Storicamente. Laboratorio di storia

Dibattiti

Miti, prototipi, enigmi di ribelli e ribellioni, e lezioni della storia

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Abstract

The article deals with two books that, nonetheless their different objects and approaches, share the evergreen issue of rebellions and rebels.

The first part (“Historiographical analysis and questions to the present time”) presents the last book dedicated by Aurelio Musi (2019) to the Neapolitan famous rebel Masaniello.

The starting point for the second part (“History’s lessons and policy’s theatres”) is a groundless cliché on Masaniello which can lead to a theatrical representation of Masaniello in 1649 England.

The third part (“An unknown source for Shakespeare”) presents a book published in February 2018 by the computer’s expert Dennis McCarthy together with the Shakespearean scholar June Schlueter that shows an until now unnknown source for Shakespeare’s historical dramas like Coriolanus, Henry V, 2 Henry VI , and offers both the transcript and a digitalized reproduction of the source.

Some among the several issues raised by that source, George North’s A Brief Discourse of Rebellion and rebels (1576), are discussed in the fourth and last part of the article (“Sources for the Shakespeare’s unknown source”).

A sinistra, “Uccisione di padre Giuseppe Carafa”, 10 luglio 1647, di Domenico Gargiulo, Rivolta di Masaniello, Museo Nazionale della Ceramica 'Duca Di Martina'; a destra H.C. Selous’ illustration of the Cade Rebellion in Act 4, Scene 2; from “The Plays of William Shakespeare: The Historical Plays”, edited by Charles Cowden Clarke and Mary Cowden Clarke (1830)
A sinistra, “Uccisione di padre Giuseppe Carafa”, 10 luglio 1647, di Domenico Gargiulo, Rivolta di Masaniello, Museo Nazionale della Ceramica 'Duca Di Martina'; a destra H.C. Selous’ illustration of the Cade Rebellion in Act 4, Scene 2; from “The Plays of William Shakespeare: The Historical Plays”, edited by Charles Cowden Clarke and Mary Cowden Clarke (1830)

Aurelio Musi, Masaniello. Il masaniellismo e la degradazione di un mito, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019, 141. ISBN 978-88-498-5776-4

McCarthy & June Schlueter, Rebellion and Rebels by George North. A newly uncovered manuscript source for Shakespeare’s Plays, Cambridge, D.S. Brewer Academic Press in Association with the British Library, 2018, 266. ISBN 978-1-84384-488-4

Analisi storiografica e interrogazione del presente

A trent’anni di distanza dalla monografia La rivolta di Masaniello nella scena politica barocca [Musi 1989], – anni durante i quali è ripetutamente tornato sui temi di quella ricerca – con questo nuovo agile volume Musi offre da una parte un’efficace e aggiornata sintesi degli studi e, dall’altra, una nuova e interessante prospettiva di analisi. La ratio della novità è dichiarata nell’obiettivo della collana editoriale “diritto/rovescio”:

rivisitare temi, eventi, personaggi del passato su cui si è consolidata un’interpretazione convenzionale”, comune e dominante. Perché dietro il “dritto” dell’analisi storiografica c’è sempre un “rovescio” che ha molte cose da dire per interrogare il presente.

Al “diritto” dell’analisi storiografica sono dedicati i primi quattro capitoli; al “rovescio” i successivi tre capitoli e le conclusioni.

“L’enigma Masaniello” è intitolato il primo capitolo (7-27). Il perché sia un enigma, e non solo mistero [Benigno 1999], dipende da elementi tanto oggettivi («della biografia del personaggio, prima di diventare l’eponimo della rivolta napoletana del 1647, si sa assai poco», 7) quanto soggettivi per via di «comportamenti a volte impenetrabili o scarsamente decifrabili».

Quanto si sa di entrambi coincide sostanzialmente con le azioni del capo della rivolta che sconvolse Napoli, capitale dell’omonimo viceregno spagnolo, dal 7 al 16 luglio 1647, prima che Masaniello fosse ucciso nella sacrestia della chiesa del Carmine il 16 luglio. La rivolta, poi, come è noto sia dalle cronache coeve[1] sia dalla storiografia, andò ben oltre quella data conclusiva della vicenda personale di Masaniello: nell’ottobre 1647 fu proclamata la indipendente “Real Repubblica Napoletana” sotto la protezione del re di Francia Luigi XIV; il 6 aprile 1648 gli spagnoli ripresero possesso della città e delle province del viceregno, dopo aver bombardato Napoli dal mare.

Il breve secondo capitolo “Tra paure e follia” (29-35) tratta dei coinvolgimenti psicologici dei diversi gruppi sociali protagonisti degli eventi, utilizzando i concetti di angoscia, paura, spavento proposti da Freud in Al di là del principio del piacere.

Nel terzo capitolo “La storiografia nel Novecento” (37-60) Musi ripercorre le diverse interpretazioni elaborate in ordine di tempo da Michelangelo Schipa, Benedetto Croce, Rosario Villari, Giuseppe Galasso, lui stesso con la già citata monografia del 1989, John H. Elliot, Rosario Villari e Peter Burke con il dibattito sulla rivista Past and Present tra il 1983 e il 1987, Silvana D’Alessio. Si sofferma anche su alcuni saggi di Vittor Ivo Comparato, Salvo Mastellone, Vittorio Conti, nonché sul ruolo riservato a Giulio Genoino (il giurista secondo alcuni ispiratore e mentore di Masaniello) nell’ultima monografia di Rosario Villari, Un sogno di libertà [Villari 2012]. Affronta la questione dell’influenza del modello federale olandese per la “Real Repubblica Napoletana”, e pure del biennio 647-1648 nella prospettiva delle altre due coeve rivolte italiane: Palermo 1647, Messina 1674-1678, con attenzione ai linguaggi politici del repubblicanesimo, all’uso e reivenzione dell’antico in tali linguaggi, e infine al problema della Nazione napoletana.

