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Irene
Di Jorio
Per combattere
le voci del nemico.
Il regime di Vichy
fra censura,
propaganda e bouche à oreille
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E il Maresciallo disse: - Prima
di tutto, rimettere l'ordine, separare
i buoni dai cattivi.
E, mentre parlava, si
videro tutti gli insetti, tutti i ragni,
le termiti, i parassiti che
tanto male avevano fatto alla Francia, li
si vide lasciare in gran fretta il suolo
della Patria. Perché il Maresciallo aveva preso una grande
scopa per cacciarli. Sì, si era degnato di
prendere una scopa, nelle sue nobili mani
che avevano tenuto la spada...[1].
Racchiuso in un bell'album
colorato, prodotto e distribuito dal Bureau
de propagande du Maréchal[2], questo
racconto inizia con la data del 25 giugno
1940. Un uomo piange,
mentre i suoi nipotini, Pouique e Lududu,
lo guardano senza capire: «Bambini miei,
siamo sconfitti. Abbiamo firmato l'armistizio»[3].
Non tutto è perduto, gli rispondono i piccini.
Si può chiamare Mago Silvestro... Ma lo zio
Sébastien continua a dolersi: «Non è più tempo
di fate e di maghi. Il Mago Silvestro è prigioniero».
Manco il tempo di scoppiare in singhiozzi
e si ode una voce tonante: «Faccio dono della
mia persona alla Francia per alleviare le
sue disgrazie». È un eroe nazionale, il vincitore
di Verdun, Philippe Pétain in persona,
che ammonisce - impossibile non riconoscerne
il timbro: «Prima di tutto, rimettere l'ordine,
separare i buoni dai cattivi...».
La Francia di cui si
parla - e cui Pétain
non manca di rivolgersi con l'appellativo
paternalistico di mes
enfants - è un Paese che ha vissuto
una serie ripetuta di drammi e di sconvolgimenti:
nel
1939-1940, una guerra breve, ma devastante;
nel 1940, una sconfitta militare schiacciante
e, per molti, assolutamente inattesa; 90.000
morti e due milioni di prigionieri; il crollo,
in poche settimane, di tutte le strutture
del paese e l'occupazione tedesca dei tre
quinti del territorio nazionale[4].
Nel giugno del 1940,
i pubblici poteri lasciano Parigi, facendo
rotta dapprima su Bordeaux,
poi sulla cittadina termale di Vichy. È in questa situazione di crisi estrema
che, di fronte ad un paese allo
sbando e in cerca di messaggi salvifici,
l'ottantaquattrenne maresciallo Pétain proclama
la necessità di cessare i combattimenti.
All'origine del disastro - dice Pétain - non è un
errore militare o politico, ma una «decomposizione» della
nazione dovuta a un complotto ordito dalle
forze dell'«anti-Francia»: vecchie élite
repubblicane, comunisti, massoni, ebrei,
stranieri, internazionalisti di ogni tipo[5].
Da quest'affermazione - percepita da molti
come autoevidente - discendono due precise
conseguenze.
Da una parte, che la
salvezza del Paese non può venire dalla resistenza ad oltranza,
ma da un atteggiamento di «realismo»: si
giustificano così la scelta dell'armistizio
e la politica «estera» di collaborazione con la Germania, intrapresa nella speranza
di ottenere un posto migliore in
Europa quando i nazisti abbiano vinto la
guerra, cosa che, nel 1940, viene data per
certa.
Dall'altra parte, grazie alla tesi del complotto
e della decomposizione nazionale, si può agevolmente
sostenere che la Francia potrà continuare
ad esistere solo se saprà «rigenerarsi»,
coltivando e «raddrizzando» le sue parti «buone» ed
estirpando quelle «malate» o disgreganti.
Questo significa varare un progetto politico
di trasformazione globale della società,
un'autentica Révolution Nationale capace di rompere con quella democrazia parlamentare
che - a dire di tanti - «aveva
promesso il pane, la pace, la libertà. Ha
portato la miseria, la guerra e la sconfitta»[6].
