Anno zero
Testi
per Il Giorno della Memoria
a cura di Cristiana Facchini e Roberta Mazza
letti da
STEFANO PESCE E BARBARA MAUTINO
Università degli
Studi di Bologna
Dipartimento di Discipline Storiche
Piazza San Giovanni in Monte 2
Aula G. Prodi
Lunedì 30 gennaio, ore 17
“Nero latte dell’alba
lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo
beviamo la notte
beviamo beviamo”.
Sono i versi scarni del più noto
poeta della Shoà, che ha descritto
l’atroce esperienza della persecuzione
nel linguaggio lirico della poesia. È
Celan, ebreo rumeno che scrive in lingua
tedesca, la lingua dei carnefici, il quale,
contro la stentorea affermazione di Adorno,
“…scrivere una poesia dopo Auschwitz
è un atto di barbarie, e ciò
avvelena la stessa consapevolezza del perché
è divenuto impossibile scrivere oggi
poesie…”, sperimenta, con risultati
altissimi, la potenzialità del linguaggio
lirico di mettere in essere, di fare sentire,
la Shoà.
Aharon Appelfeld, scrittore
israeliano di origine rumena, sopravvissuto
ai campi, trae spunto proprio dagli stessi
versi della poesia di Celan, rispondendo
ad una domanda rivoltagli da Philip Roth.
Dice, parlando dei sopravvissuti, dei superstiti,
che “il sopravvissuto … ha ingoiato
l’Olocausto tutto intero, e procede
nella vita con l’Olocausto in tutte
le sue membra. Beve il “latte nero”
del poeta Celan, mattino, pomeriggio e sera.
Non ha alcun vantaggio su nessun altro,
ma non ha ancora perduto il suo volto umano”.
Più ironico e solare,
Primo Levi, scrittore non “professionista”,
autore del capolavoro Se questo è
un uomo, nel suo libro Se non ora quando?,
dedicato agli ebrei dell’Europa orientale,
propende per un percorso narrativo più
lieve. In questo libro, il cui titolo è
tratto da un antico insegnamento rabbinico,
Levi confessa che voleva “raccontare
una storia piena di speranza, a tratti allegra,
benché proiettata su uno scenario
sanguinoso. Volevo combattere un luogo comune
ancora prevalente in Italia: un ebreo è
una persona mite, uno studioso, inadatto
alla guerra, umiliato che ha sopportato
secoli di persecuzione senza mai reagire.
Mi sembrava doveroso rendere omaggio a quegli
ebrei che, in condizioni disperate, trovarono
il coraggio e la capacità di resistere”.
I diversi registri stilistici
e narrativi con cui ebrei e non ebrei hanno
espresso l’esperienza traumatica del
fascismo, del nazismo, delle persecuzioni
e della guerra vi vengono presentati in
un percorso di letture.
Abbiamo deciso di ricordare attraverso i
brani letterari, poesie e lettere, stralci
di testi narrativi, riflessioni teoriche
e filosofiche di coloro che hanno vissuto
questo momento storico. Abbiamo scelto le
parole di autori noti e meno noti, poeti,
scrittori, filosofi, storici, ma anche comuni
cittadini.
La memoria, restituita dai brani che presentiamo,
non passa solo attraverso i versi lirici
che fissano e restituiscono l’esperienza
del trauma e della perdita, ma è
fatta anche delle voci speranzose di coloro
che sono stati perseguitati, per motivi
politici, razziali e religiosi, dai regimi
nazi-fascisti.
Voci che invitano ad una riflessione sul
dovere dell’azione e del ricordo,
ma incitano anche alla speranza irrinunciabile
di un mondo migliore.
Questa lettura deve molto
al lavoro di Riccardo Bonavita e in parte
anche a lui è dedicata.
Cristiana Facchini
Roberta Mazza
SHEMÀ
Voi che vivete sicuri
Nelle
vostre tiepide case
Voi che trovate tornando
a sera
Il cibo caldo e visi
amici:
Considerate se questo è un
uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo
pane
Che muore per un
sì o per un no.
