| Elena Cortesi
Poteri centrali e periferici di fronte allo sfollamento di
massa: il caso della provincia di Forlì, 1940-1944
Come reagì la struttura accentratrice e totalitaria
del regime fascista italiano di fronte all’emergenza
bellica?
Già nel 1995 Luca Baldissara concludeva, analizzando
il caso di bolognese, che tra il ’40 e il ’45
le necessità e le urgenze che drammaticamente condizionavano
la vita nella penisola ampliarono e rafforzarono, velocemente
e da subito, non normativamente ma di fatto, gli ambiti di
intervento e le funzioni di coordinamento delle amministrazioni
locali, riassegnando a esse, nell’attività quotidiana,
una centralità che la costruzione dello Stato fascista
aveva via via compromesso [1].
Anche i miei studi su una delle più
diffuse e importanti emergenze provocate dalla guerra nell’intera
penisola, quella dello sfollamento,
mettono in luce numerose e crescenti (nel numero e nella gravità)
contraddizioni, smagliature e mancanze nei tentativi del regime
di organizzare, coordinare e controllare dall’alto,
totalmente, la vita del paese, in ogni suo aspetto, lungo
tutti gli anni di guerra, e ritengo rivelino che, di fronte
a un potere centrale in grave difficoltà, gli amministratori
periferici (in particolare quelli statali e municipali) dovettero
agire di propria iniziativa e non di rado in piena autonomia
[2].
Con l’idea che analizzare da vicino il
rapporto tra poteri centrali e poteri periferici negli anni
della seconda guerra mondiale possa dare un contributo significativo
alla storia del regime fascista (e dei totalitarismi) e anche
a quella degli italiani in guerra, in quanto le modalità
di interazione di questi poteri influì inevitabilmente
e profondamente sulla loro quotidianità, in questo
mio contributo punterò l’attenzione sugli organi
che al centro e localmente si occuparono di gestire gli aspetti
organizzativi, politici e assistenziali dello sfollamento
e interagirono tra loro, quasi mai linearmente e di rado serenamente,
determinando così le coordinate di fondo di quel fenomeno
e di quella esperienza nell’ambito della provincia di
Forlì.
Un caso di studio, quello del Forlivese (con
questo temine farò riferimento sempre a quello che
era allora l’intero territorio provinciale, comprendendo
quindi anche l’attuale provincia di Rimini), particolarmente
interessante, poiché questa parte di Romagna, per le
sue infrastrutture turistiche, già allora in pieno
sviluppo, e per la marginalità economica e militare,
divenne involontariamente uno dei principali luoghi di destinazione
degli italiani che fuggivano dalle zone distrutte e/o minacciate
dagli attacchi aerei. Tanto che tra il novembre ‘42
e l’agosto ’43, 20.848
persone provenienti da tutta la penisola vi si riversarono,
concentrandosi soprattutto nei principali comuni costieri
(quello di Rimini in particolare). Nei mesi successivi, poi,
l’evacuazione forzata (ordinata dai tedeschi) o volontaria
dalle zone poste in prossimità del fronte militare
accrebbe il numero degli “stranieri” presenti
di altre 10.000
unità circa. Nel frattempo (siamo nell’autunno
del ’43) l’intera provincia diveniva una zona
di primaria importanza strategica sia per i tedeschi (che
vi costruirono l’estremità adriatica della linea
Gotica nonché una linea di fortificazione lungo la
costa per coprirsi le spalle da eventuali attacchi dal mare)
sia per gli angloamericani (ai quali offriva un corridoio
pianeggiante per entrare nella pianura padana).
Volendo analizzare i rapporti tra organi centrali
del regime e poteri locali di fronte allo sfollamento in questa
fetta di Romagna diviene inevitabile articolare l’analisi
sovrapponendo sei piani cronologici: “i fatti”
nazionali (primo fra tutti l’8 settembre ’43 che
portò in tutta la penisola, e anche nel Forlivese,
profondi e successivi cambi di protagonisti e ruoli); quelli
locali (per esempio l’inizio dei bombardamenti sulle
tre maggiori città della provincia); le fasi della
gestione centrale dello sfollamento; quelle della gestione
locale; il modificarsi spontaneo del “fenomeno sfollamento”
nell’intera penisola; la sua evoluzione nel Forlivese.
Semplificando molto si delineano quattro fasi contemporaneamente
cronologiche e tipologiche, non però nettamente separate
tra loro.
Il “primo sfollamento”, giugno ’40
- autunno ’42
Nel giugno ’40 e nei primi mesi successivi
all’entrata in guerra, il fenomeno di
fuga dai grandi centri urbani immediatamente e spontaneamente
iniziato coi primi
bombardamenti [3], non
venne considerato dal regime come un “problema”,
ma come una utile precauzione da sollecitare. Di sfollamento
delle città con più di 100.000 abitanti si era
infatti parlato in Italia fin dall’inizio degli anni
Trenta quando il Comitato centrale interministeriale per la
protezione antiaerea (CCIPAA) – organo dipendente in
un primo momento dal ministero dell’Interno (MI) poi
da quello della Guerra e ramificato localmente in Comitati
provinciali presieduti dai prefetti – aveva iniziato
a studiare le basi organizzative di un sistema di protezione
della popolazione civile dai bombardamenti aerei e si era
immediatamente reso conto dell’impossibilità,
dovuta a motivi logistici, economici e psicologici, di
garantirne uno realmente efficace, soprattutto nelle città
più grandi. Già nel ’31 l’allora
responsabile del CCIPAA, il generale Giannuzzi Savelli, aveva
così affermato che il provvedimento più sicuro
sarebbe stato quello di diminuire la
popolazione da proteggere [4].
Su questa linea tra il ’34 e il ’39
erano state approntate una serie di norme generali –
che dovevano essere contestualizzate dai prefetti con apposite
direttive locali –, poi definite Piano di diradamento
della popolazione civile, che alla base, però,
non avevano alcun vero “piano”, ma solo l’idea
che per “diradare” la popolazione cittadina sarebbe
bastato stimolare e riuscire a gestire lo sfollamento di solo
una parte di essa e internamente ai territori provinciali,
anzi per lo più limitatamente ai contadi, possibilmente
solo serale e con predominanti caratteristiche di spontaneità
e autosostentamento. Costruito su questa ipotesi, il Piano
di diradamento lasciava tutta l’organizzazione e
la gestione dello sfollamento nelle mani delle autorità
locali: gli aspetti politico-organizzativi (cioè, in
pratica, la funzione di coordinamento e controllo superiore)
erano affidati alle prefetture, quelli logistici e assistenziali
(cioè la vera gestione quotidiana, anche economica)
ai municipi.