Accantonando definitivamente la trilogia
repubblicana del Liberté, Egalité, Fraternité, è sui «corpi
organici» e sui valori di Travail, Famille,
Patrie che la «nuova Francia» deve fondarsi,
escludendo ogni idea di divisione, sia essa
la lotta di classe o il pluralismo politico[7].
In tal senso, nell'estate del 1940, nuovi
traumi si aggiungono a quelli della sconfitta
e dell'occupazione: il conferimento dei pieni
poteri ad un maresciallo ottuagenario,
che dice di voler salvare la Francia e, per
questo, decide di collaborare con l'eterno
nemico (la Germania); la fine della Repubblica;
l'istituzione di un regime autoritario che
si proclama État Français e controlla, in realtà, solo una parte limitata
del territorio nazionale; il varo di leggi
di esclusione e di politiche persecutorie
alla volta di numerose categorie di cittadini,
all'interno di un disegno politico la cui pars
destruens assume, fin da subito, un peso
preponderante. «Prima di tutto, rimettere
l'ordine, separare i buoni dai cattivi...».
Separare i buoni dai cattivi
Ci basti ricordare - a mo' di elenco - i
primi provvedimenti che, nell'estate 1940,
si prefiggono di «guarire la Francia» dai
mali che l'hanno colpita: revoca dei funzionari
e dei magistrati (17 luglio 1940); interdizione
della funzione pubblica ai francesi nati
da padre straniero (17 luglio); revisione
delle naturalizzazioni accordate dopo il
1927 (22 luglio); scioglimento delle logge
massoniche, delle società segrete e liquidazione
dei loro beni (13 agosto); aggravamento dei
provvedimenti presi da Daladier contro i
comunisti, prevedendo la possibilità di internamento
amministrativo, in centri di soggiorno sorvegliato,
per «tutti gli individui pericolosi per la
difesa nazionale o per la sicurezza pubblica» (3
settembre); formazione di tribunali speciali
per i dissidenti e i gollisti (20 settembre);
interdizione agli ebrei della funzione pubblica
e dell'esercizio di una serie di professioni
liberali; autorizzazione ai prefetti di internare
gli ebrei stranieri in campi speciali (3
e 4 ottobre 1940)[8]. Provvedimenti che - con
metafora medico-igienista - i nuovi governanti
non mancano di «giustificare» avocando a
sé la responsabilità di guarire il «corpo
sociale» dai «microbi», dalle «malattie» e
dai «parassiti» che l'hanno aggredito. La
lotta contro l'Anti-Francia è, d'altronde,
una base imprescindibile per consentire al
regime di fondare la propria identità come
garante dell'unità francese. Costruire
l'identità significa, infatti, prima di tutto,
separarla e purificarla da tutto ciò che è alterità.
E purificare vuol dire eliminare.
Ma non si elimina ciò che è impuro, bensì si
trasforma in impuro ciò che si decide di
eliminare[9].
In questo lavoro di costruzione
identitaria, le immagini diffuse dagli
apparati di propaganda
hanno, senza dubbio, un ruolo essenziale.
Né si può dire che - sul terreno delle rappresentazioni - l'État
français lesini espedienti per combattere
la sua battaglia contro i «nemici della Francia»:
prova ne siano le sezioni speciali (di propaganda
anticomunista, antimassonica, antiebraica,
antigollista, antibritannica, ecc.) di cui
si dotano, ben presto, i suoi servizi d'informazione[10].
Temi di propaganda /
Sia in zona occupata che in zona libera,
abbiamo dato
ai nostri propagandisti [...] come tema centrale
di propaganda: il matenimento dell'unità francese.