In “La trasfigurazione del personaggio” (quarto capitolo, 61-85) al centro dell’attenzione sono inizialmente i comportamenti rituali popolari in base ai quali (come già riportavano i contemporanei) Masaniello fu onorato dal popolo come re, poi ucciso come un reo, quindi adorato come un santo. Si riferisce poi del mutamento del mito positivo dopo la peste del 1656, e della conseguente costruzione da parte della Chiesa della figura di Masaniello come demoniaca e mostruosa, come anticristo. Si dà conto della immediata risonanza europea del moto e del valore di simbolo e mito attribuito a Masaniello nelle gazzette e giornali di Francia, Olanda, Inghilterra, nel dramma barocco tedesco e poi nelle colonie inglesi d’America. Si sottolinea come nella seconda metà del Seicento Masaniello fosse integrato – in positivo o in negativo – nella stessa esperienza storica di Francia, Olanda, Inghilterra.

Nel Settecento il mutamento del mito attraversa diverse fasi. Inizialmente risente della valutazione della plebe napoletana (i “lazzari”) come pezzente e pericolosa. Nel 1799, durante la giacobina Repubblica Napoletana, per i patrioti Masaniello è il rappresentante delle idee libertarie. Quando poi il re Ferdinando IV di Borbone rientra a Napoli, per suo ordine le spoglie di Masaniello vengono definitivamente rimosse dalla Chiesa del Carmine.

Per inizio Ottocento riveste un ruolo fondamentale l’interpretazione fornita da Vincenzo Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799. In seguito, nell’Ottocento romantico e nel Risorgimento Masaniello diventa il simbolo del trinomio Patria, Nazione, libertà. Esemplare il successo avuto dall’opera composta da Daniel-François Esprit Auber La muette de Portici, rappresentata per la prima volta all’Opera di Parigi il 29 febbraio 1828, poi a Londra, New York e anche Australia. La rappresentazione di Bruxelles del 12 agosto 1830 costituisce il detonatore per la rivolta belga contro l’Olanda del 1831. È il periodo in cui Masaniello diventa monopolio della musica, della letteratura e dell’arte. Musi ricorda il romanzo storico di Gargano Michele Baldacchini, Storia napoletana dell’anno 1647 (prima edizione 1834 con falso luogo di pubblicazione per non incorrere nella censura borbonica; seconda edizione 1863, dopo l’Unità); i racconti di Alexandre Dumas La piazza del Mercato e La Chiesa del Carmine, poi raccolti ne Il Corricolo (1841-1843); il romanzo di Horace Roscoe St. John, Masaniello of Naples. The record of a nine days Revolution (Londra 1865). Musi sottolinea pure come negli stessi anni Giuseppe Mazzini assumesse Masaniello come simbolo ed espressione delle potenzialità del popolo napoletano.

L’analisi storiografica della prima parte del libro si conclude con il riferimento al mutamento di prospettiva successivo all’Unità, quando oggetto di attenzione non è più Masaniello, ma la seconda fase del moto interpretata con il concetto di rivoluzione passiva.

La seconda parte del libro è certamente quella che fornisce al lettore (anche allo studioso più esperto) maggiori elementi di novità. Musi vuole rispondere alla domanda:

come è stato ed è possibile che Masaniello, figura storica di primo piano, fosse il protagonista del Seicento napoletano, potesse e possa ancora oggi subire molteplici slittamenti semantici, divenire quasi un microcosmo che ricapitola un più complesso macrocosmo? (87).

Inizia così il quinto capitolo “La degradazione del mito: il masaniellismo” (87-103). “Masaniellismo” è termine di origine giornalistica, che

appare come la metafora di una condizione e, al tempo stesso, come la caratterizzazione negativa di personaggi di primo piano che hanno fatto la storia della seconda metà del Novecento napoletano e degli anni più vicini a noi (88).

Per quanto sia difficile stabilirne la paternità, Musi ne rintraccia le origini nel progetto (mai realizzato per gli enormi costi di produzione) di un film su Masaniello su sceneggiatura di Ettore Giannini, Giuseppe Marotta ed Ennio Flaiano, il cui interprete principale avrebbe dovuto essere Paul Newman. La casa di produzione era la Lauro-Amoroso Cinematografica SPA, nata nel 1958 come parte dell’attività del comandante armatore Achille Lauro, sindaco di Napoli dal 7 luglio 1952. Da qui, dall’inizio di quella che per Napoli fu chiamata “la stagione dei viceré” e da Lauro prima personificazione di Masaniello, il fenomeno del masaniellismo analizzato da Musi passa attraverso alcune vicende di cronaca cittadina napoletana per arrivare poi alla scena politica nazionale.

Sulla scorta di analisi giornalistiche come quelle, ad esempio, di Edmondo Berselli, Musi ricorda come Silvio Berlusconi si fosse attribuito la definizione di Masaniello subito dopo la sua discesa in politica; come nel ribelle napoletano venisse identificato anche il presidente della Repubblica (1985-1992) Francesco Cossiga per la sua verve anti-istituzionale; come Giuliano Ferrara su Il Foglio parlasse di masaniellismo a proposito della rielezione di Vincenzo De Luca a sindaco di Salerno nel 2011, dopo i precedenti mandati del 1993 e del 1997. I «molti Masanielli d’Italia» risultano essere all’opera nelle rivolte anti-palazzo come quelle di cui parlava Mario Ajello su Il Mattino in data 11 dicembre 2013. E di masaniellismo di ritorno, a proposito di Berlusconi, parlava addirittura il rapporto Censis del 2012.

Il sesto capitolo “Je’ so’ pazz” (105-109), che prende il titolo da una strofa di una nota canzone di Pino Daniele, osserva come nella seconda metà del Novecento la figura di Masaniello e il suo dramma della solitudine abbiano interessato teatro, letteratura e musica: con il Tommaso d’Amalfi di Eduardo De Filippo (1962); con la Ballata e morte di un capitano del popolo di Luigi Compagnone (1974); con il Masaniello di Armando Pugliese ed Elvio Porta; con la canzone, infine, di Pino Daniele.

Il settimo e ultimo capitolo “Populismo, «masaniellismo», neoborbonismo” (111-120) riguarda l’oggi di Napoli e dell’Italia tutta. Oltre che dell’attuale sindaco di Napoli Luigi De Magistris (come novello Masaniello), si ragiona sul populismo come

condotta politica di Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio dei Ministri in Italia, che scavalca il Presidente del Consiglio e in nome del popolo assume prerogative e funzioni che costituzionalmente non gli appartengono (115).

