Benedetta Guerzoni
Il "nemico armeno"
nell'impero ottomano: le immagini

Si può parlare di immagini del corpo del nemico nel caso del genocidio armeno (1915-16), quando le fotografie di atrocità sono scattate per denunciare ciò che sta succedendo? Le foto sono scattate in modo clandestino e non avranno circolazione. Solo in seguito verranno recuperate. Le foto del corpo del nemico armeno nell'impero ottomano sono piuttosto quelle di propaganda politica del regime dei Giovani Turchi; fotografie di nemici politici, prima di tutto, non di un'etnia da sterminare. Si tratta quindi di uno strumento di lotta strettamente politica, si potrebbe dire 'partitica', nella misura in cui il movimento dei Giovani Turchi, per mantenere il potere durante il suo arco di vita alla luce del sole (1908-1918), si contrappone a tutti gli altri movimenti e partiti che ne mettono a repentaglio la legittimità. Da qui nascono le fotografie della repressione politica in atto nell'impero ottomano a partire soprattutto dal tentativo di controrivoluzione del 1909: i corpi impiccati dei condannati per tradimento.

Da vittime a terroristi: continuità della propaganda anti armena per immagini, da Abdul Hamid II ai Giovani Turchi

Come vedremo, le immagini dei nemici politici uccisi costituiranno una costante durante il regime dei Giovani Turchi. Nel caso del nemico armeno, però, un'immagine negativa esiste già da alcuni anni, in particolare dalla fine dell'Ottocento, durante il regime del sultano Abdul Hamid II (1876-1908). La costruzione del nemico, cioè, precede la rappresentazione degli anni del genocidio, e crea le premesse per la sua efficacia comunicativa.

L'attivismo politico clandestino di numerosi gruppi etnici, tra cui quello armeno, porta negli ultimi anni del diciannovesimo secolo a una politica di terrore da parte del Sultano, e alla costruzione dell'immagine dell'Armeno come terrorista ed elemento destabilizzante dell'ordine interno all'impero ottomano. È importante sottolineare quale forza assumerà tale immagine nel corso di pochi anni, perché in seguito essa verrà riutilizzata durante un regime diverso, ma con gli stessi obiettivi.

Esaminiamo quindi il materiale iconografico relativo all'epoca hamidiana: si tratta di immagini tratte in genere dalla stampa occidentale, e vedremo subito quali legami essa deteneva con il regime hamidiano. Le immagini che ci interessano non sono quelle, pur presenti, delle vittime dei massacri, ripetuti tra il 1894 e il 1896, ma piuttosto quelle della propaganda hamidiana, a proposito dell'attivismo armeno.

La figura 1 rappresenta tre esponenti dell'esercito turco in alta uniforme: l'immagine è la copertina del supplemento illustrato della rivista francese "Le Petit Journal" del 24 novembre 1895, all'epoca dei massacri armeni di Costantinopoli e delle regioni armene dell'Impero[1].

Nella prima pagina l'editoriale chiarisce la scelta dell'immagine per la copertina: gli avvenimenti d'Oriente sono stati esagerati da chi ha interesse a pescare nel torbido e se i trattati internazionali autorizzano i paesi europei a intervenire negli affari della Turchia, qualcuno esagera il minimo incidente, per poterne trarre vantaggio. È chiaro il riferimento alla lotta per il dominio economico e politico occidentale nell'impero. Il direttore del giornale racconta del viaggio appena terminato a Costantinopoli, del suo incontro con il Sultano, "il cui spirito è ampiamente aperto al progresso" e con le forze armate, "ha parlato a lungo con ufficiali come quelli di cui diamo il ritratto sulla prima pagina ed è stato colpito dalla loro istruzione, dall'ampiezza delle loro conoscenze militari così come dal loro amore per il mestiere di soldato". E prosegue "la situazione in Armenia non offre, lo ripetiamo, nessun pericolo". È evidente l'intenzione di offrire l'immagine di uno Stato in grado di mantenere l'ordine, attraverso l'icona dei suoi massimi difensori.

D'altra parte

"Già nel 1897. Victor Bérard, di ritorno dall'Armenia dove ha indagato sui massacri del 1895-96. afferma che il sultano turco Abdul Hamid ha pagato a peso d'oro il silenzio della stampa francese su queste barbarie"[2]

E "Una parte della stampa francese, in particolare "Le Petit Journal" è sovvenzionata dal sultano..."[3].