/ Unità territoriale contro tutti
coloro che accrescono le nostre divisioni:
gollisti, partigiani indefessi delle vecchie
correnti politiche e sociali. / Unità sociale:
fine della lotta di classe [...]. / Unità spirituale:
tutti e ciascuno dietro il Maresciallo e
il suo governo per rifare della Francia una
grande potenza nel quadro dell'Europa unificata.
/ Temi connessi: il redressement interno,
sola via di salvezza; l'aiuto atteso dall'esterno,
una chimera. Portiamo avanti insieme le grandi
battaglie per garantire la vita del Paese:
battaglia del carbone, battaglia del pane.
Un avversario essenziale: il regime caduto
e i suoi sostenitori (ebrei, comunisti, massoni)[11].
Data l'esigenza - comune ad ogni propaganda - di
semplificare la realtà in modo
manicheo, non stupisce che l'État français si
avvalga, in tal senso, di strategie discorsive
relativamente "classiche", buone - oggi come
allora - per legittimare la persecuzione,
l'isolamento e perfino lo sterminio degli
avversari politici e «razziali»[12]. Trasformate
in campagna igienica contro realtà ritenute
repellenti o nocive, le misure di esclusione
e di repressione non possono infatti che
risultare come azioni lodevoli e necessarie. È per
questo che l'arsenale di procedimenti si
rivela, in genere, piuttosto circoscritto:
che sia ragno, formica, malattia, spazzatura,
erbaccia o fungo velenoso, il nemico è sempre
disumanizzato e ridotto a una realtà che,
in qualche modo, va eliminata[13].
Senza dubbio le forme
di rappresentazione dell'altro ci
dicono molto sul modo in cui gli attori
della propaganda forgiano
la propria identità. Ma sarebbe, forse, riduttivo
cercare in esse una presunta specificità vichysta.
Per quanto sapienti e ben congegnate, le
strategie discorsive adottate nelle campagne
di propaganda non bastano, d'altronde, a
render conto degli sforzi reali che un governo,
un partito, un movimento (in questo caso,
il regime di Vichy) intraprende per garantire
alle sue parole d'ordine un'effettiva circolazione
e, con essa, una possibile presa sull'opinione.
Ora, è noto come - nella sua difficile impresa
di auto-legittimazione - il regime del maresciallo
Pétain abbia investito molto nella "fabbrica
del consenso", assicurandosi il controllo
dei media e favorendo la creazione di organismi
relais fra il governo e le masse[14]. I numerosi
studi che, negli ultimi cinquanta anni, si
sono mossi su questo terreno mostrano chiaramente
quanto sia articolato il sistema ed ampia
la schiera dei suoi strumenti. Tre filoni
dominanti hanno, fino ad oggi, caratterizzato
questo ricco panorama storiografico: innanzitutto,
lo studio - in termini di storia politico-istituzionale - degli
apparati di propaganda (Secrétariat Général à l'Information
et à la Propagande, Cabinet du Maréchal, Légion
Française des Combattants)[15]; in secondo
luogo - in base a una prospettiva più orientata
alla storia dei media - l'esame di singoli "vettori" di
propaganda (stampa,
radio, cinema, manifesti, ecc.); infine l'analisi dei temi
e delle ideologie. Pur nella loro diversità,
queste piste di ricerca sono accomunate dal
fatto di aver orientato i loro interrogativi
essenzialmente sui prodotti della
propaganda vichysta. È invece rimasta in
secondo piano un'analisi che, riflettendo
sul know-how indispensabile alla creazione
di una "propaganda di Stato", permettesse
di indagare sulle competenze e sugli strumenti
teorici che avevano creato le basi concettuali
per un simile apparato[16]. Una pista di
ricerca che merita di essere percorsa, tanto
più che - identificando nella propaganda
una consapevole necessità - il regime di
Vichy porta avanti un'attenta riflessione
sugli strumenti più vantaggiosi per diffondere
il proprio verbo: tecniche e mezzi
massivi e pervasivi, ma anche sottili e informali,
tesi a fare del suo apparato una macchina
virtualmente perfetta. Sarà dunque questo
il focus del nostro saggio.
