Irene Di Jorio
Per combattere le voci del nemico.
Il regime di Vichy fra censura,
propaganda e bouche à oreille




E il Maresciallo disse:

- Prima di tutto, rimettere l'ordine, separare i buoni dai cattivi.
E, mentre parlava, si videro tutti gli insetti, tutti i ragni, le termiti, i parassiti che tanto male avevano fatto alla Francia, li si vide lasciare in gran fretta il suolo della Patria. Perché il Maresciallo aveva preso una grande scopa per cacciarli. Sì, si era degnato di prendere una scopa, nelle sue nobili mani che avevano tenuto la spada...[1].

Racchiuso in un bell'album colorato, prodotto e distribuito dal Bureau de propagande du Maréchal[2], questo racconto inizia con la data del 25 giugno 1940. Un uomo piange, mentre i suoi nipotini, Pouique e Lududu, lo guardano senza capire: «Bambini miei, siamo sconfitti. Abbiamo firmato l'armistizio»[3]. Non tutto è perduto, gli rispondono i piccini. Si può chiamare Mago Silvestro... Ma lo zio Sébastien continua a dolersi: «Non è più tempo di fate e di maghi. Il Mago Silvestro è prigioniero». Manco il tempo di scoppiare in singhiozzi e si ode una voce tonante: «Faccio dono della mia persona alla Francia per alleviare le sue disgrazie». È un eroe nazionale, il vincitore di Verdun, Philippe Pétain in persona, che ammonisce - impossibile non riconoscerne il timbro: «Prima di tutto, rimettere l'ordine, separare i buoni dai cattivi...».

La Francia di cui si parla - e cui Pétain non manca di rivolgersi con l'appellativo paternalistico di mes enfants - è un Paese che ha vissuto una serie ripetuta di drammi e di sconvolgimenti: nel 1939-1940, una guerra breve, ma devastante; nel 1940, una sconfitta militare schiacciante e, per molti, assolutamente inattesa; 90.000 morti e due milioni di prigionieri; il crollo, in poche settimane, di tutte le strutture del paese e l'occupazione tedesca dei tre quinti del territorio nazionale[4].

Nel giugno del 1940, i pubblici poteri lasciano Parigi, facendo rotta dapprima su Bordeaux, poi sulla cittadina termale di Vichy. È in questa situazione di crisi estrema che, di fronte ad un paese allo sbando e in cerca di messaggi salvifici, l'ottantaquattrenne maresciallo Pétain proclama la necessità di cessare i combattimenti. All'origine del disastro - dice Pétain - non è un errore militare o politico, ma una «decomposizione» della nazione dovuta a un complotto ordito dalle forze dell'«anti-Francia»: vecchie élite repubblicane, comunisti, massoni, ebrei, stranieri, internazionalisti di ogni tipo[5]. Da quest'affermazione - percepita da molti come autoevidente - discendono due precise conseguenze.

Da una parte, che la salvezza del Paese non può venire dalla resistenza ad oltranza, ma da un atteggiamento di «realismo»: si giustificano così la scelta dell'armistizio e la politica «estera» di collaborazione con la Germania, intrapresa nella speranza di ottenere un posto migliore in Europa quando i nazisti abbiano vinto la guerra, cosa che, nel 1940, viene data per certa.

Dall'altra parte, grazie alla tesi del complotto e della decomposizione nazionale, si può agevolmente sostenere che la Francia potrà continuare ad esistere solo se saprà «rigenerarsi», coltivando e «raddrizzando» le sue parti «buone» ed estirpando quelle «malate» o disgreganti. Questo significa varare un progetto politico di trasformazione globale della società, un'autentica Révolution Nationale capace di rompere con quella democrazia parlamentare che - a dire di tanti - «aveva promesso il pane, la pace, la libertà. Ha portato la miseria, la guerra e la sconfitta»[6]. Accantonando definitivamente la trilogia repubblicana del Liberté, Egalité, Fraternité, è sui «corpi organici» e sui valori di Travail, Famille, Patrie che la «nuova Francia» deve fondarsi, escludendo ogni idea di divisione, sia essa la lotta di classe o il pluralismo politico[7].

