Segue
Benedetta Guerzoni
Il "nemico armeno" nell'impero ottomano |
Le fotografie della repressione
politica
Dal 1908 al 1923 l'impero ottomano
vive dunque in uno stato di instabilità politica
interna e di guerra quasi costante: la rivoluzione
del 1908, il tentativo di controrivoluzione
del 1909, la guerra di Libia (1911-12), le
guerre balcaniche (1912-13), il nuovo colpo
di Stato che porta al governo rappresentanti
dei Giovani Turchi (1913), la guerra mondiale
(1914-18), la guerra greco-turca (1920-22),
le rivolte arabe. Il governo guidato più o
meno ufficialmente dai Giovani Turchi deve
costantemente ribadire la propria legittimità,
in modo sempre più radicale. Questo comporta,
tra l'altro, numerosi casi di condanne e
impiccagioni per tradimento verso tutti gli
oppositori politici, indipendentemente dalla
loro etnia. Nel 1909, in particolare, ci
furono condanne negli ambienti politici e
militari, accusati di aver dato vita al tentativo
di controrivoluzione per combattere il governo
costituzionale insediatosi dopo la rivoluzione
del 1908, guidata dai Giovani Turchi[17].
In seguito ai massacri di Cilicia, anche
sette Armeni, oltre a numerosi Turchi e rappresentanti
di altre etnie, furono condannati all'impiccagione[18].
A questi avvenimenti fanno
riferimento le immagini pubblicate da "La
Domenica del Corriere" del maggio 1909 (figura
4). La didascalia recita: "I corpi
pendenti dei primi soldati ribelli (il sergente
Amir
e tre caporali del 4° cacciatori) impiccati
in piazza Bajazed, a Costantinopoli".
Il trafiletto di accompagnamento aggiunge:
".Un tribunale militare giudica
sollecitamente tutti coloro che si resero
colpevoli della controrivoluzione militare
del 13 aprile. E fu deciso che le prime sentenze
di morte si sarebbero eseguite per impiccagione,
in pubblico, a salutare esempio. Così, all'alba
del 3 corrente in alcune piazze di Stambul
si elevarono delle forche molto primitive"[19].
La data del 3 maggio è centrale
per questi avvenimenti: altre immagini di
impiccagioni riferite allo stesso giorno
sono pubblicate dall'"Illustrazione
Italiana" (figura
5, figura 6). Il fatto che ogni fotografia
si riferisca a zone diverse della città (il
ponte di Galata, l'area di fronte al Parlamento)
permette di ricostruire una "mappa" degli
avvenimenti e allo stesso tempo fornisce
un'idea dell'ampiezza e della spettacolarità dell'azione
di controffensiva messa in piedi dal governo
e sostenuta dal Comitato di Unione e Progresso,
influente ma non ancora alla guida del potere
nell'impero[20]. Si tratta dell'inizio delle
condanne della Corte Marziale, che colpirono
ufficiali e rappresentanti di tutti i gruppi
di opposizione politica.
Anche la stampa francese dà ampio
risalto alla repressione politica: tutte
le riviste illustrate pubblicano immagini
delle impiccagioni nelle diverse piazze della
capitale[21].
Le fotografie di impiccati
si moltiplicano con il passare degli anni,
creando un vero e proprio gruppo a parte
di immagini della violenza dell'epoca dei
Giovani Turchi, e ben rappresentando in questo
modo l'estrema instabilità a cui abbiamo
già accennato, che comprende il genocidio
armeno come sua massima espressione ma che
abbraccia l'intera vita pubblica dell'impero;
spesso le immagini degli impiccati vengono
attribuite al periodo e alla logica del genocidio
ma, come vedremo, non è sempre così: anche
le foto del 1915 e '16, fanno parte di una
politica di repressione non solo generalizzata
(quindi non indirizzata esclusivamente ai
gruppi armeni), ma anche molto lontana dalle
caratteristiche di segretezza delle procedure
del genocidio. Si tratta in genere di immagini
che tendono anzi ad amplificare e spettacolarizzare
le condanne, che restano a tutti gli effetti
eventi di violenza politica e non propriamente
etnica. D'altra parte, è vero anche che questa
ritualizzazione pubblica della violenza è il
contraltare mediatico della violenza segreta
che si sta verificando nelle regioni orientali
e, in modo più noto, nella capitale: il 24
aprile 1915, l'élite armena di Costantinopoli è arrestata
e nel giro di poche ore verrà eliminata fisicamente.
La campagna di comunicazione che sottende
alla produzione e all'uso delle immagini
degli impiccati, cioè, è volta da un lato
a nascondere, con il suo impatto di sdegno
in Occidente, i massacri e le deportazioni
in Anatolia orientale; dall'altro, a creare
consenso verso le misure pubbliche restrittive
nei confronti dell'etnia armena, nella misura
in cui si dimostra la sua inaffidabilità.
