiro di presagi, la raccolta italiana
delle poesie inedite di Celan- che è l' incontro
mancato, forse molto più significativo, tra Celan
e Adorno. Adorno scrisse questa frase famosa
quando Celan aveva già pubblicato la sua poesia
più celebre, forse perché la più comprensibile,
sulla Shoah: Fuga di morte (Todesfuge).
Nella Germania di quegli anni molti critici letterari
e filosofi seguivano, o cercavano di sviluppare
l'estetica di Adorno: uno di loro scrisse un
articolo sulla barbarie dello scrivere poesie
dopo Auschwitz, mettendo in discussione la legittimità da
parte di Celan di avere scritto questa poesia
in cui, in qualche modo (è difficile fare una
valutazione seria a questo riguardo), alcuni
frammenti fattuali, insieme a figure emblematiche
degli eventi consumatisi nei campi di concentramento
e di sterminio, vengono posti in una sorta di
girandola evocativa, come in una fuga musicale,
quindi dentro una struttura che sarebbe, tra
virgolette, "bella". Ecco: a Celan fu contestata
questa "bellezza". Ma in una sua poesia, che
non è stata mai pubblicata e che quindi esce
postuma, troviamo la risposta, e la non-risposta,
del poeta a questa accusa. Teniamo presente che
per tutta la durata della sua vita Celan tentò di
stabilire, attraverso la sua scrittura, un dialogo
con sua madre, che era stata annientata nella
Shoah (la biografia ci potrebbe raccontare che,
per un'incomprensione di cui non sappiamo poi
molto, anche se Celan aveva approntato un rifugio
segreto per far scampare sé e la sua famiglia
alle retate naziste, i suoi genitori non vollero
nascondersi, lui si nascose, si salvò e loro
furono annientati, tutta la vita cercò in forme
diverse, con percorsi diversissimi, attraverso
la sua poesia, quasi di ripristinare un contatto).
Di fronte a questa accusa di complicità con la
barbarie per avere scritto le sue poesie su Auschwitz,
Celan scrive così:
Madre, madre
Strappata dall'aria
Strappata dalla terra.
Giù
Su
trascinata.
Ai coltelli ti consegnano scrivendo,
con abile
mano sciolta, da nibelunghi della sinistra, con
il
pennarello, sui tavoli di teck, anti-
restaurativi,
protocollari, precisi, in nome della inumanità da
distribuire
di nuovo e giustamente,
da maestro tedesco,
un garbuglio, non
a - bisso ma
a - dorno
scrivendo,
i reci-divi,
consegnano
te
ai
coltelli.
Naturalmente vi ho letto da una traduzione italiana
(l'ottima traduzione di Michele Ranchetti), che
non può restituire che una parte delle ricchissime
stratificazioni di significati raccolte in queste
parole frantumate e contorte. Peraltro è difficile
anche entrare nei giochi di parole che forse
avete già colto: c'è n'è uno col nome di Theodor
Wiesengrund Adorno, che nell'originale tedesco
diventa ab - gründig e ab - wiesen ed è stato
tradotto con a-bisso e a-dorno ma
vorrebbe dire anche altro. Ma si riesce a cogliere
abbastanza agevolmente il senso complessivo:
secondo Celan, nel momento in cui, seguendo Adorno,
si vieta la poesia in nome di una teoria particolarmente
nobile ma molto astratta, molto costruita a tavolino
dentro il recinto anche confortevole della riflessione
filosofica da accademia, proprio attraverso questo
interdetto, che è «protocollare», meccanico,
inumano, viene reimpressa nel mondo la morte
atroce di sua madre.
Questa poesia è forse una delle più straordinarie
risposte al celebre interdetto di Adorno. È un
peccato che quest'ultimo non abbia potuto conoscerla,
però è certo che, come se nel tempo la sua evoluzione
interiore avesse seguito i problemi denunciati
dal grido poetico di Celan, Adorno cambiò idea.