Ciò che più sorprende e qui più
ci interessa è che tale impostazione e l’idea
su cui si reggeva – nate da una grave sottovalutazione
del problema del tutto affine e strettamente collegata alla
superficialità con cui il regime affrontò ogni
aspetto della protezione dei civili dagli attacchi aerei –
sembrano essere rimaste alla base della gestione centrale
dello sfollamento anche negli anni successivi, continuando
a scaricare gran parte delle decisioni e delle responsabilità
in materia di sfollamento “sulle spalle” di prefetti
e podestà. La mancata elaborazione al centro, lungo
tutti gli anni del conflitto, di un vero piano che, sia a
livello nazionale sia locale, fornisse norme chiare, prevedesse
il coinvolgimento di più protagonisti (enti, istituti,
organi del partito), delineando precisi ruoli e magari offrendo
i mezzi necessari, stupisce ancora di più se si considera
che fin dall’estate del ’40 le norme che componevano
il Piano di diradamento si dimostrarono insufficienti e troppo
vaghe, tanto che in quel luglio il MI era costretto a ordinare
ai prefetti di bloccare ogni spostamento di popolazione e
anche di favorire il ritorno alle loro case di coloro che
erano già sfollati. Insomma, le autorità, centrali
e locali, si erano subito trovate in difficoltà nel
gestire quella che era stata davvero una fuga geograficamente
circoscritta, ma quotidiana e più ampia e disordinata
del previsto, nonché attuata soprattutto da sfollandi
bisognosi di tutto [5].
Nei due anni successivi (estate ’40-autunno
’42), comunque, poco altro venne detto e fatto, sia
al centro sia in periferia, in tema di sfollamento. Non perché
l’ordine ministeriale del luglio ’40 fosse riuscito
a fermare del tutto la fuga dalle città bombardate,
ma perché questa interessava, alternativamente e a
singhiozzo, solo alcuni centri urbani della penisola e tendeva
a rimanere localizzata [6].
Seconda e terza fase dello sfollamento:
autunno ’42-settembre/novembre ’43
Quando, tuttavia, nell’ottobre ’42,
l’offensiva aerea nemica si scatenò con una violenza
e intensità nuove, in particolare sulle città
del nord, il Piano di diradamento fu nuovamente tirato
fuori dal cassetto. Ma nell’autunno-inverno ’42
la situazione che si venne velocissimamente a creare era assai
diversa da quella ipotizzata dal regime negli anni ’30
e anche da quella che si era tentato di affrontare nel ’40:
a spostarsi, a volte (dove era ancora possibile trovare accoglienza)
nel corto raggio comunale e/o provinciale, ma anche e sempre
più spesso per grandi distanze, era una crescente massa
di italiani in fuga, per lo più senza altro che gli
abiti indossati, spinti dalla paura, o dal non avere più
una casa, o dalla difficoltà di vivere in città
i cui servizi stavano saltando per aria, e soprattutto dalle
riattivate e continue sollecitazioni a sfollare provenienti
dai vertici del regime, ancora inermi di fronte alla necessità
di difendere la popolazione dagli attacchi aerei. Il duce
stesso il 2 dicembre ’42, alla Camera dei fasci e delle
Corporazioni, recuperava e ricordava una propria frase di
cinque anni prima: «Bisogna sfollare le città.
Soprattutto dalle donne e dai bambini». E il giorno
successivo scriveva ai prefetti chiaramente incaricandoli
di assumere la gestione dello sfollamento:
Avete udito il mio appello mettetevi all’opera
perché gli sfollandi abbiano la prova, col minimo
di burocrazia, che nel tempo fascista la solidarietà
nazionale si attua in forme concrete, sollecite, generose,
sono sicuro che lo farete e informatemi. Mussolini [7].
Il 4 dicembre l’Ispettorato per i servizi
di guerra del MI (ISG) inviava a tutti i prefetti un Riassunto
delle disposizioni impartite in tema di sfollamento e di assistenza
alle popolazioni sfollate che iniziava con queste parole:
Nel recente suo discorso il duce ha ancora
una volta ammonito perché si provveda in modo rapido
allo sfollamento dei maggiori centri urbani e delle città
industriali fatte bersaglio dalle offese nemiche. Tale esortazione,
che per noi è un ordine, non ha bisogno di commento.
[…] confido che i prefetti vorranno intervenire con
la più ampia opera di persuasione per stimolare,
agevolare ed accelerare lo sfollamento volontario di quella
parte della popolazione, la cui presenza nei grandi agglomerati
urbani o nei centri industriali, soggetti alle offesa nemica
non sia giustificata da alcuna particolare ragione inerente
all'attuale stato di guerra [8].
Il Riassunto univa le vecchie norme
del Piano di diradamento (coi pochi aggiustamenti
apportati a esso tra il ’40 e il ’42) a una serie
di nuove indicazioni che l’ISG aveva elaborato e diramato
in tutta fretta tra l’ottobre e la fine di novembre
’42 e che riguardavano in particolare l’accoglienza,
la sistemazione e il sostentamento degli sfollati –
quest’ultimo affidato agli Enti comunali di assistenza
–, oltre a un tortuoso iter burocratico che doveva accompagnare
chi sfollava in modo da offrire al regime la possibilità
di seguire ogni minimo spostamento di popolazione e così
ridistribuire adeguatamente le risorse (prodotti tesserati,
tessere, appositi finanziamenti), come se quest’ultima
ulteriore complicazione fosse tranquillamente risolvibile
nell’ormai totale crisi del sistema di approvvigionamento
[9].
Appare comunque invariata, in queste nuove indicazioni,
l’idea che spettasse principalmente alle autorità
locali occuparsi di sfollandi e sfollati. In un riepilogo
delle principali «norme sulla disciplina dello sfollamento
ed assistenza alle popolazioni sfollate», per esempio,
inviato sempre il 4 dicembre ’42 dall’Ufficio
assistenza dell’ISG ai prefetti, si legge: «i
Podestà in ogni Comune sono i soli responsabili di
tutta l’organizzazione di ricezione e sistemazione e
assistenza degli sfollati» [10].
Ai prefetti venne inoltre riconosciuta la facoltà di
intervenire coattivamente, se necessario, senza approvazione
superiore, per recuperare alloggi, vestiti, coperte e ogni
altra cosa indispensabile alla sopravvivenza degli sfollati
[11]. Facoltà
che dal marzo ’43, per quanto riguardava gli alloggi,
i prefetti poterono anche delegare direttamente ai podestà
[12].