In questo ultimo capitolo è particolarmente evidente l’esperienza di Musi come giornalista pubblicista; così come in tutto il libro lo è la sua capacità di comunicazione storica, attiva nella direzione di L’identità di Clio. Insegnare, comunicare, informare[2].

Lezioni della storia e teatri della politica

Proprio a proposito del nesso populismo-masaniellismo si può rilevare che il libro di Musi potrebbe essere aggiornato all’infinito, in futuro, tanto per la seconda parte, quanto per la prima parte sul mito/enigma di Masaniello (vedendone altri nella storia e nel teatro politico europeo, andando oltre la storia di Napoli, come Musi sottolinea nella conclusione, 123). Cominciamo proprio dalle ultime annotazioni di Musi a proposito della condotta politica di Salvini. Dopo la stampa del libro (giugno 2019), e poco prima dell’inizio ufficiale della crisi del governo cosiddetto “verde-giallo” a composizione Lega-M5S, lo stereotipo di Masaniello e il masaniellismo hanno avuto una nuova e – credo – inedita versione, non tanto riguardo il/i personaggi, quanto piuttosto riguardo i luoghi della azione-comunicazione politica.

Su L’Espresso. Settimanale di politica cultura economia dello scorso 11 agosto 2019, la pagina 19 è stata tutta occupata da un articolo di Mario Ricciardi, Non sarà il teatro a sconfiggere la farsa, che inizia con la proposizione di un problema certamente oggi centrale, il populismo appunto.

A giudicare dal tono dei commenti, il Papeete [lo stabilimento balneare di Milano Marittima luogo delle performance politiche estive di Matteo Salvini, allora ancora Ministro dell’Interno»] potrebbe essere come la birreria di Monaco [con allusione, credo, alla birreria in cui nel novembre del 1923 Adolf Hitler tentò senza successo di rovesciare l’allora governo della Baviera]. Punto di partenza di un percorso di eversione il cui scopo sarebbe l’instaurazione di un regime che sovverte la costituzione democratica. Per quanto grottesca, l’idea merita di essere presa in considerazione, se non altro perché ci ricorda, attraverso la lezione della storia, che le crisi politiche si innescano talvolta in luoghi che poco hanno a che fare con le istituzioni della rappresentanza democratica.

Per Ricciardi – che è professore ordinario di Filosofia del Diritto e attuale direttore della rivista bimestrale di cultura e politica il Mulino – uno dei punti di forza del populismo odierno consiste nello

scegliere una dimensione “informale” dell’aggregazione (la piazza del mercato di Masaniello è sotto questo profilo non troppo diversa dalla rete di Beppe Grillo) per eleggerla a teatro politico, scenario di una recita che pretende di essere la sola realtà genuina, quella da cui emerge la volontà popolare [Ricciardi 2019].

La piazza del mercato scelta da Masaniello come «dimensione “informale” dell’aggregazione […] per eleggerla a teatro politico, scenario di una recita che pretende di essere la sola realtà genuina, quella da cui emerge la volontà popolare» suggerisce a Ricciardi, in base alla «lezione della storia», di stabilire una analogia tra il Papeete di Matteo Salvini, la birreria di Adolf Hitler, la rete di Beppe Grillo e la piazza del mercato di Masaniello: tutti luoghi «che poco hanno a che fare con le istituzioni della rappresentanza democratica» in cui si sono innescate «crisi politiche».

Con quasi certezza gli storici che si sono occupati di quel problema della politica europea che fu la rivolta di Masaniello non potrebbero condividere l’opinione di Mario Ricciardi, per tacere dei contemporanei agli eventi, e di chi conosce il significato e il ruolo polivalenti della stragrande maggioranza delle piazze del mercato nella storia delle città italiane (e non solo). Lo stesso Aurelio Musi ha ricordato, nel suo ultimo libro di cui si è riferito sopra, che la piazza del mercato teatro delle azioni di Masaniello era luogo di culti e pratiche devozionali, per via della dominante presenza della chiesa della Vergine del Carmine [Musi 2019, 11 e 18], nella quale il 13 luglio 1647 ebbe peraltro luogo un evento dall’altissimo significato politico come il giuramento dei capitoli richiesti dai napoletani al viceré, garante l’arcivescovo Filomarino [Musi 2019, 24]. Nell’acceso dibattito intercorso tra il 1983 e il 1987 tra due indubbi protagonisti della storiografia europea e mondiale, Peter Burke e Rosario Villari [Burke 1983; Villari 1985; Burke 1987] (cui anche il Masaniello di Musi – come sopra si è accennato – fa riferimento [Musi 2019, 44]), né Burke né Villari mettevano in dubbio il ruolo della piazza del mercato di Napoli: si trattava di una vera e propria comunità politica e insieme religiosa. Una comunità che, non a caso, era il luogo privilegiato della storia di Masaniello come dramma che aveva ispirato una tragedia in cinque atti, pubblicata a Londra nel 1649: The Rebellion of Naples: or, the Tragedy of Massenello, Commonly So Called but Rightly Tomaso Aniello di Malfa, Generall of the Neapolitans. Written by a Gentleman who was an Eye-Witness where this was Really Acted upon that Bloudy Stage, the Streets of Naples[3].

Nella Londra dell’anno in cui il Parlamento inglese aveva giudicato e condannato il re Carlo I come reo di lesa nazione, come poi più tardi nei Paesi Bassi (Thomas Asselijn, Op- en ondergang van Mas Anjello, of Napelse beroerte, 1668) e nel Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca (Christian Weise, Trauerspiel von dem Neapolitanischen Hauptrebellen Masaniello, 1683), il mito di Masaniello si poteva propagare dal momento che le sue vicende e il suo significato politico potevano essere riconoscibili – pur in contesti diversi – per via delle fondamentali questioni politiche che affrontavano e anche per via dei sentimenti diversi che potevano suscitare nel pubblico, a seconda dei diversi orientamenti politici: simpatia e appoggio, oppure riprovazione e condanna[4].

