La spesa regionale per lo sviluppo

L’istituzione della Regione Siciliana nel 1947 portava all’avvio di un vasto piano di opere pubbliche realizzate in un primo momento con stanziamenti ordinari e successivamente, e soprattutto dalla fine degli anni ’50, con i fondi versati annualmente dallo Stato a titolo di solidarietà nazionale in virtù dell’art. 38 dello Statuto regionale[77]; la somma, versata sulla base di un piano economico predisposto dagli organi regionali, veniva impiegata per la realizzazione di infrastrutture allo scopo di riportare la produttività e i redditi da lavoro siciliani sui livelli delle medie nazionali. Si procedeva quindi, come fu da più parti sottolineato, «con un’arcaica politica di lavori pubblici priva di una visione coordinata delle future esigenze»; mancavano in altri termini un adeguato coordinamento tra organi e istituzioni nazionali e regionali e soprattutto una visione strategica del processo di industrializzazione della Sicilia inserito nella prospettiva generale di ripresa dell’economia, non solo a livello nazionale ma che tenesse conto anche del contesto internazionale [Marzano 1971, 1974, 1979a e b].

I provvedimenti degli organi regionali si caratterizzarono sin dall’inizio per un’attenzione particolare ai profili di rilevanza sociale che gli investimenti potevano assumere, attenzione che col tempo divenne prioritaria e tesa, come sottolineò l’Assessore regionale alle Finanze Giuseppe La Loggia, «ad assicurare innanzitutto la tenuta di buoni livelli occupazionali sopperendo alla mancanza del lavoro privato». In un primo momento si privilegiarono quindi le opere stradali rurali, le bonifiche, l’edilizia popolare; tutti interventi che non potevano però modificare il divario economico col resto del paese e tanto meno bloccare il flusso migratorio verso l’estero, mentre in un secondo momento la spesa fu indirizzata anche verso investimenti tesi alla realizzazione delle infrastrutture che incidessero e modificassero sostanzialmente il panorama dello sviluppo regionale. Se nei primi anni la Regione escluse un intervento diretto in imprese industriali, che avrebbero comportato secondo i calcoli degli assessorati competenti una spesa compresa fra i 2 e i 10 milioni di lire per addetto, dall’inizio degli anni ’50 preferì concedere agevolazioni fiscali per rilanciare l’edilizia privata, emanare provvedimenti a favore della ricerca mineraria e abolire la nominatività dei titoli azionari per le nuove società industriali allo scopo di richiamare nell’isola nuovi capitali. Provvedimento, quest’ultimo che, come stabilito dalla Corte costituzionale nel 1974, forniva alla Sicilia «un’oggettiva spinta differenziale ponendola al di fuori delle compatibilità nazionali» [Bufera 1997; Butera 2000a e b; Butera e Ciaccio 2002].

Con questo, come con altri provvedimenti, ebbe inizio la fase politica e di sviluppo denominata della «Sicilia senza Mezzogiorno» caratterizzata da una classe dirigente siciliana che tendeva a confrontarsi direttamente e alla pari con lo Stato, eludendo il confronto fra quest’ultimo e le regioni meridionali e gestendo quindi la questione dello sviluppo siciliano al di fuori del contesto macroregionale del Sud Italia. Non a caso Gandolfo Dominici, capo dell’Ufficio studi del Banco di Sicilia, rilevò come «non poteva esistere un problema siciliano contrapposto a quello meridionale o che comunque potesse avere crisma e caratteri diversi», la Sicilia dunque, come ricordato da Salvatore Butera «eccessivamente fiduciosa negli istituti della propria specialissima autonomia, nata in una temperie storico-politica del tutto particolare ma proprio per questo destinata a mutare rapidamente si isola[va] progressivamente dal resto del paese e dal quadro meridionale» e si impegnava  a «combattere una donchisciottesca battaglia nella quale vennero disperse energie preziose meglio sfruttabili in un diverso quadro di compatibilità e di opportunità che tenessero maggiormente conto di ciò che stava avvenendo nel paese». Salvatore Butera palesò con queste parole lo scarto e il fulcro della politica economica regionale in buona parte responsabile dell’atrofico sviluppo siciliano.

La Regione si convinse nel 1950 dell’opportunità di intervenire concretamente per lo sviluppo delle attività industriali siciliane istituendo un fondo presso la Sezione di credito industriale del Banco di Sicilia per partecipazioni azionarie in società industriali, contestualmente la Federazione degli industriali siciliani veniva trasformata in una nuova organizzazione, la Sicindustria, sotto la presidenza dell’ing. Domenico La Cavera [Butera e Ciaccio 2002; Saraceno 1980, 1984 e 1990].  



[77]  Fu necessario attendere sino al 1952 perché lo Stato emanasse il primo provvedimento di concessione alla Sicilia del contributo di cui all’articolo 38, che fu determinato, per il quinquennio 1947-1952 in 55 miliardi di lire del tempo.