E' per questo che parlo di un dialogo a distanza
che è interessante, importante, anche se nella
realtà fattuale non ci fu. Probabilmente, anzi
quasi sicuramente, fu di fronte alla straordinaria
potenza evocativa -non argomentativa,
non dialogica, non narrativa- della scrittura
di Celan che Adorno, nell'ultima parte della
sua vita, si rese conto di avere sbagliato, di
dover aggiustare il tiro. Intanto iniziò a riflettere
sulla poesia di Celan: voleva dedicargli un saggio,
vi sono degli importanti accenni a Celan tra
i suoi appunti. Nella Dialettica negativa scrisse: «Il
dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi
quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso
aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere
una poesia». E poi scrisse ancora «L'arte che
non è più affatto possibile se non riflessa,
cioè presa se non come un problema, deve da sé rinunciare
alla serenità. E la costringono innanzitutto
gli avvenimenti più recenti, il dire che dopo
Auschwitz non si possono più scrivere poesie
non ha validità assoluta, è però certo che dopo
Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile
per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare
un'arte serena».
Questo può servire, anche per poco, per aprirci
ad un altro grande nucleo problematico che molta
filosofia contemporanea ha interrogato e che
anche la scrittura letteraria ha saputo interrogare
a suo modo, esprimendone la drammaticità nel
proprio tessuto verbale. Vale a dire il rapporto
profondo che è intercorso nel Novecento tra gli
orrori, i lati oscuri della nostra civiltà moderna,
e l'espressione verbale, come luogo di manifestazione
di quella che lo stesso Adorno chiamava «la vita
offesa». E' difficile stabilire un atto di nascita
della poesia moderna (come è difficile stabilire
un atto di nascita di tutti quegli eventi che
stanno alla scaturigine dei grandi processi storici),
però è sicuro che un momento importante per la
trasformazione delle modalità della scrittura
letteraria, e poetica in particolare, fu la prima
guerra mondiale. Allora, per la prima volta,
a molta parte dei cittadini occidentali si manifestò l'enorme
potenzialità distruttiva dell'uso industriale
della tecnica, che rivelava la sua capacità di
essere perversamente usata per la distruzione
di massa di individui. Penso a tre grandi poeti
del primo '900, di tre paesi diversi, e a queste
lacerazioni profonde, questi choc che
l'esperienza della guerra produsse nella psiche
degli individui che si trovavano in quelle trincee
e che hanno anche impresso delle significative
lacerazioni nelle loro parole. Penso alla poesia
del primo Ungaretti, per l'Italia, a quella di
Georg Trakl per i paesi in lingua tedesca (ma è uno
dei molti che potrei citare) e a quella di Guillaume
Apollinaire per la Francia. Quindi, se non l'atto
di nascita della poesia moderna (che tendenzialmente
la critica e la storiografia letteraria collocano
più indietro, nell'età del simbolismo), certo
un momento importante fu proprio questa folgorante
e dolorosa scoperta delle potenzialità distruttive
insite in quella che fino allora si credeva essere
la civiltà. E di fronte a quella, la scoperta
che una delle manifestazioni maggiori della civiltà,
la comunicazione linguistica, poteva entrare
in crisi, in una crisi radicale, di fronte alla
necessità di esprimere questa perdita di senso
dell'esperienza. Un altro celebre filosofo, Walter
Benjamin, ha scritto delle pagine molto importanti
a questo proposito: di fronte alla vita in trincea
viene radicalmente sovvertita l'esperienza dei
singoli. La possibilità di esperire eventi nella
loro successione temporale armonica, la ciclicità del
giorno e della notte («le notti chiare erano
tutte un'alba» ci ricorda Montale, segnalando
il collasso di uno dei punti di riferimento più elementari
nella nostra esperienza, l'alternarsi di luce
e buio), la possibilità stessa di trasmettere
l'esperienza individuale, tutto questo si disgrega.
E tra tutte le forme letterarie è stata la parola
poetica quella che più ha saputo mettere in scena
questa crisi radicale, questo sfaldarsi dell'esperienza.
Ora, proprio nella figura di Paul Celan si è dato
al massimo grado il tentativo di portare nella
parola questo problema d'una esperienza tragicamente,
violentemente destituita di significato ad opera
di un uso industriale di quelle tecniche che
si credevano tra i frutti più alti della civiltà.