Soffermarsi brevemente su The Rebellion of Naples: or, the Tragedy of Massenello (1649) consente di passare, poi, a un’altra figura che già precedentemente era assurta in qualche modo a mito tanto nella storia inglese quanto nel teatro inglese, e che in un libro recente è stata proposta come oggetto di una clamorosa scoperta riguardo un dramma storico di Shakespeare, il 2 Henry VI.

Nello “Epilogue” di The Rebellion of Naples, è lo stesso Massenello che narra in versi la melancolicità – si potrebbe dire – della sua vicenda. Una vicenda/tragedia che l’autore T.B. aveva presentato “To the Reader” avvertendolo:

I warrant you this man drives at notable and remarkable passages of State, if we could understand him. And though Naples be the Scene, yet he plasters his bills upon the walls and gates of London[5].

Let Kings beware how they provoke
Their Subjects with too hard a Yoke,
For when all’s done, it will not doe,
You see they breake the Yoke in two:
Let Subjects no rebellion move
On such pretences least it prove,
As sad a thing, (which God forbid)
And fatall as to us it did.
Much blood spilt, great battails won,
Our treasure spent, and nothing done.
Least fooles the wise ones do deride,
Gentles foot it, beggars ride,
Lazy Lubbers get the riches,
Women preach and weare the britches,
Lest vengeance fall as did on me
Vndone; and my posterity,
Help’d and succour’d from all parts
Supported by the peoples hearts.//

Riches, honours made me glad:
Pride and glory made me mad,
Madnesse made me do such things
The people wish’d they had their Kings
The King assures them acts of grace,
Here they leave me in the place.
And like Acteon (‹t may be se’d)
By my owne dogges I’me worried.
Fond men be rul’d, play not with Kings,
With Lyons clawes, nor Serpents stings.
For Rebellion, and treason;
Rots your name, and outs your reason,
Could all the traytors that are dead,
But rise—they’d say—as I have sed[6].

Il problema politico in cui si iscrive la vicenda personale (in sintesi: la felicità per la ricchezza e gli onori raggiunti; la follia per l’orgoglio e la gloria; l’essere dilaniato dai propri seguaci, così come Atteone era stato dilaniato dai cani) è quello dell’eccessivo giogo che i re impongono ai loro sudditi, costringendoli a ribellarsi per liberarsene, da una parte, e contemporaneamente quello del tradimento che i sudditi perpetrano verso il re, ribellandosi a lui, dall’altra. Un problema senza tempo, dunque. Una costante nella storia umana e nel teatro della politica, nella sua ambivalenza e nella sua doppia prospettiva.

Una tale esperienza e la sua rappresentazione teatrale caratterizzavano da tempo ormai, alla metà del XVII secolo, la storia inglese. Le ribellioni dell’età dei Tudor [Fletcher, MacCulloch 2008] non avevano che prolungato la già fitta stagione di rivolte tardo medievali [Cohn jr. 2013], aggiungendovi una dimensione religiosa e confessionale portata dalla Riforma anglicana. Si tratta di un quadro estremamente complesso cui in questa sede si può solo accennare, ad eccezione di un esempio che si presenterà tra breve.

Come è noto, in 2 Henry VI William Shakespeare dà largo spazio alla ribellione del Kent (1450) capeggiata da Jack Cade[7]. Su come Shakespeare rappresenta la dinamica degli eventi in quel periodo di crisi della monarchia e soprattutto sul ruolo del capo plebeo Jack Cade esiste una letteratura sterminata, che offre diverse e divergenti interpretazioni di studiosi shakespeariani. Due delle questioni affrontate sono sempre state quella delle fonti cui Shakespeare attinge per rappresentare la ribellione e il ruolo di Jack Cade e quella della valutazione che il Bardo offre della figura di Cade. Nella maggior parte dei casi le due questioni sono state trattate contestualmente. Di questa letteratura critica faccio qui solo troppo brevemente riferimento a due studiose, la cui ricerca è particolarmente caratterizzata da una acuta capacità di contestualizzazione.

Già in uno studio del 1996 su Shakespeare storico Paola Pugliatti [1996] poneva esplicitamente il problema della attitudine sia populista sia antipopulista nei confronti della ribellione e dello stesso Cade, in quanto prototipi adattabili a sostenere prospettive antitetiche rispetto a eventi e a una figura certamente ambivalenti. Prospettive che il pubblico del tempo (le prime rappresentazioni furono alla metà circa degli anni ’90 del XVI secolo) percepiva come perfettamente comprensibili e familiari, in un’età caratterizzata da conflitti che erano anche guerre civili. Prospettive che consentivano al pubblico di vedere come il disordine causato da quei conflitti fosse spesso generato dall’alto verso il basso piuttosto che dal basso verso l’alto.

Più recentemente, ma ormai quasi dieci anni fa, Pugliatti ha pubblicato un libro che – vale la pena sottolinearlo – ha avuto un lettore particolarmente entusiasta in Umberto Eco, Shakespeare and the Just War Tradition[8]. Anche qui, ragionando sul problema della successione al trono e della guerra civile, della guerra giusta, e della ribellione del Kent al suo interno, la studiosa continua la sua riflessione su come Shakespeare riutilizza le fonti – soprattutto cronachistiche – per rappresentare in modo ambivalente ribellione e capo dei ribelli:

Cade’s rebellion, is presented in a satirical and grotesque mode and is therefore deprived of any possible ‘just’ motive; but equally grotesque are the aberration of power: indeed, monstruous rulers cannot but generate monstrous subjects; the deformity of the rebels, therefore, holds a mirror up to the deformity of the party in power [Pugliatti 2010, 129].

Non è un caso che nel programma del Jack Cade di Shakespeare un’altra illustre studiosa del Bardo, Dominique Goy-Blanquet, abbia visto la reincarnazione delle tesi rivoluzionarie del teologo-filosofo-giurista John Wycliff (1331-1384), ovvero il riemergere dello stesso «cris de peuple»[9], dopo avere già analizzato approfonditamente in una precedente monografia il problema delle fonti di anche di 2 Henry VI [Goy-Blanquet 2003].

