Storicamente. Laboratorio di storia

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A.M. Piattelli e M. Toscano (ed.), “Memorie di un rabbino italiano”

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Angelo M. Piattelli e Mario Toscano (ed.), Memorie di un rabbino italiano. Le agende di David Prato (1922-1943), Roma: Viella, 2022, pp. 540. 

Questo corposo volume a cura di Mario Toscano e Angelo M. Piattelli (con una nota introduttiva di Riccardo Di Segni e una postfazione di Simonetta della Seta) ci permette di accedere ai diari, o agende (come precisano i curatori nel titolo), del rabbino David Prato, conservate ai Central Archives for the History of Jewish People di Gerusalemme. I curatori propongono la trascrizione di un’ampia porzione delle annotazioni raccolte da David Prato in un arco di tempo che va dal 1922 al 1943, accompagnata da un ricco apparato di note che aiuta il lettore a decifrare al meglio le vicende narrate dal rabbino livornese.
Per poter apprezzare la rilevanza della pubblicazione di questi documenti storici occorre accennare alla biografia di David Prato, figura di spicco dell’ebraismo italiano nel corso della prima metà del Novecento. Egli nacque nel 1882 a Livorno, dove, rimasto orfano di entrambi i genitori, crebbe in orfanotrofio e poi si formò al Talmud Torah e al Collegio rabbinico, all’epoca diretto da Elia Benamozegh. Nel 1903 fu assunto all’Università Israelitica di Firenze come cantore della sinagoga centrale, insegnante delle materie ebraiche e, dal 1907, come direttore della scuola maschile. Sin dagli esordi del suo impegno nella vita comunitaria, emerse il suo orientamento sionista, che lo portò anche ad abbracciare numerosi progetti editoriali, tra cui “La settimana israelitica” e l’“Israel dei ragazzi”. Nel 1922 Prato rinunciò agli incarichi comunitari proprio per dedicarsi all’opera di propaganda in qualità di segretario generale per l’Italia del Keren Kayement Le-Israel (KKL, Fondo Nazionale Ebraico) e del Keren Hayesod (KH, Fondo Nazionale di Costruzione). 
Le agende degli anni 1922-1927, caratterizzate da annotazioni brevi e frettolose, documentano proprio la sua intensa opera a favore del KKL e del KH in Italia e, al contempo, la frenetica attività diplomatica che vide il rabbino interfacciarsi con diversi esponenti del regime fascista. Nel 1922 spicca il suo ruolo durante la visita in Italia del presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, Haim Weizman, durante la quale fu testimone di diversi incontri tra quest’ultimo e figure di rilievo del mondo politico italiano. Subito dopo l’ascesa di Mussolini al potere, nelle conversazioni annotate da Prato emerge la crescente preoccupazione “per il soffio di antisemitismo che sal[iva] ogni giorno, specie con la riforma Gentile”, come gli aveva rivelato Dino Philipson nel 1923 (p. 56). Dello stesso tenore era uno scambio tra Dante Lattes e Alfredo Di Nola (maggiore della Croce Rossa a Tripoli) riportato nell’agenda dello stesso anno, a proposito delle condizioni degli ebrei di Tripoli: “Lattes […] crede che oggi il governo dopo essersi servito degli ebrei all’epoca dell’annessione [della Tripolitania] li vuole buttare a mare. Di Nola non crede, crede piuttosto che lo demeritino per le loro poche buone qualità. Si è ancora in tempo a salvarli ma è difficile” (p. 56). 