Sempre osservando la situazione dal Forlivese,
dal novembre-dicembre ’42 all’estate ’43
le disposizioni centrali riguardanti lo sfollamento si susseguirono
senza sosta ma, almeno così sembra, ancora senza una
vera logica organizzativa. L’idea che si ricava dalla
documentazione è quella di una “corsa”
a risolvere in modo disordinato e affannoso i problemi che
i prefetti italiani, alternativamente e sempre più
drammaticamente, segnalavano. E in questa corsa gli uffici
romani giungevano molto spesso in ritardo rispetto ai provvedimenti
che il prefetto forlivese e/o i suoi podestà avevano
già dovuto adottare per fronteggiare il veloce evolversi
dell’emergenza. Tanto che non di rado le direttive ministeriali
finivano per costituire un problema ulteriore, poiché
costringevano gli enti locali a riorganizzare in base ai criteri
centrali ciò che seguendo criteri locali era già
stato in tutto o in parte approntato. Una tale intempestività
scatenava l’insofferenza dei podestà sui quali,
come sappiamo, ricadeva tutta la gestione logistica ed economica
quotidiana del “problema sfollamento”. Le loro
proteste giungevano sul tavolo del prefetto che, dai documenti
conservati negli archivi della prefettura forlivese, appare
sì un ligio rappresentante dello Stato, e quindi pronto
a ribadire le disposizioni centrali, ma con un’indole
pragmatica assai forte che lo portava anche a perorare le
cause dei propri podestà presso gli uffici ministeriali
(questa considerazione vale indubbiamente per Marcello Bofondi,
che guidò la provincia di Forlì in questo periodo,
fino all’agosto ‘43, ma ritengo si possa estendere
anche al prefetto successivo Florindo Giammichele).
Dal canto loro, però, gli organi statali
erano del tutto sordi ai problemi particolari ed esclusivamente
intenti a cercare di affrontare la “questione sfollamento”
esclusivamente tenendo conto dei problemi finanziari dello
Stato, di quelli politici interni e internazionali e soprattutto
delle esigenze di mobilitazione e di produzione bellica. Cosicché,
come sottolinea anche Mauro Maggiorani [13],
l’incongruenza tra l’astrattezza delle disposizioni
centrali e il dramma quotidiano divenne velocemente assoluta.
Ricadeva pertanto sulle spalle del prefetto
e soprattutto dei podestà l’urgenza di trovare
e organizzare soluzioni realistiche alle emergenze che il
continuo arrivo di sfollati innescava localmente. Soluzioni
realistiche, ma che al tempo stesso non dovevano essere in
contrasto con le direttive nazionali, e questo era un compromesso
non sempre facile da raggiungere.
In questo “quadro” non vi era quasi
traccia del partito. A esso, ai suoi organi femminili e giovanili
in particolare, le norme del novembre-dicembre ’42 affidavano
la gestione dello sfollamento volontario dei bambini
dalle città bombardate (oltre a compiti di prima assistenza
verso gli sfollandi che giungevano nelle stazioni ferroviarie),
concedendo in questo settore totale autonomia gestionale pur
all’interno di un rapporto di collaborazione con i poteri
locali. Nel Forlivese, in quell’autunno-inverno ’42
come nel successivo evolversi drammatico e veloce dell’emergenza,
in realtà il Pnf non sembra avere alcuna voce in capitolo
e ben poca capacità d’iniziativa. Ciò
sembra confermare, almeno per la provincia di Forlì,
l’ipotesi avanzata da Baldissara di un progressivo sostituirsi,
nel corso del conflitto, degli enti locali (in particolare
dei comuni) al partito [14].
Cosa che invece non avvenne, o non avvenne del tutto, a quanto
pare, ad esempio nel vicino Pesarese dove il Pnf cercò
fino all’ultimo di avere un ruolo di rilievo nella gestione
dei problemi locali, ponendosi anche, a volte, in contrasto
col prefetto nel tentativo di ricompattare attorno al fascismo
e al regime la fiducia della popolazione “indigena”
e pure degli sfollati “stranieri” [15].
L’autonomia che gli enti locali, soprattutto
i comuni, si trovarono ad avere nella gestione dello sfollamento
fece sì che all’interno della provincia forlivese
realtà contraddistinte da maggiori capacità
d’iniziativa, prontezza ed efficacia organizzativa si
alternassero ad altre in parte o del tutto in passiva attesa
dell’intervento prefettizio. E Bofondi (ma anche, successivamente,
Giammichele), dovendo intervenire a colmare e a coordinare,
tendeva a far proprie e a diffondere le soluzioni elaborate
dalle municipalità più efficienti. Tanto che
la maggior parte della corrispondenza prefettizia di quel
periodo attorno al problema dello sfollamento che ho trovato
e analizzato nel fondo del gabinetto di prefettura lega il
capo della provincia al commissario di Rimini, Eugenio Bianchini.
Fu soprattutto quest’ultimo, infatti, che, sia perché
si trovò ad affrontare la fetta quantitativamente più
ampia del problema, sia per le sue evidenti capacità
“manageriali”, sia perché probabilmente
aveva a disposizione risorse economiche e umane più
efficaci, diede progressivamente la propria impronta alla
gestione dello sfollamento in tutta la provincia.
Fin dal novembre ’42, a partire dalle
frettolose e insufficienti norme centrali
[16], Bianchini era riuscito
a creare un’organizzazione dell’ accoglienza
degli sfollati davvero minuziosa , coinvolgendo gran parte
degli uffici ed enti che aveva a disposizione e dando a essi
autonomia e potere. Alla Direzione servizi turistici dell'Azienda
di soggiorno, per esempio, aveva affidato il compito particolarmente
importante e difficile del reperimento degli alloggi e per
tale ruolo aveva dato a essa la piena facoltà di disporre
d’ufficio, autonomamente, la riapertura degli alberghi
e delle pensioni esistenti nel comune man mano che se ne fosse
presentata la necessità [17].
A emanare ordini di requisizione di appartamenti
e case private, e anche di coperte e stufe giacenti presso
commercianti all’ingrosso e al minuto, provvedeva invece
Bianchini stesso, prima del marzo ’43 chiedendo di volta
in volta l’intervento prefettizio, poi autonomamente
[18]. Nell’intera
provincia la situazione e i meccanismi tra poteri sin qui
descritti rimasero sostanzialmente immutati fino al settembre
’43 nonostante il cambio al vertice della prefettura,
alcuni avvicendamenti a capo dei comuni [19]
e anche l’improvviso tentativo del regime di attuare
una completa inversione di rotta.
Se nel novembre ’42, infatti, era in qualche
modo parso possibile gestire il crescente sfollamento spontaneo
e addirittura, come abbiamo visto, sollecitarlo, solo tre
mesi più tardi la vastità raggiunta dal fenomeno
e i gravi problemi che esso stava creando sia nelle città
abbandonate sia nei luoghi di arrivo, costrinsero il regime
a tentare di bloccarlo. Non solo: tutti coloro che erano già
sfollati dovevano essere risospinti verso i luoghi d’origine.