In tal senso, nell'estate del 1940, nuovi traumi si aggiungono a quelli della sconfitta e dell'occupazione: il conferimento dei pieni poteri ad un maresciallo ottuagenario, che dice di voler salvare la Francia e, per questo, decide di collaborare con l'eterno nemico (la Germania); la fine della Repubblica; l'istituzione di un regime autoritario che si proclama État Français e controlla, in realtà, solo una parte limitata del territorio nazionale; il varo di leggi di esclusione e di politiche persecutorie alla volta di numerose categorie di cittadini, all'interno di un disegno politico la cui pars destruens assume, fin da subito, un peso preponderante. «Prima di tutto, rimettere l'ordine, separare i buoni dai cattivi...».

Separare i buoni dai cattivi

Ci basti ricordare - a mo' di elenco - i primi provvedimenti che, nell'estate 1940, si prefiggono di «guarire la Francia» dai mali che l'hanno colpita: revoca dei funzionari e dei magistrati (17 luglio 1940); interdizione della funzione pubblica ai francesi nati da padre straniero (17 luglio); revisione delle naturalizzazioni accordate dopo il 1927 (22 luglio); scioglimento delle logge massoniche, delle società segrete e liquidazione dei loro beni (13 agosto); aggravamento dei provvedimenti presi da Daladier contro i comunisti, prevedendo la possibilità di internamento amministrativo, in centri di soggiorno sorvegliato, per «tutti gli individui pericolosi per la difesa nazionale o per la sicurezza pubblica» (3 settembre); formazione di tribunali speciali per i dissidenti e i gollisti (20 settembre); interdizione agli ebrei della funzione pubblica e dell'esercizio di una serie di professioni liberali; autorizzazione ai prefetti di internare gli ebrei stranieri in campi speciali (3 e 4 ottobre 1940)[8]. Provvedimenti che - con metafora medico-igienista - i nuovi governanti non mancano di «giustificare» avocando a sé la responsabilità di guarire il «corpo sociale» dai «microbi», dalle «malattie» e dai «parassiti» che l'hanno aggredito. La lotta contro l'Anti-Francia è, d'altronde, una base imprescindibile per consentire al regime di fondare la propria identità come garante dell'unità francese. Costruire l'identità significa, infatti, prima di tutto, separarla e purificarla da tutto ciò che è alterità. E purificare vuol dire eliminare. Ma non si elimina ciò che è impuro, bensì si trasforma in impuro ciò che si decide di eliminare[9].

In questo lavoro di costruzione identitaria, le immagini diffuse dagli apparati di propaganda hanno, senza dubbio, un ruolo essenziale. Né si può dire che - sul terreno delle rappresentazioni - l'État français lesini espedienti per combattere la sua battaglia contro i «nemici della Francia»: prova ne siano le sezioni speciali (di propaganda anticomunista, antimassonica, antiebraica, antigollista, antibritannica, ecc.) di cui si dotano, ben presto, i suoi servizi d'informazione[10].

Temi di propaganda / Sia in zona occupata che in zona libera, abbiamo dato ai nostri propagandisti [...] come tema centrale di propaganda: il matenimento dell'unità francese. / Unità territoriale contro tutti coloro che accrescono le nostre divisioni: gollisti, partigiani indefessi delle vecchie correnti politiche e sociali. / Unità sociale: fine della lotta di classe [...]. / Unità spirituale: tutti e ciascuno dietro il Maresciallo e il suo governo per rifare della Francia una grande potenza nel quadro dell'Europa unificata. / Temi connessi: il redressement interno, sola via di salvezza; l'aiuto atteso dall'esterno, una chimera. Portiamo avanti insieme le grandi battaglie per garantire la vita del Paese: battaglia del carbone, battaglia del pane. Un avversario essenziale: il regime caduto e i suoi sostenitori (ebrei, comunisti, massoni)[11].

Data l'esigenza - comune ad ogni propaganda - di semplificare la realtà in modo manicheo, non stupisce che l'État français si avvalga, in tal senso, di strategie discorsive relativamente "classiche", buone - oggi come allora - per legittimare la persecuzione, l'isolamento e perfino lo sterminio degli avversari politici e «razziali»[12]. Trasformate in campagna igienica contro realtà ritenute repellenti o nocive, le misure di esclusione e di repressione non possono infatti che risultare come azioni lodevoli e necessarie. È per questo che l'arsenale di procedimenti si rivela, in genere, piuttosto circoscritto: che sia ragno, formica, malattia, spazzatura, erbaccia o fungo velenoso, il nemico è sempre disumanizzato e ridotto a una realtà che, in qualche modo, va eliminata[13].