Considerate se questa è una
donna,
Senza capelli e senza
nome
Senza più forza di
ricordare
Vuoti gli occhi e
freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi
comando queste parole.
Scolpitele nel vostro
cuore
Stando in casa andando
per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri
figli.
O vi si sfaccia la
casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano
il viso da voi.
Primo
Levi, Se questo è un uomo, Torino,
Einaudi 1956
Il Testamento di Marc Bloch
Clermont-Ferrand,
18 marzo 1941
Dovunque io muoia,
in Francia o in terra straniera, e in qualsiasi
momento ciò accada, lascio alla mia cara moglie
o in sua mancanza ai miei figli la cura di provvedere
ai miei funerali, come riterranno opportuno.
Saranno funerali puramente civili: i miei cari
sanno che non ne avrei voluti di diversi. Ma
spero che quel giorno - nella camera ardente
o al cimitero - un amico voglia dar lettura di
queste poche parole:
Non ho chiesto che
sulla mia tomba si recitassero le preghiere ebraiche
la cui cadenza, purtuttavia, accompagnò all'ultimo
riposo tanti miei antenati e il mio stesso padre.
Per tutta la vita, come meglio ho potuto, ho
teso a una totale sincerità d'espressione e di
spirito. Ritengo la compiacenza alla menzogna,
qualunque sia il pretesto che essa accampi, la
peggior lebbra dell'animo. Come qualcuno tanto
più grande di me, desidererei che la mia tomba,
quale unico motto, portasse incise queste semplici
parole: Dilexit veritatem. Per questo
non potevo accettare che in quest'ora di supremi
addii, quando ogni uomo ha il dovere di riassumere
se stesso, si invocasse in mio nome l'ardore
di una ortodossia di cui non riconosco il credo.
Ma ancora
più odioso sarebbe per me se vi fosse chi, in
questo atto di onestà, ravvisasse qualcosa di
simile ad un vile rinnegamento. Affermo dunque
se è necessario di fronte alla morte di essere
nato ebreo; che mai ho pensato di negarlo, né mai
ho avuto motivo di essere tentato di farlo. In
un mondo assalito dalla più atroce barbarie,
la generosa tradizione dei profeti ebrei, che
il cristianesimo, in ciò che ebbe di più puro,
riprese e diffuse, non resta forse una delle
nostre migliori ragioni per vivere, credere,
lottare?
Estraneo
ad ogni formalismo confessionale come ad ogni
presunta solidarietà razziale, per tutta la vita
mi sono sentito anzitutto e semplicemente francese.
Legato alla mia patria da una già lunga tradizione
famigliare, nutrito della sua eredità spirituale
e della sua storia, incapace, in verità, di concepirne
un'altra in cui respirare a pieni polmoni, l'ho
amata molto e servita con tutte le mie forze.
Mai il mio essere ebreo mi è parso di ostacolo
a questi sentimenti. Nel corso di due guerre,
non mi è stato dato di morire per la Francia.
Almeno, che io possa rendere a me stesso questa
testimonianza: muoio, come ho vissuto, da buon
francese.
Poi - se
sarà possibile prodursene il testo - si dia lettura
delle mie cinque citazioni.
Marc
Bloch, La strana disfatta. Testimonianza del
1940, Einaudi 1995
Nelly Sachs
Coro dei superstiti
 |
Noi superstiti
dalle
nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi
flauti,
sui nostri tendini
ha già passato il suo archetto -
I nostri corpi
ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell'aria
azzurra,
pendono ancora i
lacci attorti per i nostri colli -
le clessidre
si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi
superstiti,
ancora divorati dai
vermi dell'angoscia -
la nostra stella è sepolta
nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente
il vostro sole.
Guidateci piano di
stella in stella.
Fateci di nuovo imparare
la vita.
Altrimenti il canto
di un uccello,
il secchio che si
colma alla fontana
potrebbero far prorompere
il dolore
a stento sigillato
e farci schiumar
via -
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora
un cane che morde potrebbe
darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in
polvere
davanti ai vostri
occhi.
Ma cosa tiene unita
la nostra trama?