Una fonte sconosciuta di Shakespeare

Con particolare curiosità, dunque, all’inizio dello scorso febbraio 2018 leggevo, attraverso la rassegna stampa del sito www.stmoderna.it, un breve articolo riportato da il Giornale del 9 febbraio dello stesso anno, scritto da Pier Francesco Borgia, Il software per stanare gli studenti copioni scopre il testo che “ispirò” Shakespeare. Trovate strane analogie tra un’opera del ’500 e alcuni capolavori del Bardo[10]. Il richiamo al mito e al mistero di Shakespeare introducevano l’informazione sul fatto che l’uso del programma WCopyfind fosse stato alla base di una scoperta eccezionale, resa nota al pubblico dal libro scritto a quattro mani da June Schlueter, studiosa inglese sia di Shakespeare sia di Emily Dickinson, e dall’esperto di computer e scrittore statunitense Dennis McCarthy. Il libro presentava e commentava l’edizione di un breve testo di fine XVI secolo, il Rebellion and Rebels di George North, fino ad allora rimasto manoscritto, dal quale Shakespeare avrebbe attinto particolarmente – oltre le fonti cronachistiche già note – per Re Lear, Riccardo III e Enrico V. L’articolo di Borgia rinviava peraltro a un lungo articolo apparso sul New York Times due giorni prima e firmato da Michael Blanding, Plagiarism Software Unveils a New Source for 11 of Shakespeare’s Plays, che si basava anche su di un’intervista con uno dei due autori del libro, Dennis McCarthy[11].

Dato il titolo della fonte tardo-cinquecentesca sconosciuta, andavo a verificare l’articolo sul New York Times. Vi si diceva molto chiaramente come Schhlueter e McCarthy non sostenessero in alcun modo che Shakespeare avesse compiuto opera di plagio nei confronti del manoscritto A Brief Discourse on Rebellion and Rebels, bensì che il Bardo lo avesse letto e ne fosse stato ispirato. L’articolo di Blanding informava in modo particolareggiato sulle tecniche adottate dai due studiosi Schlueter e McCarthy, nei loro rispettivi ambiti di indagine, per provare che il breve trattato di George North fosse stato una fonte di Shakespeare, e sul loro insistere che una delle prove più convincenti riguardava proprio la caratterizzazione di Jack Cade in 2 Henry VI, soprattutto per la descrizione dei suoi ultimi giorni, in forma alquanto diversa dalle fonti già note.

Da qui l’interesse a leggere il libro di Dennis McCarthy & June Schlueter, Rebellion and Rebels by George North. A Newly Uncovered Manuscript Source for Shakespeare’s Plays [McCarthy, Schlueter 2018].

Nel primo capitolo (“George North and the Kirtling Hall Manuscript”, 1-10) i due studiosi presentano il manoscritto A Brief Discourse of Rebellion and rebels, wherein is shown the treasure that traitors in the execution of their treason by time attain to – che ora si trova nella British Library –, datandolo al 1576 in base a una ricostruzione della documentazione relativa alla sua redazione. Forniscono poi ulteriori informazioni su altri scritti a stampa di George North, attivo alla corte di Elisabetta I come ambasciatore in Svezia. Sulla base di libri all’epoca disponibili a Kirtling Hall, il castello del dedicatario di A Brief Discourse, McCarthy e Schlueter ipotizzano alcune fonti che avrebbero potuto servire a North per il suo scritto: la Bibbia; numerose opere di Cicerone; una traduzione inglese della Apologia di Apuleio; il Mirror for Magistrates di William Baldwin (1575); The Foreste or Collection of Histories, traduzione effettuata da Thomas Fortescue (1571) della Silva de varia lección di Pedro Mexia (1540), uno sconosciuto manoscritto sulle profezie di Merlino, e altro.

Il secondo capitolo (“Uncovering Connections between North’s Discourse” and Shakespeare’s Plays”, 11-27) è dedicato al metodo utilizzato per scoprire le affinità tra il testo di North e alcuni drammi storici shakespeariani, grazie alla ricerca sui testi presenti nell’Early English Books Online-TCP Partnership database (EEBO) e nel Literature Online database (LION). Sono specificamente mostrate alcune analogie testuali tra il Discourse di North e sia il Richard III sia lo Henry V.

“The Final Hours of Jack Cade” è il titolo del terzo capitolo (28-51), che si sofferma a sottolineare le analogie testuali tra Rebellion and Rebels e 2 Henrly VI. La stessa attenzione è dedicata al rapporto tra il testo di North e King Lear nel quarto capitolo, “The Fool, Merlin’s Prophecy, and the Upside-Down World of “King Lear”” (52-77). La comparazione tra il manoscritto del Brief Discourse e Coriolanus è oggetto del quinto capitolo, “Political Monologues and a Glimpse of “Coriolanus”” (78-88). Nella conclusione McCarthy e Schlueter ritornano sul metodo utilizzato nell’individuare analogie in base alla ricerca su parole chiave in EEBO (“Afterword. The Odds that the Parallels are Coincidential”).

Segue poi la trascrizione del Brief Discourse (95-146) e la riproduzione digitalizzata dell’originale conservato nella British Library (147-261).

Per studiosi dell’età moderna interessati alle problematiche affrontate nell’ultima fatica di Aurelio Musi su Masaniello. Il masaniellismo e la degradazione di un mito e, più in generale, al problema ribellioni e ribelli, la lettura diretta del testo di North – offerta da McCarthy e Schlueter sia con la trascrizione sia con il facsimile dell’originale – sollecita alcune riflessioni, dovute anche a una certa qual somiglianza tra la figura di Masaniello e quella di Jack Cade, tra il mito del primo e il prototipo del secondo. Le stesse parti di 2 Henry VI sarebbero più che sufficienti in questo senso. Ma certo – almeno per chi scrive – il testo di North e la sua utilizzazione da McCarthy e Schlueter inducono a ulteriori considerazioni, che possono essere introdotte dalla constatazione che nel libro i due studiosi mostrano una quasi inesistente conoscenza (oppure, ignorano nella stragrande maggioranza) della letteratura critica sulle fonti di Shakespeare, della quale sopra si sono forniti solo i due studi esemplari di Paola Pugliatti e di Dominique Goy-Blanquet. La ricerca di McCarthy e Schlueter pare unicamente ed esclusivamente finalizzata a provare l’eccezionalità della scoperta del testo di North (peraltro indubbiamente di grandissimo rilievo), senza mostrare alcuna curiosità/interesse a una pur minima verifica dell’appartenenza di quel testo a un genere trattatistico sulle stesse questioni.