Il nuovo sottosegretario all’Interno, Umberto Albini,
così scriveva a tutti i prefetti il 19 febbraio ’43,
pochi giorni dopo la propria nomina:
Situazione creatasi in questi ultimi tempi
at causa accentuate azioni aeree nemiche at centri urbani
ha dimostrato che non est assolutamente possibile trasferire
et sistemare convenientemente in altre zone larghe masse
popolazioni che sfollano da località colpite date
scarse capacità ricettive deficienza mezzi trasporto
et difficoltà inerenti at servizi alimentari et provvista
materiali vari occorrenti per sistemazione sfollati stessi
punto [...] Conseguentemente presi gli ordini superiori
si dispone due punti Popolazioni debbono continuare at rimanere
nei centri urbani sottoposti at offese nemiche punto Prefetti
dovranno limitare sfollamento at famiglie bisognose che
at seguito bombardamenti siano rimaste senza tetto [...]
et poiché sfollamento sarà così ridotto
at poche migliaia incursionati est necessario sistemarli
ambito rispettiva provincia punto Uomini validi at lavoro
dovranno rimanere zone colpite et a cura Prefetti sarà
provveduto at loro sistemazione punto Assistenza sarà
praticata solo at persone bisognose sfollate per ordine
Prefettura punto [...] Popolazioni precedentemente sfollate
da località colpite dovranno essere opportunamente
sollecitate at rientrare loro residenze sempre che loro
abitazioni non siano distrutte avvertendole che a datare
dal trentuno marzo ogni forma assistenza at loro favore
verrà a cessare punto [20].
In un altro comunicato del 20 marzo ’43
[21] il ministero chiariva
che un ulteriore esodo di popolazioni non poteva essere attuato
a causa dell'esaurita capacità ricettiva delle province,
dell'insufficienza dei mezzi di trasporto ferroviari e automobilistici,
delle difficoltà inerenti all'organizzazione dei servizi
alimentari nelle zone di afflusso degli sfollati, dei problemi
di tipo igienico-sanitario provocati dall'eccessiva densità
di popolazione in alcune zone e della stasi quasi completa
della vita industriale, commerciale e amministrativa che si
determinava nelle città bombardate. Per questi motivi,
ribadiva il comunicato, lo sfollamento doveva essere limitato
ai senza-tetto che non potessero essere sistemati in locali
disponibili nella stessa zona bombardata. Poteva però
essere ancora consentita la partenza delle persone che disponevano
di mezzi propri per il viaggio e la sistemazione. Ovviamente
questi provvedimenti non vennero accolti con favore da coloro
che, spinti dalla paura, dalle distruzioni, dal desiderio
di una vita più tranquilla, lontana non solo dal pericolo,
ma anche dalla costante visione della morte, si apprestavano
ad abbandonare i centri urbani, e ancor meno dai tanti sfollati
che avevano ormai trovato rifugio in luoghi più sicuri.
Nella relazione settimanale del 21 maggio ’43, per esempio,
la Commissione forlivese di censura postale scriveva:
Fra gli sfollati si è diffusa la notizia
che dovranno ritornare nelle provincie di origine ove saranno
sistemati nelle campagne. Tale voce ha dato luogo a viva
preoccupazione [22].
Nella consapevolezza dell'impopolarità
di quelli che apparivano ora al ministero provvedimenti necessari
e improrogabili, i capi delle province venivano sollecitati
a far leva, con l’aiuto del partito, sui sentimenti
di orgoglio e di patriottismo delle popolazioni. Nella campagna
propagandistica appositamente coniata, a partire specialmente
dal ’43, le città dovevano essere assimilate
alla prima linea del fronte
I Prefetti, avvalendosi anche della collaborazione
del Partito, procureranno di suscitare nell'animo del popolo
l'orgoglio di sentirsi custode e difensore delle proprie
case, delle proprie aziende, delle proprie città,
avvicinandolo sempre più, in un comune, alto sentimento
di civismo e di sacrificio, ai combattenti che tutto offrono
e tutto sopportano per i supremi ideali della Patria in
armi [23]
Questo era ora il messaggio che doveva sostituire
quello del ’39-’42: “le città
si difendono dalle offese aeree vuotandosi”. Ma da una
relazione inviata da Bianchini al prefetto il 23 settembre
’43 si deduce che ancora dopo sei mesi nel territorio
forlivese il tentativo di frenare l’arrivo di nuovi
sfollandi e di allontanare quelli già ospitati aveva
dato assai scarsi risultati:
Continuano tuttora a giungere nel territorio
di questo Comune numerosi sfollati, provenienti non solo
dalle provincie dell'Italia centrale ma anche da località
dell'Italia settentrionale, i quali domandano alloggio ed
assistenza, esaurendo da un lato, ormai completamente ogni
residua capacità ricettizia locale ed aggravando,
dall'altro, sempre più gli ingenti oneri di spesa
a carico dell'esausto bilancio dello Stato. Allo scopo di
ovviare quanto è più possibile ai suddetti
inconvenienti, da parte dei competenti Uffici viene posta
ogni cura nel cercare di risospingere verso le rispettive
città tali fiotti di gente, sia facendo opera ragionata
e intelligente di persuasione sia, nei dovuti casi, rifiutando
o frapponendo difficoltà e limitazioni sia nei riguardi
della concessione che della durata dell'assistenza [...]
[24].
Nel frattempo, come è noto, l’Italia
aveva vissuto alcuni dei momenti più significativi
della propria storia – lo sbarco angloamericano sulla
penisola, il 25 luglio, l’8 settembre e, proprio nei
giorni in cui Bianchini scriveva, la nascita della Rsi –
ma tra essi solo l’avanzare del fronte da sud (e i bombardamenti
che lo accompagnarono) e l’occupazione tedesca sembrano
avere un qualche effetto sul problema e la gestione dello
sfollamento. Quasi per nulla significativi risultano i passaggi
dal governo di Mussolini a quello di Badoglio e poi al “nuovo”
regime fascista. D’altro canto, nei 45 giorni badogliani
furono davvero poche nel Forlivese le sostituzioni di podestà
(e anche di altri amministratori locali) «che, per l’attività
politica svolta durante il periodo fascista, si rendevano
incompatibili con il nuovo ordine nazionale» (solo 9
podestà su 50: Forlì, Predappio, Mercato Saraceno,
Castrocaro, Dovadola, Rocca S. Casciano, Santarcangelo, S.
Sofia) [25]. Benché
quantitativamente maggiori, gli avvicendamenti verificatisi
con l’insediamento del governo repubblichino non sembrano
comunque rilevanti per la mia analisi, a parte la sostituzione
(non so se per motivi politici o altro), il 24 novembre ’43,
dell’efficientissimo Bianchini con il Commissario straordinario
Ugo Ughi, uomo quest’ultimo dotato di assai minore personalità
e capacità d’iniziativa.