Un problema quindi che già, in qualche modo,
la poesia novecentesca aveva affrontato a proposito
di un evento, la guerra mondiale, che è certo
un processo differente ma che, badiamo bene,
presenta anche delle inquietanti affinità, delle «somiglianze
di famiglia», direbbe Wittgenstein, con quello
che sarà la Shoah. Caratteristica inquietante
dello sterminio degli Ebrei (ce lo ha mostrato
il sociologo Zygmunt Bauman) è stata infatti
la capacità di utilizzare i più raffinati strumenti
della società contemporanea, la tecnologia industriale,
le burocrazie e, sappiamo da ricerche recentissime
abbastanza sconvolgenti, persino la tecnologia
informatica, ai fini della distruzione sistematica
di esseri umani.
Allora Celan, più di tanti altri, si è misurato,
ed ha messo in scena nella sua parola il problema
dell'insensatezza degli eventi su cui si è trovato
a meditare per tutta la vita. Lui, in un famoso
discorso pronunciato di fronte al pubblico di
un importante premio letterario, il premio Büchner,
che gli era stato conferito in Germania, disse
(poi pubblicò questo discorso): «Ogni poesia
ha un suo luogo di orientamento, un suo meridiano,
cioè un punto a partire dal quale stabilisce
le coordinate del proprio esistere nel mondo».
Lui non lo dice espressamente, ma è chiaro che
il suo meridiano è stata l'esperienza tragica
dell'annullamento dei genitori e quindi l'essere
coinvolto nella costellazione di eventi della
Shoah.
Possiamo a questo punto abbandonare i cieli
della teoria, o le generalizzazioni, e provare
a confrontarci direttamente con alcune delle
sue poesie, quindi cercare anche altrove risposte
diverse. Ma sempre assumendo a premessa che le
risposte che dà la poesia sono delle risposte
in cui, da una parte, viene messa in discussione
la parola, il senso del parlare (una delle tante
definizioni che possiamo dare della poesia del '900
potrebbe essere «l'atto di mettere in scena il
parlare interrogandosi sul suo senso») e dall'altra
sono contenute molte diverse soluzioni possibili,
o compossibili, che ci restituiscono tante concrezioni
morali, tanti profili o "stili" in cui vengono
modulati l'eticità e il sentire. Proverò a leggervi
la poesia più famosa di Celan, cui vi avevo accennato, Fuga
di morte; naturalmente la leggerò rigorosamente
in italiano:
Nero latte dell'alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell'aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all'imbrunire in Germania i tuoi capelli d'oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella
terra
ci comanda ora suonate alla danza.
Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all'imbrunire in Germania i tuoi capelli d'oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell'aria là non si giace
stretti
Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura e lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza
Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete
come fumo nell'aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti
Nero latte dell'alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce
preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell'aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco
I tuoi capelli d'oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith.
Potremmo dire molte cose che hanno a che fare
con le tecniche letterarie impiegate in questo
scritto, potremmo dire che Celan fa proprie le
proposte del surrealismo, potremmo dire che ci
sono molti elementi espressionisti e però, forse,
quello che più può premerci non è tanto ragionare
su quella che è la lettura consueta (e che comunque è un
momento necessario per la comprensione di questo
testo), ma è ragionare su come Celan prende spezzoni
di quelli che sappiamo essere frammenti minimi
dell'esperienza concreta del campo di lavoro
e dello sterminio, e assume questi spezzoni di
realtà come materiale da costruzione per un percorso
dentro questo orrore che mette in scena tutti
i principali attori, l'orrore e la responsabilità dei
carnefici.