Quando il governo italiano puntò alla presenza ebraica in Egitto per ampliare la sua politica Mediterranea, David Prato fu nominato Gran Rabbino di Alessandria con l’ambizioso obiettivo di italianizzare la composita comunità ebraica locale, in chiave anti-inglese e nel tentativo di arginare il processo di francesizzazione avviato dall’Alliance Israélite Universelle. Durante il soggiorno egiziano di David Prato tra il 1927 e il 1936, le annotazioni si fanno più ricche di particolari e riflessioni, da cui emerge non solo la fitta rete di relazioni internazionali intessute dal rabbino ma anche la centralità delle comunità ebraiche nel vivace contesto culturale, politico ed economico dell’Egitto tra le due guerre. Allo scopo di contrastare le tendenze assimilazioniste portate dal processo di secolarizzazione che accompagnò l’epoca coloniale, Rav David Prato riorganizzò le istituzioni ebraiche, puntando soprattutto agli enti assistenziali e all’educazione. Egli individuò nei giovani della borghesia e dell’aristocrazia l’anello debole dell’ebraismo locale, per la loro maggiore esposizione al rischio di assimilazione e conversione rispetto ai più poveri, che invece frequentavano maggiormente le istituzioni comunitarie (p. 70). Più in generale, l’impegno diplomatico di Prato, che attraverso una vasta corrispondenza e diversi viaggi si estese anche in Libia, Tunisia, Rodi e l’Africa Orientale Italiana, ci permettono di osservare più da vicino il rapporto tra ebraismo e fascismo. Infatti, come ha sollevato Toscano nell’introduzione (p. 14), queste agende ci offrono numerosi spunti di riflessione sulla vicinanza di David Prato al fascismo e sulle finalità politiche della sua missione in Egitto. Toscano suggerisce di inquadrare la figura di David Prato nell’ambiente ebraico fiorentino che, già prima della Prima guerra mondiale, promosse la costruzione di una solida identità ebraica, che passava anche attraverso il richiamo sionista, ma senza compromettere quel senso di appartenenza e partecipazione nazionale (p. 15).
Proprio quando si intensificò la campagna di stampa antisemita e il governo italiano stava per inaugurare la sua politica antiebraica, David Prato ritornò in Italia per ricoprire la carica di rabbino capo di Roma a partire da gennaio del 1937. Questi anni rappresentarono un inevitabile punto di svolta nel suo rapporto con il fascismo, ma anche con la comunità ebraica italiana, che identificò nell’orientamento sionista del rabbino capo una minaccia alla già instabile relazione tra le istituzioni comunitarie e il governo, tanto da chiederne le dimissioni. A tal proposito, appare significativo che alla vigilia della proclamazione delle leggi razziali, Prato facesse ancora riferimento alle sue relazioni con esponenti di governo fascista per evitare il licenziamento. Allo stesso tempo, sono interessanti le considerazioni del rabbino sulle spaccature interne all’ebraismo, che – ai suoi occhi – erano state consolidate dalla paura e dall’incertezza generate dalla deriva antisemita del fascismo: “La massa del popolo è spaventata. Anche i più devoti ammiratori evitano il mio contatto. Coloro che mi hanno avvicinato sono stati minacciati da manganello e olio di ricino. È lo squadrismo…ebraico che non essendo ammesso a sfogarsi in altri ambienti si manifesta qui fra noi stessi. A che punto siamo arrivati” (p. 390). Il diario del 1938 si interrompe bruscamente a luglio con una nota, brevissima e priva di dettagli, su un incontro tra Prato e Pacifici a Firenze, per poi riprendere da Gerusalemme ad aprile del 1939. Queste ultime pagine delle agende documentano l’ininterrotta attività di Prato dopo l’aliyah a favore del sionismo e degli immigrati italiani, il suo impegno negli ambienti politici e culturali, anche attraverso frequenti viaggi all’estero fino al 1943. Quando nel 1944 fu resa nota la conversione del rabbino capo di Roma, Italo Zolli, Prato fu nuovamente richiamato a coprire quella carica nell’Italia postfascista, dove morì nel 1951.
Questo volume rende accessibile un'importante risorsa per la ricerca storica, che ci permette di osservare – attraverso lo sguardo di David Prato – il passaggio dall’integrazione all’esclusione dell’ebraismo italiano dalla vita nazionale, la complessa relazione tra ebraismo italiano e fascismo, ma anche il ruolo – ancora poco studiato – degli ebrei italiani nella politica coloniale italiana.