Si ebbero, tra agosto e novembre, anche due
successivi cambi al vertice della provincia: il 16 agosto
’43 Florindo Giammichele sostituì Marcello Bofondi
(quest’ultimo aderì poi alla Rsi e venne messo
a disposizione del ministero delle Forze armate) e il 25 ottobre
fu a sua volta sostituito da Alberto Zaccherini (ravennate,
insediato alla prefettura di Bologna dalle autorità
tedesche occupanti, confermato prefetto dalla Rsi e inviato
prima a Forlì, poi a Ravenna e Novara), ma, come ho
già sottolineato, il cambio tra i primi due non sembra
incidere sulla politica e l’atteggiamento della prefettura,
almeno per ciò che riguarda lo sfollamento, mentre
l’operato di Zaccherini, che, come vedremo, si svolse
in un contesto profondamente diverso e mutevole, non può
essere messo a confronto con le gestioni precedenti. Dopo
l’8 settembre i poteri che nel Forlivese si confrontarono
e scontrarono attorno al sempre più ingestibile problema
dello sfollamento furono quelli dei podestà, del prefetto
(ora chiamato “capo della provincia”) e dell’amministrazione
tedesca. Le autorità centrali della Rsi intervenivano
per lo più come “corrieri” degli ordini
tedeschi presso le autorità locali e, più raramente,
come deboli (e in genere inefficaci) intermediari delle richieste
di queste ultime presso gli occupanti. Era il comando militare
tedesco a dettare le linee generali e lo faceva esclusivamente
in base alle proprie esigenze. Al prefetto spettava il compito
di diffondere gli ordini tedeschi e ai podestà quello
di applicarli continuando nel contempo a gestire autonomamente
la situazione in tutti quegli aspetti che non interessavano
all’occupante; il tutto in un contesto in continua e
veloce evoluzione. Con l’avanzata degli angloamericani
dal Sud, infatti, alla popolazione in arrivo dalle città
bombardate, soprattutto dell'Italia settentrionale, erano
andati aggiungendosi coloro che, per scelta oppure obbligati
da ordini tedeschi, lasciavano i territori in prossimità
del fronte (circa 8.000 ne contò in provincia il prefetto
di Forlì nel maggio ’44) [26].
Ma le già costipate ed esauste zone di sfollamento
della pianura e della costa forlivesi non erano in grado di
affrontare logisticamente ed economicamente questo nuovo esodo,
nemmeno l’efficiente Rimini. Non restava che cercare
di sospingere gli sfollati fuori dai confini provinciali.
Molti di essi però, stanchi e impauriti da quella che
sempre più appariva un’odissea senza fine, preferivano
risalire le valli forlivesi in cerca di altre zone non troppo
lontane in cui rifugiarsi. Negli ultimi mesi del ’43,
quindi, nella provincia di Forlì, mentre continuavano
quotidianamente a giungere nuovi gruppi di sfollati sia dal
nord sia dal centro-sud – nonostante le direttive emanate
nel febbraio precedente e reiterate dagli organi centrali
nei mesi successivi, anche durante i quarantacinque giorni
badogliani –, una gran parte di quelli che le autorità
locali cercavano di risospingere verso le province d’origine
o di far fluire verso zone più settentrionali, tendeva
a distribuirsi invece nelle campagne, colline e montagne circostanti.
Ma proprio mentre si era ancora nel pieno di
questa che ho scelto di indicare come la terza fase
dello sfollamento nella provincia di Forlì –
caratterizzata dal tentativo
(fallito) di frenare l’afflusso di nuovi sfollandi
dalle città bombardate e di risospingere verso i luoghi
di origine coloro che erano già sfollati, dall’arrivo
di migliaia di profughi dalle terre invase e dal distribuirsi
di molti sfollati nell’entroterra appenninico –,
le prime bombe lanciate sul territorio forlivese (novembre
’43) e gli ordini tedeschi di evacuazione del litorale
adriatico in prossimità della linea Gotica (marzo ’44)
innescavano la quarta fase, l’ultima, la più
drammatica e caotica, contraddistinta dal fatto che la popolazione
residente da ospitante si trovò in fuga, sfollanda,
e dette vita, unendosi ai tanti “stranieri” anch’essi
costretti nuovamente a spostarsi, a un massiccio e continuato
movimento di popolazione interno alla provincia che le autorità,
sia centrali (tedesche e italiane) sia locali, non furono
in grado di gestire.
Quarta fase dello sfollamento: novembre 1943 - novembre
1944
Le prime bombe colpirono i maggiori centri
urbani della provincia di Forlì – Forlì,
Cesena
e Rimini
– tra il novembre ‘43 e il maggio ’44. La
prima a essere bombardata (1 novembre ’43) e la più
colpita fu proprio quella Rimini
– collocata in una strettoia tra il mare e l’Appennino
in cui si incrociano le principali vie di comunicazione, canale
strategico dal punto di vista militare sia per i tedeschi
sia per gli angloamericani – che, come sappiamo, ospitava
il numero più alto di sfollati.
Rimini si svuotò: tra il novembre ’43
e il maggio successivo quasi tutti i 35.000 abitanti riminesi
e i circa 20.000 sfollati lì accolti lasciarono la
città e si sparpagliarono nei territori più
interni della provincia [27].
Residenti e “stranieri” si trovarono così
a condividere la ricerca di un nuovo rifugio nelle campagne
e sulle montagne dell'Appennino, nelle case di contadini e
mezzadri, nelle scuole e nelle canoniche dei piccoli paesi.
Si era di fronte a una autentica rivoluzione migratoria che
dal maggio ’44 coinvolse anche gli abitanti di Forlì
e Cesena, benché in misura quantitativamente minore
rispetto ai riminesi [28],
e che venne subita in tutta la sua ampiezza e drammaticità
da un contesto rurale del tutto impreparato ad affrontarla.