Bérard fu uno dei più attivi sostenitori della causa armena in Francia; ecco la sua esplicita accusa alla corruzione turca della stampa francese:

"Abdul Hamid ha messo in grado la Francia, i suoi uomini d'affari, i suoi ingegneri e i suoi imprenditori di arricchirsi. Ha elargito denaro e onorificenze ai suoi giornalisti. Era quindi necessario non solo eliminare ogni possibilità di diminuire il suo impero, ma anche il suo assolutismo.. La cospirazione del silenzio è stata indubbiamente pagata dall'ambasciata turca - 17 giornali francesi ricevono sovvenzioni - ma il governo francese l'ha tollerato."[4]

Le illustrazioni non rappresentano allora solo i massacri: piuttosto, alcuni giornali tendono ad evitarli, e a presentare l'altra faccia della questione armena[5], il terrorismo. La figura 2 mostra quello che la didascalia definisce "Attacco di una moschea da parte degli Armeni"[6]. L'immagine non è datata, ma alcuni elementi presenti in essa possono aiutare a formulare ipotesi sull'epoca: si tratta presumibilmente della fine dell'Ottocento o dei primi anni del secolo successivo, quando l'attività politica armena aveva subito una netta modifica a causa della nascita di veri e propri partiti, clandestini, per iniziativa in genere di Armeni residenti in Europa e nell'impero russo, in contrasto con le élite economiche armene dell'impero: sono partiti a matrice nazionalista e socialista, mentre le rappresentanze interne all'impero non cercano l'indipendenza ma solo maggiore autonomia[7].

Il 26 agosto 1896, il comitato di Costantinopoli del partito Dashnak[8] organizza un colpo di mano alla Banca Ottomana, dove un gruppo di attivisti armati di pistole e bombe prende in ostaggio il personale e avanza richieste di riforma con l'intervento dell'Europa. La Banca Ottomana è il simbolo dell'interventismo finanziario europeo nella gestione degli affari interni dell'Impero. Un'azione contro questo istituto sembra quindi il modo migliore per attirare l'attenzione europea sulla questione armena e soprattutto per costringere l'Europa a intervenire.

Questi e altri episodi di resistenza armata, costituiscono i primi casi di reazione politica armena e di nuovo coinvolgimento delle potenze europee. L'attivismo politico armato crea quindi una nuova situazione e scuote l'opinione pubblica occidentale, senza però che la questione armena veda nuovi risultati. Questi episodi costituiscono il germe della politica di propaganda hamidiana e poi dei Giovani Turchi, che definisce la comunità armena traditrice, eternamente dedita al complotto con le potenze occidentali ai danni dell'Impero; come vedremo, questo sarà un tema dominante nella propaganda anti armena del governo ottomano[9]. La figura 2 è allora probabilmente riferita all'episodio della Banca Ottomana, o alla reazione dei manifestanti armeni l'anno precedente (1895); d'altra parte, contrappone all'immagine degli Armeni solo vittime, con donne innocenti che eroicamente difendono i figli, l'onore e la fede, quella altrettanto stereotipata dell'azione terroristica di alcuni gruppi identificati con l'intera popolazione maschile.

In ottobre un numero della rivista "Illustrazione Italiana" espone tre fotografie delle armi sequestrate agli Armeni, con didascalie ma senza articoli. I fatti della Banca Ottomana potrebbero essere all'origine delle fotografie dal tono ufficiale (una di esse - figura 3 - mostra gli ufficiali "incaricati dell'analisi" davanti alla "baracca dove furono esposte le bombe"). Ma è più probabile che si tratti di un'operazione più ampia, di propaganda del governo, in quanto le didascalie parlano anche del partito Hentchak (non coinvolto nel caso della Banca Ottomana); si vuole mettere l'accento sul potenziale sovversivo di queste organizzazioni, ma anche allargare l'accusa a tutta la comunità, quando si parla di 'collezione di bombe' trovate in una scuola armena: si deve dimostrare il coinvolgimento anche di persone non identificabili con una precisa appartenenza politica.