Da una parte abbiamo, in primo luogo naturalmente,
il tentativo di immedesimarsi nelle vittime,
un immedesimarsi nelle vittime che però non è un'immedesimazione,
come dire, "mimetica", non è il tentativo di
raccontare cosa possono aver provato, ma è la
resa in una figurazione verbale astratta di questa
assurdità dolorosa. Ciò che è il fluido della
vita, il latte, e insieme il colore luminoso
del giorno, si trasfigura in questo ossimoro
agghiacciante, diventa nero, diventa figura della
morte, della notte, dell'estinzione. E' un tentativo
di far sentire qualcosa che non si può immaginare,
perchè è un assurdo, come appunto un ossimoro
esperito nella realtà. E poi c'è il confronto
con uno degli elementi più inquietanti della
storia della Shoah: la cultura umanistica degli
assassini. Questo anonimo carnefice da una parte
compie un'operazione mostruoso-stregonesca: gioca
con i serpenti, dall'altra scrive, e scrive lettere
d'amore. Scrive lettere d'amore ad una figura
che è letterario-umanistica per eccellenza: Margarete,
una delle protagoniste del Faust di Goethe. I
capelli d'oro sono insieme la possibilità del
carnefice di provare sentimenti profondi, amorosi,
positivi e contemporaneamente di essere legato
ad una tradizione culturale di esaltazione dell'umano
-perché il Faust di Goethe è uno dei più alti
prodotti del grande umanesimo tedesco dell'800.
La Margarete dai capelli d'oro viene contrapposta
a una figura del Cantico dei Cantici, Sulamith,
che è quindi insieme espressione della tradizione
culturale ebraica ed emblema di un popolo, dentro
a cui si materializza l'annichilimento. La poesia
si chiude, dopo tutta questa fuga di frammenti
di realtà che si inseguono nella loro contraddizione
continua, sulla giustapposizione tragica di questa
simbiosi ebraico-tedesca che è diventata un "umanesimo" che
annulla, stermina: i capelli d'oro di Margarete
sono posti accanto all'incenerimento di quelli
di Sulamith, accanto alla distruzione totale
riservata alle donne ebree. Io non credo si possa
dire che questa è una poesia che punta a estetizzare
l'orrore, credo quindi che avessero torto coloro
che così accusavano Celan, innescando una crisi
dentro di lui. Comunque lo stesso Celan, anche
di fronte alla possibilità che questa poesia
diventasse una sorta di ritornello autoassolutorio,
una poesia da recitare ritualmente al pubblico
non più per provocare scandalo ed indignazione
ma per assolvere un compito, ne prese gradualmente
distanza. La sua evoluzione letteraria successiva è infatti
tutta posta all'insegna, invece, dell'esplorazione
dell'insufficienza della parola.
Tutta la poesia di Celan è adesso oggetto di
una sterminata produzione esegetica per certi
versi davvero inquietante: le sue sono poesie
quasi tutte difficilissime da comprendere e sembra
che buona parte degli studiosi di letteratura
ed estetica abbiano deciso che loro compito è cercare
di capirle. In parte è un'operazione anche doverosa,
forse è il tentativo di confrontarsi profondamente,
dentro la letteratura, con l'evento della Shoah
e di cercare, attraverso il percorso esemplare
di Celan, di darne un'interpretazione non solo
storica o filosofica ma anche, per così dire,
etico-estetica. D'altra parte c'è anche un poco
un gusto, forse, della decifrazione di enigmi
che spesso coglie chi si occupa di letteratura,
specie contemporanea; quindi è difficile da parte
mia, adesso, suggerirvi un percorso generale.
Io, prima di venire qui, sono andato a rileggermi
un po' di letteratura critica sulla scrittura
di Celan e davvero è difficile trovarvi dei critici
concordi in qualcosa -se non sulla totale difficoltà dei
testi che cercano di interpretrare. Però a me
sembra che noi possiamo imparare qualcosa anche
da qualche poesia che mette in scena la problematicità totale
della parola: una di queste, una delle più chiare
per noi (o forse una delle più chiare per me,
ma posso anche sbagliarmi totalmente nell'interpretazione) è una
poesia che si intitola Tübingen, gennaio.