I paesi e le campagne delle colline e montagne forlivesi,
che ancora in prevalenza vivevano di una economia di autosussistenza
(ora ridotta al minimo anche dai “prelievi” fascisti
e tedeschi) e che per la mancanza dei mezzi di trasporto non
riuscivano a commerciare i loro prodotti in pianura, non potevano
infatti contare né su cibo né su risorse economiche
sufficienti per fronteggiare quel nuovo ed enorme spostamento
di popolazione. Non possedendo nemmeno le strutture igieniche
necessarie a tutelare la salute di abitanti e sfollati, soprattutto
in una situazione di sovraffollamento e di convivenza forzata,
alcuni di essi si trovarono ben presto sulla soglia del collasso
economico, alimentare e sanitario. Per avere un'idea di quello
che stava accadendo fin dai primi giorni del novembre ’43
leggiamo l’amaro comunicato inviato al prefetto da Bianchini:
Come Vi è noto la popolazione della
Città è in pieno esodo. Migliaia di persone
sfollano: parte ha saturato le campagne di Rimini e i Comuni
di Verucchio [sic] e Santarcangelo; la valle del Marecchia
è pure satura; gli altri Comuni della Provincia fanno
conoscere di non poter ricevere sfollati; Forlì li
rifiuta, mentre i Comuni litoranei sono sotto la preoccupazione
di una eventuale evacuazione almeno parziale. Tutte queste
persone affollano il Comune per essere munite della dichiarazione
di sfollamento e per essere indirizzate a luoghi di assorbimento,
che questa Amministrazione non conosce, perché, come
ho detto, la quasi totalità dei Comuni della Provincia
o non aderisce o non ha istruzioni [29].
Ad aggravare ulteriormente l’esodo verso
l’entroterra, e le sue conseguenze, intervennero le
esigenze militari tedesche: alla fine del marzo ’44
il «Comando Germanico», dopo aver allertato già
a dicembre il prefetto e, attraverso lui, le amministrazioni
comunali interessate, ordinava alla popolazione abitante la
fascia costiera
della provincia di tenersi pronta a sfollare in brevissimo
tempo. La zona litoranea colpita da questo provvedimento era
lunga circa 50 chilometri, si addentrava nel territorio provinciale
di 10 e comprendeva, del tutto o in parte, diciotto comuni.
In totale un’area di circa 480 kmq. con una popolazione
di 146.579 abitanti [30].
A motivare questa evacuazione era la necessità di predisporre
militarmente e sgombrare da ogni interferenza, umana e architettonica,
una linea di difesa costiera in grado di impedire agli angloamericani
di sbarcare alle spalle del sistema di fortificazioni che
i tedeschi stavano predisponendo sull’Appennino. Secondo
i piani di Kesselring, comandante in capo delle truppe germaniche
in Italia, tutte e due le coste, tirrenica e adriatica, dovevano
essere disseminate di filo spinato, mine, fossati anti-carro
e bunker in cemento armato, da Livorno al confine francese
e da Ancona alla Croazia [31].
La minacciata evacuazione si fece realtà nel maggio
’44. Dal 12 marzo a capo della provincia era Pietro
Bologna, forse l’uomo con più polso, verso i
municipi ma anche e soprattutto verso le autorità centrali
della Rsi e i comandi tedeschi, che la provincia di Forlì
conobbe durante la guerra. Prevedendo le enormi difficoltà
che l’evacuazione avrebbe scatenato, Bologna tentò
da un lato di provvedere con maggiore severità all’allontanamento
degli sfollati giunti dalle province del nord e del centro-sud
durante il secondo e il terzo
sfollamento e ancora presenti nel suo territorio, dall’altro
di frenare almeno
in parte lo sgombero della fascia costiera cercando di convincere
il comando
tedesco a limitarne l’estensione. Così infatti
relazionava i propri movimenti
alla Dgsg il 6 maggio ’44:
Il Comando Germanico ha ordinato lo sgombero,
pel 15 corrente, di alcune zone costiere da Bellaria a Miramare
e di alcune altre del Comune di Riccione, per una massa
complessiva di oltre 7.000 mila [sic] abitanti, in prevalenza
coloni, marinai ed ortolani, che molto faticosamente si
potrebbero sistemare in questa Provincia [...] Per fronteggiare
tali sgomberi e gli altri possibili successivi, nonché
le esigenze dei 50.000 sinistrati riminesi disseminati nel
territorio […] si sono fatte proposte al Comando Germanico
per la riduzione delle zone di sgombero, per l'esonero di
alcune categorie (ortolani e pescatori), o quantomeno per
l'autorizzazione alle stesse di recarsi al lavoro sul posto
dall'alba al tramonto [32].
Contemporaneamente Bologna cercò anche
di impedire l’arrivo di nuovi profughi
dal Sud. Il 15 marzo gli era infatti giunto un telegramma
dal MI [33]:
Autorità militare germanica rappresentano
[sic] ancora la necessità di far sfollare at nord popolazione
civile evacuata da zone meridionali alt Tenuto conto gravi
difficoltà altre zone sature et minori difficoltà cotesta
pregasi esaminare con precisa esatezza [sic] quale sia capacità
recettiva codesta provincia et numero sfollati che necessariamente
potrebbero accogliersi. Habet carattere assoluta urgenza
Che fosse l’autorità tedesca a
muovere quella italiana, e con urgenza, non aveva intimidito
Bologna che così aveva risposto, con brevità
e fermezza, tre giorni più tardi:
Questa Provincia già completamente
satura popolazioni sfollate altre zone et con fascia costiera
in fase di sfollamento non habet alcuna possibilità
ricettiva alt [34]
Richieste del tutto analoghe continuarono a
giungere al prefetto forlivese nei mesi successivi e Bologna
non si stancò, saldo, di ribadire la propria risposta
[35]. Poiché anche
i prefetti di altre province, similmente interpellati, avevano
negato ogni possibilità di accogliere nuovi sfollati
e profughi nelle loro terre [36],
in maggio la Dgsg fu costretta a inviare un accorato appello
all’ambasciata germanica nella speranza di convincere
le autorità tedesche a interrompere l’evacuazione
dei civili dalle zone di operazione dell’Italia centro-meridionale:
[…] La popolazione sfollata dovrebbe
essere trasferita nelle provincie dell’Italia Settentrionale
molte delle quali debbono già provvedere ad eseguire
ordini di sfollamento delle Autorità Militari Germaniche
(fasce costiere Pesaro - Venezia = Viareggio e costa Ligure
= Civitavecchia - Castiglione Pescaia) e che sono continuamente
sottoposte a intensi bombardamenti, i quali causano gravissimi
danni con conseguente necessità di sistemare i sinistrati
che assommano ormai a cifre notevoli. Sicché le provincie
del Nord non hanno più possibilità di accogliere
i profughi del Sud [...] appare necessario soprassedere
al trasferimento di altre popolazioni civili dalla zona
da esse abitata, anche se si trovano in zona di operazione
[...] [37].
Nessuno dei tentativi intrapresi sia al centro
sia localmente per frenare ulteriori spostamenti di popolazione
ottenne però alcun risultato presso i comandi tedeschi.
Così almeno sembra dato che nel Forlivese continuarono
a giungere profughi dall’Italia centrale e l’evacuazione
della fascia costiera proseguì, pur con lentezze e
successivi ridimensionamenti rispetto ai progetti iniziali,
fino all’agosto ’44 interessando le intere città
di Rimini e Cattolica e alcune zone dei comuni di Cesenatico,
Bellaria e Riccione [38].