Senza dubbio le forme di rappresentazione dell'altro ci dicono molto sul modo in cui gli attori della propaganda forgiano la propria identità. Ma sarebbe, forse, riduttivo cercare in esse una presunta specificità vichysta. Per quanto sapienti e ben congegnate, le strategie discorsive adottate nelle campagne di propaganda non bastano, d'altronde, a render conto degli sforzi reali che un governo, un partito, un movimento (in questo caso, il regime di Vichy) intraprende per garantire alle sue parole d'ordine un'effettiva circolazione e, con essa, una possibile presa sull'opinione.

Ora, è noto come - nella sua difficile impresa di auto-legittimazione - il regime del maresciallo Pétain abbia investito molto nella "fabbrica del consenso", assicurandosi il controllo dei media e favorendo la creazione di organismi relais fra il governo e le masse[14]. I numerosi studi che, negli ultimi cinquanta anni, si sono mossi su questo terreno mostrano chiaramente quanto sia articolato il sistema ed ampia la schiera dei suoi strumenti. Tre filoni dominanti hanno, fino ad oggi, caratterizzato questo ricco panorama storiografico: innanzitutto, lo studio - in termini di storia politico-istituzionale - degli apparati di propaganda (Secrétariat Général à l'Information et à la Propagande, Cabinet du Maréchal, Légion Française des Combattants)[15]; in secondo luogo - in base a una prospettiva più orientata alla storia dei media - l'esame di singoli "vettori" di propaganda (stampa, radio, cinema, manifesti, ecc.); infine l'analisi dei temi e delle ideologie. Pur nella loro diversità, queste piste di ricerca sono accomunate dal fatto di aver orientato i loro interrogativi essenzialmente sui prodotti della propaganda vichysta. È invece rimasta in secondo piano un'analisi che, riflettendo sul know-how indispensabile alla creazione di una "propaganda di Stato", permettesse di indagare sulle competenze e sugli strumenti teorici che avevano creato le basi concettuali per un simile apparato[16]. Una pista di ricerca che merita di essere percorsa, tanto più che - identificando nella propaganda una consapevole necessità - il regime di Vichy porta avanti un'attenta riflessione sugli strumenti più vantaggiosi per diffondere il proprio verbo: tecniche e mezzi massivi e pervasivi, ma anche sottili e informali, tesi a fare del suo apparato una macchina virtualmente perfetta. Sarà dunque questo il focus del nostro saggio.

Propaganda: una consapevole necessità

Già il 14 luglio del 1940, a quattro giorni dall'instaurazione del regime, una nota confidenziale s'incarica tempestivamente di definire i compiti del futuro Secrétariat Général à l'Information. L'impresa - ritenuta d'importanza - vede intrecciarsi obiettivi ambiziosi e dal successo incerto: si tratta, in sostanza, di

"agire sull'opinione francese conformemente alle direttive della Presidenza del Consiglio [...] con tutti i mezzi di diffusione possibili. Prevenire, combattere o fermare ogni azione che si eserciti con gli stessi mezzi contro i risultati cercati dal Governo [...]. Continuare a informare il Governo su tutto ciò che possa illuminarlo nella sua azione di propaganda all'interno e all'estero[17]."

Mete non facili, tenuto conto che tanto gli uomini quanto le strutture necessari al piano sono completamente allo sbando. Poco dopo aver lasciato Parigi, l'Haut Commissaire à l'Information si è visto costretto a licenziare i quattro quinti del personale e, in particolare, la totalità degli addetti alla propaganda. Restano solo alcuni elementi della vecchia Direction de la documentation, qualcuno dei servizi amministrativi (ma senza direttore), un Service des rapports avec la presse e un corpo di censori, composto quasi unicamente da ufficiali di riserva[18].

Un intervento radicale s'impone e deve aver luogo nel più breve tempo possibile: sono in gioco le sorti del regime stesso che - si sa -, benché costituito in forma autoritaria, non può sopravvivere senza un contatto con i governati[19]. È in tal senso che la parola propaganda, prima ai margini della terminologia ufficiale, entra nel linguaggio corrente dell'État français, venendo a definire lo strumento preposto ad «inquadrare e controllare» la società civile[20].