Significativa, a tale proposito, la loro osservazione sulla possibile ispirazione per il titolo di North, una sola: il breve poema di Thomas Churchyard A Discourse of Rebellion, pubblicato a Londra nel 1570 [McCarthy e Schlueter 2018, 1, n. 1].

Ora, chiunque abbia una pur minima conoscenza delle questioni politico-sociali-religiose dell’età dei Tudor (pur non essendo specificamente esperto di storia inglese) sa che i continui e ripetuti tumulti di quell’età (come pure di precedenti) produssero una molteplicità di scritti di varia natura sul problema dell’obbedienza passiva e della ribellione, numerosi già allora stampati, altri invece rimasti manoscritti (come, appunto, quello di North), ma ormai da tempo disponibili per studiosi e interessati al tema.

Riporto qui un esempio solo, ma particolarmente significativo, dato anche il riferimento esplicito alla figura di Jack Cade – insieme ad altri citati da North – come exemplum di ribelle. Si tratta di A sermon concerning the tyme of rebellion del noto teologo – allora Regius Professor a Oxford – ed esule italiano per motivi di religione Pietro Martire Vermigli, redatto in occasione di un periodo di violentissimi disordini per motivi economico-sociali (le enclosures) e religiosi (l’opposizione al Book of Common Prayer). È il periodo compreso tra il 1547 e il 1549 noto come “Western Rebellion”[12]. Il testo del Sermon è stato pubblicato nel 2007 da Torrence Kirby in un libro dedicato alla teologia politica tudoriana, come appendice documentaria a un capitolo sulla questione della sedizione come peccato, della penitenza e del dovere di obbedienza [Vermigli 2007]. Dalla ricerca di Kirby si sa che il sermone scritto da Vermigli era stato tenuto dall’arcivescovo Thomas Cranmer nella cattedrale di St. Paul il 21 luglio 1549.

Continuando una tipologia di analisi già da tempo in uso, nel sermone Vermigli indaga le cause della ribellione, individuando la prima nella negligenza da parte dei governanti nel correggere i loro errori[13], e la seconda nell’avarizia[14], ed accompgnando tale analisi con numerosi esempi tratti dalla storia sacra (l’Antico Testamento, prevalentemente) e anche dalla storia profana. Vermigli condanna poi esplicitamente coloro che si sollevano contro i governanti con la pretesa di aiutare i poveri e il bene comune, facendo in questo caso anche l’esempio esopeo della favola della rana e del topo[15]. Sostiene quindi che non spetta alla plebe riformare gli abusi dei governanti, con gli esempi di Canaan e di Giosuè[16]. Dedica una parte specifica (come pure da tempo consueto in trattazioni analoghe, anche non specificamente teologico-religiose) ai principali autori della sedizione, ricorrendo sia a esempi lontani sia a esempi più o meno relativamente recenti. In ambito di storia sacra gli esempi sono quelli di Achab e Naboth, di Core Dathan e Abiron, di Nabuccodonosor, della tribù di Effrata. Gli esempi di storia profana sono tratti da Giovenale e dai Canterbury Tales, e anche dalle figure (e relative ribellioni) di Jack Straw, Jack Cade, Black Smyth e la guerra dei contadini tedesca del 1525, e altri[17].

Se si leggessero parallelamente il testo di Vermigli e quello di North (cosa che in questa sede non è possibile fare) così come McCarthy e Schlueter hanno fatto con il Brief Discourse di North e 2 Henry VI, sarebbe evidente – pur nella differenza di motivazioni – che gli esempi storici sacri e profani in gran parte coincidono. Significa allora questo che George North aveva letto il manoscritto di Vermigli? O saputo del sermone tenuto da Cranmer? Al momento non è dato saperlo: si dovrebbe condurre una ricerca specifica al riguardo. Ma l’importante è sottolineare che la struttura e le argomentazioni del Brief Discourse appartengono a un genere letterario (e a preoccupazioni politico-religiose) ampiamente presenti dall’inizio del XVI secolo, a partire quanto meno dalla Francia di Luigi XII, con il primo trattato specificamente titolato De seditiosis di Nicholas Bohier[18], seguito da tutti quelli prodotti dalla Guerra contadina tedesca e dai conflitti religiosi nell’Europa del tempo di North[19].

Fonti per la fonte sconosciuta di Shakespeare

Per tornare al Brief Discourse di North, prima di concludere con un’ipotesi di raffronto tra la figura di Jack Cade e quella di Masaniello (da cui si è partiti per presentare il libro di McCarthy e Schlueter), vale la pena soffermarsi tra due degli esempi storici presentati da North, che pongono sicuramente il problema delle fonti cui North attinse, dichiarandole in parte e/o non dichiarandole.

Dato che per North – come per molti dei contemporanei – il problema ribellione si intreccia e si identifica in parte con quello della guerra civile e del tradimento, cinque carte del manoscritto (dall’ultima riga della 13 verso a quasi tutta la 16 recto[20]) sono dedicate all’evento noto come congiura dei Pazzi, che nel 1478 portò all’uccisione di Giuliano de’ Medici nel Duomo di Firenze. La narrazione di North insiste su tutti i passaggi della vicenda da tempo conosciuti in tutta Europa attraverso la storiografia rinascimentale e le sue successive epitomizzazioni.