D'altra parte, nello stesso numero, un trafiletto sulla questione d'Oriente recita:

"A Costantinopoli si continuano ad arrestare ricchi Armeni incolpandoli di fornire denari ai rivoluzionari. Gli Armeni dal canto loro si rivolgono agli ambasciatori dimostrando le critiche condizioni nelle quali sono ridotti ed invocando l'aiuto delle potenze per ottenere almeno qualche sollievo. Le potenze sono sempre più esitanti e indecise. Si dice che Lord Salisbury abbia assicurato lo Czar (sic) che l'Inghilterra non esporrà l'Europa alle conseguenze disastrose della guerra prendendo una iniziativa propria a favore degli Armeni. .gli ottimisti ne arguiscono che un accordo delle potenze di fronte alla Turchia sarà presto completo e tale da potere imporre al Governo ottomano la concessione di tutte le necessarie riforme."[10]

Anche questo breve testo riassume tutte le caratteristiche del clima dell'epoca: l'azione del Sultano, la propaganda che vede gli Armeni come traditori, l'azione diplomatica delle vittime e il tentativo di coinvolgimento internazionale, l'ipocrisia e l'opportunismo politico delle nazioni europee e in particolare degli imperi britannico e zarista, che strumentalizzano la questione armena per combattere una guerra diplomatica che protegga i rispettivi interessi economici e territoriali.

Ancora la rivista "Le Petit Journal", in occasione dell'attacco alla Banca Ottomana, pubblica un'illustrazione intitolata "Les bombes arméniennes à Costantinoples"; il commento sottolinea la fabbricazione inglese del "numero straordinario di armi da fuoco e coltelli", che poi è stato nascosto in "chiese, scuole, cantine"[11]: ancora una volta gli Armeni sono indicati come agenti dello straniero che vuole destabilizzare l'impero dall'interno, e tanto più infidi quanto più sfruttano luoghi non "ortodossi" per nascondere le armi. Si tratta degli stessi temi già visti anche sulla stampa italiana; la propaganda anti armena li riutilizzerà anche vent'anni dopo, durante il genocidio.

1908-1923: immagini di quindici anni di violenza politica nell'impero ottomano

Vita politica interna all'impero

Se è vero che i gruppi conservatori islamici non avevano accolto con favore la rivoluzione dei Giovani Turchi (1908)[12], è ormai accertato che non furono gli unici ad approfittare dell'instabilità politica per attaccare gli esponenti del Comitato di Unione e Progresso. Inoltre, il supposto appoggio del Sultano ai gruppi islamici facenti capo alla ulema[13] è oggi considerato non credibile.

I massacri si svolsero in Cilicia nei due momenti cruciali del tentativo di controrivoluzione: 14-16 aprile, subito dopo la rivolta militare, e 25-26 dello stesso mese, dopo l'arrivo nella capitale delle forze fedeli al Comitato di Unione e Progresso. Sono le forze governative, di stanza a Damasco e Beyrut, inviate ad Adana dal nuovo governo, a sostenere la popolazione nei massacri, con le navi di Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, ancorate a Mersina, il porto di Adana. Le rappresentanze straniere non intervengono, presentano solo rimostranze ufficiali; nel frattempo, la violenza si è estesa a tutta la regione, e coinvolge diversi gruppi: cristiani attaccati nelle province arabe da curdi, circassi e arabi, esponenti del Cup uccisi a Damasco dalla folla inferocita[14]. Se nel primo massacro gli Armeni sono armati e riescono a difendersi, in seguito la violenza della folla sostenuta dai militari causa l'incendio del quartiere armeno di Adana, e il massacro efferato della popolazione, con una stima di circa 20.000 vittime. I massacri si arrestano il 27 aprile, anche se la violenza, sporadica, durerà fino al primo maggio.

I massacri furono il risultato di diverse tensioni arrivate a un confronto: i gruppi fondamentalisti contrapposti alla nuova classe dirigente del Comitato di Unione e Progresso (Cup); l'attività politica armena, sempre più propositiva e rafforzata dall'illusione che la costituzione avrebbe portato dei cambiamenti reali, si scontra con l'ostilità locale in Cilicia, dove una rivolta fondamentalista contro le forze unioniste si trasforma in un attacco, sostenuto da truppe regolari, alla popolazione armena. Anche in questa occasione, come per i massacri di epoca hamidiana, gli Armeni vengono accusati di aver provocato la reazione della popolazione, con il procacciamento di armi e la produzione di materiale di propaganda nazionalista[15].