Fattori di varia natura concorrono ad attribuirle un ruolo di primo piano: innanzitutto, sul piano istituzionale, essa è chiamata a funzionare da surrogato dei «corpi intermedi» repubblicani, soppressi dal regime o aggiornati sine die; in secondo luogo, sul piano identitario, essa viene ad assumere il ruolo - delicatissimo e imprescindibile - di collante spirituale onde «evitare una scissione, se non materiale, almeno morale delle due parti della Francia separate dalla semi-frontiera dell'Armistizio»[21]; infine, sul piano ideologico, essa rappresenta lo strumento principe del progetto politico vichysta, costituendo - a detta di molti - l'unico mezzo efficace «per far entrare la Révolution Nationale nel cuore e nello spirito di tutti»[22]. Non si tratta semplicemente di una scelta politica contingente ed eccezionale - come può essere quella determinata da una situazione di guerra - ma dell'iscrizione deliberata della propaganda all'interno di un disegno complessivo di società[23].

La censura non basta

Le forme previste per «agire sull'opinione francese» non sembrano, sulle prime, discostarsi granché dalle politiche di controllo "tradizionali": conoscere il clima che si respira fra la gente, diffondere - con ogni mezzo - la voce del regime; eliminare le informazioni nocive. È un approccio piuttosto elementare che - tramite un sistema congiunto di censura e di "bombardamento" - si prefigge di «far pensare francese, esclusivamente francese, totalmente francese [...], seguendo le leggi strettamente precise della psicologia delle masse»[24]. In base a queste leggi - e affidandosi ad un modello allora largamente condiviso secondo cui, una volta riempiti dei contenuti desiderati e ripuliti di quelli discordanti, i mass media sarebbero in grado di colpire i loro "bersagli" uno ad uno, con un sicuro effetto ad "ago ipodermico" - il Paese viene invaso da una propaganda martellante che sollecita i cittadini a «fidarsi» del nuovo Chef de l'État Français.

Nel 1940, l'idea che i mass-media e la censura siano sostanzialmente onnipotenti non è, peraltro, né nuova né particolarmente originale, tenuto conto che, secondo un senso comune ormai sedimentato fra i politici, è in essa che i fascismi trovano la ricetta del loro successo. È così che, inizialmente, i responsabili del settore operano per garantire al regime il monopolio di questi mezzi. Il sistema sembra rodato e - tempo al tempo - si ritiene che possa portare i suoi frutti.

E tuttavia, nell'arco di pochi mesi, ci si accorge che esso non dà i risultati sperati. Lo rilevano i commissaires du Maréchal che - inviati a monitorare l'opinione dei vari dipartimenti - se ne tornano a Vichy constatando «obiettivamente che la radio fa letteralmente vomitare gli ascoltatori e la stampa è severamente criticata»[25]. «Un fossato di larghezza crescente separa oggi il Governo dal Paese», ribadisce, senza mezzi termini, Paul Baudouin, non senza rincarare la dose circa il fatto che «l'azione della radio e della stampa di governo [...] diviene di giorno in giorno più nefasta, regalando uditori in numero crescente alla propaganda britannica»[26]. Lo segnala anche Henri Massis quando - lagnandosi «dell'uniformità dei giornali, del loro carattere spento, insipido» - riconosce che «non è mai un buon modo per risolvere le questioni quello di cancellarle», ma solo «il più ottuso e il più deficiente dei metodi»[27].

È indispensabile correre ai ripari, tanto più che delle voci clandestine, dei «fomentatori senza scrupoli», dei «nemici della Francia» hanno, da qualche tempo, iniziato a logorare il morale dei «buoni francesi», seminando il discredito nei confronti del maresciallo e del suo governo. Non si tratta, certo, di una propaganda aperta e sfacciata (né potrebbe esserlo, data la mole di misure repressive dispiegate da Vichy per soffocare le espressioni di dissenso)[28], ma di una propaganda strisciante, bouche à oreille, tanto insidiosa quanto difficilmente censurabile[29]: una propaganda che, nonostante tutto, passando di bocca in bocca, alla prova dei fatti, "paga". «Al momento attuale non esiste nulla per contrastare questo stato di cose, per spiegare quotidianamente ai francesi quel che non comprendono, per confutare ovunque, ora dopo ora, le parole avvelenate dei malfattori»[30].