Le impiccagioni furono frequenti
anche all'inizio del genocidio, e coinvolsero
alcuni esponenti della comunità armena di
Costantinopoli, i cui corpi senza vita furono
fotografati con al collo la scritta "traditore
della patria" (figura 7, figura 8);
nell'aprile 1915 a Doert-Yol, sul golfo di
Alessandretta
in cui si trovano navi nemiche, tre Armeni
sono giudicati colpevoli di tradimento dalla
corte marziale, per aver comunicato con le
navi nemiche, e condannati all'impiccagione:
i loro corpi saranno esposti nella piazza
di Adana[22]. Tessa Hofmann
e Gerayer Koutcharian sottolineano come altri
esponenti di minoranze etniche abbiano subito
un destino simile, per esempio i Siriani;
inoltre, la stragrande maggioranza degli
Armeni di Costantinopoli fu massacrata direttamente
nelle case e per le strade, non propriamente
giustiziata, non ci fu cioè una vera e propria
esecuzione, piuttosto un'eliminazione[23].
Tutto ciò rende difficile un'esatta identificazione
etnica dei soggetti.
Il fatto che alcune di queste
fotografie (figura 9, figura 10 [24])
facciano parte della collezione di Armin
T. Wegner, un ufficiale sanitario tedesco
che negli anni del genocidio scattò fotografie
ai deportati, non garantisce che egli ne
sia anche l'autore; d'altra parte, egli era
già nella capitale dell'impero nella seconda
metà del giugno 1915, quando venti Armeni
attivisti del partito hentchak furono
impiccati in piazza Bajazid (la stessa del
1909), ed
era in possesso di una macchina fotografica - lo
dimostrerebbero alcune fotografie della stessa
collezione[25]. Resta comunque
l'incertezza sull'attribuzione: una foto
della collezione (figura 11) [26],
attribuita in genere alle manifestazioni
svoltesi in concomitanza con l'entrata in
guerra (manifestazioni documentate anche
da altre fonti, cfr. la fotografia dell'agenzia
Underwood&Underwood, figura 12), è stata
pubblicata in realtà nella primavera 1909
dalla rivista "La Lettura", supplemento
mensile del Corriere della Sera, in relazione
alla
rivoluzione dell'estate precedente. La collezione
di Armin Wegner comprende, oltre alle sue
fotografie, numerose immagini raccolte in
seguito al suo ritorno in Germania, e relative
non soltanto al genocidio. È quindi possibile
che le fotografie siano state scattate da
altri e raccolte solo in seguito, che rappresentino
fatti accaduti durante il genocidio ma ad
esponenti di altre etnie. In particolare è utile
ricordare qui, che una delle fotografie conservate
oggi nella collezione Wegner, è citata in
un elenco di didascalie da apporre alle immagini
per una conferenza, in relazione agli eventi
del 1909[27].
Inoltre, Wegner scrisse numerose lettere
per raccogliere materiale fotografico, e
tra le sue richieste si trova anche quella
di fotografie di impiccati:
"Egregio Signore!
Come
mi ha comunicato gentilmente la signorina
Schwedler, tra le sue fotografie
lei dovrebbe avere anche immagini molto interessanti,
in particolare di impiccati. Le sarei immensamente
grato se, per un interesse scientifico, lei
potesse mettermi a disposizione alcune copie
delle sue fotografie per la raccolta del
nostro materiale."[28]
". In occasione del mio ultimo
soggiorno a Costantinopoli ricordo che mi
mostraste alcune fotografie di terribili
scene armene ad Adana nel 1909. Tra le altre
alcune molto interessanti, . un numero di
impiccati."[29]
Altre fotografie di impiccagioni
che fanno riferimento spesso all'epoca del
genocidio armeno, infatti, sono in realtà di
attribuzione incerta, per i motivi già accennati:
la fotografia già citata, figura 7,
potrebbe far riferimento a uno dei numerosi
casi di
esecuzioni di Arabi e Siriani, tra il 1915
e il 1917. Tali esecuzioni furono volute
da Jemal Pasha, ministro della marina e governatore
di Siria e Palestina durante la guerra, per
contrastare il movimento indipendentista
arabo dell'epoca. Altri riferimenti a impiccagioni
nelle testimonianze dell'epoca indicano esecuzioni
a seguito di processi della corte marziale
con condanne per tradimento, ma, come già detto,
tali casi furono estremamente rari nel caso
degli Armeni, che non subirono in genere
processi ma furono uccisi senza parvenza
di procedimenti legali[30].
Al di là dell'identificazione
etnica dei singoli soggetti, ritroviamo qui
la stessa logica della campagna fotografica
del 1909: ribadire la legittimità del potere
del Cup e amplificare la condanna pubblica
attraverso la circolazione di immagini che
includono, oltre ai condannati, anche soldati
ottomani e rappresentanti del governo. Questa
caratteristica conferma come l'esercito e
il governo fossero ampiamente consenzienti
nel permettere che si scattassero fotografie,
per produrre materiale che aumentasse il
terrore nei movimenti di opposizione o indipendentisti
e che d'altra parte giustificasse e legittimasse
l'esecuzione con l'accusa di tradimento,
presso le rappresentanze estere. È quindi
possibile che, nell'ambito della politica
del terrore in atto contro diverse etnie
e contro i movimenti indipendentisti, anche
nel caso di esecuzioni di esponenti politici
armeni (identificabili con l'appartenenza
a un partito e quindi "sicuramente" colpevoli,
passibili dell'accusa di tradimento, con
giustificata e legittima condanna) sia stato
permesso l'accesso a fotografi, se non organizzata
la ripresa (e successiva diffusione) di immagini
da parte di forze governative. Questo discorso è a
maggior ragione valido per le condanne della
corte marziale del 1909, quando la reazione
del Comitato di Unione e Progresso porta
all'eliminazione dell'opposizione politica:
un momento in cui la dimostrazione di forza
per il Cup era l'unica possibilità di sopravvivenza.