Celan (ce lo ha spiegato in modo molto intelligente
un critico suo amico, che poi fece la stessa
fine tragica che ha fatto lui: Peter Szondi,
morto suicida) costruiva le sue poesie montando
minimi tasselli di eventi, spesso esperienze
personali, come a comporre dei collage di
vita. Qui si confronta con la storia della follia
di un altro grande poeta tedesco, Hölderlin,
che passò l'ultima parte della sua vita in una
torre, ospitato, accudito da una famiglia di
falegnami, scrivendo delle poesie di delirio
e farfugliando parole incomprensibili. Credo
che Celan porti questo delirio come emblema o
simbolo dell'insufficienza della parola di fronte
a questi tempi, segnati dall'orrore della Shoah:
Alla cecità occhi
persuasi
Il loro - un
Enigma scaturisce
da purezza -, il loro
ricordo di
galleggianti hölderliniane torri in
un
volo di gabbiani.
Visite di falegnami affogati
con
Queste
Sommerse parole:
Venisse,
venisse un uomo,
venisse un uomo al mondo, oggi,
con la barba di
luce dei
patriarchi dovrebbe
se di questo tempo
parlasse do-
vrebbe
solo balbettare e balbettare,
continua-, continua-
mentete.
(«Pallaksch. Pallaksch»)
Le ultime due parole sono, come potete immaginare,
una citazione delle parole farfugliate da Hölderlin,
in cui forse si può riconoscere una storpiatura
di Pallade, appellativo della dea Atena. La poesia
ha un inizio molto difficile, in cui una figurazione
ossessivamente ripetuta in Celan, gli occhi,
sono difficilmente attribuibili ad un attore
preciso: di chi sono questi «occhi persuasi» «alla
cecità»? Sono di Celan che guarda, sono di Hölderlin,
sono di un altro inconoscibile personaggio? Preludono
però ad una affermazione: «Se venisse un uomo
di enorme saggezza» (la saggezza qui viene rappresentata
simbolicamente con l'immagine della tradizione
mistico-ebraica: la barba di luce dei patriarchi), «se
parlasse di questo tempo» (ed è ovvio che quando
si dice «parlasse di questo tempo», vuol dire
parlare di questo tempo segnato, ferito per sempre
da questo evento irrevocabile della Shoah, questo
evento che lo mette in discussione, che ne mette
in discussione radicalmente la possibilità di
pensare la civiltà in modo innocente) «dovrebbe
solo balbettare». Dopo, la poesia (in tedesco
si vede meglio), decide di sprofondare nel balbettio
e chiudersi con la citazione di una parola senza
senso. Naturalmente, è un problema di molta poesia
novecentesca ed è il problema dei lettori di
Celan, scegliere di mettere in scena nella parola
poetica la sua impossibilità, o la sua enorme
difficoltà a svolgere il suo compito, è in qualche
modo sottrarsi alla funzione comunicativa del
linguaggio, è prendere il linguaggio e adoperarlo
come qualcosa che mette in scena la propria negazione:
non più lingua ma un gesto, uno sfregio. E' come
certa arte contemporanea, adesso anche, in parte,
entrata in crisi, in cui non si crea un'opera
ma si fa un'azione, si compie una performance, è qualche
cosa che mette in discussione il codice, la possibilità di
comunicare e quindi mette in discussione radicalmente
la possibilità stessa di trasmettere alcunché,
se non il proprio esistere nel paradosso,
il proprio proporsi come paradosso.
Questa è stata la scelta di Celan. Un grande
scrittore che ha passato la vita a fare i conti
con la propria esperienza di anti-vita nel campo
di concentramento e con i problemi morali posti
dallo sterminio, Primo Levi, scrisse un saggio
secondo il quale la poesia di Celan, in questo
suo consegnarsi al balbettio, era in qualche
modo uno sprofondare nel nulla, era un arrendersi
alla morte, proprio a causa del suo rifiutarsi
a qualsiasi tipo di comunicazione. Io credo che
sia significativo, e quindi possa essere utile
e interessante per noi, misurarci con questo
rifiuto. Io sono rimasto molto colpito da quella
poesia di Celan su Adorno, credo che per l'intellettuale
che si confronta con questi problemi sul suo
tavolino, che sia di tek, di mogano o di formica, è molto
più facile elaborare brillanti soluzioni astratte
che entrare concretamente in contatto con l'incommensurabile
profondità di un dolore altrui e darne conto
in modo non superficiale. Per questo ho molto
rispetto per questa scelta di Celan che, secondo
me, è una scelta di scrittura che ci interroga,
che mette in discussione noi, la nostra possibilità stessa
di capire.