In quell’agosto l’avvicinarsi dell’esercito
angloamericano alla zona appenninica della provincia (il 25
agosto gli Alleati sferravano il primo attacco alla linea
Gotica) costrinse i tedeschi a spostare tutta la loro attenzione
verso questo settore. Le popolazioni che abitavano l’Appennino
romagnolo furono a loro volta rapidamente coinvolte dal comando
germanico in appositi piani
di evacuazione: lungo i fondovalle vennero individuati
punti di sosta e ristoro; in pianura le tre località
di Villanova di Forlì, Diegaro di Cesena e Gatteo,
furono scelte come punti di raccolta dai quali, con mezzi
tedeschi o di fortuna, gli evacuati dovevano poi essere sospinti
verso nord. Alla fine di agosto risultavano forzatamente sfollate
alcune migliaia di persone provenienti dai comuni di Montegridolfo,
Pieve S. Stefano, S. Godenzo, Vicchio, S. Sofia, Premilcuore
e S. Benedetto. Questi primi spostamenti, però, oltre
a intasare immediatamente i punti di raccolta, resero evidente
la totale impossibilità di incanalare, controllare
e assistere nuove masse di donne, vecchi e bambini, costrette
a lasciare le loro case con, in genere, un preavviso di appena
una o due ore, prive di tutto e riottose, appena giunte ai
posti di raccolta, a proseguire verso nord [39].
Furono questi, nel Forlivese, gli l’ultimi
tentativi fatti dai poteri coinvolti di pianificare un qualche
spostamento di popolazione. Nel caos prodotto dall’essere
ormai sulla “linea del fuoco”, infatti, anche
le autorità locali, per ultime, dopo l’abdicazione
di fatto da ogni decisione in questo campo da parte delle
autorità centrali della Rsi e mentre i comandi tedeschi
si ritiravano pensando solo alle proprie necessità,
abbandonarono ogni tentativo di gestire il problema dello
sfollamento nelle forme che esso aveva assunto. E il problema,
vivo ma sommerso, riaffiorò nei documenti ufficiali
solo dopo la liberazione della provincia (9 novembre ’44)
– e ancor più dopo la fine della guerra –
quando divenne necessario sia organizzare una qualche forma
di coordinamento e di assistenza per gli sfollati che ancora
non potevano tornare alle loro terre, perché al di
là del fronte, sia rimandare coloro che invece potevano
ai loro luoghi di provenienza, sfamandoli fino alla loro partenza
e aiutandoli economicamente per il viaggio e la ricostruzione
delle loro abitazioni.
Note
[1] L. Baldissara,
Il governo della città: la ridefinizione del ruolo
del Comune nell’emergenza bellica, in: B. Dalla
Casa, A. Preti (eds.), Bologna in guerra. 1940-1945,
Milano, FrancoAngeli, 1995. Sul totalitarismo (o mancato totalitarismo)
del fascismo italiano, sulle fasi di costruzione del regime
e sui processi di centralizzazione e gerarchizzazione a esse
collegati, nonché sulle interpretazioni date dagli
storici italiani attorno a questi temi, tra i tanti studi
rimando ad alcuni che ritengo fondamentali e ai riferimenti
bibliografici presenti in essi: A. Aquarone, L’organizzazione
dello stato totalitario, Torino, Einaudi, 1965; E. Collotti,
Fascismo, fascismi, Firenze, Sansoni, 1989; N. Tranfaglia,
Labirinto italiano. Il fascismo, l’antifascismo,
gli storici, Firenze, La Nuova Italia, 1989; i contributi
di E. Collotti e M. Legnani in A. Del Boca, M. Legnani, M.
G. Rossi (eds.), Il regime fascista. Storia e storiografia,
Roma-Bari, Laterza, 1995.
[2] Mi permetto
di rinviare al mio L’odissea degli sfollati. Il
Forlivese, il Riminese e il Cesenate di fronte allo sfollamento
di massa, Cesena, Il Ponte
Vecchio, 2003.
[3] Già
la sera tra il 10 e l’11 giugno, quando da nemmeno 24
ore era in atto lo stato di guerra tra l’Italia e la
Gran Bretagna, 36 bombardieri della Royal Air Force dalle
Isole Normanne puntarono su Torino e Genova. Per una ricostruzione
complessiva dei bombardamenti che colpirono il territorio
italiano si veda G. Bonacina, Obiettivo Italia. I bombardamenti
aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Milano,
Mursia, 1970.
[4] Cfr.
A. Giannuzzi Savelli, Conferenza di propaganda per la
protezione antiaerea del territorio nazionale e della popolazione
civile, Roma 1934, 16, citato anche in S. Adorno, Lo
sfollamento a Pesaro, in: G. Rochat, E. Santarelli, P.
Sorcinelli (eds.), Linea Gotica 1944. Eserciti, popolazioni,
partigiani, Milano, FrancoAngeli, 1986, 281.
[5] Per
il caso bolognese si veda al riguardo M. Maggiorani, Uscire
dalla città: lo sfollamento, in: B. Dalla Casa,
A. Preti (eds.), Bologna in guerra. 1940-1945, cit.,
363.
[6] Si era
in realtà attivata fin dall’autunno del ’40
anche una forma di sfollamento a più ampio raggio,
a volte interregionale, ma aveva come protagoniste soprattutto
famiglie dirette da parenti o amici in grado di ospitarle,
o che possedevano (o erano in grado di affittare) una seconda
abitazione in luoghi più tranquilli, spesso di villeggiatura.
Famiglie spinte a questo esodo – sparpagliato nel tempo
e nello spazio, che interessava anche città non ancora
colpite dalle incursioni angloamericane e che per le sue caratteristiche
non necessitava dell’intervento economico e logistico
delle
autorità – sicuramente dalla paura dei bombardamenti,
ma pure, e ritengo di
poter dire soprattutto, dalle difficoltà alimentari
che molto presto avevano
attanagliato i centri urbani maggiori nei quali, infatti,
era molto più difficile che nelle località periferiche
creare reti di scambio, alternative a quelle ufficiali, con
la campagna produttrice di cibo.
[7] Telegramma
inviato da Mussolini a tutti i prefetti il 03/12/42, Archivio
di
Stato di Forlì (Asfo), Archivio di gabinetto di prefettura
(Agp), b. 377, fasc. 72.
[8] Riassunto
delle disposizioni impartite in tema di sfollamento e di
assistenza alle popolazioni sfollate inviato dall’Isg
ai prefetti il 04/12/42,
Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.
[9] Cfr.:
Norme per la disciplina dello sfollamento volontario, MI,
Isg,
21/11/42, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75. Per un breve riassunto
delle norme per lo
sfollamento emanate nell’ottobre-dicembre ’42
si veda il mio L’odissea degli
sfollati, cit., 67-70.