Il mostrare quindi le esecuzioni permettendo
le fotografie era un modo sia per sottolineare
la solidità del potere ritrovato, sia per
condannare e umiliare "una seconda volta" i
propri nemici attraverso forme di violenza
politica estremamente ritualizzata, riconosciuta
come legittima (processi, condanne, esecuzioni
pubbliche e massima spettacolarizzazione).
La prima guerra mondiale
Durante la prima guerra mondiale,
la costruzione di una politica propagandistica
che giustifichi e crei consenso verso gli
atti criminali contro gli Armeni, incontra
diverse difficoltà: l'ideologia nazionalista
laica[31], di stampo europeo,
che contraddistingue il gruppo dirigente
al governo non può attecchire in un paese
fondato per secoli su una struttura di potere
teocratico.
Diverso risulta l'elemento
religioso nei rapporti con le popolazioni
curde musulmane, spesso parte attiva nel
processo di sterminio: in questi casi il
fattore tribale è più forte di quello religioso;
proprio per questo, al momento del genocidio è già in
atto da decenni una politica di detribalizzazione,
che consente un controllo maggiore di questi
gruppi.
Un'altra difficoltà consiste
nel controllare le province orientali, le
più lontane, non solo geograficamente, dalla
capitale; imporre dall'alto una politica
di contrapposizione etnica in un'area in
cui la convivenza era una realtà secolare,
poteva risultare molto difficile, o perlomeno
impedire di riuscire a imporre gli ordini
in modo uniforme. Non si deve pensare però,
che il territorio fosse immune dalle sollecitazioni
dell'odio etnico: i massacri di epoca hamidiana,
per quanto orchestrati, lo dimostrano. All'interno
del mondo musulmano, comunque, le contraddizioni
erano notevoli, e la rivoluzione del 1908,
con il seguente tentativo controrivoluzionario,
aveva rappresentato bene le tensioni che
lo agitavano.
Il processo di modifica dei
rapporti tra Armeni e popolazioni musulmane
era già avviato da tempo[32]; il risveglio dei nazionalismi, le riforme economiche
e amministrative nel corso dell'Ottocento,
i rapporti con le potenze europee da parte
di gruppi armeni, avevano creato nei loro
confronti una forma di invidia sociale prima
sconosciuta, che poteva servire per orientare
le popolazioni locali a guardare gli Armeni
con occhi nuovi, come soggetti diversi e
non integrati, al contrario di quanto effettivamente
fosse, anche a causa della loro religione,
il riferimento di identità in questo caso
esclusivo, il più forte nella cultura e nella
tradizione dell'impero.
Ma anche l'arma della religione
deve essere applicata attraverso un'operazione
ben organizzata, che riesca a mobilitare
le masse e a renderle parte attiva e consenziente
nel processo di eliminazione della minoranza
che incarna il nemico dello stato e dell'Islam.
Cominciano allora i comizi
nelle province orientali da parte di uomini
politici della capitale, in cui l'appello
alla guerra santa dichiarata nel novembre
1914 torna sotto forma di appello alla lotta
contro gli infedeli anche interni, non solo
internazionali. Il legame tra gli Armeni
e le potenze europee, che si è sostituito
a quello che una volta costituiva il 'patto
di alleanza' tra la comunità di infedeli
(dhimmi) e il Sultano, rafforza l'elemento
propagandistico del tradimento, e soddisfa
l'ideologia laica e nazionalista del gruppo
dirigente, ma si deve ammantare, nelle province
più remote, dell'appello alla lotta contro
gli infedeli. La nuova idea nazionalistica
del "padroni a casa nostra" deve inserirsi
nel contesto imperiale, multietnico e teocratico.
La religione, quindi, o meglio
la contrapposizione religiosa che diventa
odio intercomunitario (in quanto l'etnia
nel caso armeno rappresenta una fede e viceversa,
al contrario di quanto accade nel mondo islamico), è in
questo caso uno strumento di maggiore efficacia
rispetto a quello etnico: il vero tratto
distintivo degli Armeni nel quadro imperiale
non è l'essere una minoranza etnica (i Turchi
stessi costituiscono una minoranza), bensì avere
una religione diversa (in questo senso l'inclusività dell'islamismo
gioca a favore della propaganda ottomana).
È messa in atto allora una
politica propagandistica sulla stampa: gli
Armeni sono descritti come una minaccia per
la sicurezza nazionale. Il loro rapporto
con le nazioni europee, la presenza di volontari
armeni nelle file dell'esercito russo, presunti
complotti per favorire le nazioni dell'Intesa:
la condizione di guerra si rivela di eccezionale
favore per rendere credibili questi accuse[33].