Propaganda: una consapevole
necessità
Già il 14 luglio del 1940,
a quattro giorni dall'instaurazione del regime,
una nota confidenziale s'incarica tempestivamente
di definire i compiti del futuro Secrétariat
Général à l'Information.
L'impresa - ritenuta d'importanza - vede
intrecciarsi obiettivi ambiziosi e dal successo
incerto: si tratta, in sostanza, di
"agire sull'opinione francese
conformemente alle direttive della Presidenza
del Consiglio
[...] con tutti i mezzi di diffusione possibili.
Prevenire, combattere o fermare ogni azione
che si eserciti con gli stessi mezzi contro
i risultati cercati dal Governo [...]. Continuare
a informare il Governo su tutto ciò che possa
illuminarlo nella sua azione di propaganda
all'interno e all'estero[17]."
Mete non facili, tenuto
conto che tanto gli uomini quanto le strutture
necessari
al piano sono completamente allo sbando.
Poco dopo aver lasciato Parigi, l'Haut
Commissaire à l'Information si è visto
costretto a licenziare i quattro quinti del
personale e, in particolare, la totalità degli
addetti alla propaganda. Restano solo alcuni
elementi della vecchia Direction de la
documentation, qualcuno dei servizi amministrativi
(ma senza direttore), un Service des rapports
avec la presse e un corpo di censori,
composto quasi unicamente da ufficiali di
riserva[18].
Un intervento radicale
s'impone e deve aver
luogo nel più breve tempo possibile: sono
in gioco le sorti del regime stesso che - si
sa -, benché costituito in forma autoritaria,
non può sopravvivere senza un contatto con
i governati[19]. È in tal senso che la parola propaganda,
prima ai margini della terminologia ufficiale,
entra nel linguaggio corrente dell'État
français, venendo a definire lo strumento
preposto ad «inquadrare e controllare» la
società civile[20].
Fattori di varia natura
concorrono ad attribuirle un ruolo di primo
piano: innanzitutto, sul
piano istituzionale, essa è chiamata a funzionare
da surrogato dei «corpi
intermedi» repubblicani,
soppressi dal regime o aggiornati sine
die; in secondo luogo, sul piano identitario,
essa viene ad assumere il ruolo - delicatissimo
e imprescindibile - di collante
spirituale
onde «evitare una scissione, se
non materiale, almeno morale delle due parti
della Francia separate dalla semi-frontiera
dell'Armistizio»[21];
infine, sul piano ideologico, essa rappresenta
lo strumento principe
del progetto politico vichysta, costituendo - a
detta di molti - l'unico mezzo efficace «per
far entrare la Révolution Nationale nel
cuore e nello spirito di tutti»[22].
Non si tratta semplicemente di una scelta
politica
contingente ed eccezionale - come può essere
quella determinata da una situazione di guerra - ma
dell'iscrizione deliberata della propaganda
all'interno di un disegno complessivo di
società[23].
La censura non basta
Le forme previste per «agire
sull'opinione
francese» non sembrano, sulle prime, discostarsi
granché dalle politiche di controllo "tradizionali":
conoscere il clima che si respira fra la
gente, diffondere - con ogni mezzo - la voce
del regime; eliminare le informazioni nocive. È un
approccio piuttosto elementare che - tramite
un sistema congiunto di censura e di "bombardamento" - si
prefigge di «far pensare francese, esclusivamente
francese, totalmente francese [...], seguendo
le leggi strettamente precise della psicologia
delle masse»[24].
In base a queste leggi - e
affidandosi ad un modello allora largamente
condiviso secondo cui, una volta riempiti
dei contenuti desiderati e ripuliti di quelli
discordanti, i mass media sarebbero in grado
di colpire i loro "bersagli" uno ad uno, con
un sicuro effetto ad "ago ipodermico" - il
Paese viene invaso da una propaganda martellante
che sollecita i cittadini a «fidarsi» del
nuovo Chef de l'État Français.