L'impossibilità di gestire queste diverse tensioni da parte del governo ha portato in genere a concludere che la sua debolezza è stata all'origine della degenerazione violenta del tentativo di controrivoluzione[16]. D'altra parte, il governo era costituito da figure controllate indirettamente dal comitato di Unione e Progresso, e comunque da rappresentanti dell'élite ottomana, ma anche da personaggi politici che collaboravano con il Cup per cercare di sfruttarne l'influenza. In questo modo nei mesi seguenti alla rivoluzione, si creò una serie di tensioni dovute alla lotta per la conquista e il controllo del potere reale. L'élite ottomana gestiva il governo grazie al sostegno del Cup, ma pensava a sua volta, sbagliando, di poterlo controllare per rafforzare la propria posizione; i rappresentanti del regime hamidiano, in particolare l'innumerevole serie di persone legate all'attività di spionaggio e delazione che aveva contraddistinto l'epoca di Abdul Hamid, sobillava la rivolta anti costituzionalista; i gruppi religiosi sfruttavano le tensioni internazionali (l'annessione austriaca della Bosnia Herzegovina nel 1908, la dichiarazione di indipendenza del regno di Bulgaria, la volontà, espressa da Creta, di unirsi alla Grecia) come esempio del malgoverno e delle conseguenze del potere comitato di Unione e Progresso.

La campagna anti unionista della stampa di ogni partito si fuse al malcontento strisciante nell'esercito (a sua volta diviso da lotte intestine tra movimenti conservatori e propugnatori del nuovo modello prussiano), che diede vita al primo momento di rivolta il 13 aprile 1909; la debolezza del governo nell'affrontare questa situazione, come abbiamo visto complessa e instabile, fece sì che essa sfuggisse di mano, lasciando libera circolazione alla violenza che colpì esponenti del CUP, così come già era successo per alcuni rappresentanti dell'opposizione religiosa (in particolare i direttori di due giornali anti unionisti). La campagna di mobilitazione dei Giovani Turchi portò a una reazione armata di truppe fedeli al partito, che occuparono la capitale senza trovare resistenza; da questo momento, con la dichiarazione della legge marziale, numerosi oppositori politici conservatori, ufficiali, studenti di teologia, rappresentanti dei movimenti musulmani furono arrestati e processati.

La posizione dei Giovani Turchi è ancora precaria: per questo, l'eliminazione dell'opposizione politica di ogni colore e la restrizione sempre più severa delle libertà appena conquistate, caratterizzerà da questo momento quello che, in pochi anni, diventerà un vero e proprio regime autoritario.

Questo articolo si cita: B. Guerzoni, Il "nemico armeno" nell'impero ottomano: le immagini, «Storicamente», 1 (2005), http://www.storicamente.org/guerzoni.htm

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DOI 10.1473/stor4

Bibliografia

Note

[1] Nell'estate 1894, nella regione di Sassun, tra il lago di Van e la regione di Harput, i contrasti tra combattenti armeni e gruppi armati curdi esplode in un massacro di popolazione armena, sostenuto dalle regolari truppe governative. Tra l'ottobre e la fine di dicembre 1895, nelle province di Trebisonda, Erzurum, Bitlis, Van, Harput, Diarbekir, Sivas, Aleppo, Adana e Ankara, le autorità ottomane favoriscono lo scontro armato, sfruttando l'attivismo di alcuni gruppi armati per attaccare interi quartieri armeni, con massacri e saccheggi. La procedura è la stessa in ogni occasione: la popolazione musulmana è aizzata contro quella armena, spesso sono fornite armi; i massacri cominciano nella tarda mattinata, nei bazar e nei mercati, poi nei quartieri, massacrando la popolazione e passando poi al saccheggio di abitazioni e negozi. Nel 1896, i massacri continuano nelle province di Mush, Aleppo e Adana; a Van, il partito armeno clandestino Dashnak organizza una difesa armata che risponderà agli attacchi governativi, che non riesce però a evitare la distruzione quasi totale della comunità armena: i soli quartieri che si salvano sono quelli in cui sono presenti delegazioni estere. La regione di Van sarà percorsa dalle violenze e dai saccheggi di bande di curdi armati dal governo ottomano. La stima delle vittime, alla fine del biennio 1894-96, raggiunge le 200.000 persone. Inoltre, circa 100 000 persone saranno costrette a convertirsi alla religione islamica e altre 100.000, donne e ragazze, rinchiuse negli harem. Le comunità armene delle regioni orientali sono state decimate, le attività economiche distrutte; molti armeni di questa zona emigreranno in Transcaucasia, in Europa occidentale e negli Stati Uniti.