È così che - secondo i più - la propaganda «nemica» (quella comunista in particolare) acquista vigore, prende coraggio e inizia a superare lo stadio del bouche à oreille; i suoi volantini cominciano a circolare[31]. Non bastano gli atti (la repressione), per fermarla; ci vuole una risposta diretta, che permetta di «battersi sul terreno scelto dall'avversario [...] con mezzi pratici, terra-terra, [...] ad armi pari, ma con in più un discreto appoggio ufficiale»[32].

Questo articolo si cita: I. Di Jorio, Per combattere le voci del nemico. IL regime di Vichy fra censura, propaganda e bouche à oreille, «Storicamente», 1 (2005), http://www.storicamente.org/dijorio.htm

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DOI 10.1473/stor3

Irene Di Jorio è borsista post-doc all’Université Libre de Bruxelles (ULB) e chercheure associée all’Institut d’Histoire du Temps Présent (IHTP-CNRS, Paris).

Note

[1] André-Paul - Louis Simon, Oui, monsieur le Maréchal! ou le serment Pouique le glouton et Lududu paresseux pour l'oncle Sébastien, Grenoble, Arthaud, s.d. [1941-1942], 11, in Institut d'Histoire du Temps Présent (d'ora in poi IHTP), ARC 074, b. 43.

[2] Bureau de Documentation, Note sur le Bureau de Propagande du Maréchal à Vichy, Vichy, 9 settembre 1941, 2, in Archives Nationales (d'ora in poi AN), 2AG, b. 610, ove si conferma che il Bureau de propagande du Maréchal si occupa di produrre e distribuire gli «albums pour enfants "Lududu"».

[3] André-Paul - Louis Simon, Oui, monsieur le Maréchal!, cit., 1. Sulla stampa per bambini, si veda Th. Crépin, "Il était une fois un maréchal de France". Presse enfantine et bande dessinée sous le régime de Vichy, «Vingtième siècle. Revue d'histoire», n. 28 (ottobre-dicembre 1990), 77-82.

[4] Per una sintesi, Ph. Burrin, La France à l'heure allemande. 1940-1944, Paris, Seuil, 1995, 11-118. Opera fondamentale sul periodo - e solo recentemente tradotta in italiano - è R. O. Paxton, Vichy 1940-1944. Il regime del disonore, Milano, il Saggiatore, 1999 (ed. orig. Vichy France. Old Guard and New Order, 1940-1944, New York, A.A. Knopf, 1972).

[5] D. Peschanski, Vichy 1940-1944. Contrôle et exclusion, Bruxelles, Complexe, 1997, 21.

[6] Thèmes Généraux de Propagande, «Bulletin mensuel d'informations du service de la propagande», n. 5, dicembre-gennaio [1941-1942], 7.

[7] J.-P. Azéma, Le Régime de Vichy, in J.-P. Azéma, F. Bédarida (eds.), La France des années noires, Paris, Seuil, 1993, vol. 1, 160; H. Rousso, Vichy. L'événement, la mémoire, l'histoire, Paris, Gallimard, 2001, 61.

[8] Cfr. D. Peschanski, Vichy 1940-1944, cit., 21, 61-62. Per uno sguardo d'insieme sulle politiche repressive di Vichy, Id., Eclusion, persécution, répression, in J.-P. Azéma, F. Bédarida (eds.), Vichy et les Français, Paris, Fayard, 1992, 209-234. Si veda anche J.-C. Farcy, H. Rousso, Justice, répression et persécution (fin des années 1930 - début des années 1950). Essai bibliographique, numero monografico di «Les Cahiers de l'IHTP», n. 24 (giugno 1993), 29-75.

[9] Per un'analisi dei concetti di contaminazione e tabù, cfr. M. Douglas, Purezza e pericolo, Bologna, il Mulino, 1993.

[10] Per una raccolta esaustiva dei materiali di propaganda destinati a costruire le immagini dei differenti nemici (massoni, ebrei, comunisti, gollisti, inglesi, ecc.), si vedano i documenti conservati in AN, F 41, bb. 300-302.

[11] [P. Marion], Le travail des deux premiers mois (à l'Information), 5 mars - 10 mai (1941), 6, in AN, 3W, b. 239.

[12] K. Ille, Discorso politico e glottopolitica all'epoca fascista: fascismo-nazismo-franchismo-Vichy, «Lingua e Stile», 26, n. 1 (marzo 1991), 22-23.