Nel 1940, l'idea che i mass-media e la censura
siano sostanzialmente onnipotenti non è,
peraltro, né nuova né particolarmente originale,
tenuto conto che, secondo un senso comune
ormai sedimentato fra i politici, è in essa
che i fascismi trovano la ricetta del loro
successo. È così che, inizialmente, i responsabili
del settore operano per garantire al regime
il monopolio di questi mezzi. Il sistema
sembra rodato e - tempo al tempo - si ritiene
che possa portare i suoi frutti.
E tuttavia, nell'arco di pochi
mesi, ci si accorge che esso non dà i risultati
sperati. Lo rilevano i commissaires
du Maréchal che - inviati a monitorare
l'opinione dei vari dipartimenti - se ne
tornano a Vichy constatando «obiettivamente
che la radio fa letteralmente vomitare gli
ascoltatori e la stampa è severamente criticata»[25]. «Un
fossato di larghezza crescente separa oggi
il Governo dal Paese», ribadisce, senza mezzi
termini, Paul Baudouin, non senza rincarare
la dose circa il fatto che «l'azione della
radio e della stampa di governo [...] diviene
di giorno in giorno più nefasta, regalando
uditori in numero crescente alla propaganda
britannica»[26].
Lo segnala anche Henri Massis quando - lagnandosi «dell'uniformità dei
giornali, del loro carattere spento, insipido» - riconosce
che «non è mai un buon modo per risolvere
le questioni quello di cancellarle», ma solo «il
più ottuso e il più deficiente dei metodi»[27].
È indispensabile correre ai ripari, tanto
più che delle voci clandestine, dei «fomentatori
senza scrupoli», dei «nemici della Francia» hanno,
da qualche tempo, iniziato a logorare il
morale dei «buoni francesi», seminando il
discredito nei confronti del maresciallo
e del suo governo. Non si tratta, certo,
di una propaganda aperta e sfacciata (né potrebbe
esserlo, data la mole di misure repressive
dispiegate da Vichy per soffocare le espressioni
di dissenso)[28], ma di una propaganda strisciante, bouche à oreille,
tanto insidiosa quanto difficilmente censurabile[29]:
una propaganda che, nonostante tutto, passando
di bocca in bocca, alla prova dei fatti, "paga". «Al
momento attuale non esiste nulla per contrastare
questo stato di cose, per spiegare quotidianamente
ai francesi quel che non comprendono, per
confutare ovunque, ora dopo ora, le parole
avvelenate dei malfattori»[30]. È così che - secondo i più -
la propaganda «nemica» (quella comunista
in particolare) acquista vigore, prende
coraggio e inizia a superare lo stadio del
bouche à oreille; i suoi volantini
cominciano a circolare[31].
Non bastano gli atti (la repressione), per
fermarla; ci vuole una risposta diretta,
che permetta di «battersi sul terreno scelto
dall'avversario [...] con mezzi pratici,
terra-terra, [...] ad armi pari, ma con
in più un discreto appoggio ufficiale»[32].
Questo articolo si
cita: I. Di Jorio, Per combattere
le voci del nemico. IL regime di Vichy fra
censura, propaganda e bouche à
oreille, «Storicamente»,
1 (2005), http://www.storicamente.org/dijorio.htm
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DOI 10.1473/stor3
Irene
Di Jorio è borsista post-doc all’Université Libre
de Bruxelles (ULB) e chercheure associée
all’Institut
d’Histoire du Temps Présent (IHTP-CNRS, Paris).
Note
[1] André-Paul
- Louis Simon, Oui, monsieur le Maréchal! ou le serment
Pouique le glouton et Lududu paresseux pour l'oncle Sébastien,
Grenoble, Arthaud, s.d. [1941-1942], 11, in Institut d'Histoire
du Temps Présent (d'ora in poi IHTP), ARC 074, b. 43.