In the year 1478, Florence, one of the most famous cities in all Italy, was in that happy state as it seemed fortune could no way overthrow it. It flourished so for peace and wealth above the rest. At which time Julian and Laurence de Medici, both brethren, did govern the state there: who managed their affairs with such felicity, as their reputation grew great with the nobility and commons, no less for the fame of their former worthiness than for their equity in justice and gracious government over them. These were deadly envied at by the families of Pazzi and Salviati in such hateful sort, as they, regarding neither the quietness of their country, the ruin of their houses, nor the utter overthrow of themselves, blinded by ambition (as all traitors are), desirous of alterations, coveting superiority, neglecting obedience, content with no government but condemning authority and disdaining to be subjects to any, determined the destruction of these two noble gentlemen and the hazard of their commonwealth withal. Francis and John de Pazzi undertook this damnable decree, joining with them Francis Salviati, Archbishop of Pisa, the better to perform this enterprise. The council approved and all things meet provided: the Archbishop comes from Pisa to Florence, colorably conveying into the city certain numbers of soldiers. The conspirators concluded the deaths of the Medicis, to be both in one place and at one instant: in the cathedral church, when the priest (according to the ceremony in the best of their mass) should lift up the Sacrament. Although it be abuse, as many Divine defines it, yet does it manifest the execrable intent of traitors, who regard neither place, presence, nor time to execute their hateful homicide. To commit murder anywhere is odible: in the church more abhorred and in the best of their sacred service (as they accounted it) most of all to be detested.

This mischief begun, and in Julian performed the tumult in the church kindled the uproar in the city raised and the people in arms: the Pazzi and Salviati cry liberty, the only mark and the end that all traitors tend to.

But God, whose mercy is mightiest when man’s misery is nearest, preserved by divine providence Lorenzo de Medici, so as with some slender hurt he recovered the chancel for his sureguard, till better sort (enemies to sedition and favorers of fealty) reinforced themselves with duty and courage to enconunter this common calamity to all. And as it was by time devised and suddenly executed, so was it with like celerity fronted, and by the diligence of good subjects clean overcome. For in less than three hours, Julian de Medici was murdered, the Archbishop with most of the confederates hanged, and all the houses of the conspirators sacked.

North non indica la o le fonti cui ha attinto, che potrebbero davvero essere molteplici. Anche per questo specifico esempio ci si potrebbe porre dunque il problema che McCarthy e Schlueter hanno posto per Shakespeare. Né McCarthy e Schlueter segnalano alcuna possibile fonte.

Nell’esempio immediatamente successivo North segnala invece la fonte, indicando però solo il nome dell’autore e non l’opera. Sempre a proposito di guerre civili e tradimento, si sofferma sull’origine di Guelfi e Ghibellini[21].

In the time of the Emperor Fredrick II and Pope Gregory IX, there sprang up in the city of Pistoia (for ambition) two factions, the one called Guelphs, the other Ghibellines, which controversy by little and little so spread through Italy, as all seditions rising among them, by title of treason or private malice, were termed Guelphs and Ghibellines. Anthony, Archbishop of Florence, affirm that 35 of the most famous and noblest houses of Florence were by these factions clean undone, soiled, ruined, and razed to the earth, besides many thousands murdered, great numbers banished, many families distressed, and infinite Princely bastiments and buildings with fire and flamed consumed. Such is the ripe rancor of ambitious treason, such is the mischief of a rebellious multitude, and such is the fruits and fury of forlorn villainy, when the fear of God, favor to the country, and duty to their Prince is clean bereft them.

La fonte di North è quindi il Beato Antonino Fiorentino, ovvero Antonio Pierozzi, arcivescovo di Firenze (1389-1459)[22]. McCarthy e Schlueter ne segnalano correttamente l’opera, nota anche come Chronicon, anche se l’edizione cui fanno genericamente riferimento è una sola, la prima[23], mentre le edizioni che eventualmente North avrebbe potuto consultare direttamente sono almeno altre sette[24], tutte molto diffuse nell’Europa del tempo[25]. E va anche aggiunto che con un’impostazione teologica e non cronachistica, il Beato Antonino aveva trattato delle parti Guelfe e Ghibelline nella Summa sacrae theologiae, proprio come esempio di sedizione popolare[26].

Sarebbe interessante capire i motivi di questi due esempi addotti da North, quello sulla congiura dei Pazzi e quello su Guelfi e Ghibellini, contestualizzandoli probabilmente nella presenza della cultura italiana umanistica e rinascimentale nell’Inghilterra elisabettiana. Per poter verificare l’ipotesi sarebbe però necessaria una ricerca specifica e approfondita.

Si può comunque dire che, in un certo senso, l’inserimento di questi due esempi di storia italiana sembrano confermare, ampliandola e rovesciandola, l’affermazione dell’autore di The Rebellion of Naples: or, the Tragedy of Massenello successiva di una settantina di anni: era successo a Firenze nel 1478 e due secoli e mezzo prima a Pistoia, ma avrebbe potuto succedere a in Inghilterra negli ultimi decenni. Ma anche nella Germania della Guerra contadina e degli Anabattisti o nei Paesi Bassi, esempi di ribellioni e ribelli che North introduce successivamente[27], prima di parlare di quelli del suo regno[28].

Jack Cade e Masaniello

Ho già accennato, sopra, a come la rappresentazione della figura di Jack Cade in North del 1576 mi abbia ricordato quella di Masaniello in T.B. del 1649. La lettura del testo di North può mostrane direttamente i possibili spunti, anche perché lì Cade è fatto parlare in prima persona: un monologo in versi che occupa quattro carte.

Non vi è alcun riferimento all’eccessivo giogo cui i re possono sottoporre i loro sudditi, provocandone la ribellione, come invece nel dramma di T.B. del 1649: il che, ovviamente, si può ben comprendere data la profonda differenza del contesto e dell’esperienza della Rivoluzione inglese (detto troppo brevemente). Ma – al di là della analogia dell’avere sia Cade sia Masaniello o preteso di essere re o di essere onorato come un re – i due diversi personaggi sottolineano nei loro rispettivi monologhi l’essere stati traditori. In Cade la colpa del tradimento è ripetutamente denunciata. Entrambi, Masaniello e Cade dichiarano di avere meritato le pene loro inflitte per il tradimento.