La preparazione del materiale
propagandistico prevedeva un piano preciso:
già da prima dell'inizio della guerra fu
distribuito materiale di propaganda come
le memorie di Mayewski, un generale russo,
che descrive la lotta tra Armeni e Turchi
nelle regioni orientali alla fine dell'Ottocento:
un recupero del materiale del passato che
caratterizzerà sempre la propaganda anti
armena. Dall'estate del 1915, inoltre, nel
momento di massima attività di deportazione,
il Ministero dell'Interno ordinò alle autorità locali
di raccogliere (e, in caso di necessità,
produrre) prove delle accuse contro gli Armeni,
e inviarle al "Direttorio per la sicurezza
pubblica", che avrebbe provveduto a produrre
pubblicazioni adatte allo scopo[34]. Per produrre questo materiale
era stata prevista una rigida procedura:
gli Armeni di ogni provincia dovevano presentare
un certo quantitativo di armi durante le
requisizioni previste fin dal gennaio 1915;
in caso di mancata ottemperanza, si passava
all'arresto e quindi alla tortura. Gli Armeni
sprovvisti di armi arrivarono ad acquistarle
per essere in grado di consegnarle.
I missionari americani, nei
loro rapporti, parlano di questi "falsi":
"A Sivas un fotografo è stato
chiamato dal governatore per fare fotografie
di collezioni di armi [.] gli fu chiesto
di tornare il giorno dopo, quando vide che
un gran numero di armi turche era stato aggiunto,
e la sua foto di quest'ultima collezione
fu usata come prova ufficiale che gli Armeni
erano armati contro i turchi."[35]
Anche il console americano
a Harput Leslie Davis conferma queste procedure:
"[.] Sono state trovate alcune
bombe e si è provveduto agli arresti. Quelli
arrestati sono stati sottoposti a terribili
torture e gli è stato fatto confessare tutto
quello che probabilmente non era vero per
accusare tanti che erano completamente innocenti.
Sono stati dati ordini di consegnare tutte
le armi alle autorità. La gente è stata torturata
fino a confessare di possedere una pistola
o qualche arma, quando nei fatti non possedevano
nulla. In seguito avrebbero pagato un prezzo
altissimo per comprare un arma da un turco,
in modo da poter portare qualcosa alla polizia.
[.]"[36]
In questo modo si voleva rispondere
alla crescente reazione internazionale dovuta
alle notizie sui massacri e le deportazioni,
dimostrando di doversi difendere contro un
nemico interno. Le pubblicazioni erano infatti
rivolte perlopiù ai paesi occidentali, a
cui giungevano tramite le ambasciate turche
nel mondo, ma soprattutto attraverso l'efficiente
servizio dell'alleato tedesco:
"Al fine di confermare il proprio
punto di vista . i due governi si misero
a pubblicare dei testi sugli Armeni ottomani.
Stampate ad alta tiratura, queste pubblicazioni
erano in parte dovute all'iniziativa o al
finanziamento del Ministero degli Affari
Esteri. Si creò un servizio di propaganda,
il Zentralstelle fur den Auslandsdienst (ZdA),
incaricato di coordinare queste azioni. Fu
questo ufficio che facilitò, e a volte rese
possibile, la distribuzione internazionale
della propaganda ottomana anti armena.
Nel 1918, per esempio, l'ambasciatore
a Costantinopoli, Johann Heinrich von Bernstoff,
si informò, su richiesta di Talaat, per sapere
se un testo sugli Armeni scritto dall'ambasciatore
turco a Washington, Ahmed Rustem bey, poteva
essere pubblicato. inoltre, le missioni diplomatiche
tedesche, ufficiali e ufficiose, nei paesi
neutrali, furono incaricate di organizzare
discretamente la distribuzione di questa
pubblicazione."[37]
Oltre a titoli di esplicita
difesa del comportamento del governo ottomano,
come Vérité sur le mouvement révolutionnaire
arménien et les mésures gouvernementales[38] (1916) - (Verità sul
movimento rivoluzionario armeno e sulle misure
governative), si pubblica un album fotografico, Die
Leidenschaft und Bewegung armenischer Revolutionaere[39] (1916) - (Aspirazioni e
movimenti rivoluzionari armeni) (figura
13) di circa cinquanta pagine, con didascalie
in quattro lingue (turco, inglese, francese
e tedesco) che testimoniano la destinazione
internazionale, in un momento in cui la presenza
occidentale nell'impero si era drasticamente
ridotta a causa della guerra. L'album presenta "prove" delle
accuse contro gli Armeni. L'attività internazionale
già accennata, per la distribuzione di questo
album, è confermata dalla lettera di accompagnamento
del rappresentante turco a Washington:
"L'incaricato d'affari di Turchia. ha
l'onore di trasmettere. tre esemplari di
un album contenente fotografie di documenti
e altre prove in possesso del Governo Imperiale
Ottomano, che mostrano le aspirazioni e le
attività sediziose dei comitati rivoluzionari
armeni in Turchia."[40]
L'album, costruito a tesi,
ricorda in modo impressionante le sequenze
di immagini già vista, pubblicate dalla stampa
occidentale all'epoca dei massacri hamidiani:
esso inizia con numerose immagini e simboli
del nazionalismo armeno (figura
14);
poi foto degli arsenali di armi scoperti
dalla polizia governativa in tutto il paese,
e assemblati da questa minoranza per distruggere
lo stato ottomano (figura 15, figura
16, figura 17); infine immagini delle
vittime musulmane della violenza armena,
e rappresentazioni
di come gli Armeni 'immaginavano' la sconfitta
turca (figura 18, figura 19, figura 20).