Comunque non è detto che l'unica possibilità di
scrittura poetica intorno alla Shoah sia la collazione
dei precipitati verbali del dolore: con Primo
Levi abbiamo, si può dire, una scelta diversa,
anche coraggiosamente controcorrente, calcolando
quello che era la poesia negli anni in cui Levi
scriveva questa apologia del comunicare. Poi,
peraltro, lo stesso Levi ne I sommersi e i
salvati si è confrontato con l'impossibilità di
dar conto verbalmente di una serie di esperienze
estreme, come ad esempio quella della degradazione
totale, dell'espulsione dall'umano di quei prigionieri
che venivano chiamati dagli altri con l'appellativo
di "musulmano". E a quel punto anche lui, pur
nel suo difendere la necessità della comunicazione
come forma di resistenza all'orrore, come tentativo
continuo di comprendere, di ricavare un senso
(fosse un senso morale o un senso di testimonianza,
di trasmissibilità di qualcosa che deve essere
ricordato perché non si ripeta), ha visto che
esiste un'area cieca che in qualche modo sta
al di fuori di questa possibilità del comunicare.
Io credo che anche mettere a confronto, l'una
di fianco all'altra, le esperienze diverse, parallele,
di Celan e di Levi, possa essere molto utile
e significativo per noi. E credo che, da un punto
di vista orientato sul nesso tra letteratura
ed etica, la poesia più nota di Primo Levi (la "sua" Fuga
di morte), quella che è stata collocata in
apertura di Se questo è un uomo, sia una
delle poesie più importanti del novecento letterario
italiano. E' una poesia importantissima perché sceglie
di ricavare un senso di fronte a questo orrore
e sceglie di confrontarsi con un genere "teoretico" squalificatissimo.
Un genere che è stato sistematicamente messo
tra parentesi o attaccato frontalmente da tanto
pensiero di matrice nichilista (che ha avuto
molta fortuna a partire dagli anni '70 e ne ha
ancora adesso), cioè con il genere della riflessione
morale e dell'istituzione razionale di imperativi
etici:
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando
a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un
uomo
Che lavora nel
fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o
per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli
e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e
freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste
parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando
per la via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la
casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano
il viso da voi.
Di fronte alla difficoltà di fondare degli imperativi
morali, specie dopo le riflessioni imprescindibili
di Nietszche, questa poesia ci insegna molto.
Essa parte dalla considerazione di un orrore,
dalla necessità di metterci di fronte, nella
nostra tutto sommato tranquilla quotidianità,
con un orrore che mette in discussione totalmente
le nostre nozioni minime: l'idea di umanità e
la possibilità di individuare un soggetto. Di
fronte a questo orrore ci impone una forma di
memoria che è fondata sulla necessità di non
chiudere gli occhi, di non rimuovere questo male
assoluto o estremo: un'ovvietà? Non tanto, visto
quanti in realtà lo hanno fatto (e continuano
a farlo dinanzi ad altri mali, magari minori,
ma non certo trascurabili). Naturalmente, nell'atto
di scrivere questa poesia, che è una sorta di
preghiera o ingiunzionee profetica laica (Rita
Levi Montalcini disse una volta in una intervista
che lei leggeva continuamente i libri di Primo
Levi perché erano per lei una sorta di grande
breviaro laico o di Bibbia senza religione, una
serie di scritti da cui ricavare degli insegnamenti
morali), non è che Primo Levi non sentisse i
problemi che sentivano i poeti primo-novecenteschi
o Celan o tanti altri di fronte alla perdita
di significatività del discorso logico-razionale.
Ma lui, per cercare di ridare nitore e forza
a questa parola che si è appannata, decide di
recuperare la tradizione letteraria più antica:
la Bibbia, certi classici latini e greci, quindi
recupera le radici profonde dell'umanesimo occidentale.