[2] Bureau
de Documentation, Note sur le Bureau de Propagande du
Maréchal à Vichy, Vichy, 9 settembre 1941, 2, in Archives
Nationales (d'ora in poi AN), 2AG, b. 610, ove si conferma
che il Bureau de propagande du Maréchal si occupa
di produrre e distribuire gli «albums pour enfants "Lududu"».
[3] André-Paul
- Louis Simon, Oui, monsieur le Maréchal!, cit.,
1. Sulla stampa per bambini, si veda Th. Crépin, "Il était
une fois un maréchal de France". Presse enfantine et bande
dessinée sous le régime de Vichy, «Vingtième siècle.
Revue d'histoire», n. 28 (ottobre-dicembre 1990), 77-82.
[4] Per
una sintesi, Ph. Burrin, La France à l'heure allemande.
1940-1944, Paris, Seuil, 1995, 11-118. Opera fondamentale
sul periodo - e solo recentemente tradotta in italiano - è R.
O. Paxton, Vichy 1940-1944. Il regime del disonore,
Milano, il Saggiatore, 1999 (ed. orig. Vichy
France. Old Guard and New Order, 1940-1944, New York, A.A.
Knopf, 1972).
[5] D.
Peschanski, Vichy 1940-1944. Contrôle et exclusion,
Bruxelles, Complexe, 1997, 21.
[6] Thèmes
Généraux de Propagande, «Bulletin mensuel d'informations
du service de la propagande», n. 5, dicembre-gennaio
[1941-1942], 7.
[7] J.-P.
Azéma, Le Régime de Vichy, in J.-P. Azéma, F. Bédarida
(eds.), La France des années noires, Paris, Seuil,
1993, vol. 1, 160; H. Rousso, Vichy. L'événement, la
mémoire, l'histoire, Paris, Gallimard, 2001, 61.
[8] Cfr.
D. Peschanski, Vichy 1940-1944, cit., 21, 61-62.
Per uno sguardo d'insieme sulle politiche repressive di
Vichy, Id., Eclusion, persécution, répression, in
J.-P. Azéma, F. Bédarida (eds.), Vichy et les Français,
Paris, Fayard, 1992, 209-234. Si veda anche J.-C. Farcy,
H. Rousso, Justice, répression et persécution (fin des
années 1930 - début des années 1950). Essai bibliographique,
numero monografico di «Les Cahiers de l'IHTP», n. 24 (giugno
1993), 29-75.
[9] Per
un'analisi dei concetti di contaminazione e tabù, cfr.
M. Douglas, Purezza e pericolo, Bologna, il Mulino,
1993.
[10] Per
una raccolta esaustiva dei materiali di propaganda destinati
a costruire le immagini dei differenti nemici (massoni,
ebrei, comunisti, gollisti, inglesi, ecc.), si vedano i
documenti conservati in AN, F 41, bb. 300-302.
[11] [P.
Marion], Le travail des deux premiers mois (à l'Information),
5 mars - 10 mai (1941), 6, in AN, 3W, b. 239.
[12] K.
Ille, Discorso politico e glottopolitica all'epoca fascista:
fascismo-nazismo-franchismo-Vichy, «Lingua e Stile»,
26, n. 1 (marzo 1991), 22-23.
[13] Sulle
strategie discorsive che caratterizzano l'autorappresentazione
dell'État Français, si veda I. Di Jorio, Le "parole
magiche" dell'identità nazionale nel regime di Vichy, «Italia
contemporanea», n. 233 (dicembre 2003), 657-678.
[14] Per
una panoramica generale sulla storiografia relativa alla
Francia di Vichy si vedano H. Rousso, Le syndrome de
Vichy. De 1944 à nos jours, Paris, Seuil, 1990, 276-308
(2a ed. rivista e aggiornata; 1a ed.