[2] J.N. Jeanneney, Storia dei media, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 105

[3] Yves Ternon, Les Arménien. Histoire d'un genocide, Editions du Seuil, Paris (1977) 1996, p. 144. Edizione italiana : Rizzoli 2003.

[4] Victor Bérard, La politique du Sultan (Paris 1897), pp. 282, 290 in Vahakn Dadrian, The History of the Armenian Genocide. Ethnic Conflicts from the Balkans to Anatolia to the Caucasus, Berghahn Books, Providence-Oxford 1995, p. 77

[5] La richiesta di riforme amministrative da parte armena e l'intervento delle nazioni europee nel dibattito tra comunità armene ottomane e governo di Costantinopoli a questo proposito sono alla base della nascita della questione armena, che dal 1878 al 1923 sarà costantemente presente sul tavolo delle discussioni diplomatiche europee; non si giungerà mai a una soluzione concreta e anzi la posizione delle comunità armene diventerà nel corso dei decenni sempre più difficile, fino a culminare nel genocidio del 1915-16.

[6] L'immagine è conservata presso la Bibliothèque Noubar di Parigi, "Génocide-Dossier de Presse".

[7] L'impero ottomano regolava i rapporti tra gruppi di diversa etnia e religione al proprio interno, attraverso un complesso sistema di comportamenti, regole non scritte, e leggi, che hanno caratterizzato la sua vita per secoli. I cristiani (greci ortodossi; cattolici romani; mekitharisti, gregoriani ed evangelici tra gli armeni; protestanti, maroniti, nestoriani, tra i cristiani di Siria) e gli ebrei, erano considerati parte di minoranze "protette" (dhimmi), ovvero gruppi con cui il conquistatore turco aveva stretto un patto di protezione contro le razzie delle tribù nomadi, in cambio di un tributo. Questa posizione implicava la separazione delle comunità, il loro doversi differenziare, limitando l'assimilazione. Essa inoltre vietava di possedere armi e l'accesso alla vita politica. La discriminazione era sancita dalla legge e dalle tasse: le comunità non-musulmane dovevano versare un'imposta sostitutiva del servizio militare, in quanto non autorizzate a svolgerlo (ma con la mobilitazione generale che precede l'ingresso dell'impero ottomano nella prima guerra mondiale, questo divieto verrà meno e tutte le etnia subiranno la coscrizione obbligatoria; nel caso armeno questo corrisponderà al primo passo verso il genocidio). La giustizia è amministrata unicamente da tribunali religiosi musulmani, in cui le parti sono tenute a presentarsi accompagnate da due testimoni di fede islamica; la testimonianza di un cristiano non è considerata valida contro quella di un musulmano. In pratica, molte di queste regole non venivano applicate; ma erano comunque parte di una mentalità diffusa, sempre presente nelle pratiche fiscali e giuridiche.

[8] Dashnak, dalla parola dashnaktsutiun (federazione), "federazione rivoluzionaria armena", partito fondato a Tiflis, in Georgia, nell'estate 1890, e riunisce piccole organizzazioni rivoluzionarie armeno-russe, con un programma che prevede la lotta armata e riforme per gli Armeni ottomani, senza però parlare mai di indipendenza, ma solo di "federazione di minoranze".

[9] E del negazionismo contemporaneo da parte dello stato turco.

[10] "L'illustrazione italiana", 11 ottobre 1896.

[11] "Le Petit Journal", 15 novembre 1896.

[12] In quanto essa sembrava mettere in pericoli i privilegi accordati ai musulmani, estendendoli a tutte le etnie in un tentativo di riforma dei diritti dei cittadini, e di trasformazione laica dell'organizzazione dello stato.

[13] L'istituzione che raccoglieva i tutori della legge islamica.

[14] British Doxuments on Foreign Affairs, Pt. I, Series B., Vol. 20, Annual Report of Turkey for the Year 1909, in A. L. Macfie The End of the Ottoman Empire, 1908-1923, Longman Ltd, London and New York 1998, p. 47.

[15] Les Vepres Ciliciennes, « Le Journal du Caire », gennaio 1910.

[16] Cfr. Macfie, The End of the Ottoman Empire, cit., pp. 49-50.


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