In questo modo si sottolinea il nazionalismo
armeno
esteso a tutta la comunità, e si 'dimostra'
come esso sia portatore di una violenza inaccettabile
e di un rischio che il governo dell'impero
non può sostenere, nel continuare a 'subire'
le 'provocazioni' armene.
Particolarmente interessante è la
sezione di immagini che riguardano il 'ritrovamento' di
armi di vario tipo: confrontandole con le
stesse pubblicate vent'anni prima in occasione
dell'attacco alla Banca Ottomana, si nota
come sia forte, anche dal punto di vista
delle scelte dei soggetti, la continuità della
propaganda anti armena, e come quindi i modelli
costituitisi in epoca hamidiana siano rimasti
immutati durante tutti gli anni successivi
della questione armena.
La prima guerra mondiale vede
quindi lo sviluppo di una vera e propria "macchina
propagandistica", che si basa innanzi tutto
sull'immagine del nemico già in essere da
decenni, sviluppata attraverso una produzione "industriale" di "prove" visive;
questa procedura conferma che esisteva una
volontà precisa di annientamento politico,
ma anche, di riflesso, etnico, dei gruppi
armeni, e che le violenze contro gli Armeni
non erano casuali né dovute ad una mancanza
di controllo da parte del governo, bensì il
contrario.
Continuità dell'immagine
del nemico armeno nelle pubblicazioni
fotografiche negazioniste della Repubblica
turca
"[le immagini di atrocità]. Fonti
di manipolazione estremamente favorevoli,
ognuno può in effetti mobilitare l'opinione
pubblica esibendole, accusando la parte opposta
di 'genocidio', di 'crimine contro l'umanità'." Laurent
Gervereau, Un
siècle de manipulation par l'image,
2000
Nei siti internet ufficiali
del governo e delle istituzioni turchi, è ancora
oggi in uso ampio materiale propagandistico
illustrato, anti armeno, prodotto dal regime
dei Giovani Turchi durante il periodo del
genocidio (1915-16). Il negazionismo turco
di stato riguardo al genocidio armeno esiste
fin dal periodo del genocidio stesso; inoltre,
secondo alcuni autori, il genocidio costituisce
di per sé uno dei "tabù fondatori" della
Repubblica turca nata nel 1923[41].
Il negazionismo si manifesta in forme e modi
diversi; i siti internet e le pubblicazioni
illustrate, governativi e non, in cui si
propugna la tesi negazionista, seguono le
linee generali della stessa propaganda che
si basa ancora oggi su quella dell'epoca
ottomana.
Le tesi del complotto, del
terrorismo, delle atrocità nei confronti
dei musulmani e del fatto che gli stessi
Armeni sono stati causa della propria tragedia,
tornano ancora oggi nella propaganda per
immagini della Repubblica Turca. Documents
sur les arméniens-ottomans è un titolo
in due volumi pubblicato ad Ankara nel 1983
dalla Direzione degli studi di storia e strategia
militari, dello Stato Maggiore Generale[42].
Fa parte di quel gruppo di pubblicazioni
che, negli anni Ottanta, vedono lo sviluppo
di una politica di comunicazione apparentemente
più aperta da parte del governo turco, in
realtà tesa a contrastare i risultati dell'azione
diplomatica armena per il riconoscimento
del genocidio a livello internazionale. Questa
pubblicazione in particolare, una raccolta
di "documenti" conservati negli archivi dell'esercito
turco, vuole presentare le "prove" degli
atti di violenza dei gruppi armati armeni
nell'impero ottomano durante la prima guerra
mondiale, per rafforzare l'atto d'accusa
verso le azioni terroristiche armene degli
anni Settanta del Novecento contro diplomatici
turchi. Le vittime diventano dunque carnefici,
in modo da poter giustificare ogni azione
di repressione, vecchia o nuova. Il libro
pubblica anche alcune fotografie di violenza
e atrocità, le cui didascalie spiegano come
la violenza armena si sia scagliata durante
la prima guerra mondiale non solo contro
il potere costituito (con le foto del cadavere
di Djemal Pasha e del suo aiutante di campo),
ma anche e soprattutto contro donne e bambini
innocenti, uccisi nei modi più violenti,
per cui si parla costantemente di massacri.
Questo gruppo di immagini, una decina in
tutto, è accostato a quello dei diplomatici
turchi uccisi negli anni Settanta del ventesimo
secolo: gli Armeni, ieri come oggi, minacciano
la stabilità del paese.
Il negazionismo turco su internet
segue le stesse dinamiche dei media tradizionali[43]. È interessante
innanzi tutto notare come quasi tutti i siti
legati in qualche modo allo stato turco (sia
quelli del ministero degli esteri, dell'ambasciata
turca negli Stati Uniti, sia quelli delle
associazioni turche all'estero) presentino
sempre una sezione dedicata alla "questione
armena". Ci sono poi siti turchi, con versione
inglese, dedicati esclusivamente a questo
argomento, ma più in generale sono sempre
presenti sotto-sezioni dedicate ai "documenti",
che in alcuni casi si riferiscono a fotografie
e illustrazioni dell'epoca. La logica nella
presentazione delle fotografie è sempre quella
degli Armeni come aggressori e quindi vittime
dei loro stessi "eccessi" politici.