[13] Sulle strategie discorsive che caratterizzano l'autorappresentazione dell'État Français, si veda I. Di Jorio, Le "parole magiche" dell'identità nazionale nel regime di Vichy, «Italia contemporanea», n. 233 (dicembre 2003), 657-678.

[14] Per una panoramica generale sulla storiografia relativa alla Francia di Vichy si vedano H. Rousso, Le syndrome de Vichy. De 1944 à nos jours, Paris, Seuil, 1990, 276-308 (2a ed. rivista e aggiornata; 1a ed. 1987); J.-P. Azéma, Vichy et la mémoire savante: quarante-cinq ans d'historiographie, in J.-P. Azéma, F. Bédarida (eds.), Vichy et les Français, cit., 23-44. Fra gli articoli in lingua italiana, D. Peschanski, La Francia di Vichy o la Francia sotto Vichy? Sguardi sulla storiografia, «Ricerche di storia politica», n. 8 (1993), 75-82.

[15] Un esempio importante di questo filone è dato dal lavoro fondamentale di Ph. Amaury, Les deux premières expériences d'un Ministère de l'information en France, Paris, LGDJ, 1969.

[16] Il primo contributo ove si ponga in luce il problema delle logiche che animano la propaganda vichysta nelle sue diverse fasi è quello di D. Peschanski, Contrôler ou encadrer? Information et propagande sous Vichy, «Vingtième siècle. Revue d'histoire», n. 28 (ottobre-dicembre 1990), 65-75.

[17] Confidentiel - Note - Projet de Secrétariat Général à l'Information, 14 luglio 1940, 1, in AN, 72 AJ, b. 583. L'autore potrebbe essere J. Montigny.

[18] J. Montigny, Rapport sur les services de presse, information et censure, Vichy, 28 agosto 1940, 1-2, in AN, 2AG, b. 613.

[19] L'idea è espressa con assoluta chiarezza in [P. Baudouin], Note sur la Presse, la Radio et la Propagande, 3 dicembre 1940, 1, in AN, 72 AJ, b. 583.

[20] Ph. Amaury, Les deux premières expériences, cit., 75.

[21] [Col. Robert], Note sur le rôle général du Service d'Information dans le cadre des conditions d'Armistice, s.l., 16 luglio 1940, 2-3, in AN, 72 AJ, b. 583.

[22] Le service de propagande, «Les Documents Français», 4, n. 1 (gennaio 1942), 7.

[23] Ph. Amaury, Les deux premières expériences, cit., 7-8; D. Peschanski, Le régime de Vichy a existé. Gouvernements et gouvernés dans la France de Vichy: juillet 1940 - avril 1942, in Quaderni e documenti inediti di Angelo Tasca. Archives de guerre d'Angelo Tasca, «Annali» della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 24 (1985), 33.

[24] J. Grizeaud, Le Bureau du Moral. Esquisses, s.l., 20 settembre 1940, 2-3, in AN, 72 AJ, b. 584.

[25] Critiques des commissaires du Maréchal dans les départements sur la presse et la radio, s.l., s.d. [autunno-inverno 1940], 3, in AN, 2AG, b. 457.

[26] [P. Baudouin], Note sur la Presse, 3 dicembre 1940, cit., 1-2.

[27] H. Massis, Note sur la presse, s.l., s.d. [1940], 1, in AN, 2AG, b. 457.

[28] Sulla censura, si veda D. Peschanski, Une politique de la censure?, in J.-P. Rioux (ed.), La vie culturelle sous Vichy, Bruxelles, Complexe, 1990, 63-82.

[29] A.L. Muller, Propagande en France, s.d. [Vichy, 13 febbraio 1941], 2-3, in AN, 72 AJ, b. 584.

[30] H. Labat, Note sur l'Information et sa propagande, Vichy, 15 dicembre 1940, 2, in AN, 2AG, b. 457.

[31] Sulla propaganda della Resistenza interna, cfr. Ph. Buton, La contre-propagande de la Résistance intérieure et extérieure, in L. Gervereau, D. Peschanski (eds.), La propagande sous Vichy. 1940-1944, Paris, BDIC, 1990, 240-247.

[32] A.L. Muller, Propagande en France, s.d. [Vichy, 13 febbraio 1941], cit., 2-3.

 


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