1987); J.-P. Azéma, Vichy et la mémoire savante: quarante-cinq
ans d'historiographie, in J.-P. Azéma, F. Bédarida
(eds.), Vichy et les Français, cit., 23-44. Fra
gli articoli in lingua italiana, D. Peschanski, La Francia
di Vichy o la Francia sotto Vichy? Sguardi sulla storiografia, «Ricerche
di storia politica», n. 8 (1993), 75-82.
[15] Un
esempio importante di questo filone è dato dal lavoro fondamentale
di Ph. Amaury, Les deux premières expériences d'un Ministère
de l'information en France, Paris, LGDJ, 1969.
[16] Il
primo contributo ove si ponga in luce il problema delle logiche che
animano la propaganda vichysta nelle sue diverse fasi è quello
di D. Peschanski, Contrôler ou encadrer? Information
et propagande sous Vichy, «Vingtième siècle. Revue
d'histoire», n. 28 (ottobre-dicembre 1990), 65-75.
[17] Confidentiel - Note - Projet
de Secrétariat Général à l'Information, 14 luglio
1940, 1, in AN, 72 AJ, b. 583. L'autore potrebbe essere
J. Montigny.
[18] J.
Montigny, Rapport sur les services de presse, information
et censure, Vichy, 28 agosto 1940, 1-2, in AN, 2AG,
b. 613.
[19] L'idea è espressa
con assoluta chiarezza in [P. Baudouin], Note sur la
Presse, la Radio et la Propagande, 3 dicembre 1940,
1, in AN, 72 AJ, b. 583.
[20] Ph.
Amaury, Les deux premières expériences, cit., 75.
[21] [Col.
Robert], Note sur le rôle général du Service d'Information
dans le cadre des conditions d'Armistice, s.l., 16
luglio 1940, 2-3, in AN, 72 AJ, b. 583.
[22] Le
service de propagande, «Les Documents Français»,
4, n. 1 (gennaio 1942), 7.
[23] Ph.
Amaury, Les deux premières expériences, cit., 7-8;
D. Peschanski, Le régime de Vichy a existé. Gouvernements
et gouvernés dans la France de Vichy: juillet 1940 - avril
1942, in Quaderni e documenti inediti di Angelo
Tasca. Archives de guerre d'Angelo Tasca, «Annali» della
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 24 (1985), 33.
[24] J.
Grizeaud, Le Bureau du Moral. Esquisses, s.l., 20
settembre 1940, 2-3, in AN, 72 AJ, b. 584.
[25] Critiques
des commissaires du Maréchal dans les départements sur
la presse et la radio, s.l., s.d. [autunno-inverno
1940], 3, in AN, 2AG, b. 457.
[26] [P.
Baudouin], Note sur la Presse, 3 dicembre 1940,
cit., 1-2.
[27] H.
Massis, Note sur la presse, s.l., s.d. [1940], 1,
in AN, 2AG, b. 457.
[28] Sulla
censura, si veda D. Peschanski, Une politique de la
censure?, in J.-P. Rioux (ed.), La vie culturelle
sous Vichy, Bruxelles, Complexe, 1990, 63-82.
[29] A.L.
Muller, Propagande en France, s.d. [Vichy, 13 febbraio
1941], 2-3, in AN, 72 AJ, b. 584.
[30] H.
Labat, Note sur l'Information et sa propagande,
Vichy, 15 dicembre 1940, 2, in AN, 2AG, b. 457.
[31] Sulla
propaganda della Resistenza interna, cfr. Ph. Buton, La
contre-propagande de la Résistance intérieure et extérieure,
in L. Gervereau, D. Peschanski (eds.), La propagande
sous Vichy. 1940-1944, Paris, BDIC, 1990, 240-247.
[32] A.L.
Muller, Propagande en France, s.d. [Vichy, 13 febbraio
1941], cit., 2-3.
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