Il sito del ministero degli
Esteri[44] dedica alla questione armena
diverse sezioni; cliccando sulla voce "Diplomatic
Archives", poi su "Foreign Ministry Publications-Armenian
Atrocities. A Compilation of Views"[45], è possibile vedere le fotografie
d'epoca che, in pochi esemplari, riassumono
l'intera politica negazionista: una riguarda
la distruzione di Erzinjian da parte degli
Armeni, un'altra una banda armata armena.
Immagini della "colpa" degli Armeni, quindi,
della violenza che ha spinto alla repressione
il governo ottomano.
Un altro sito governativo negazionista
che presenta, tra l'altro, un album fotografico, è http://www.tbmm.gov.tr/yayinlar/yayin3/atrocity.htm: una pagina web in cui si presenta
il testo di Ismet Binark Archive Documents
about the Atrocities and Genocide Inflicted
upon Turks by Armenians, edito ad Ankara
nel 2002 dal parlamento turco. L'album fotografico,
scaricabile, Shameful Photographs Showing
the Atrocities and Genocide Inflicted Upon
Turks By the Armenians, è consultabile
integralmente da questa pagina. È un esempio interessante
di come il materiale d'epoca venga riutilizzato,
non a scopo di memoria e identità come nel
caso armeno, ma semplicemente con lo stesso
obiettivo di allora: dimostrare che gli Armeni
erano e sono un pericolo per la sicurezza
dello stato. Si tratta infatti di materiale
proveniente in alcuni casi da opuscoli illustrati
stampati durante o subito dopo la prima guerra
mondiale, o da altre fonti dell'epoca, secondo
quanto citato, gli stessi già visti a proposito
della propaganda anti-armena unionista: The
Aspirations and Revolutionary Movements of
the Armenian Committees: Before and After
the Declaration of Constitutional Monarchy,
(Istanbul 1916); The Aspirations and Revolutionary
Movements: photographs and documents, Album
n. 1 e 2, 1916; Collection of Photographs,
First World War, Album No. 4, Archives of
the Department of Military History and Strategical
Studies, Turkish General Staff, tratte
da The Genocide Perpetrated Against Turks
by Armenians during the First World War,
(Ankara 2000)[46]; Documented
Information about the Atrocities Endured
by Muslim People[47], (1919). Le
ultime quindici pagine di questo opuscolo
fotografico (che ne conta quaranta in tutto),
presentano invece fotografie scattate negli
anni Novanta del Novecento in diverse aree
della Turchia, in occasione di scavi che
hanno portato alla luce fosse comuni e resti
di ossa umane, scavi sponsorizzati da simposi
internazionali evidentemente patrocinati
dallo stato turco.
Il materiale d'epoca non è presentato
come originariamente pubblicato, le immagini
sono infatti ordinate non secondo la provenienza,
ma piuttosto secondo un percorso di costruzione
di un vero e proprio atto di accusa: l'album
inizia infatti con una foto di atrocità a
tutta pagina, a cui seguono immediatamente
le immagini che 'inchiodano' gli Armeni come
colpevoli: i gruppi armati, che rappresentano
la minaccia e il nazionalismo che li spinge,
poi la raccolta di armi, risultato di una
precisa politica di propaganda anti armena,
come già visto: nove fotografie di veri e
propri arsenali, sia di armi da fuoco sia
di bombe, in cui sono sempre presenti rappresentanti
dello stato, o, in alcuni casi, secondo la
didascalia, delle bande armene incriminate.
Segue la parte centrale della pubblicazione,
con immagini di atrocità e vittime, e didascalie
che sottolineano l'innocenza delle vittime
e la violenza dei carnefici, Armeni sempre
organizzati in bande.
Le immagini dell'ultima parte,
sugli scavi ed il ritrovamento delle ossa
umane attribuite a vittime turche, presentano
in parte le stesse caratteristiche delle
sezioni precedenti: il citare l'origine dettagliata
delle immagini, con riferimenti precisi sia
alla collezione che al luogo e alla data
in cui è stata scattata la fotografia[48], si ritrova qui nell'indicazione
dei luoghi. Ma tale dettaglio sembra soprattutto
un espediente per giustificare l'attribuzione,
in un caso, delle vittime al popolo turco,
nell'altro delle ossa a vittime turche: non è mai
spiegato, infatti, in base a cosa si può dire
che i resti ritrovati oggi siano attribuibili
a vittime turche e non piuttosto armene.
Inoltre, alcune didascalie di questa ultima
parte si spingono oltre, con affermazioni
politiche: "Donne e bambini dal villaggio
di Oba, in piedi di fronte alla fossa comune
scoperta, condannano il genocidio armeno
di fronte all'opinione pubblica mondiale. È dedicata
a quei paesi che sostengono le infondate
rivendicazioni armene"[49].