Noi, ormai senza
respiro,
la nostra anima è volata
a lui dalla mezzanotte
molto prima che il
nostro corpo si salvasse
nell'arca dell'istante -
Noi superstiti,
stringiamo la vostra
mano,
riconosciamo i vostri
occhi -
ma solo l'addio ci
tiene ancora uniti,
l'addio nella polvere
ci tiene uniti a
voi -
Nelly
Sachs, Opere scelte, in Shemeul Josef
Agnon - Nelly Sachs, Opere, Torino, Utet,
1996
Sogni
(adattamento da Charlotte Berardt, Il Terzo
Reich dei Sogni, Einaudi 1991 e Aharon
Appelfeld, intervista con Philip Roth, in Chiacchiere
di Bottega, Einaudi Torino, 2004)
Giobbe disse: "Nei fantasmi, tra visioni notturne,
quando grava sugli uomini il sonno, terrore mi
prese e spavento, e tutte le ossa mi fece tremare". "Macbeth
ha ucciso il sonno!". Il terzo Reich ha ucciso
il sonno, si insinua nei sogni. Come l'Inquisizione
vigila e colpisce chi ha "pronunciato eresie
in sogno".
Ascolta una giovane donna, nell'estate del 1933:
"Sogno di parlare russo in sogno - una lingua
che non conosco, e del resto non parlo nel sonno
-, come misura precauzionale, affinché non capisca
me stessa e nessuno possa capirmi, in caso mi
sfugga qualcosa a proposito dello stato, visto
che ciò è proibito e va denunciato"
Il Reich controlla la lingua, e nello spazio
intimo della persona impone immagini kafkiane,
L'ideologia plasma i contorni e le forme della
realtà:
"Sono cresciuto con la sensazione che tutto
ciò che era ebreo fosse deforme. Fin dalla più tenera
età il mio sguardo si è rivolto alla bellezza
dei non ebrei. Erano alti e biondi e si comportavano
con naturalezza".
"Una ragazza di ventidue anni, con un naso sottile,
ma piuttosto adunco, che ne domina il volto,
crede evidentemente che ormai tutti la prendano
per ebrea. Nasi e documenti, documenti e nasi
incominciano a popolare i suoi sogni".
"Mi presento all'ufficio per la documentazione
sull'appartenenza alla razza ariana [.] per esibire
un certificato, relativo a mia nonna, che mie
era costato mesi di ricerca. L'impiegato, che
ha l'aspetto di una statua di marmo e siede dietro
un muro, allunga un braccio oltre questo muro,
afferra il certificato, lo straccia a pezzetti,
poi brucia tutto in una stufa incassata nel muro:
- E adesso sei sempre di pura razza ariana?".
Paul Celan
Fuga di morte
NERO latte dell'alba
lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno
e al mattino lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba
nell'aria là non si giace stretti.
Nella casa
abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che
scrive all'imbrunire in Germania i tuoi capelli
d'oro Margarete
lo scrive ed esce
dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia
ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei
e fa scavare una tomba nella terra
ci comanda
ora suonate alla danza
Nero latte dell'alba
ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino
e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita
un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che
scrive all'imbrunire in Germania i tuoi capelli
d'oro Margarete
I tuoi capelli di
cenere Sulamith scaviamo una tomba nell'aria
là non si giace stretti
Lui grida vangate
più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna
il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi
sono azzurri
spingete più a fondo
le vanghe voi e voi continuate a suonare alla
danza
Nero latte dell'alba
ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno
e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita
un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
i tuoi
capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate
più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui
grida suonate più cupo i violini e salirete come
fumo nell'aria
e avrete una tomba
nelle nubi là non si giace stretti
Nero latte dell'alba
ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno
la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera
e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro
tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con
palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa
abita un uomo i tuoi capelli d'oro Margarete
aizza
i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba
nell'aria
gioca con i serpenti
e sogna la morte è un maestro tedesco
i tuoi capelli d'oro
Margarete
i tuoi capelli di
cenere Sulamith
Paul
Celan, Poesie, (a cura di Giuseppe Bevilacqua),
Milano, Mondadori, 1998
Lo scempio del mondo
Quali saranno le prospettive di risanamento
della nostra civiltà quando un giorno questa
guerra sarà finita per esaurimento delle potenze
soccombenti sia nel lontano Oriente sia qui in
Occidente?