Quell'umanesimo che era stato radicalmente messo
in discussione dalla Shoah, che Celan mette in
scena problematicamente nei capelli d'oro di
Margarete, ma che si rende di nuovo possibile
come risposta a questo orrore. Perché l'idea
di uomo come di un vivente che ha il diritto
di non essere così profondamente degradato e
offeso ritrova forza e senso proprio dopo questo
orrore; ecco quindi che si recupera e ripensa,
nel linguaggio, anche la possibilità di elaborare
un valore che deve essere comunicabile, trasmissibile.
Naturalmente ci sarebbero tante altre cose da
dire, partendo non tanto dalle mie riflessioni
quanto dalle parole di questi poeti, ma mi piacerebbe
concludere ragionando sui versi, forse meno conosciuti,
di un grande poeta italiano che si è confrontato
in questo caso, credo, quasi totalmente dall'esterno,
con il problema morale della Shoah in due poesie
notevolissime, che si chiamano una La pietà ingiusta e
l'altra Nel vero anno zero (ma leggerò solamente
la prima). Con Vittorio Sereni entriamo dunque
veramente nello spazio del dopo. Sono poesie
scritte intorno agli anni '60, ma in qualche
modo si pongono dei problemi che sono gli stessi
che ci poniamo noi oggi, sia nelle discussioni
quotidiane sia nel dibattito con certa propaganda
giornalistica sulla necessità di chiudere la
partita una volta per tutte (penso al libro di
Sergio Romano, per esempio) o di smetterla d'insistere
unilateralmente su questo orrore e vedere anche
altre facce della medaglia. Vittorio Sereni ha
una scritura molto diversa sia da quella di Celan
che da quella di Levi, non sceglie la via delle
rarefazioni verbali però non sceglie neanche
quella di una argomentazione logico-comunicativa
piana. Costruisce piuttosto delle strisce discorsive
che sono quasi il montaggio cinematografico di
momenti di esperienze sue e delle sue riflessioni,
che si allacciano in un continuo interscambio
tra evento, esplorazione del senso morale di
questo evento e messa in scena della sua percezione.
Visioni quasi liriche le sue, ma significative
perché rimettono in discussione tutto quello
che è stato detto e mostrato fino a questo momento.
Questa poesia è ambientata in una sorta di trattativa
di affari: il poeta narrante deve siglare un
accordo commerciale in territorio francese, forse
in Belgio, con un personaggio che è stato un
ufficiale dell'esercito tedesco, e ascolta le
esortazioni a dimenticare, a non pensarci troppo,
pronunciate dai suoi interlocutori, probabilmente
dei colleghi. Lui si trova di fronte a questa
figura che lo inquieta, che diventa in qualche
modo il simbolo, l'incarnazione di quello che è stato
l'esercito tedesco che ha sistematicamente reso
possibile lo sterminio e che contemporaneamente
era fatto da uomini qualunque, da giovani reclute
che hanno, in certe zone, patito terribili esperienze
di prigionia, che, anche loro, come dire, chiamano
una compassione. La poesia si confronta con questa
impossibile giustapposizione di dolori che non è giusto
comparare, né tantomeno mettere sullo stesso
piano. Leggiamo La pietà ingiusta:
Mi prendono da parte, mi catechizzano:
il faut
faire attention, vous savez.
Et surtout si l'affaire
doit marcher jusqu'au
bout,
ne causez pas de ces choses bien passées.
Il paraît qu'il
en fut un, un SS
qu'il a été même dans l'armée
quoique pas allemand.
Ecco in cosa erano
forza e
calma sospette
l'abnegazione nel lavoro, la
cura del particolare,
la serietà
a ogni costo, fino in fondo.
Intorno c'è aria
di niente, mani
sulla tavola, armi (chi le avesse)
al guardaroba:
solo adesso
si comincia a capire - e l'affare
un pretesto
il pranzo un trucco, una messinscena
benché non
esistano dubbi sulle portate
benché non ci siano orripilanti cataste sulla
tavola né sotto
- ma in cucina, chi può dirlo?,
ah le dotte manipolazioni
di cui furono capaci,
matasse, matassine innocue,
oro a scaglie
da coprirne un deserto di sale,
nubi d'anime
esalanti-esulanti da camini
con la piena dolcezza
degli stormi d'autunno
altre anche meno visibili
spazzate da una raffica in un'ora di notte -
è una questione d'occhi
fermi sul cammello che passa
e ripassa per la
cruna in piena libertà
e con tocchi di porpora
una città
d'inverno, una città di cenere si propaga
dentro
una lente di mitezza.