Un altro sito che ribalta la
logica di accusa alla Turchia per il genocidio
armeno è "Armenian Reality"[50], esclusivamente dedicato al
negazionismo, che si manifesta nell'accusa
agli Armeni di aver massacrato i Turchi negli
stessi anni della prima guerra mondiale[51]. Ampio spazio è dedicato a fotografie d'epoca,
spesso già viste in altri siti e/o pubblicazioni
del genere: una decina di pagine web, per
un totale di circa cento fotografie. La sezione
si intitola "Turkish genocide by Armenians.
These pictures are from Armenian oppressions
of 1914-1916", e mostra, attraverso una vera
e propria forma retorica di odio per il nemico,
una struttura ricorrente, ancora una volta
fin dalla propaganda della prima guerra mondiale:
prima le fotografie di bande e gruppi armati
armeni; poi la sezione più ricca, quella
delle vittime, turche, di atrocità (molte
di queste foto sono le stesse già viste nel
sito precedente); infine le armi sequestrate
agli Armeni, i simboli del nazionalismo e
altre vittime di atrocità, immagini tratte
dalle pubblicazioni di propaganda già citate
e in particolare da The Aspirations and
Revolutionary Movements: photographs and
documents, Album n. 1 e 2, 1916, già visto.
Seguono, come nel sito precedente, le immagini
degli scavi che hanno portato alla luce resti
di ossa umane, in diverse zone della Turchia.
Un altro sito dedicato esclusivamente
al negazionismo contro il genocidio armeno è "Armenian
Issue"[52], in turco, inglese, francese e tedesco, con
i consueti numerosi contributi integrali
di autori negazionisti (questo sito è in
effetti molto simile al precedente, sia come
impostazione che come contenuti). Alla voce "Album",
si apre una sezione fotografica molto simile
a quelle dei siti precedenti, ma organizzata
in modo più curato: tutte le immagini, più di
130, sono ritagliate in modo da eliminare
qualunque riferimento visivo a pubblicazioni
o didascalie precedenti; le foto sono cliccabili
e in questo modo si accede ad un formato
più grande, completo di didascalie e, in
alcuni casi, riferimenti di origine della
fotografia. Le fotografie sono ordinate anche
qui per argomento: raccolta e sequestro delle
armi, vittime e atrocità, (anche qui questa è la
parte più corposa), simboli del nazionalismo
armeno ed esempi di "mistificazioni" sul
genocidio (questa è forse la sezione più interessante
rispetto ai siti precedenti, in quanto più articolata
e ricca di materiali provenienti da fonti
diverse), e ancora una volta, immagini degli
scavi in Turchia che hanno portato al ritrovamento
di resti di ossa umane.
Il ricorrere alla struttura
accusatoria delle pubblicazioni illustrate,
che nella seconda metà del Novecento terminano
sempre con un richiamo all'attualità degli
scavi e dei ritrovamenti di ossa, o dell'attivismo
armeno degli anni Settanta, ci dice quanto
la modalità di comunicazione dell'epoca ottomana
influenzi ancora oggi la lotta politica che
vede, da un lato, la rivendicazione armena
del genocidio, e il negazionismo turco dall'altra.
Questa insistenza nel ribadire
e riutilizzare le stesse ragioni e immagini
dell'epoca ottomana è estremamente significativo,
in quanto segnale delle difficoltà dello
stato turco nell'affrontare la questione
armena, ma anche dell'oblio in cui tale questione è rimasta
per cinquant'anni. Lo stesso oblio che ha
permesso di "sclerotizzare" i modelli iconografici
e comunicativi degli Armeni come terroristi
e pericoli per la sicurezza della "patria",
un'immagine che nasce all'epoca del sultano
Abdul Hamid II (1876-1908), con le attività politiche
clandestine armene. Essa si rafforza poi
all'epoca dei Giovani Turchi (1908-1918)
e del genocidio, per non subire più nessun
tipo di evoluzione.
Sembra quindi che i siti e
le pubblicazioni citati siano collegati tra
loro, non solo nell'uso delle immagini di
accusa contro gli Armeni, ma soprattutto
nella logica per cui, per rispondere alle
accuse di genocidio, ci si scaglia contro
il proprio accusatore utilizzando i suoi
stessi argomenti. Le fotografie sono, in
quanto registrazione "obiettiva" della realtà,
prove a sostegno della propria tesi, per
cui non c'è bisogno di altri riferimenti:
esse parlano "da sole".
Conclusioni
La costruzione del nemico nel
caso del genocidio armeno è un'operazione
che si sviluppa nell'arco di un ventennio
e attraversa regimi diversi, in modo coerente
e continuativo: il nemico armeno è identificato
dal sultano Abdul Hamid II con l'intera etnia
presente nell'impero, attraverso alcuni attivisti
politici. Le rivendicazioni di autonomia
amministrativa da parte di alcuni rappresentanti
delle comunità armene si confondono, nella
rappresentazione hamidiana, con l'azione
politica clandestina e con le operazioni
di sabotaggio e terrorismo di alcuni gruppi
e bande armate. Il regime rivoluzionario
dei Giovani Turchi, risultato della reazione
a quarant'anni di regno di Abdul Hamid, riprenderà i
temi della stessa propaganda che un tempo
combatteva, sottolineando la pericolosità dell'Armeno
come elemento destabilizzante, insidioso
e inaffidabile, a causa dei suoi rapporti
privilegiati, da un punto di vista economico,
diplomatico e culturale, con i paesi europei.