Ecco alcuni passaggi di Cade in North:

For when I had by Kentish cloynes
the Staffords overthrown:
I climbed aloft and thought the King
and crown to be my own.
But little know we traitors all,
what we do take in hand:
When rebel like, in deed we dare,
against our Prince to stand.
Was never traitor yet prevailed,
but came to shameful end:
Nor never shall attain his will
till God be forced to bend.
He has apponted Princes sure,
to sit in Kingly seat:
He fights for them, he them defends,
though traitor’s force be great.
The wisdom rebels seem to have,
he turns to doltish dreams:
And in the top of hoped joy,
he drives them to extremes.
No subject ought, so God commands,
for any kind of cause:
To dare is Prince, or to resist,
but yield him to his laws.
Though Fortune favor fools awhile,
and lend some happy days:
Yet usance great, for shameful death,
to shameless life he pays»[29].

E la pena infamante cui sono sottoposti i corpi di Masaniello e Cade è analoga. Nella tragedia masanelliana del 1649 è rapidamente accennata attraverso il paragone tra Masaniello e Atteone, mentre il Cade di North vi si sofferma più dettagliatamente:

My cursed carcass quartered was,
parboiled and trimly dight:
And after at tower gates on poles,
they were as comely pight.
Then in the sun a rosting set,
because I should not smell:
For carrion crowns and worm’s meat,
to eat me flesh and fell.
What better tomb or meeter place,
would rascal rebels have:
Than in the bowels of such beasts,
to find their fairest grave[30].

Molto altro si potrebbe dire del manoscritto di North, indipendentemente dal suo essere stato fonte per Shakespeare. Varrebbe la pena che qualcuno lo analizzasse come uno dei tanti frutti di quella Seditionsliteratur che i continui tumulti e ribellioni del tardo medioevo e della prima e piena età moderna avevano prodotto[31].

Per questo la pubblicazione sostenuta dalla British Library di un manoscritto fino a ora non disponibile se non ai frequentatori della biblioteca è iniziativa particolarmente positiva.

Miti, prototipi, enigmi di ribelli e ribellioni, anche per la/le storie la cui lezione consideravano irrinunciabile per comprendere e giudicare il loro rispettivo presente, sarebbero illustrati da un altro rilevante caso di studio. Fino al nostro presente.


Bibliografia

Fonti primarie
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Note

1. Tra le quali Musi 2019, 22, n. 17, rinvia anche a Moratti 2017.
3. Villari 1985, 120, n. 7. D’Alessio 2007, sulla drammaturgia inglese, 212.
4. Per un’analisi comparata di Asselyn e Weise cfr. il recente saggio di Meijer Drees 2017.
5. T.B., THE Rebellion of NAPLES 1649.
6. Ivi, 76-77.
7. Una sintesi recente di eventi e problemi in Cohn jr. 2013, 107-112. Nel dramma di Shakespeare 2 Henry VI tutta la vicenda sta nella parte IV, scene da II a X, e nella parte V, scena I.
8. Pugliatti 2010. L’opinione di Eco è riportata nella IV di copertina. Si parva licet, ripeto con Eco, in quanto «an ‘innocent’, which is to say non-specialist, reader of Shakespeare», che il libro di Pugliatti offre uno strumento importantissimo di riflessione critica a studenti (oltre che a studiosi) di storia, avendone io fatto personalmente esperienza didattica per il corso di “Storia e racconto storico dell’età moderna” (Laurea magistrale in Storia, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, aa.aa. 2010-2011 e 2014-2015).
9. Goy-Blanquet 2016, 86-89 (ma su Cade la studiosa insiste anche in altre parti del libro).
12. Su cui, in sintesi, Fletcher, MacCulloch 2008, 54-66.
13. Vermigli 2007, 151-155 (“Prima causa: Remisseness of correction in the governours”).
14. Ivi, 155-157 (“Secunda causa: Avaritia”).
15. Ivi, 158-159 (“Against them that pretend that they rose to relieve the poor and the commonwealth”).
16. Ivi, 159-162 (“Non est plebis abusus reformare”).
17. Ivi. La parte “Quales sunt hujus seditionis praecipui auctores” è a 162-175.
18. Su cui mi sia consentito rinviare a De Benedictis 2013, 129-140.
19. La letteratura in tema è ormai davvero sterminata. Sulla Guerra contadina tedesca mi limito a citare (e proprio perché risalente nel tempo) Schulze 1975. Per i conflitti politico-religiosi inglesi, gli scritti di Knox 1994, relativi al periodo 1557-1564.
20. Nella trascrizione di McCarthy e Schlueter 2018, 109-111.
21. McCarthy e Schlueter 2018, 111-112 (nel manoscritto, cc. 16 recto-17 verso).
22. Cfr. la voce di D’Addario 1961. Più recentemente, Cinelli e Paoli 2012 e Tanzini 2013.
23. Datandola peraltro solo al 1477, mentre la princeps fu stampata a Venezia, all’interno dell’Opera omnia, tra il 1474 e il 1479.
24. I tre incunaboli di Norimberga 1484, Basilea 1491 e Basilea 1502, le cinquecentine di Lione 1511-1512, 1517, 1527 e 1543, tralasciando ovviamente le edizioni lionesi del 1586 e del 1587.
25. Ho verificato direttamente il passo di North in Antoninus Florentinus 1543, Titulum XIX, Capitulum VI, § II, f. XXXVIIr, dove però è assente il riferimento specifico a Pistoia
26. Nella edizione Antoninus Florentinus 1571, Titulus Quartus, “De inani gloria”, Capitulum 8. “De discordia per modum praedicationis, & ibi de partialitatibus civitatum”, 197v-200r, § “De seditione”, su «seditio popularis, Guelphi et Gebellini».
27. McCarthy e Schlueter 2018, 122-128 (nel manoscritto, cc. 30r-37r).
28. Ivi, 134-143 (nel manoscritto, cc. 44v-51v).
29. Ivi, 137-138 (nel manoscritto, cc. 46v-47r).
30. Ivi, 138-139 (nel manoscritto, cc. 47v-48r).
31. Significativamente, in una recentissima scheda, Stewart 2019, 1156, ha osservato che «In positing this treatise as a “source” for Shakespeare, McCarthy and Schlueter have inadvertently drawn attention not to an origin, but instead to the endlessly recycled nature of textual materials in early modern English writing».