Solo adesso si comincia
a capire.
Il senso è abbastanza chiaro. Di fronte a questa
figura vengono evocati per dettagli esemplari
gli orrori dello sterminio, le nuvole di incinerati,
addirittura il riuso dei corpi come materiali,
come fornitori di materia prima per tessuti o
il riuso dell'oro ecc., e con questi la totale
distruzione della morale: quella frase evangelica
del cammello che passa per la cruna è segno di
un totale spregio di ogni minimo confine morale.
La poesia continua così:
Incredibile -dirò più tardi- le visioni
immotivate
che si hanno a volte
(e pazienza per queste
ma esserne coinvolti al
di là del giudizio
fino al tenero, fino all'indebita pietà.):
Non è un commento di quanto è detto
sopra, è un commento di quello che sta per arrivare,
la pietà ingiusta per gli sconfitti nazisti:
le giubbe sbottonate della disfatta, un elmo
ruzzolante
tra i crateri, sugli argini maciullati
facce su
facce lungo un canale a ridosso di un muro
un
reparto in sfacelo che si sbraca, se ne fotte
della
resa con dignità, ma su tutte
quella faccia
d'infortunio, di gioventù in
malora
con la sua vampa di dispetto bocciato
di espulso
dal futuro
nell'ora già densa della campagna
verso l'estate che verrà.
Sereni ha come un moto di pietà verso questi
giovani mandati al massacro, che però, con il
loro combattere, hanno reso possibile quell'altro
orrore e, in qualche modo, vive dentro di sé la
contraddizione di queste doppie pietà, una pietà di
fronte a questo orrore incommensurabile, una
pietà umana verso queste altre figure. Qui si
avvicina la conclusione della poesia:
Tra poco sparecchieranno, porteranno
le cartelle
per la firma. Si firmerà.
Si firmerà la pace barattandola con la nostra
pietà -
e lui rimesso in sesto, risarcito di vent'anni
d'amaro
bene potus et pransus arbitro dell'affare.
Il momento della resa dei conti, della parificazione,
della risoluzione, dell'annullamento tra vittime
e carnefici, si conclude come un affare, ma qualche
cosa emerge, un qualcosa di altro, quasi una
visione inquietante:
Non si vede più niente. Se non - per un incauto
pensiero,
per quel momento di pietà - quella
mano
quel mozzicone di mano sulla parete.
Ci conta
ci pesa ci divide. Firma.
E tutti quanti come
niente - come la notte
ci dimentica.
L'orrore della Shoah trascende anche la forzosa
conciliazione dei posteri che lo ignorano: rimane,
anche al di là di coloro che, magari per un istante,
hanno voluto dimenticarlo. In questo senso, forse,
di una memoria di giustizia che cancella chi
non le è fedele, va letto il «ci dimentica» finale.
Il «mozzicone di mano» sul muro evoca insieme,
ad aumentare la gravità di «quel momento di pietà» provato
per i carnefici, la sua inaccettabilità di fronte
ad un severo giudizio etico, sia le mani fantasmatiche
degli ebrei uccisi che la misteriosa mano angelica
o divina che nella Bibbia, nel libro di Daniele,
traccia sul muro le parole Mene Tekel Peres:
ti ho contato, ti ho pesato, ti ho diviso. I
morti giudicano i vivi: la pietà provata per
chi ha reso possibile l'orrore della Shoah si
rivela, appunto, una pietà ingiusta. I
morti giudicano i vivi che credevano di poterli
cancellare per sempre. Una mano di un incinerato,
quello spezzone spettrale di un ucciso decide
dell'assurdità di questa pietà e della necesità di
tenere aperti, sempre, certi conti.
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Shoah poesie - Letteratura - sec. XX - Poesie sulla Shoah
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