Le immagini di propaganda risultano coerenti
con questa continuità: sono sempre fotografie
di armi, o meglio di veri e propri arsenali,
che si ritrovano sia nei giornali occidentali "controllati" da
Abdul Hamid, sia nella propaganda della prima
guerra mondiale prodotta dal governo dei
Giovani Turchi e rivolta ai governi occidentali.
Da un regime all'altro la struttura della
propaganda assume connotati sempre più "industriali" e "organizzati",
tanto che, con i Giovani Turchi, si può parlare
di vera e propria politica di comunicazione
attraverso l'uso delle immagini, ma non solo:
la cura della comunicazione non si limita
alla diffusione delle immagine, bensì comincia
nella fase di produzione, che come abbiamo
visto prevede la "commissione" di fotografie
da parte di un ente apposito.
Un altro elemento importante
da sottolineare nell'analisi della costruzione
del nemico e della rappresentazione del corpo
del nemico ucciso, è la netta differenza
tra immagini della violenza politica e di
quella genocidiaria: se la violenza genocidiaria è caratterizzata
da segretezza e rapidità delle operazioni
di massacro, con assenza totale di rituali
quali processi ancorché sommari, alle impiccagioni
degli oppositori politici si dà massima risonanza,
anche attraverso le immagini, in modo da
amplificare la funzione di deterrente e di
condanna esemplare, già presente nell'esecuzione
pubblica; si tratta di una rappresentazione
estremamente ritualizzata, in cui la presenza
di rappresentanti delle autorità ribadiscono
la funzione di messaggio politico. Quest'uso
opposto (assenza per le vittime civili/grande
quantità per gli oppositori politici) lascia
intendere però che le foto degli impiccati,
benché indiscriminate rispetto all'etnia
e relative a obiettivi immediati lontani
dalla politica genocidiaria, siano complementari
alle azioni di violenza etnica in corso:
esse contribuiscono alla costruzione di quel
nemico che aiuta il consenso verso la politica
genocidiaria, portata avanti in modo silenzioso
e non propagandato. La produzione e circolazione
di questo materiale ci dicono anche quale
fosse il livello di tollerabilità della violenza
nell'impero ottomano, in un'epoca di grande
caos e smobilitazione, quando la consapevolezza
della fine, con le perdite territoriali sempre
più gravose proprio in quelle aree balcaniche
dell'impero da cui proveniva la classe dirigente
al potere, rendeva urgente trovare un nemico
su cui riversare le paure dovute alla perdita
di identità. Ma queste immagini parlano anche
dei rapporti internazionali in corso all'epoca,
della nascente "ideologia umanitaria", una
delle caratteristiche della propaganda della
prima guerra mondiale, per cui le vittime
civili diventano protagoniste, da una parte
e dall'altra, della brutalità del nemico:
in questa logica si devono leggere le reazioni
di sdegno dell'Occidente, a cui pure molte
pubblicazioni erano esplicitamente indirizzate.
D'altra parte, i Giovani Turchi si rivolgevano
con queste immagini a quei governi occidentali
che fino ad allora avevano ampiamente sfruttato
la debolezza dell'impero, con un messaggio
di sfida teso all'affrancamento e all'autonomia,
nel mostrare come il governo al potere fosse
in grado di gestire in modo forte la pur
grande instabilità interna.
Le immagini dei corpi dei nemici
politici uccisi durante il regime dei Giovani
Turchi sembrano avere lo stesso obiettivo "conservativo" dei
massacri hamidiani: questi ultimi tendevano
infatti a mantenere la situazione politica
interna stabile, senza una reale volontà di
sradicamento radicale dell'etnia armena,
quale fu poi il risultato del genocidio.
Le immagini del nemico politico ucciso servono
come strumento "punitivo", per riportare
la vita politica nei ranghi del potere costituito,
che non tollera deviazioni.
La continuità nel proporre
l'immagine del "nemico armeno" giunge fino
ai nostri giorni, come dimostrano le pubblicazioni
e i siti web dell'attuale Repubblica Turca:
immagini della prima guerra mondiale sono
utilizzate per rispondere alle rivendicazioni
di riconoscimento del genocidio da parte
armena, in un riutilizzo dell'immagine di
propaganda che, se da un lato vuole prima
di tutto concentrare l'attenzione sulla polemica
politica internazionale attuale, allo stesso
tempo rimanda inevitabilmente a un immaginario
iconografico che si trascina da più di un
secolo. La costruzione del nemico passa quindi
attraverso il recupero di materiale che già al
momento della sua produzione aveva lo stesso
scopo, in un processo senza fine di rivendicazione
da una parte e negazionismo dall'altra, tipico
delle questioni irrisolte.
Infine, lo stesso materiale
fotografico fin qui illustrato ci permetta
di capire quanto l'utilizzo dell'immagine
come strumento efficace di comunicazione
politica fosse determinante nell'ottica di
un regime totalitario, ciò che poi sarà confermato
nel corso del secolo, in altri contesti:
la questione armena nel suo complesso, certo
più ampia e complessa di quello che qui abbiamo
solo per larghi tratti accennato, è stata
anche un'"operazione mediatica", nella misura
in cui la sua stessa nascita è stata sollecitata
in funzione di obiettivi diplomatici internazionali.
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