Prospettive di risanamento: non si può dire
di più. E' chiaro infatti che questo amarissimo
secolo, il quale si avvicina alla sua metà in
un'agonia senza esempi, reca l'impronta di una
progressiva decadenza culturale che può terminare
con una catastrofica distruzione.
Con ciò non vogliamo affatto negare che il secolo
XX abbia dato prodotti eccellenti, e nuovi e
preziosi contributi alle civiltà per l'epoca
presente e per l'avvenire. Rimane però l'inevitabile
e deprimente quesito: dopo la fine di tanti orrori
questo mondo ferito e mutilato sarà tosto capace
di avere una fioritura di pura e nobile civiltà?
Le pagine che seguono contengono la conclusione
che le premesse di una tale rapida rinascita
culturale esisteranno solo in misura molto esigua,
sicché le prospettive di una guarigione della
civiltà sono paurosamente piccole. Tuttavia l'ultima
parola dev'essere questa: noi non vogliamo abbandonare
la speranza d'un miglioramento né la volontà di
attuarlo. L'umanità non può rinunciare a quel
preziosissimo retaggio che chiamiamo civiltà.
Johan Huizinga, Lo scempio del mondo,
Bruno Mondadori, Milano, 2004
Vittorio Sereni
NEL VERO ANNO
ZERO
Meno male lui disse,
il più festante: che meno male c'erano tutti.
Tutti
alle case dei Sassoni - rifacendo la conta.
Mai
stato in Sachsenhausen? Mai stato.
A mangiare
ginocchio di porco? Mai stato.
Ma certo, alle
case dei Sassoni.
Alle case dei Sassoni,
in Sachsenhausen, cosa c'è di strano?
Ma quante
Sachsenhausen in Germania, quante case.
Dei Sassoni,
dice rassicurante
caso mai svicolasse
tra le nebbie
un'ombra di recluso
nel suo gabbano.
No non c'ero mai
stato in Sachsenhausen.
E gli altri allora - mi
legge nel pensiero -
quegli altri carponi
fuori da Stalingrado
mummie di già soldati
dentro quel sole
di sciagura fermo
sui loro anni aquilonari. dopo
tanti anni
non è la stessa cosa?
Tutto ingoiano le
nuove belve, tutto -
si mangiano cuore
e memoria queste belve onnivore.
A balzi nel chiaro
di luna si infilano in un night.
Vittorio Sereni, Poesie, (edizione critica a cura di Dante Isella),
Milano, Mondadori, 1995
Lettere al muro
Lettere di condannati a morte della Resistenza
europea, Einaudi, Torino, 1995
"Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio
per aver servito un'idea."
(Guglielmo Jervis)
"Mimma cara,
la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti,
mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci
sempre gli zii che t'allevano, amali come fossi
io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti
i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che
mi perdonino il dolore che do loro. Non devi
piangere né vergognarti per me. Quando sarai
grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola:
studia, io ti proteggerò dal cielo"
(Paola Garelli, Mirka)
"Mia adorata Pally,
sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally
adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli
che mi ricorderanno. Credimi non ho mai fatto
nessuna cosa che potesse offendere il nostro
nome. Ho sentito il richiamo della patria per
la quale ho combattuto, ora sono qui. fra poco
non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto
mi era possibile affinché la libertà trionfasse.
(Irma Marchiani, Anty)
"Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare
ai nostri privilegi. [.] L'idea di andare a fare
il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo;
[.] Tuttavia è l'unica possibilità aperta e l'accolgo".
"Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili.
Una delle poche certezze acquistate nella mia
esperienza è che non ci sono individui insostituibili
e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre
ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini
vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere
di lasciare che i morti seppelliscano i morti"
(Giaime Pintor, Doppio Diario, Einaudi,
Torino, 1975)
Louis Borges
I Giusti
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva
Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
(Louis
Borges) |