[10] Comunicazione
inviata dall’Ufficio assistenza dell’Isg a «Prefetti
del
Regno, Alto Commissariato di Lubiana, Governatore Dalmazia»
il 04/12/42, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.
[11] Cfr.,
per esempio, i due telegrammi inviati da Buffarini ai prefetti
il
24/12/42 (Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75) e il 18/01/43 (Asfo,
Agp, b. 391, fasc.
115).
[12] Cfr.
il Regio Decreto Legge 15 marzo 1943, n. 107: Disciplina degli
alloggi
per gli sfollati.
[13] Cfr.
M. Maggiorani, Uscire dalla città: lo sfollamento,
cit., in
particolare 365.
[14] Cfr.
L. Baldissara, Il governo della città, cit.,
126.
[15] Cfr.
S. Adorno, Lo sfollamento a Pesaro, cit.
[16] Bianchini
introduceva un proprio Promemoria per il prefetto del 22/11/42
con queste parole: «Mancano istruzioni ufficiali circa
le direttive da seguire: la circolare ministeriale pubblicata
sul Popolo d’Italia del 18 corrente e sugli altri quotidiani
del 19 e del 20 non sembra aderente alla concreta realtà;
presuppone essa infatti uno sfollamento minutamente disciplinato
alla partenza, che invece non si è verificato finora
e che non si sa se si potrà verificarsi [sic] quando
le famiglie sfollino sotto l’incubo di un bombardamento».
Asfo,
Agp, b. 391, fasc. 119.
[17] Cfr.:
Promemoria per il prefetto scritto dal commissario prefettizio
di
Rimini il 22/11/42, cit. Per un sintetico elenco degli uffici
ed enti comunali
coinvolti da Bianchini nella gestione dell’accoglienza
e della sistemazione degli sfollati in arrivo nel Riminese
si veda la comunicazione inviata dal
commissario riminese al prefetto il 06/12/42, Asfo, Agp, b.
391, fasc. 119.
[18] Per
una più accurata ricostruzione del caso riminese, con
relativi
riferimenti all’ampia documentazione archivistica, rimando
all’apposito paragrafo nel mio L’odissea degli
sfollati, cit., 93-103.
[19] Per
la successione dei podestà e commissari prefettizi
nella provincia di
Forlì dal ’26 al ’43, con importanti informazioni
anche per i mesi della Rsi,
rimando a M. Palla, I podestà di nomina regia nella
provincia di Forlì
1926-1943, «Memoria e Ricerca», 1 (1993),
e anche, per i comuni della Romagna
toscana, a N. Graziani, Romagna toscana. Storia e civiltà
di una terra di
confine, 2 voll., Firenze, Le Lettere, 2001, 1327-1352.
[20] Telegramma
ai prefetti da parte del sottosegretario all'Interno Umberto
Albini, 19/02/43, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.
[21] Cfr.
Comunicazione ministeriale relativa alle norme per lo sfollamento
del
20/03/43, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.
[22] Relazione
settimanale della Commissione provinciale di censura di Forlì,
21/05/43, Asfo, Agp, b. 367, fasc. 45.
[23] Comunicazione
ministeriale relativa alle norme per lo sfollamento del
20/03/43, cit.
[24] Comunicazione
inviata dal commissario prefettizio di Rimini al prefetto
di
Forlì il 23/0943, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.
[25] Cfr.
M. Palla, I podestà di nomina regia nella provincia
di Forlì
1926-1943, cit., 99.
[26] Cfr.
Promemoria del Prefetto di Forlì: Zona marina da evacuare,
09/05/44,
Asfo, Agp, b. 390, fasc. 113.
[27] Cfr.:
Lettera inviata dal capo della provincia di Forlì al
MI, Direzione
generale dei servizi di guerra (Dgsg) – l’ex Isg,
trasformato nella Dgsg il 9
giugno ’43 – , il 06/05/44, Asfo, Agp, b. 390,
fasc. 113; Promemoria del
Prefetto di Forlì: Zona marina da evacuare, 09/05/44,
cit.
[28] Cesena
fu bombardata per la prima volta il 13 maggio ’44 e
Forlì il 19
maggio ’44.
[29] Comunicazione
inviata dal commissario prefettizio di Rimini al prefetto
di
Forlì il 05/11/43, Asfo, Agp, b. 39, fasc. 114.
[30] Cfr.
Piano di sfollamento della fascia costiera; 31/03/44, Asfo,
Agp, b.
390, fasc. 113.
[31] Si
veda al riguardo quanto scrive R. Bennet nel contributo L’Ultra
e la
Linea Gotica, in: G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli
(eds.), Linea Gotica
1944, cit., 128-130. Per un confronto tra tempi e modi
dell’evacuazione costiera
ordinata dai tedeschi nel Forlivese e gli unici altri due
casi studiati finora,
quelli di Pesaro e Lucca, rimando al mio L’odissea
degli sfollati, cit.,
114-121.
[32] Lettera
inviata dal capo della provincia di Forlì al MI, Dgsg,
il 06/05/44,
cit. Cfr. anche: Promemoria del Prefetto di Forlì:
Zona marina da evacuare,
09/05/44; cit.
[33] Telegramma
inviato ai capi delle province di Forlì, Ferrara, Modena,
Reggio
Emilia, Parma, Piacenza, Mantova, Arezzo, Pistoia, dal MI
il 15/03/44, Asfo,
Agp, b. 391, fasc. 114.
[34] Bozza
del telegramma inviato dal prefetto di Forlì al MI
il 18/03/44, Asfo,
Agp, b. 391, fasc. 114.
[35] Cfr.,
per esempio, il telegramma inviato dal prefetto di Forlì
al MI
l’11/05/44: «Come segnalato codesto Ministero
con rapporto sei corrente N.19962
questa provincia non offre nessuna capacità ricettiva».
Archivio centrale dello
Stato (Acs), MI, Dgsg, b. 6, fasc. s.num.
[36] Fu
sicuramente il caso delle province di Como, Bergamo, Lucca,
Verona e
Aosta per le quali ho trovato documentazione. Si veda, per
esempio, il
Bollettino degli Atti Ufficiali della provincia di Forlì,
8, anno ix, n. 8.
Asfo, Agp, b. 400, fasc. 165.
[37] Appunto
per l’Ambasciata germanica scritto dalla Dgsg il 10/05/44,
Acs, MI,
Dgsg, b. 6, fasc. s.num.
[38] Cfr.
la relazione inviata dal prefetto di Forlì al MI il
28/08/44:
Evacuazione di territori, Acs, MI, Dgsg, b. 6, fasc. s.num.
[39] Cfr.
la relazione inviata dal prefetto di Forlì al MI il
28/08/44:
Evacuazione di territori, cit.
|